Vittime senza vittimismi


Elaborazione grafica da un’opera di Dave McKean


Riceviamo e pubblichiamo un testo in risposta a «Le vittime lasciamole ai preti» (disponibile qui).


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Spesso, nel parlare di antisessismo, femminismo, e questioni Lgbt e nel portare avanti lotte e riflessioni per la parità di diritti, ci sentiamo muovere accuse e critiche che interpretano i nostri discorsi come un tentativo di mettere qualcun altro a tacere, di rivendicare una nostra superiorità in virtù della stessa condizione di sfruttamento in cui noi, e non altri, ci troviamo. Si tratta di spunti che non possono non farci riflettere e che spingono alla necessità di fornire chiarimenti su quelle posizioni che troppo spesso vengono male interpretate. Sembra quasi che le lotte vengano ridotte a una competizione per chi si trova nella condizione peggiore, chi è la più grande vittima, potremmo chiamarlo «il gran premio del vittimismo». Allo stesso tempo ci viene proposta come alternativa l’annullamento della condizione di vittima, come se un vero cambiamento si potesse ottenere solo ignorando il fatto che alcuni di noi lo siano. Qui c’è, a parer nostro, molta confusione, una sorta di nodo che va sbrogliato se davvero vogliamo che le nostre lotte siano efficaci.

Innanzi tutto, per evitare questa confusione, è necessario a parer nostro fare una distinzione: essere vittima e vittimismo sono diversi, il primo è un dato di fatto il secondo un atteggiamento. Le vittime non devono per forza riconoscersi tali per esserlo: in molti casi gli indifesi sono ignari dei torti che subiscono e proprio per questo è necessario andare in loro soccorso e far capire loro la situazione. Invece il vittimismo, in quanto atteggiamento, è volontario e più o meno consapevole. Smettere di definirsi o riconoscersi come vittima non è il modo per smettere di esserlo, non basta affermare di non essere oppressi perché l’oppressore cessi i suoi comportamenti. Evitare o sospendere il vittimismo è invece un primo passo verso l’assunzione di un atteggiamento più costruttivo (o distruttivo dei sistemi di forza). È necessario tenere distinti questi due concetti per evitare altra confusione.

Il concetto di «eteronormatività», così come quello di «patriarcato», sono centrali in questo meccanismo di produzione di vittime. Si tratta di norme vigenti, istituzionalizzate, di modelli: chi corrisponde al modello è normale, non subisce oppressioni di alcun genere, non sarà mai la vittima. Allo stesso tempo però si tratta di coloro che spesso si sentono messi sotto accusa da chi invece è vittima di uno o più meccanismi di oppressione, come se venisse attribuita loro la colpa di essere nati in un determinato modo che corrisponde al canone «perfetto» della società. Mettiamo le cose in chiaro: nessuno accusa loro, accusiamo il canone e la società. Ci sentiamo rispondere che però il problema vero non è l’eteronormatività, ma l’esistenza di una «norma» in generale indipendentemente da quale essa sia. È vero che la presenza di una norma, che in questo caso è quella eterosessuale, è il nucleo problematico, e di conseguenza è fondamentale criticare il sistema: è necessario però, chiedersi perché vi sia questa norma e perché sia proprio questa ad essere dominante. Criticare il sistema senza un’opposizione al patriarcato e all’eteronormatività significa muovere una critica per lo meno incompleta, che tende a perdere di vista due dei grandi pilastri che sorreggono il contesto capitalista e neoliberale in cui ci troviamo. Non si tratta quindi di creare una queernormatività, ma di decostruire un sistema basato sull’eteronormatività, le due cose non sono necessariamente conseguenti.

Noi rifiutiamo le visioni che riducono questa lotta al linguaggio. Il linguaggio è uno strumento importantissimo a nostra disposizione, ma non si cambia la società cambiando il linguaggio, semmai il contrario. L’utilizzo di un certo linguaggio sempre più inclusivo all’interno di collettivi è sicuramente un segno positivo, ma solo se esito di una maturazione personale e concettuale di ciascuno, non come legge a cui tutti devono obbedire (anche non capendone il senso) pena l’esclusione. E sicuramente il moltiplicare «le lettere» senza necessità non aiuta.


Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una costante, ed eccessiva, moltiplicazione di microetichette all’interno della comunità Lgbt. Non siamo però d’accordo con le letture che spiegano questo fenomeno come una auto-vittimizzazione. O meglio, la pretesa di ciascuno di essere un po’ più vittima dell’altro, il vittimismo vero e proprio, in molti casi c’è, ma è una conseguenza di questa frammentarietà, più che una causa. La causa a parer nostro è piuttosto un tentativo di fuggire all’oppressione che però si concretizza in maniera eccessivamente individualista. Nell’etichettarsi in modi sempre diversi e molteplici, ciascun individuo rivendica un riconoscimento della propria particolare condizione di oppressione, anziché guardare al noi oppresso e pensa che la soluzione per l’emancipazione passi in primo luogo appunto per la modifica del linguaggio. Perché se esiste una categoria che rappresenta me, individuo con le mie caratteristiche, allora mi sento più riconosciuto/a e posso rivendicare la liberazione per me. Questo non tiene conto del fatto che le vittime, perché bisogna parlare di vittime, non sono tanti io isolati, ma una classe di oppressi.

A ciò si aggiunga il fatto che le categorie entro cui ogni individuo è chiamato a collocarsi vengono vissute come un qualcosa di rigido, con una serie di caratteristiche A, B e C e solo chi le possiede tutte può farne parte. Vivere in questo modo i concetti porta inevitabilmente alcune/i a non sentirsi rappresentati e quindi a cercare nuove categorie in cui inserirsi e riconoscersi.


Il vittimismo è un atteggiamento paralizzante, ed è effettivamente molto diffuso. Tuttavia non si può farlo coincidere con il riconoscersi vittima, piuttosto con il bloccarsi sulla propria condizione di vittima, magari anche in modo competitivo, con il discorso di «io sono più vittima di te». Non esistono vittime «più vittime di altri», o sei vittima o non lo sei, però esistono persone che sono vittime di più oppressioni e per questo devono lottare quotidianamente contro più meccanismi. Riconoscere ciò non è una gara, ripetiamo: non è una gara. È un passaggio necessario, perché esistono molti piani di oppressione, tutti strettamente collegati tra loro. Non riconoscere che la donna è vittima di più discriminazioni e abusi dell’uomo è non riconoscere un meccanismo reale contro cui bisogna lottare. Non riconoscere che una donna nera è vittima sia di sessismo che di razzismo significa o vedere queste due discriminazioni «a compartimenti stagni» o non riconoscerne una delle due. Lo stesso vale per chi è omosessuale, donna e omosessuale, nero e omosessuale ecc. Non è «il gran premio del vittimismo», è riconoscere che ci sono delle vittime, quindi che qualcosa non va. Reagire a questo con il vittimismo è sbagliato, ma è un altro paio di maniche.

Riconoscere di essere una vittima è il presupposto per lottare al fine di non esserlo più. Non c’è nessuna morale della vittima che vuole sostituire quella del carnefice. La condizione di vittima va annullata, ma questo non può avvenire senza prima riconoscerla. Lamentarsi del privilegio di altri è vittimismo, un atteggiamento che va sicuramente estirpato, ma riconoscere che l’altro può avere in corso più lotte di me, in quanto vittima di più meccanismi di oppressione (non solo legati al genere e all’identità sessuale) non è solo opzionale ma obbligatorio. Allo stesso tempo non è un gesto di accusa nei confronti dei privilegiati pretendere che chi sa cosa vuol dire essere vittima di qualcosa abbia il primato di parola rispetto a chi non lo sa. Altrimenti si sta solo riproducendo il meccanismo gerarchico all’interno della lotta stessa.

Quindi, a costo di risultare ripetitive, lo sottolineiamo un’altra volta: l’uomo non è ontologicamente in colpa (al massimo è socialmente indirizzato ad essere colpevole). Se lo fosse non vi sarebbe modo di combattere il patriarcato. La donna eterosessuale non è in colpa rispetto a quella omosessuale, è solo vittima di un meccanismo in meno. Idem per ciò che riguarda razzismo, abilismo, specismo ecc. L’obiettivo è sicuramente abbattere tutti questi -ismi e il modo per farlo non è il vittim-ismo. Però per abbatterli tutti bisogna riconoscerli tutti, e riconoscere quanto sono strettamente legati tra loro nel sistema di gerarchie oggi dominante. Ribaltare queste gerarchie è qualcosa che va fatto in primo luogo all’interno dei collettivi stessi, non si può quindi pretendere che i protagonisti di una lotta allo sfruttamento non siano gli sfruttati. Questa lotta non può e non deve limitarsi al linguaggio, e non può e non deve essere una lotta individualista.

In conclusione, una domanda a tutti coloro che si sono sentiti sotto accusa per una posizione privilegiata, che si sentono trattati ingiustamente perché viene riconosciuta la posizione di vittima dell’altro: non state forse anche voi cercando di passare dalla parte delle vittime? Non state facendo vittimismo?



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