Autori e Collaboratori

Se «Machina» è un viaggio occorre approntare la sua «scatola nera». Come dire, un diario di bordo. Un oggetto che traccia le intensità, le pressioni, le velocità, i luoghi investiti dai movimenti di trasformazione e di sovversione dell’esistente, i loro codici e i loro messaggi.

Un oggetto multiplo, capace di registrare i percorsi nei suoi decolli e accelerazioni, le differenti altitudini conquistate, così come i rallentamenti, i vuoti d’aria, le vibrazioni, gli stalli, gli avvitamenti, le precipitazioni. E poi i suoi inevitabili ricominciamenti.

Testi brevi, anche brevissimi, come messaggi, telegrammi, colpi d’occhio, appunti, schizzi, slogan, flash. Sensazioni, intuizioni, scoperte, disvelamenti, emozioni, passioni… 
Questa è la «scatola nera» di «Machina».

Sergio Bianchi

Ha lavorato per il cinema e la televisione. È stato tra i fondatori della rivista e poi della casa editrice DeriveApprodi, di cui è amministratore e direttore editoriale. Ha curato diversi saggi sui movimenti politici degli anni Settanta.

Da oltre un decennio ormai, sul piano mondiale, la popolazione residente nelle città ha superato quella che vive in campagna. Questo dato potrebbe essere interpretato come la realizzazione di tendenze di lungo corso, ovvero il compimento della modernità capitalistica. Tuttavia, conviene diffidare da chi si inchina supinamente alla lettura di dati, numeri e astratte statistiche. Lo spazio urbano, infatti, viene continuamente prodotto e riprodotto, è un corpo vivo ed eterogeneo, spesso mostruoso e caotico, attraversato da profonde diseguaglianze, contraddizioni e conflitti. Non è né una meta da raggiungere né un destino a cui sfuggire. È un dato di realtà, da comprendere e studiare, per affondare lo sguardo nei punti di frizione e, perché no, di possibile rottura. Capire l’urbanizzazione, immaginare le disurbanità. Certo, nei più recenti archivi troviamo tante categorie, dalla «gentrificazione» all’«airbnb economy»: però, che ne sarà di tutto questo alla luce della crisi in corso? Nel finale del primo Matrix, il virus alza la cornetta e rivela la verità. Sta a noi capire il messaggio e non lasciarci sfuggire l’occasione.

Ilaria Agostini

Architetto e urbanista, lavora come ricercatrice di Urbanistica presso il Dipartimento di beni culturali dell’Università di Bologna. Insegna alla Scuola di ingegneria dell’ateneo bolognese. È inoltre docente presso il dottorato in Ingegneria dell’urbanistica della Sapienza di Roma.

Enzo Scandurra

Urbanista, saggista e scrittore; già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di Roma, Direttore del Dipartimento di Architettura e Urbanistica, coordinatore nazionale del Dottorato di Ricerca in Urbanistica, Direttore e membro di numerose riviste scientifiche nazionali e internazionali, si occupa di problemi legati alle trasformazioni della città.

Transuenze assume la transitorietà del dominio sul lavoro e tramite il lavoro. La condizione in cui siamo immersi, fatta di sfruttamento, sofferenza e precariato, è cioè un dato dell’attuale realtà e non un destino a cui rassegnarci. È vero, transitare oltre questo dominio richiede un progetto che necessita di strumenti, lessici, immaginari forgiati nel presente. Perciò questo cantiere intende violare i nuovi «laboratori segreti della produzione» per fare inchiesta e annusare le tracce del conflitto, ancora informi e inespresse. Si addentrerà quindi nel territorio avversario, poiché occorre conoscere ciò che si vuole trasformare, studiarlo in profondità per svelarne i meccanismi da cui trae potenza e i suoi punti di crisi. L’economia finanziarizzata, la valorizzazione della tecnoscienza, la riproduzione delle vite e della capacità umana, la circolazione di una gamma infinita di vecchie e nuove merci. E, al centro di tutto, i lavoratori e le lavoratrici, nei loro concreti comportamenti. Transuenze non descriverà infatti la vita agra del lavoro vittimizzato, ma anzitutto proverà a esplorare uno scrigno di possibilità per immaginare un differente destino.

Salvatore Cominu

Svolge attività di ricerca, formazione e consulenza in collaborazione con centri di ricerca. Nel corso degli anni ha partecipato a numerosi progetti di livello locale, nazionale e internazionale su molteplici temi, dalle indagini sul mercato del lavoro allo sviluppo urbano e territoriale, dall’economia sociale ai problemi dell’azione collettiva e delle soggettività del lavoro, alla valutazione delle politiche pubbliche. 

Giuseppe Molinari

Laureato in Economia e Finanza e laureando in Economia e Politica Economica all’Università degli Studi di Bologna. Tra i suoi maggiori interessi i temi relativi allo sviluppo capitalistico, alla geopolitica internazionale, alla trasformazioni del lavoro, alla soggettività sociale. 

«Ritratti» configura una galleria di soggetti che hanno lasciato un’eredità vivente. 

Biografie, interviste, testimonianze, racconti, immagini, inediti e materiali d’archivio su donne e uomini che inventando modificazioni, smuovendo forze evidenti e nascoste, mettendo in gioco e in conflitto idee e corpi hanno saputo intersecare «punti» forti di soggettività dentro momenti collettivi di lotta, insubordinazione, sovversione. 
Ritratti di chi con in mano un attrezzo da lavoro, un libro, una penna, in una fabbrica, in un ufficio, in un laboratorio o per strada, ha rivoluzionato lo scorrere delle cose, alle volte remando contro, altre stando nel loro fluire, ma curvando o mescolando sempre in modo imprevedibile le acque della loro contemporaneità.

Franco Milanesi

Dopo la laurea in filosofia ha insegnato in un Liceo di Pinerolo, città dove vive. Convinto che il pensiero politico sia un «pensare per l’agire» ha cercato di intrecciare lo studio con la militanza attiva. È autore dei saggi: Un’antropologia politica del Novecento, una monografia su Mario Tronti, Nel Novecento, e un testo sul nazionalbolscevismo in Germania, Ribelli e borghesi. Nazionalbolscevismo e rivoluzione conservatrice. 1914-1933.

Non ci interessa scrivere qui di storia come «magistra vitae», men che meno come esercizio di autoreferenzialità accademica, di gusto per una erudizione fine a se stessa o di intrattenimento narrativo, bensì di confronto e di ricerca sulla storia come produttrice di identità individuale e collettiva (sociale, di genere, di classe, culturale, politica, ecc.). Al centro quindi del materiale che verrà pubblicato sarà la determinazione soggettiva della storia (senza ovviamente commettere l’errore di tralasciare i contesti oggettivi nei quali questa azione soggettiva si dipana), dedicando particolare spazio alla conflittualità storica degli oppressi e delle oppresse. Dalla storia sociale a quella di genere, dallo studio sulle «minoranze emarginate» alla microstoria, dalla world history alla storia della cultura materiale, ai post-colonial studies, ecc., il tentativo sarà quello di legare il cosiddetto «dibattito storiografico» ai punti di vista e alle prospettive dei soggetti collettivi protagonisti della conflittualità sociale contemporanea. Una storia «partigiana», quindi, ma proprio per questo in grado di nutrire e stimolare il dibattito scientifico, attraverso le idee e le attività che portiamo avanti come soggetti figli e figlie del nostro tempo.

Alberto Pantaloni

È dottore in Scienze Storiche e Documentarie. È membro della redazione centrale della rivista di storia critica «Historia Magistra». Nei suoi studi si è prevalentemente occupato di storia dei movimenti sociali e politici nell’Italia degli anni Settanta, del movimento delle donne nel Novecento italiano e di storia della storiografia marxista in Gran Bretagna. 

Kritik nella sua ricerca non ha perimetrazioni né di forma né di contenuto. Si muove nella terra di nessuno. Forza, spazia e slarga, provoca e irride, mescola codici e generi. Include il paradosso e la contraddizione. È la voce stonata del coro, a volte acuta, a volte profonda. È reparto d’avanguardia indisciplinato e avventuroso ma efficace nei colpi di mano e nelle esemplificazioni. Lavora alla critica radicale del presente prefigurando la costruzione di futuri.

È un prontuario di sopravvivenza all’agonia del capitale. La nuova vita che arriva.

Giulia Page

Classe 1991, si è laureata in Giurisprudenza e in Scienze Politiche all’Università di Bologna. Ha svolto ricerche sul campo nelle Gated Communities italiane. Si occupa principalmente di temi relativi allo sviluppo capitalistico, alle identità urbane e alle trasformazioni della soggettività sociale.

Mai come oggi, epoca del contagio, pare necessario parlare di «sintomi». Questa espressione si riferisce a tutti i fenomeni per i quali valga la definizione che segue: «sintomo» è la manifestazione empirica e circoscritta di una condizione di possibilità della nostra esperienza. La merce, per dirne una, è un sintomo giacché «fenomeno sensibilmente sovrasensibile» (Marx). Forse però possono essere ancor più interessanti fenomeni microscopici, semplici all’apparenza e invece masse aggrovigliate di contingenza storica e fatti della natura. Una serie televisiva, uno slogan giornalistico-pubblicitario, un testo della musica trap, un episodio di cronaca quanto un inaspettato tumulto carcerario paiono tutti ottimi candidati per una riflessione sul mondo contemporaneo. A questa riflessione pare necessario chiedere due caratteristiche minime: l’ambizione di uno sguardo antropologico verso quel che ci circonda (la nostra è un’epoca storica, non la fine della storia); il coraggio di partire dalle cose brute (cioè materiali) della nostra esperienza. Se il medico non teme di strizzare l’orrido bubbone per capire l’infezione, il filosofo non può permettersi lo snobismo della chicca culturale o della primizia erudita. Per superare il tempo presente, occorrono collezionisti spietati.

 

Adriano Bertollini

ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università della Calabria con una tesi sul ruolo del linguaggio nell’amicizia. Ha studiato a Roma Tre e svolto soggiorni di ricerca in Germania e negli Stati uniti. 

Marco Mazzeo

insegna filosofia del linguaggio all’Università della Calabria. È stato tra i fondatori della rivista «Forme di vita». Nel 2013 ha vinto il premio internazionale C. Perelman.

Un laboratorio sperimentale e di studio. Una ridefinizione estrema del ruolo dell’audiovisivo anche nell’ambito della cosiddetta militanza d’assalto che ben poco ha prodotto di realmente dirompente in questi ultimi dieci anni, nonostante la grande opportunità realizzativa indipendente offerta dalle ultime tecnologie HD. Nella devastante lacunosità culturale l’arma s’è rivelata spuntata. Si è assistito al carosello dei velleitarismi e del selfismo in ogni sua forma dispersa in mille rivoli autoreferenziali o ghettizzati. E nel corso di questi anni, soprattutto a «sinistra», abbiamo assistito a una altrettanto strabica messa in scena dei contenuti che non ha spostato di un millimetro l’equilibrio dei consolidatissimi poteri che tirano le fila dei finanziamenti e del ristretto circolo dell’audiovisivo di regime. «Machina» si propone come crogiuolo di riflessione obliqua e incerta sul destino dell’audiovisivo. Magari con meno tracotante spocchia, tipica di certi ambiti produttivi indipendenti o cosidetti «alternativi», che tendono a voler rientrare nei ranghi, fosse anche solo per potersi fregiare del carattere cubitale di Netflix e delle sue malìe seriali. «Machina» dovrebbe essere urticante e solidissima nella riformulazione filosofica e politica del mezzo in questione.

Eugenio Cappuccio

È stato assistente alla regia e collaboratore artistico di Federico Fellini. Nel 1990 ha curato la prima campagna contro il razzismo per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri producendo e dirigendo spot per la radio e la televisione. Ha scritto e diretto in seguito numerosi documentari e lungometraggi cinematografici. È stato tra i fondatori di DeriveApprodi e presidente della Cooperativa Doc(k)s.

Vortex è un’idea e un’immagine. L’immagine delle storie spurie, indigeste alla narrazione del capitale, che vorticano nella tempesta del presente. È l’idea di dar voce alle contro-narrazioni che lungo la linea del colore e del genere irrompono nell’universalismo del dominio scatenando la tempesta. Per questo raccoglie storie, fatti e discorsi. Commenta e si interroga. Scava piste d’analisi e disegna mappe di comprensione. Non cerca approdi sicuri ma segue le orme di canaglie e disertori, alla ricerca della taciuta forza di nuove streghe e nuovi Calibano.

Anna Curcio

Ricercatrice, saggista e traduttrice militante, ha insegnato e svolto attività di ricerca in Italia, Regno unito e Stati uniti. Attualmente insegna discipline giuridico-economiche nelle scuole superiori. Studia le trasformazioni del lavoro produttivo e riproduttivo nel rapporto con la razza e il genere. 

La traversata del deserto è immagine abusata. Eppure, se ci guardiamo intorno, il deserto sembra circondarci: nella precarietà e nella disoccupazione, nell’impoverimento economico e delle relazioni sociali, nelle guerre diffuse e adesso anche nella pandemia. E poi c’è il deserto del pensiero critico e dei linguaggi con cui guardare sotto la sabbia. Qui è inutile crogiolarci nei miraggi o scattare esotici selfie in mezzo alle dune. Il punto è come tentare concretamente di attraversarlo, questo maledetto deserto. Bisogna liberarci di ciò che non serve e caricare nella machina poche cose: la freccia, per attaccare e per difenderci; la tenda, per decidere dove accamparci e non accontentarci delle oasi; il cammello, per spostarci autonomamente e condividere le risorse formative indispensabili. Tra queste scorte d’acqua ci saranno nuovi articoli e vecchi saggi, libri fondamentali del passato e importanti del presente, testi scritti, video e social network. Ripercorrere altri viaggi è decisivo per capire come progettare il nostro.

Gigi Roggero

È ricercatore, formatore e pubblicista militante. È laureato in Storia contemporanea, ha conseguito il dottorato in Scienza, tecnologia e società, ha ricevuto l’Abilitazione scientifica nazionale in Sociologia. Ha scritto volumi, saggi e articoli, alcuni tradotti in diverse lingue, sulle trasformazioni della soggettività, del lavoro e della formazione. 

È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, dicono i movimenti di giovani che hanno riempito le piazze nel nome di un futuro che non hanno mai visto. Chissà. Questo capitalismo in agonia non è affatto detto che muoia, così come un mondo apparentemente al collasso potrebbe sopravvivere. Il punto, però, è a quale prezzo ciò avverrà, e chi lo pagherà. Forse l’etichetta ambientalista, come un po’ tutte i marchi alla moda, è troppo e troppo poco per descrivere la sezione. Questo ambiente allo stremo che ci è dato di vivere, forse è meglio ripensarlo da capo, a costo di avviarci per impervi sentieri di montagna. Lo sherpa non è una guida turistica: con passo paziente e metodico, al contempo misurato e coraggioso, porta il carico di una storia e macina chilometri senza lamentarsi. Non si volta indietro, perché lì non si torna. E neppure si attarda nel guardare troppo in avanti, perché rischia di smarrire il sentiero. Gli occhi e la mente sono ben piantati nel terreno, perché solo percorrendola si può reinventare la strada. Inutile allora rifugiarsi nei sogni bucolici del passato. Allo stesso modo sappiamo che, talvolta, il modo migliore per costruire il futuro è dimenticarlo.

A cura del Coordinamento editoriale

Siamo circondati da miraggi. Forse è proprio il miraggio una delle caratteristiche precipue della forma di vita contemporanea. Siamo infatti quotidiane prede di illusioni ottiche, rifrazioni sociali, promesse tradite. Tutto ciò che era solido si dissolve, verrebbe nuovamente da dire, questa volta producendo allucinazioni, depressione, malessere. È altresì noto che la parola miraggi deriva dal verbo mirare. Ecco, proviamo a farlo, intrecciando saperi ed esperienze differenti, se possibile con un linguaggio non eccessivamente criptico, comunque al di fuori dello specialismo disciplinare. Mirare per sfuggire ai miraggi, per dubitare della speranza, per non farsi consolare dall’utopia, per non cullarsi in sogni la cui smaterializzata grandezza sta nella loro sicura irrealizzabilità. Praticare la filosofia con la consapevolezza che per trasformare il mondo bisogna tornare a pensarlo e interpretarlo. Mirarlo, senza ammirarlo. Per comprendere dove il nostro angelo della storia può volgere il suo sguardo penetrante e redentore.

A cura del Coordinamento editoriale

Si dice che, all’epoca di Pericle, uno studente di livello liceale conoscesse una trentina di costellazioni e un’ottantina di stelle; oggi, neanche chi dedica tutta la vita alla carriera astrofisica riesce a distinguere più di una decina di stelle. In un mondo in cui l’invenzione è fagocitata dall’innovazione, la gioia della scoperta è stata cancellata dall’efficienza manageriale, mentre sembra impossibile pensare l’attività scientifica al di fuori della sua finalizzazione tecnica, abbiamo bisogno di strumenti per riorientare la rotta. I sestanti servono per costruire un orizzonte che forse è sempre stato lì, ma che abbiamo smesso di scrutare. Simili strumenti non li chiamiamo nuovi, per non inchinarci all’ideologia che da alcuni decenni quella parola porta con sé. I sestanti di cui necessitiamo non sono app, per quanto si possano servire di app. Non sono un prodotto industriale, ancorché non possiamo ignorare l’industria. Devono guidarci fuori dalla religione scientifica, della cui terribile potenza bisogna prendere atto. Autonomia della conoscenza o idioti specializzati, ecco l’alternativa. E quando provarci se non ora, nell’evento di un microscopico virus che ha messo al tappeto arroganti certezze?

Franco Piperno

È stato recentemente protagonista presso il comune di Cosenza dell’ideazione e creazione del nuovo planetario. È professore di Struttura del materia e insegna Astronomia visiva all’Università della Calabria. Ha insegnato Fisica presso numerose università italiane e alcune delle più prestigiose università del mondo. È altresì noto per la sua partecipazione alle vicende politiche degli anni Settanta in Italia.

Il nostro lavoro di scavo riguarda le tematiche al centro delle crisi degli equilibri planetari, e a un possibile reindirizzo di superamento del loro oggi probabile esito catastrofico. 
Tecniche e metodologie di indagine prendono a esempio proprio la perizia usata negli scavi dei siti archeologici: selezione qualitativa della ricerca, scientificità dell’operare, paziente catalogazione dell’oggetto trattato e dell’ambiente nel quale è inserito, relazione, archiviazione. 

Questi sono i nostri Dossier.

A cura del Coordinamento editoriale

Che fare con l’arte? Ennesima merce stritolata negli ingranaggi dell’accumulazione, oppure spazio di possibile indipendenza. Industria delle creatività o prefigurazione della fuoriuscita. Ripetizione o differenza. Lavoro o attività. O ancora, più probabilmente: tutte queste cose insieme, in una miscela inquietante e magari ricca di un fascino tutto da scoprire. La rilevanza dell’arte nell’economia globale è ormai assodata, non certo da oggi. Siamo un po’ stufi di consolarci con stanche banalità sulla società dello spettacolo. Proveremo ad addentrarci nei meandri nascosti della produzione artistica, con occhio attento e disincantato, con tono dissacrante, perfino scanzonato. Per svelare verità e possibilità di questo strambo mondo, sempre più paradigma, segno appunto, dello strambo mondo in cui ci tocca vivere.

Manuela Gandini

Laureata in Architettura al Politecnico di Milano, è critica d’arte e curatrice indipendente. Collabora con il quotidiano «La Stampa» e l’inserto «Tuttolibri». È stata redattrice del mensile «Alfabeta2» e ha collaborato con i principali quotidiani nazionali e con le riviste d’arte italiane.

Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. Lavora con artisti che operano - attraverso metodologie innovative - su temi legati al territorio e alle comunità di riferimento. È autrice di vari saggi tra i quali «Ileana Sonnabend. The queen of art» (Castelvecchi, 2008). 

Cura mostre nazionali, internazionali, conferenze, convegni e progetti territoriali. È stata commissario alla Biennale di Venezia del 1993. 

Racconti, invettive, calembour, poesie, aneddoti e aforismi. Un registro di narrazioni brevi di autori noti e sconosciuti. Ricerche e sperimentazioni letteraria che producano emozioni e commozioni, immaginari e conoscenze.

Un altro mondo sta apparendo.

Giorgio Mascitelli

Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). È stato redattore di «alfapiù», supplemento in rete di «alfabeta2», e  attualmente del sito letterario «Nazione Indiana».

«Machina» non è un progetto limitato da uno spazio nazionale: solo assumendo una prospettiva globale, indagando la macrofisica del capitalismo-mondo, è infatti possibile comprendere la microfisica dei quotidiani rapporti di dominio e di conflitto. Conosciamo i rischi di smarrirci nell’astrattezza accademica, al pari del pericolo di limitarci alla cronaca del giorno per giorno: in questa morsa si è consumata l’asfissia della cultura critica. Aprendo questo cantiere di sperimentazione dal nome ambizioso, attraverso articoli e saggi, testi scritti e video-interventi, tentiamo di partire dalla contingenza per tracciare una matrice complessiva, per comprendere il particolare e prefigurare possibili tendenze. Nella crisi del sistema capitalistico, in un’agonia che produce enorme sofferenza ma anche irripetibili opportunità, dobbiamo imparare la nuova grammatica del potere e delle lotte, studiare la riconfigurazione della forma-Stato sul piano transnazionale, incarnare il vincolo forte e i punti di frizione tra spazio geopolitico ed eventi locali.

Carlos Prieto del Campo

Laureato in filosofia è direttore del Centro di Studi Avanzati del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid. Consigliere del governo ecuadoreno e già Rettore del Quito Institute of Higher National Studies (2013-2014). Militante dei movimenti sociali europei, è direttore dell’edizione spagnola della «New Left Review».  Ha inoltre fondato e diretto la collana editoriale Cuestiones de antagonismo per Akal (1999–2012) e dirige per Traficantes de Sueños la collana Prácticas constituyentes.

Nella sezione Archivio proporremo la riscoperta di pubblicazioni senza tempo – nella forma rivista, giornale, giornale murale, manifesto, volantino, fumetto, diario ecc. – che pensiamo abbiano avuto e hanno interesse per i loro contenuti e per le loro forme. Lo pensiamo come archivio dello stupore e delle meraviglie, per i tesori purtroppo spesso dimenticati che ancora ci possono dire e insegnare. 

Sergio Bianchi

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