Le vittime lasciamole ai preti


Elisabetta Sbiroli



Ok, lo so. I titoli devono sempre attirare l’attenzione, e così fa questo. Poi in questa sezione, da quello che ho finora letto, attirare l’attenzione e provocare mi sembrano prassi consolidate. Non provocare per il gusto di farlo, questo è un atteggiamento adolescenziale che mi sono lasciata alle spalle da un po’ di tempo, o almeno spero; provocare il pensiero, provocare per far pensare, vorrei provarci. Perché questo titolo non è una sparata, una trappola per far leggere un articolo che parla d’altro. Mi piacerebbe che questo titolo fosse la lancia appuntita collocata sull’articolo.

A me infatti le vittime proprio non piacciono. Mi direte: allora stai dalla parte dei carnefici. No, per nulla. Il punto è che non mi piacciono le vittime perché odio i carnefici. O per dirla in altro modo, esistono i carnefici perché ci si riconosce nel ruolo di vittima. Sì, lo so, già Hegel lo aveva spiegato bene: è la dialettica servo-padrone, da cui non se ne esce finché il servo riconoscerà il padrone e cercherà da lui il proprio riconoscimento, la propria identità. Sputiamo su Hegel, ok, però prima conviene studiarlo.


Due cose due su di me

Se mi è venuta voglia di scrivere questo articolo è perché anch’io, a mio modo, sono stata una vittima. Non vi attacco pipponi su chi sono, questa sezione mi consente di non farlo. (È sempre giusto l’anonimato? Boh, non saprei, forse non sempre. Però in alcune occasioni costringe il lettore a confrontarsi con ciò che c’è scritto e non con chi lo scrive.) Allora, dicevo: non mi presento, ma almeno due indicazioni su che cosa ho fatto e perché scrivo queste robe ve le dico. Sono cresciuta in una famiglia della piccola borghesia, con una forte etica del lavoro e del sacrificio (del tipo, la domanda standard sulle mie amiche o i miei amici era: che cosa fa tizio o tizia di serio nella vita?, per intendere che al di fuori del lavoro di serio non c’è niente), e un’impostazione del tutto tradizionale nel rapporto di genere. È quell’impostazione che successivamente sarebbe stata etichettata come tipicamente eteronormativa, ma all’epoca queste parole non c’erano, o almeno io non le conoscevo.

Nelle scuole elementari e medie del mio paesino della provincia italiana profonda, nel centro-nord, posso dire di essere stata bullizzata. Ero bruttina, impacciata, timida. Non si limitavano a prendermi in giro, mi facevano scherzi pesanti, mi emarginavano: «sfigata, te e chi parla con te». E nei paesini, si sa, uno stigma rischia di essere un destino. Anche nei primi anni delle superiori le cose sono andate avanti più o meno così, finché a un certo punto mi sono incazzata e ho cominciato a dare dei bei calci nel culo, metaforici e non solo. Ero brava a parlare, più sveglia e curiosa della media, mi interessavo di cose a cui gli altri non si interessavano, e ho messo insieme un collettivo di cui ero la leader. Ovviamente facevamo finta che non fosse così perché eravamo «orizzontali», ma lo ero e mi faceva piacere, poche balle. E così sì, la mia politicizzazione è stata anche un modo di vendicarmi; nasce dal rifiuto di continuare a essere bullizzata, emarginata. Dal rifiuto di essere una vittima, appunto. È un po’ più chiaro, adesso, cosa intendo quando dico che non ho nessuna simpatia per le vittime?


Nella fabbrica dei neologismi

Finito il liceo lascio il paesello e vado in una grande università e soprattutto una grande città. Lì entro in un collettivo femminista: non eravamo di quelle trinariciute tradizionali, giustamente diffidavamo delle «madri simboliche», e tantomeno eravamo separatiste; un collettivo transfemminista di quelli che rivendica il nuovo, che esalta i corpi mutanti e in transizione, che esibisce il queer, che parla di godimento e gioia. Molto più fucsia che rosso, diciamo. E fin qui, tutto bene, divertente anzi. Certo, un po’ meno divertente era la selva oscura di parole che, da contadinotta della provincia, non avevo mai sentito nominare. Una vera e propria neolingua, senza imparare la quale era difficile comunicare, capire, farsi accettare. Già, perché ogni parola non è solo una parola: è un’etichetta, una sentenza, uno stigma – ancora, che palle! Quindi, se ti dicono «la tua è un’affermazione da terf» devi capire che ti stanno ammonendo, se continui sei in odore di scomunica; «questo è un comportamento da cis», ahiahiahi, sei una donna che non ha problemi col suo essere donna, ci ho messo un po’ per comprendere che non va bene; ovviamente guai a dimenticarsi un asterisco o di salutare «tuttu» e non «tutti», finisci subito sulla graticola (per chi non lo sapesse negli ultimi anni l’obbligo della u ha preso il posto dell’obbligo dell’*).

E poi, dall’omonazionalismo all’intersezionalità, ogni tanto mi perdo, ci vorrebbe un manualetto per delle attiviste prive di dottorato in studi di genere. Spesso, durante gli interventi in riunioni e assemblee in cui ripetevo queste parole magiche, mi chiedevo: e se mo’ salta su qualcuna, cioè voglio dire qualcunu che mi chiede «cosa significa?». Sudavo, sarei stata fregata. Però subito mi rassicuravo: nessunu mai lo farebbe, perché vorrebbe dire autodenunciarsi. Insomma, sotto la retorica desiderante, aleggia un inquietante clima da esame permanente, una strisciante ansia da performance, un bisogno continuo di essere riconosciutu dalla comunità.


Norma, normalità, normalizzazione

Con frequenza sempre più assidua all’originario lgbt si aggiunge una lettera. Prima la q di queer, ok. Poi è venuta la i di intersessuali, la a di asessuali, la p di pansessuali, la k di kink, che c’ho messo un po’ per capire cosa significhi, e boh, non è che proprio trovo una gran liberazione nella pratica ad esempio dell’umiliazione erotica, del fare la cavalla, del «famolo strano» del film di Verdone, o del servo e la padrona, per tornare al povero Hegel, però i dubbi ho sempre preferito tenermeli per me. Confesso anche che non saprei dare una definizione precisa di ognuno di questi termini, procedo a intuito e soprattutto spero, come dicevo, che nessuno me la chieda. E forse c’è qualche altra lettera che mi sono persa. Però non è un problema di definizioni, né secondo me di preferenze sessuali: in fondo, perché dovrei identificarmi in una preferenza sessuale, ricavare da questa la mia ragione d’essere, il profilo e la sostanza di ciò che sono?

Da questa domanda sono iniziati i miei problemi con il collettivo di cui facevo parte. Vi spoilero subito la «sentenza», tralasciando i mesi piuttosto penosi del «processo»: espulsa per eteronormatività. Cioè facevo finta di essere libera, o meglio senza nemmeno accorgermene pensavo di essermi liberata da quel demone che invece continuava e continua a possedermi.

Ora, al di là del mio essere cis e di avere rapporti sessuali con i ragazzi, il punto su cui ho riflettuto molto prima e dopo questo triste epilogo (ne parlo scherzando, ma vi assicuro che c’è dentro tanta sofferenza e ne scrivo proprio per questo) è la questione della norma. Sono solo gli etero a produrre delle norme? Non direi proprio. Ci sono coppie lesbo o gay che sono coppie appunto, e spesso vivono in modi del tutto analoghi a quelli etero. L’obiezione che mi è stata mossa è la seguente: però quella eterosessuale è la norma dominante. In generale è vero, anche se in alcuni ambienti non è più esattamente così: nelle industrie creative newyorkesi vige una anti-eteronormatività, tanto per dire; e sicuramente è tutt’altra la norma delle nostre comunità. Al punto che bisogna quasi giustificarsi nel non avere preferenze sessuali che non permettono di essere classificate nella tassonomia delle lettere di cui sopra. O almeno, parlo per me, mi è capitato più volte di giustificarmi.

Poi però ho iniziato a riflettere sulla faccenda, e lì è iniziato il mio allontanamento dal collettivo. Non solo perché mi hanno espulsa, ma proprio perché io ho cominciato a distanziarmi. È come nelle comunità religiose: finché credi senza porti domande sei una brava fedele, appena ti sorgono dei dubbi rischia di crollare tutto.

Il primo dubbio già l’ho detto: sembra che l’identità politica derivi dall’identità sessuale, addirittura dei gusti nell’attività sessuale, come se la politicizzazione passasse per il mio modo di godere o per la parte del corpo che uso per arrivare all’orgasmo. E la cosa proprio non mi convince. O meglio: mi convince appieno battermi per la libertà delle preferenze sessuali contro ogni tipo di discriminazione o tentativo di limitarla, ma ciò non significa che di queste preferenze io possa farne una ragione di esistenza, un qualcosa che mi identifica nella mia complessità. Perché questo significa riproporre, in forma speculare e simmetrica, esattamente la riduzione identitaria fissata dalla pratica discriminatoria. E poi, perché dovrebbe parlare di me e della mia libertà più il mio gusto sessuale che non un altro tipo di gusto, a cui magari tengo altrettanto o maggiormente?

Secondo dubbio: la normatività. Come scrivevo, ho conosciuto tante coppie non eterosessuali che si comportano in modo del tutto analogo alle coppie eterosessuali; e mi pare che questo sistema sfrutti tanto gli eterosessuali quanto i non eterosessuali. E dunque? Il problema, per come la vedo, non è essere eteronormali o queernormali, il problema è essere «normali», nel senso di accettare il sistema di merda in cui viviamo. Con l’ulteriore rischio di crederci libere perché godiamo della libertà di consumare qualsiasi tipo di esperienza offertaci dal mercato neoliberale. Qualsiasi tipo di esperienza tranne, appunto, quelle che mettono in discussione la riproduzione di quel mercato. Penso che sia lì che si incrina la normatività di cui siamo prigioniere.

Voglio dire: e se in un mondo kink io non trovassi alcuna forma di godimento o piacere? «È solo perché sei eteronormata!». La comunità decreta così un’ingiunzione al godimento che è il contrario della libertà, o meglio il sinonimo della libertà neoliberale. Grattando sotto la vivacità desiderante del fucsia, si nasconde il grigiore inquietante della norma.


Che cosa cerchiamo?

Nel periodo del «processo» ho iniziato a interrogarmi, a partire da me e dal mio vissuto (in questo la pratica femminista mi ha insegnato molto), che cosa noi cerchiamo davvero nelle donne e nelle figure che sono, almeno idealmente, le nostre compagne di lotta. Il che significa, al contempo, che cosa cerchiamo in noi. Cosa cioè vogliamo da loro e cosa vogliamo per noi. Mi è venuto in mente un articolo di una studiosa e attivista postcoloniale che avevo letto un po’ di anni fa, lei si chiama Nirmal Puwar e trovai l’articolo, all’inizio della mia attività politica, davvero illuminante. Ma solo ora, ripensandoci, capisco perché. Parlava, quell’articolo, della «fame di racconti di vittimità» da parte degli attivisti occidentali, e ci metteva pure – e per certi versi innanzitutto – le femministe. Scriveva così: «Vige una tendenza a definire immagini semplici e statiche delle donne subalterne o “nere”. Di volta in volta commiserate perché considerate vittime di molteplici oppressioni, oppure esaltate con toni estatici perché rappresentano eroine che faranno crollare un mondo pericolante». La ricerca di una condizione di «vittimità», il fare di questa condizione un’identità, spoglia la soggettività della vittima, ne denuda la vita, la riduce a inerme involucro vulnerabile. E, così facendo, rafforza in chi la ricerca il ruolo di rappresentanza: definire qualcun* «senza voce» non è mai un’operazione neutra, perché porta a parlare in suo nome.

È come se, per essere riconosciute, bisognasse parlare a partire da una posizione di vittimità e non da una pratica di libertà. Ci definiamo per la debolezza che ci impone il sistema e non per la forza che sappiamo esprimere, ricaviamo la nostra identità da quello che ci fanno e non da quello che possiamo fare. È un pensiero della subalternità e della dipendenza che ho avvertito spesso nelle assemblee, nei luoghi di discussione, sui social network. Quando dici qualcosa che non è gradito, che non sta cioè nella normatività comunitaria, scatta immediatamente l’accusa del privilegio. «Tu dici così perché parli da una posizione di privilegio», sottinteso: «Se tu parlassi da una posizione di vittimità non potresti che dire quello che diciamo noi».

Negli anni Ottanta e Novanta i rapporti di potere avevano preso il posto dei rapporti di classe; ora i rapporti di privilegio hanno preso il posto dei rapporti di potere. La dimensione collettiva si è sciolta nella liquidità dei microgruppi e degli individui. E così anche la questione di genere, privata della dimensione sistemica, si è frammentata in una giungla di lettere, ognuna delle quali rivendica il riconoscimento per se stessa. In questa contesa dei «privilegi» si rischia di proporre un’immagine speculare alla guerra tra poveri voluta dai Salvini: quelli – per difendere i «privilegi» – mettono i penultimi contro gli ultimi, accusati di fregarglieli; noi – nel nome di chi è più vittima – mettiamo gli ultimi contro i penultimi, i penultimi contro i terzultimi e così via. All’infinito, perché è un meccanismo come le matrioske: apri una bambolina e troverai sempre un gruppo e una lettera più vittima della tua, che ti può quindi accusare di avere dei privilegi. L’hanno chiamata identity politics, è la continua produzione di gruppi, individui e posizioni che – esibendo la propria vittimità – accusano chi è vicino di avere qualche supposto privilegio in più. In questa notte in cui tutto diventa oscuro, questioni centrali come il genere e la razza si frantumano e liquefanno in un piano orizzontale, in cui ogni frammento compete con l’altro per essere riconosciuto e valorizzato nel sistema attuale (fino ad arrivare ai vegetariani che ce l’hanno con i carnivori, i vegani che ce l’hanno con i vegetariani, i crudisti che ce l’hanno con i vegani… mi fermo qui).


Purtroppo abbiamo sputato anche su Nietzsche

Insomma, il tuo diritto di parola dipende dal tuo grado di vittimità: se non mostri la tua nuda vita, se non parli di questa, è meglio che taci. Non solo: se non sei debole e vulnerabile devi sentirti in colpa. Se sei maschio sei ontologicamente in colpa. Se sei femmina, dipende dalle tue preferenze sessuali. E poi c’è la questione del colore, di quanto è bianco un bianco e di quanto è nero un nero. Ogni tanto mi dimentico di essere costretta ad andare a lavorare per sopravvivere e di avere un padrone, o una padrona – che non è semplicemente privilegiata: è una merda sfruttatrice.

Il sistema patriarcale ed eteronormativo è fatto di valori, di bene e male, di peccati e punizioni. La liberazione dovrebbe distruggere innanzitutto questo, non sostituire una morale con un’altra. Perché la morale della vittima non è più apprezzabile di quella del carnefice, la morale della debolezza è subalterna alla morale della forza, la morale dello schiavo legittima la morale del padrone. Il mio problema non è lamentarmi perché i privilegiati stanno bene, ma pretendere di non stare male. O mi sbaglio?

Non è la percezione che tante, troppe volte ho avuto. Non mi sono sentita sotto processo solo quando lo sono stata effettivamente, nel collettivo. Mi sono sentita sotto esame esistenzialmente, non solo per un intervento in un’assemblea, ma per la mia forma di vita, per le parole che uso, per le lettere che pronuncio o gli asterischi che dimentico, per i pensieri che nascondo o che non so nemmeno di avere: «Sei subalterna al patriarcato, al maschio e all’eteronormatività senza nemmeno rendertene conto!». E no cazzo, se io faccio, dico e penso una cosa la rivendico e me ne rendo conto eccome!

Poi certo, come in tutti coloro che giudicano e producono il senso di colpa, vige una doppia morale. «Fa’ come il prete predica, non fare come il prete fa» mi ripeteva sempre mia nonna al paesello. Però la questione che ho messo a fuoco durante il mio «processo» è come la politica delle cosiddette «minoranze» discriminate sempre più è alimentata dal rancore, è fagocitata dall’ipocrisia del politically correct, è mossa dalla ricerca del riconoscimento: non distruggere il sistema che produce il «privilegio», ma vedere riconosciuto un posto privilegiato per il proprio gruppo-lettera.

E chi non ci sta, chi vorrebbe altro, chi non parla questa neolingua di * e di u perché la ritiene una grottesca sublimazione della propria impotenza politica a trasformare il mondo? Va, appunto, messo sotto processo. No, non nei tribunali borghesi, ma nella parodia dei tribunali della santa inquisizione. Si arriva a mettere al rogo nei casi estremi, ma il punto non è tanto la condanna: l’obiettivo è il pentimento, l’espiazione, l’umiliazione della vittima che non ammette di esserlo. Bisogna bruciare il corpo solo se non si riesce a salvare l’anima. Nata con la caccia alle streghe, il femminismo rischia di terminare dando la caccia alle streghe. Da imputata diventa inquisitora.

Poiché io invece non mi pento di niente, neppure di aver fatto parte di un collettivo transfemminista che mi ha espulsa e con questa esperienza mi ha dato modo di riflettere su tante cose, mi pongo una domanda e uso questo spazio per porla ad altre: c’è qualche altra ragazza o compagna, che si definisce femminista oppure no, interessata a discutere pubblicamente di queste cose? Io sono qua. E guardandomi attorno nel mondo reale, al di fuori di microcomunità compiaciute di osservare il proprio ombelico, non credo di essere sola.

Amen, e a woman.