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Per una cartografia dei decenni smarriti

Report della riunione di Machina, 10 dicembre 2022



Tra il Festival-prototipo di fine settembre e l’adunanza di fine novembre, i «decenni smarriti» sono stati individuati come il primo esperimento pilota nel passaggio dalla rivista-assemblea alla rivista-progetto. Sabato 10 dicembre una ricca riunione online dei curatori e collaboratori di «Machina» è stata l’occasione per approfondire e articolare il progetto. Pubblichiamo di seguito il report dell'incontro.

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Perché dunque partire dai «decenni smarriti»? Perché dopo gli anni Settanta, il diluvio. Spesso, troppo spesso l’attenzione dei nostri ambienti ha tracciato, volontariamente o involontariamente, un confine tra quella straordinaria fase di lotte e ciò che è avvenuto dopo. Come se la storia, la nostra storia, si fosse fermata alle soglie degli anni Ottanta, per lasciare completamente la scena al dominio capitalistico, ipostatizzato nel concetto totalizzante di «pensiero unico». Così, il pensiero critico e l’attività militante hanno rischiato di restare bloccati in categorie e identità trascorse, incapaci di confrontarsi con le difficoltose possibilità celate nel presente. Dopo il giro di boa del millennio, le nuove generazioni di attivisti – complici l’impoverimento e la modularizzazione aziendale di scuola e università – si sono formate soprattutto nel «presentismo», cioè in un presente senza determinazioni storiche e materiali, inghiottito dal consumo fugace di bagliori istantanei, di un hic et nunc privo di processi e radici, perciò di prospettive e rottura.

Ribadire le premesse di metodo che guidano questo progetto può essere ridondante e tuttavia doveroso, a scanso di equivoci. In primo luogo, riattraversare i «quaranta ingloriosi», dagli anni Ottanta agli anni Dieci, non è un’impresa esclusivamente storiografica, ancorché pure di lavoro storiografico si senta un gran bisogno; si tratta, innanzitutto, di un’analisi genealogica, volta quindi a individuare i nodi centrali nel presente, a riarmare il pensiero di fronte all’attualità, a costruire fondamenta solide per ipotizzare le tendenze. Inoltre, è evidente che la scansione dei decenni sia fittizia: i processi appartengono alla lunga durata, vengono da prima e vanno oltre, non sono racchiudibili esclusivamente nelle convenzioni del calendario. Questa scansione ci aiuta comunque a focalizzare meglio l’analisi, che cercherà di cogliere l’eterogenea pienezza politica del tempo kairotico e non il vuoto e omogeneo susseguirsi cronologico dei fatti. Infine, va precisato l’aggettivo «smarriti»: sono perlopiù perduti, rimossi o frettolosamente finiti fuori dai nostri radar, perché rappresentano, simbolicamente e concretamente, l’«inverno del nostro scontento», conseguente al fallito assalto al cielo.

Dunque, è proprio dentro questo gelido inverno che dobbiamo scavare. Gli Ottanta, infatti, sono gli anni della controrivoluzione capitalistica, da intendersi – seguendo Paolo Virno – come una rivoluzione al contrario, una risposta trasformatrice all’insorgenza dei due decenni precedenti. È l’innovazione che si mangia la rivoluzione, è il nuovismo che rimuove la possibilità della rottura. Sul piano internazionale la cifra simbolica della controrivoluzione è data dall’affermazione del reaganismo e del thatcherismo, dall’idea di immutabilità del mondo («there is no alternative»), dall’ascesa del neoliberalismo come – suggerisce Étienne Balibar – «rivoluzione preventiva», politica e antropologica, non solo economica.

A questa risignificazione capitalistica della rivoluzione fa da contraltare la diffusione delle rivolte, dai riot delle periferie londinesi ai tumulti di Los Angeles dell’inizio degli anni Novanta, segnate profondamente dalla linea del colore e in cui il territorio urbano diventa lo spazio di contesa. Rivolta o rivoluzione, fuoco tumultuario o rottura strutturale: è ancora possibile immaginare un rapporto in questo binomio, o i due termini si scindono irrimediabilmente? Ecco un grande tema che restituisce tutta la pregnanza dell’attraversamento genealogico dei decenni per afferrare il presente e reimmaginare la prospettiva.

Sono, gli Ottanta e i Novanta, i decenni del post – postfordismo, postindustriale, postmoderno, postcoloniale. Un post che continua a prolungarsi in modo indefinito, una transizione irrisolta osservata insistendo più sull’esaltazione delle discontinuità che sulla capacità di definire i nuovi assetti di produzione, di comando, di potere, costringendoci perciò a interrogarci da capo. Qui dentro troviamo infatti una molteplicità di differenti processi, esperienze e concetti da ripercorrere criticamente, solo per citarne alcuni: il pensiero debole e le retoriche sulla «fine della storia», i «sentimenti dell’aldiqua» e le ideologie del «nulla sarà più come prima», la precarizzazione delle vite e il lavoro autonomo di seconda generazione, la cognitivizzazione del lavoro e la centralità della riproduzione, il divenire metropoli del territorio e le proposte di un progetto locale, l’industrializzazione di arte e cultura e il matrimonio tra finanza e gallerie, il silenziamento del femminismo e la femminilizzazione del lavoro, l’incantesimo della rete e la riformulazione della questione meridionale, la nuova stagione delle riviste e le contraddizioni dei centri sociali. Sono questi anche i decenni della crisi dell’avanguardia, altro grande nodo da affrontare nella sua complessità prospettica: politica, culturale, artistica, e da coniugare con la fagocitante affermazione del presentismo.

Quali sono le coordinate spaziali in cui dipanare questa intricata matassa? L’angolo prospettico non può che essere globale, perché sono questi i decenni in cui, per rispondere e frammentare l’internazionalismo delle lotte dell’intero secolo, il capitale si è fatto compiutamente mondo. È questa la fase del compiersi della globalizzazione capitalistica, dell’unificazione del mercato mondiale, del capitalismo-mondo. Al contempo, le differenti analisi avranno come punto di intensificazione il contesto italiano, a partire dall’anomalia sovversiva che, tra i Sessanta e i Settanta, l’ha configurato come un laboratorio politico.

I vari interventi della riunione si sono concentrati principalmente sui decenni Ottanta e Novanta, che saranno i focus della prima parte del progetto e la base di due festival, a Roma e a Bologna, nella primavera del 2023. Nell’ottica di una ricomposizione delle reti del pensiero critico, bisogno di cui si avverte in modo forte l’urgenza, è stato proposto che i festival siano organizzati non solo da DeriveApprodi e da «Machina», ma dalle differenti riviste e percorsi di ricerca teorico-politica disponibili a partecipare. Questo progetto potrebbe così diventare un prototipo, ossia un luogo comune in cui le differenze possano confrontarsi e svilupparsi in forma cooperativa.

Nella seconda metà del 2023 la ricerca si svilupperà sui due decenni successivi, gli anni Zero e Dieci. Già alcuni nodi periodizzanti sono stati individuati: il paradigma di impero e il movimento no global, la new economy e la finanziarizzazione, l’affermazione dei cosiddetti «populismi» e la crisi della rappresentanza, ovvero la crisi delle forme della politica, dei corpi intermedi, della dialettica tra destra e sinistra. E soprattutto, lo spartiacque decisivo: la crisi permanente, cominciata nel 2007-8, sviluppatasi in forme differenti e i cui effetti sono tutt’altro che conclusi.

In questa cornice condivisa, ogni sezione della rivista presenterà, entro la fine dell’anno, un programma di massima su come sviluppare il progetto, ad esempio confrontandosi con libri e testi di riferimento, con concetti e categorie, con temi ed esperienze. Tutti insieme tenteremo di analizzare i limiti, gli inciampi, le illusioni e i fallimenti del pensiero critico e delle nostre pratiche politiche, al pari delle felici intuizioni e dei faticosi avanzamenti. Cercheremo dunque di disegnare, collettivamente e in forma molteplice, una vera e propria cartografia, un mosaico collettivo che potrà avere anche uno sbocco editoriale, con un libro o almanacco per ogni decennio.

Questo report non pretende di esaurire la ricchezza delle questioni affrontate o almeno nominate, né tantomeno la complessa densità dei decenni. Vari elementi restano fuori, altri andranno meglio precisati. È, più semplicemente, il punto di partenza di un percorso ambizioso, aperto alle tante espressioni dell’intelligenza collettiva e alla ricerca dei sotterranei e caotici cunicoli in cui la vecchia talpa non ha smesso di scavare.



Immagine: Particolare della copertina del volume «Nil mors est ad nos», di Silvia Abbruzzese, Mudima, Milano 2014.


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