Passati irredenti, silenzi ingombranti
- Claudia Donato
- 13 mar
- Tempo di lettura: 2 min
Sentimental Value di Joachim Trier

«2001» è la sezione di Machina dedicata al cinema: pezzi brevi e suggestivi, letture che mettono in luce aspetti politicamente rilevanti. Non a caso il titolo: un omaggio a Kubrick e allo stesso tempo il numero di caratteri che ciascun articolo deve rispettare: 2001 esatti, spazi inclusi, né più né meno.
Nella settimana che precede gli Oscar, pubblichiamo delle riflessioni dedicate ai film in concorso.
Oggi Claudia Donato ci parla di Sentimental value, regia di Joachim Trier.
Abbiamo già pubblicato: Gigi Roggero su L'agente segreto; Andrea Rinaldi su I peccatori; Antonio Alia su Marty Supreme; Andrea Inglese su Bugonia.
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Con Sentimental Value, Joachim Trier firma un film che sembra parlare di famiglia ma in realtà interroga, con una certa crudeltà, il bisogno di trasformare il dolore in narrazione. Non è un melodramma, nè un esercizio di stile: è piuttosto un dispositivo spietato che smonta l’idea che il trauma, se raccontato bene, diventi automaticamente senso.
Trier – a dirla tutta dilungandosi un po' troppo – non spettacolarizza le ferite, le lascia lì, scomposte, spesso irritanti. I personaggi non sono eroi della resilienza, ma individui che si aggrappano alla memoria come a una merce di scambio: io ti do il mio passato, tu riconosci il mio valore. È qui che il titolo diventa quasi sarcastico. Il «valore sentimentale» non nobilita nulla; al contrario, espone quanto sia fragile l’operazione di attribuire prezzo emotivo a ciò che non sappiamo elaborare.
Il regista sembra suggerire che l’arte – il cinema stesso – non è una terapia gratuita. Può essere un atto di appropriazione, persino di tradimento. Raccontare qualcuno può significare anche piegarlo ad un diverso punto di vista. In questo scarto si avverte una tensione sottile: la memoria come campo di potere, la famiglia come primo luogo in cui si impara a negoziare identità e silenzi.
C’è poi la casa, vero epicentro simbolico del film: non semplice scenario, ma archivio vivente. Le pareti non custodiscono solo ricordi, ma versioni contrastanti degli stessi eventi. Trier la filma come uno spazio stratificato, soffocante, dove ogni stanza è deposito di aspettative e di rancori ereditati.
In definitiva, Sentimental Value disturba più per quello che rifiuta di fare che per ciò che mostra. Rifiuta l’estetica del trauma e la redenzione come automatismo narrativo; lascia trapassare pochi attimi di vulnerabilità, ma molto incisivi. E ci consegna un dubbio poco rassicurante: forse non tutto ciò che ci ha ferito deve diventare racconto. Forse, a volte, il silenzio ha più dignità della rappresentazione ed il passato non si redime. Si sedimenta.
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Claudia Donato vive a Bologna e si è laureata in Giurisprudenza. Lavora al Dipartimento delle Arti dell'Università di Bologna come funzionaria amministrativa. È appassionata di sport, cinema e scrittura.





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