La Morte non mostra pietà in America
- Andrea Rinaldi
- 3 ore fa
- Tempo di lettura: 2 min
I peccatori di Ryan Coogler

«2001» è la nuova sezione di Machina dedicata al cinema: pezzi brevi e suggestivi, letture che mettono in luce aspetti politicamente rilevanti. Non a caso il titolo: un omaggio a Kubrick e allo stesso tempo il numero di caratteri che ciascun articolo deve rispettare: 2001 esatti, spazi inclusi, né più né meno.
Oggi Andrea Rinaldi ci parla de I peccatori, regia di Ryan Coogler.
***
Il reverendo Gary Davis cantava che la Morte non mostra pietà nel suo paese. Cantava degli Usa del profondo Sud, dove suo padre era stato ucciso da uno sceriffo per strada. La storia de «i Peccatori» è ambientata pochi anni dopo, sempre nel Sud, in Mississipi, dove la pena per le ambizioni dei neri era sempre a base di piombo. In questo film però la morte non arriva con una colt in mano a uno sbirro ma con la minaccia cangiante e incontenibile di alcuni vampiri. I protagonisti, i fratelli gemelli Smoke e Stack, sono dei sopravvissuti, ex soldati delle trincee francesi, che ora cercano un pacifico riscatto sociale costruendo un luogo di ritrovo per la loro comunità. Lo zio bigotto dei fratelli, un reverendo timorato e remissivo, avverte il figlio bluesman Sammie che se continua a danzare con il diavolo, il diavolo poi lo seguirà. E lui effettivamente arriva. Il sangue e i massacri sembrano essere la punizione per i coraggiosi sogni dei fratelli, che tentavano di «essere liberi solo per qualche ora». I vampiri però sono entità ambigue: festeggiano, cantano e ballano, dimentichi delle follie del razzismo e della loro vecchia vita. Sono parte di una strana utopia diabolica, collettivista e orizzontale: loro non uccidono effettivamente, ma nel sangue fanno rinascere le persone in questa nuova forma imponente e amorale. Come nella canzone di Charley Patton la morte arriva poi di mattina, con il sole che brilla e con le vesti meno mostruose ma più brutali dei razzisti bianchi del Klan, vere e propria malignità incarnate del mondo reale. Sono qui per riportare l’ordine, punire i gemelli per le loro spropositate ambizioni, ricordare ai neri qual è il loro posto nel paese della libertà e della segregazione.
In questo mix tra un horror di Romero, e un gangster politico alla Scorsese, la musica blues, la musica degli oppressi e del riscatto, ci accompagna in un mondo così intrinsecamente spietato e violento da non riuscire a capire se i vampiri siano dei mostri o dei liberatori.
***
Andrea Rinaldi si è laureato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna con una tesi sul pensiero di Mario Tronti nei «Quaderni rossi» e in «classe operaia». Fa parte della redazione di «Commonware» e collabora con «Machina».






Commenti