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La lotta di classe non muore mai

Una battaglia dopo l'altra di Paul Thomas Anderson



«2001» è la sezione di Machina dedicata al cinema: pezzi brevi e suggestivi, letture che mettono in luce aspetti politicamente rilevanti. Non a caso il titolo: un omaggio a Kubrick e allo stesso tempo il numero di caratteri che ciascun articolo deve rispettare: 2001 esatti, spazi inclusi, né più né meno.

Nella settimana che precede gli Oscar, pubblichiamo delle riflessioni dedicate ai film in concorso.

Oggi Andrea Inglese ci parla di Bugonia, regia di Yorgos Lanthimos.

Abbiamo già pubblicato: Gigi Roggero su L'agente segreto; Andrea Rinaldi su I peccatori; Antonio Alia su Marty Supreme; Claudia Donato su Sentimental Value.


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Una nuova generazione pronta a lottare si sta affacciando. È questo il messaggio, forte, che Una battaglia dopo l’altra ci consegna.

Nonostante il momento storico – tra squadracce militari nei quartieri, intreccio tra suprematismo bianco e turbocapitalismo al potere, senso di disillusione diffuso – nuove soggettività portatrici di comportamenti inediti – che mutatis mutandis abbiamo visto anche nelle piazze italiane nei mesi scorsi – indicano nuove possibilità. È lì che oggi bisogna guardare per capire come sfidare il mostro del tecno-capitalismo razziale.

L’autunno ha offerto diverse rappresentazioni politiche della guerra civile in corso negli Stati Uniti: oltre a questo film, Eddington e Bugonia forniscono altre due immagini del conflitto. Tre opere differenti che traducono il Caos Usa che attraversa l’immaginario americano. Se i film di Aster e Lanthimos hanno una maggiore capacità di inquadrare sociologicamente determinati soggetti, Una battaglia dopo l’altra, pur restando un film più diretto, riesce a centrare meglio il nodo politico. I protagonisti di B. ed E. sono il prodotto dell’impoverimento dell’America rurale, del conflitto tra interessi finanziari e comunità: gli hillbilly che hanno animato la stagione del populismo, ricca di potenzialità ma ormai politicamente persa, organizzata da Trump attorno al rancore – anche se la partita resta aperta.

Nel film di Anderson Chase Infinity incarna invece una questione dal sapore benjaminiano: i figli come «classe vendicatrice», chiamati a portare a termine l’operazione in nome di una generazione di sconfitti, i genitori, ormai spaesati e incapaci di comprendere un mondo che cambia (DiCaprio straordinario nel restituire questo smarrimento).

Il film ribalta così il senso di sconfitta implicito nel libro di Pynchon, offrendo quasi una risposta moderna al postmoderno: c’è ancora spazio per la lotta di classe.

Anche nelle fasi più difficili non bisogna credere che tutto sia finito. Ci sarà sempre una battaglia dopo l’altra.


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Giuseppe Molinari è direttore della rivista Machina, per cui cura, insieme a Salvatore Cominu, la sezione «transuenze». PhD in economia all'Università di Modena e Reggio Emilia, dove ha svolto una ricerca sugli effetti dell'Intelligenza Artificiale sul lavoro. Per DeriveApprodi ha curato, insieme a Loris Narda, Frammenti sulle macchine (2020).

 

 

 

 

 

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