Meglio la fine dell’umanità che la fine del capitalismo
- Andrea Inglese
- 1 giorno fa
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Bugonia di Yorgos Lanthimos

«2001» è la sezione di Machina dedicata al cinema: pezzi brevi e suggestivi, letture che mettono in luce aspetti politicamente rilevanti. Non a caso il titolo: un omaggio a Kubrick e allo stesso tempo il numero di caratteri che ciascun articolo deve rispettare: 2001 esatti, spazi inclusi, né più né meno.
Nella settimana che precede gli Oscar, pubblichiamo delle riflessioni dedicate ai film in concorso.
Oggi Andrea Inglese ci parla di Bugonia, regia di Yorgos Lanthimos.
Abbiamo già pubblicato: la riflessione di Gigi Roggero su L'agente segreto; quella di Andrea Rinaldi su I peccatori; quella di Antonio Alia su Marty Supreme.
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Nella nostra prolifica industria culturale, e quindi cinematografica, il bidone è sempre in agguato, nonostante lo sfavillio permanente del marketing promozionale. Ma alcuni film possono suscitare un interesse non in quanto opere riuscite, ma perché funzionano come sintomi esemplari di un’anchilosi dell’immaginario occidentale. È il caso di Bugonia (2025), remake di un film sud-coreano del 2003, ma realizzazione ben radicata a occidente: regista europeo (il greco Yorgos Lanthimos), sceneggiatore statunitense, produttori statunitensi e sudcoreani. Tutto nel trailer e persino nei primi quindici forse venti minuti effettivi di film è straordinariamente promettente: Lanthimos è un regista non allineato al cinema più corrente, almeno nelle intenzioni formali; i due attori principali (Emma Jones e Jesse Plemons) sono eccellenti e il soggetto è prepotentemente contemporaneo. Due proletari bianchi dell'America rurale – uno devastato dalle situazioni sociali in cui è cresciuto e l’altro affetto da disabilità cognitiva – rapiscono un dirigente donna di un colosso farmaceutico, spinti da deliranti teorie complottiste. Due reietti maschi a confronto con l’incarnazione al femminile della riuscita, del potere e della razionalità capitalistica, ma in una condizione momentanea di rovesciamento dei rapporti di forza. È l’odio di classe che si esprime, come deformato e travestito dall’allucinazione del complotto. Ma l'immaginario occidentale non ce la fa: nel seguito abbondano le solite “succulente” scene di tortura e il finale è assurdamente catastrofico e fantascientifico. Dopo aver evocato il conflitto di classe, per altro vissuto in maniera alienata dai due “loosers”, lo scioglimento della vicenda lo rimuove allegramente: piuttosto che concepire la possibilità di un atto rivoluzionario, o anche solo di rivolta nichilista, è più facile immaginare la fine dell’umanità. Morale della favola: meglio la fine del mondo, che la fine del capitalismo. O detto altrimenti: la fine del capitalismo non può essere che la fine del mondo. Non avrai altra umanità che quella capitalistica. Amen.
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Andrea Inglese, originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. Tra i libri di poesia Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2022; Premio Ciampi 2011) e Il rumore è il messaggio (Diaforia, 2023 ; Premio Pagliarani 2024). Ha pubblicato due romanzi per Ponte alle Grazie: Parigi è un desiderio (2016; Premio Bridge 2017) e La vita adulta (2021). Per DeriveApprodi ha pubblicato: Storie di un secolo ulteriore (2024). È stato redattore di «Alfabeta2» e «GAMMM»; è tra i fondatori di «Nazione Indiana».





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