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La sinistra nella trappola della tecnica

Cao Fei, My future is not a dream 05, 2006
Cao Fei, My future is not a dream 05, 2006

I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere la potenza della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. Da questa tesi parte Lelio Demichelis per sviluppare una radicale critica della modernità tecnologica. Al centro della sua riflessione vi è il concetto di Tecno-archía, una forma di potere fondata sulla razionalità strumentale, sul calcolo e sull'automatismo, che tende a imporsi sulla politica, sulla democrazia e sulla stessa libertà umana. L'intelligenza artificiale rappresenta, in questo quadro, non una semplice innovazione, ma l'ultima forma di delega cognitiva alle macchine: il punto in cui il pensiero rischia di essere sostituito dall'esecuzione automatica. Se la tecnica non è un semplice strumento neutrale ma una forza capace di organizzare la società secondo le proprie logiche, occorre mettere in discussione l'episteme che governa l'intera civiltà contemporanea e pensare a restituire centralità al pensiero critico, all'autonomia e alla capacità di immaginare un futuro sottratto all'imperativo del calcolo e della macchina.


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I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere (cosa diversa dal non vedere, grave in sé) la potenza (la pluspotenza della sua volontà di potenza, ma anche il suo potere) della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. E da due secoli le sinistre si illudono che la tecnica sia fondamentale per la liberazione del proletariato – una ingenuità epistemica smentita ogni giorno dalla realtà (che però appunto non si vuole vedere) – e che lo sviluppo delle forze produttive porterà al socialismo/comunismo. O che trionferà il general intellect, quando invece, da tempo ma soprattutto oggi con l’IA siamo alla totale alienazione cognitiva dell’uomo e alla sua totale delega esistenziale/cognitiva alle macchine.


Non si tratta di odiare la tecnica – cosa impossibile, l’uomo non vivendo senza tecnica – o di sognare un nuovo luddismo digitale, ma di iniziare finalmente, da sinistra, a esercitare un doveroso pensiero critico e a costruire una doverosa Teoria critica della e sulla tecnica – oltre a ripristinare una altrettanto doverosa critica anti-capitalista/anti-neoliberale – aggiornando la Teoria critica della prima Scuola di Francoforte.  Una Teoria critica che riconoscafinalmente e in primo luogo – che le macchine moderne non sono le macchine singole di un tempo, ma sempre più convergono in una mega-macchina – e gli uomini con esse, quindi perdendone il controllo e il governo e la definizione politica dei fini. Un riconoscimento urgente e necessario quanto più cresce la sua pervasività (del sistema tecnico, molto più disciplinante/biopolitico/totalitario del capitalismo), sovraordinandosi sempre più a società, stato, democrazia e individuo. La tecnica (l’innovazione tecnologica) sempre imponendosi cioè come un dato di fatto ineluttabile e immodificabile e mai per scelta e decisione libera e democratica, producendo un gigantesco deficit tecnico di democrazia che però, ugualmente, non si vuole vedere. E l’IA non l’ha inventata il capitalismo, ma discende direttamente da quella che chiamiamo – sviluppandola da Weber e soprattutto dalla prima Scuola di Francoforte (Horkheimer, Marcuse) – razionalità strumentale/calcolante-industriale che è appunto del capitalismo ma che è nell’essenza anche o soprattutto della tecnica.

Perché dunque questo ostinarsi delle sinistre a non voler vedere anche il potere e la pluspotenza della tecnica? Perché continuare a credere che la tecnica sia liberante, intelligente, virtuosa, razionale quando non lo è più da tempo? Perché continuare a non voler vedere che se la tecnica cerca solo l’esattezza, l’efficienza, l’integrazione, l’automatismo, la standardizzazione/omologazione e l’accrescimento illimitato di sé attraverso lo sfruttamento di uomini e biosfera, allora non può che essere anti-umanistica, anti-democratica, irresponsabile verso le future generazioni? Perché non voler vedere che è la tecnica (e non solo il capitalismo, neppure nella sua ultima perversione, il neoliberalismo) – e proprio per gli elementi appena richiamati – ad avere ucciso/dissolto la classe operaia e la lotta di classe – ma poi anche la società, la democrazia, la libertà, l’idea stessa di socialismo, di liberazione e di emancipazione, di fine dell’alienazione? Ovvero, ragionare oggi di crisi della democrazia senza valutare gli effetti prodotti dalla tecnica sulla polis e sul demos, dalla sua episteme, dalla sua ontologia e teleologia significa non voler vederne la causa prima della crisi, ma solo gli effetti (sovranismi, populismi, tecno-fascismi, trumpismi, melonismi, merzismi, negazionismi, riarmi, draghismi…), che comunque (non dimentichiamolo) sono neoliberali, ma soprattutto funzionali all’accrescimento/riproducibilità con altri mezzi politici del sistema tecnico (oltre che capitalistico).


Perché – ancora – non voler vedere che il taylorismo (oggi diventato anche digitale - S. Bellucci) è la forma/norma perfetta con cui si realizza e si impone l’episteme/logos/razionalità strumentale/calcolante-industriale, cioè suddividere-frammentare-individualizzare come primo movimento, per poter poi meglio e più facilmente, cioè senza quasi resistenza, integrare-sussumere-totalizzare le parti suddivise – è il secondo movimento;  e perché non voler vedere che questo è il principio tecnico-politico di tutta la cosiddetta modernità? E ovviamente nessuna libertà e soggettività/autonomia e nessuna democrazia e socialità/solidarietà sono possibili se gli uomini e tutta la realtà è frammentata/scomposta e tutto e tutti sono ridotti a numeri, condizione necessaria per essere meglio calcolabili, meglio integrabili, pianificabili e controllabili. E a questo serve il Big Data – trasformarci in numeri per creare un mondo automatizzato e amministrato dalle macchine (che funzionano solo in base a numeri e calcoli), come temeva sempre la prima Scuola di Francoforte - ed è quella che chiamiamo digitalizzazione delle masse atomizzate/monadizzate, cioè tutti integrati singolarmente e isolatamente, ma massificati nel sistema tecnico.

Questo non voler vedere il potere e la pluspotenza della tecnica (e cioè non solo del capitalismo) è la trappola in cui sono caduti tutti i marxismi (rivoluzionari o riformisti che fossero). Una trappola epistemica e poi diventata ontologica/teleologica. Con le cosiddette sinistre di oggi che hanno accettato senza reagire, se non favorito, l’oligopolio/oligarchia delle tante Silicon Valley del mondo, pellegrinando gioiosamente verso di esse; come ieri hanno creduto che la rete (la tecnica) fosse libera e democratica in sé, o che grazie alle nuove tecnologie si sarebbe arrivati al lavoro cognitivo e immateriale, a lavorare meno e ad avere più tempo libero, quando tutto questo non poteva esserlo proprio per l’essenza/episteme della tecnica, che ha prodotto (non poteva non produrre) l’esatto contrario di quanto propagandisticamente promesso.  


Ma soprattutto, perché non voler capire/vedere che proprio l’organizzazione di fabbrica (quel taylorismo che è tecnica organizzativa razionale e calcolante e centralistica/autocratica, al di là di ogni illusione o parentesi di democrazia del lavoro, sempre parziale perché mai potendo decidere del capitale - Panzieri) - dove sempre vi è qualcuno che organizza, comanda e sorveglia, oggi un algoritmo, mentre gli altri devono solo eseguire il comando oggi digitale – è la causa vera dell’oppressione sociale e non la proprietà privata dei mezzi di produzione, come già aveva capito, con grande lucidità e chiarezza, la filosofa Simone Weil negli stessi anni in cui Lenin e Gramsci magnificavano invece il modello della fabbrica e il taylorismo?

Questioni che riprendiamo dopo la lettura della bella intervista di Giuseppe Molinari a Christian Marazzi, su Machina di qualche mese fa. Dove però – è il nostro punto di differenza – Marazzi immagina una «ricomposizione di classe a partire dalle infrastrutture digitali», che è qualcosa che ci sembra impossibile, sì che non si può usare (o partire da), per ricomporre la classe, la stessa razionalità (supra), la stessa infrastruttura (oggi digitale) che l’ha scomposta, frammentata, dispersa, individualizzata, diffusa. Ovvero, non si può immaginare un uso diverso della tecnica (ieri l’Urss e oggi la Cina lo dimostrano) usando quella stessa razionalità strumentale/calcolante-industriale capace di accrescere causa sui  (cioè a prescindere dall’uomo e dal demos) la propria infrastruttura. E se le macchine oggi apprendono da sole e anche gli sviluppatori non capiscono perché e come lo fanno, non basta cambiare gli sviluppatori (ancora Marazzi), se a monte non si rovescia questa sua epistemica razionalità irrazionale. Come non basta dire, come Anthropic, che ha allenato il suo Claude usando un insieme di tecniche sviluppate per allineare i sistemi di i.a. ai valori umani e renderli utili, innocui e onesti – troppo poco e troppo generico.

Negli ultimi decenni si era scritto molto di post-modernità, post-fordismo e di società post-industriale. In realtà, come scriviamo da molti anni, finalmente con molti altri, nessuna post-modernità e nessun post-fordismo-taylorismo, ma iper-modernità e iper-industrializzazione fordista/taylorista della vita intera dell’uomo e della società (la società intera è diventata una fabbrica, tutti siamo essenzialmente forza-lavoro). La nostra riflessione si spinge però ancora oltre e ridefinisce la modernità con il neologismo di Tecno-archía. Come nel titolo del nostro ultimo saggio, Tecno-archía, o la Nave dei Folli. La banalità digitale del male, pubblicato da DeriveApprodi nella Collana Labirinti.  


E se la critica alla modernità non è ovviamente cosa nuova, radicalmente nuovo è dire che è diventata un potere archico. E cercare di riconoscerlo come tale, per deporlo come deve essere contro tutti i poteri archici. E con Tecno-archía intendiamo sì la combinazione di rivoluzione scientifica e industriale; di Bacone e Cartesio e Taylor; di capitalismo e tecnologie; di colonialismo e imperialismo; di complesso militare-industriale-scientifico; di oligarchie e di élite; di ingiustizia e disuguaglianza; di società repressiva. Ma intendiamo soprattutto la razionalità strumentale/calcolante-industriale occidentale, l’episteme della modernità diventata ormai globale - quella razionalità/episteme archica che governa il mondo dagli inizi della modernità e che ha prodotto l’eclisse della ragione illuministica e umanistica. La Tecno-archía  è quindi il potere archico non di singoli uomini – come monarchia o oligarchia – ma di un sistema di pensiero fatto solo di numeri, calcolo e calcolabilità/razionalità strumentale e industriale.

Certo, il pensiero è anche calcolo, ma non può essere solo calcolo – e ancora Simone Weil, scriveva:  «con il calcolo ci si trova ad avere risolto un problema per una sorta di magia, senza che lo spirito abbia messo in relazione i dati e la soluzione». E oggi calcolano le macchine, noi prendiamo il risultato come esatto, ritenendolo vero e giusto (mentre esatto non sempre è anche giusto), ancora meno mettendo in relazione i dati con la soluzione. E mentre l’uomo calcola credendo di essere intelligente, in realtà obbedisce a schemi generali di adattamento per assecondare i quali deve usare tutta la sua prontezza di riflessi, anzi (secondo Max Horkheimer) la ragione si identifica addirittura con questa facoltà, cioè «la ragione è diventata irrazionale e stupida». E la vita moderna, «sviluppa fino alla perfezione la capacità umana di ubbidire a ogni sorta di segnale e di soddisfare i bisogni immediati a spese della capacità di fare scelte di lungo periodo. Qui sta una delle radici principali della tipica struttura caratteriale moderna» – noi diciamo della Tecno-archía: dominante ma soprattutto egemone e che è prima (ex ante; a priori) del capitalismo e del sistema tecnico, predeterminandoli. Per cui è illusorio pensare (se ancora lo si pensa…) di uscire dal capitalismo se non si esce anche dall’episteme archica della tecnica.


Una Tecno-archía quindi – riassumendo – in conflitto ontologico, teleologico - epistemico:

  • con la libertà dell’uomo – e soprattutto con la sua libertà cognitiva espropriata dalle macchine e ora dall’intelligenza artificiale (ultima forma di taylorismo) - ricordando che quanto più si è integrati in qualcosa che non si controlla, come appunto i sistemi tecnici/infrastrutture digitali, meno si è liberi; e che la tecnica odia l’imprevedibilità, l’errore umano, i tempi morti, l’eccentricità, la creatività e l’immaginazione – proprio ciò che invece rende libero un uomo. 

  • con la democrazia - sì che se la tecnica obbedisce a leggi proprie, allora sta producendo (causa sui) la morte della democrazia. Perché democrazia significa libertà di scelta, e se non c’è questa libertà anche sull’innovazione tecnica allora non si è neppure solo in un deficit di democrazia, ma in un sistema archico.

  • con la biosfera, come la crisi ambientale dimostra oltre ogni dubbio.


Un neologismo dunque – Tecno-archía – che nasce analizzando l’episteme (il sapere certo, che si impone come verità) della modernità; e quindi la sua ontologia e teleologia: e per ontologia intendendo l’uomo come deve essere-vivere-pensare per essere funzionale al sistema tecnico, stabilendo per lui i criteri, le forme e le norme della sua esistenza (molto più dispositive e disciplinanti di una legge); e per teleologia, le finalità da perseguire per garantirne l’accrescimento incessante secondo l’imperativo del sempre di più, rifiutando ogni limite e ogni responsabilità.

Se dunque la modernità è diventata un potere archico – come cerchiamo di dimostrare nel libro – allora dalla Tecno-archía del numero e del calcolo si deve uscire, in nome della libertà, della democrazia, della biosfera, della responsabilità; ma questo è possibile solo prima riconoscendolo come archico e insieme attivando un pensiero anti-archico/an-archico (ma in un senso tutto diverso dall’anarchismo classico) e cioè demo-cratico, umanistico ed ecologico. Cioè attraverso un pensiero destituente che deponga, rottamandola definitivamente perché nichilista ed ecocida, la Tecno-archía, ma che sia insieme un pensiero istituente che generi demo-crazia e auto-nomia (e non più eteronomia tecnica e capitalistica), basandosi su un sapere aude! umano e non macchinico. Come fece il demos dell’antica Grecia quando, prendendo consapevolezza del proprio potere, depose l’oligarchia.


Un pensiero istituente an-archico e quindi davvero demo-cratico (Di Cesare), posto che la democrazia (è la sua bellezza) non ha e non deve avere un’arché, cioè un fondamento chiuso e assoluto (come ieri il Dio della Creazione o le Tavole della Legge, come poi il calcolo con la modernità) - ma principi e valori sì - costruendosi su se stessa e con se stessa (è crazia e non archía).

Per questo serve – è la tesi filosofica del libro – una rivoluzione epistemica, da sinistra. Serve tornare a pensare e immaginare da sinistra – invece di solo calcolare e delegare alle macchine. Una rivoluzione «con nessun altro obiettivo che il bene della libertà» – come scriveva Hannah Arendt a proposito della rivoluzione ungherese del 1956; ma a cui oggi va aggiunto il bene della Terra/biosfera.

Una tesi radicale, definire la modernitàche molte cose buone ha fatto – come un potere archico? Sì, certo. Ma come altrimenti deporre (se non riconoscendola) la radicalità archica della rivoluzione permanente imposta (a prescindere da uomo e biosfera) dalla tecnica – e dal capitale?


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Lelio Demichelis è sociologo della tecnica e del capitalismo, ha insegnato al Dipartimento di economia dell’Università degli Studi dell’Insubria. Tra gli ultimi saggi pubblicati: La religione tecno-capitalista (2015), La grande alienazione (2018), La società-fabbrica (2023). Collabora a «doppiozero.com», «naufraghi.ch», «centroriformastato.it», «agendadigitale.eu».

Per DeriveApprodi ha scritto Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male (2025).

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