top of page

Tocqueville a Capitol Hill


Sean Scully's Ghost Gun, 2016
Sean Scully's Ghost Gun, 2016

Chi ha letto Alexis de Tocqueville sa che democrazia e libertà non sono sinonimi, anzi che la prima rischia di fagocitare la seconda. Tale ragionamento vale anche oggi, per analizzare il fenomeno Donald Trump: la torsione autoritaria, infatti, non è una deviazione dal solco democratico, ma una possibilità inscritta nel suo pieno sviluppo, come osserva Gigi Roggero. Se il Leviatano non può più garantire sicurezza, può almeno promettere impunità nello stato di natura e permettere di sfogare il rancore accumulato nell'impoverimento. In questa prospettiva, il trumpismo appare come fase suprema del democraticismo. Rileggendo le tesi di Impero, formulate da Michael Hardt e Toni Negri a partire da Polibio e dalla sua analisi delle forme costituzionali, Roggero suggerisce che la democrazia, divenuta potere totalizzante, abbia inglobato e rideterminato le tre figure classiche delle forme di governo: abbiamo così oggi una democrazia monarchica (l'America di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin), una democrazia oligarchica (la Cina di Xi Jinping) e una democrazia tecnocratica (l’Unione Europea).

Per questo, oggi più che mai, serve l'arte politica: solo un’immaginazione capace di spezzare il conformismo democratico può sottrarci al suo Leviatano.


***

Chi cerca nella libertà altro che essa stessa è fatto per servire. A. de Tocqueville

 

Libertà e democrazia, democrazia e libertà. Ecco i due totem che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, hanno assunto la forza di un pregiudizio. Nessuno oggi, dallo scranno di un parlamento o dal ben più influente salotto di un talk show, si sognerebbe di dire: sono contro la libertà e contro la democrazia. Della prima ce ne siamo già occupati altrove, e lì rimandiamo (Per la critica della libertà, DeriveApprodi 2023). Della seconda ce ne occupiamo di continuo, e dobbiamo continuare a farlo.

Intanto, dicendo che i due termini pregiudiziali non solo non sono sinonimi, ma possono addirittura essere in contrapposizione tra di loro. Chi ha letto il capolavoro di sociologia politica di Alexis de Tocqueville La democrazia in America lo sa bene, chi ne ha quantomeno sentito parlare dovrebbe intuirlo. L’arguto aristocratico francese, osservando il suo pieno sviluppo nelle terre politicamente vergini d’oltreoceano, avverte con grande lungimiranza che la democrazia rischia di fagocitare la libertà. Riprendendo l’illuminante introduzione di Umberto Coldagelli ai suoi Scritti, note e discorsi politici (Bollati Boringhieri 1994), possiamo sostenere che vi è «un sostanziale dualismo tra la democrazia e la libertà». Da qui emerge «la figura dell’homo democraticus, una specie umana del tutto nuova, indifferente alle passioni politiche, bisognosa di sicurezza, attaccata alla proprietà e animata soltanto dal gusto delle “jouissances materielles” procurate dalle attività, talvolta avventurose, del commercio e dell’industria». Perciò la dolce tirannia della maggioranza democratica è, negli incubi del grande pensatore e militante liberale, ben più pericolosa della brutale dittatura dei pochi.


Fermiamoci per un istante e facciamo deflagrare queste considerazioni alte nella bassezza del presente. «Il popolo ci ha votati e noi governiamo», ovvero «la maggioranza è con noi e quindi abbiamo ragione»: questo è il ritornello quotidiano delle destre al potere. Le sinistre reagiscono, difendendo la democrazia rappresentativa a loro avviso oltraggiata, ricordando il ruolo del parlamento, richiamando al rispetto dell’opposizione. Da un lato una concezione strettamente particolaristica, dall’altro una concezione astrattamente universalistica: entrambe ci portano fuori strada. Il fatto che questo «popolo» su cui il governo poggia il legittimo esercizio del suo potere sia numericamente una minoranza risicata, e sempre più lo sarà con la crescita strutturale dell’astensionismo, è certo un controargomento, però non è quello decisivo. Il punto centrale è, invece, la questione della maggioranza. Il popolo è ridotto a sommatoria numerica di monadi, chiamate periodicamente a esprimersi con il voto. Non importa da chi sia composto questo popolo e se formi o meno un corpo collettivo, perché sulle schede i soggetti spariscono e diventano croci da contare. Svuotata di ogni soggettività, la maggioranza è ridotta a forma disincarnata dell’interesse generale.


Approfondendo questa rilettura tocquevilliana, ci pare chiaro come la torsione autoritaria del presente non sia una deviazione dal solco della democrazia, bensì al contrario una possibilità contenuta nel suo pieno sviluppo. D’altro canto, dovrebbe essere una verità storicamente nota che fascismo e nazismo sono arrivati al potere per via democratica, con il tanto celebrato consenso delle maggioranze. E dovrebbe essere una verità facilmente verificabile che le maggioranze odierne, se ne avessero l’opportunità, approverebbero le cose più nefaste, ad esempio le esecuzioni sommarie dei nemici che via via vengono indicati dall’opinione pubblica. Chi avesse qualche dubbio, può farsi un veloce giretto nella democrazia dei social network, dei bar di paese e degli autobus urbani. Insomma, l’idea che la maggioranza abbia ragione è un pregiudizio falso ed estremamente pericoloso.

Se vogliamo capire qualcosa di Trump, ascoltiamo ancora Coldagelli: «Gli individui, ora posti [formalmente] gli uni accanto agli altri, e non più sopra o sotto, sentono la permanente distanza tra ricchezza e povertà come “accidentale”, mentre [materialmente] l’estraneità tra il padrone e il servo tende ad approfondirsi irrimediabilmente». Il magnate americano è dunque l’esempio più recente e terribile di quel demagogo a cui tende per natura il conformismo democratico. È la maschera del padrone in cui pensa di potersi immedesimare il servo. Per alcuni è il sogno di rinnovata grandezza che eliminerà l’«accidente» che ha colpito l’America e di cui potrà tornare a beneficiare. Altri, forse la maggioranza, certamente quelli dell’Elegia americana, al grande sogno ci hanno ormai rinunciato: a loro basta il piccolo sogno di diventare Ice e sfogare il rancore accumulato nelle proprie vite di impoverimento. Se il Leviatano non può più garantire sicurezza, almeno garantisca loro l’impunità nello stato di natura. Insomma, il trumpismo fase suprema del democraticismo, verrebbe da dire.

 


Democrazia monarchica, oligarchica, tecnocratica

Al giro di boa del millennio Toni Negri e Michael Hardt ipotizzarono, nel loro Impero, una piramide a tre livelli attraverso cui si componeva la costituzione globale: al vertice il super potere americano, sotto un gruppo di Stati-nazione che regolano gli scambi internazionali, alla base un complesso eterogeneo di associazioni che dispiegano un potere culturale. Riprendendo l’analisi di Polibio sull’impero romano, sostenevano quindi che il nuovo impero era «costituito – mutatis mutandis – da un equilibrio funzionale tra queste tre forme di potere: l’unità monarchica del potere con il suo monopolio globale della forza; le articolazioni dell’aristocrazia attraverso le multinazionali e gli Stati-nazione; la rappresentanza democratica «dei comitia compresa negli Stati-nazioni, nelle Ong, nei media e negli altri organismi “popolari”». Nella sua lotta contro l’impero, secondo gli autori, la moltitudine esprimeva un contropotere democratico, nella sua forma spinoziana assoluta.

Non è questo il luogo e probabilmente neppure il momento per discutere un’ipotesi di grande importanza, che ha avuto l’indiscutibile capacità di diventare punto di riferimento del dibattito globale e di fornire strumenti teorici e politici ai movimenti internazionali. La questione che ci pare ora rilevante è se la democrazia possa essere il terreno centrale di contesa politica, ovvero se possa essere concretamente e non solo teoricamente risignificato. Se ci riferiamo a un mero utilizzo tattico e strumentale, lasciamo la questione aperta alle legittime esigenze contingenti. Se invece intendiamo per politica la possibilità di incidere e trasformare i rapporti di forza materiali, ne dubitiamo fortemente. Quello di democrazia è infatti un concetto che, nel suo essere vuoto, risulta storicamente saturo. In quanto oggetto esposto a una continua risignificazione formale, è impermeabile a una risignificazione sostanziale. Perché nella sua sostanza è quello che già Tocqueville aveva intravisto, cioè il dispositivo di spoliticizzazione par excellence, modellato sul processo di uniformizzazione e livellamento verso il basso dell’individuo-massa.


Muoviamo un passo oltre e – si parva licet – proviamo a riformulare almeno in via provvisoria l’ipotesi di Negri e Hardt, partendo da un presupposto: la democrazia, nella sua costituzione totalitaria, ha sussunto e rideterminato sul piano globale i poteri parziali. Esiste una democrazia monarchica – ben rappresentata dalla tirannide putiniana e da «King Trump». Esiste una democrazia oligarchica – basti pensare alla «democrazia con caratteristiche cinesi» di cui parla Xi Jinping. Esiste una democrazia tecnocratica – nella sua versione debole europea (on è un caso che, nel decennio passato, laddove si è esercitato il potere della troika siano fiorite le reazioni mal definite «populiste», dall’Italia alla Francia all’Ungheria).

Eccoci qui, nella tempesta immobile di un presente in cui non paiono più possibili né la fantascienza né la comicità. No, non per assenza del diritto di parola – di parole al contrario ce ne sono fin troppe e quasi tutte inutili. È semplicemente perché la realtà anticipata da Dick e dal cyberpunk è diventata noiosa cronaca, mentre le avanguardie artistiche del cabaret sono state fagocitate da tiranni da avanspettaccolo.

 


L’arte contro la scienza

Nel suo discorso all’Accademia delle scienze morali e politiche del 1852, all’indomani del colpo di Stato di Luigi Bonaparte, Tocqueville riflette a voce alta:


Vi sono nella politica due parti che non si devono confondere, l’una fissa e l’altra mobile. La prima, fondata sulla natura stessa dell’uomo, dei suoi interessi, delle sue facoltà, dei suoi bisogni rivelati dalla filosofia e dalla storia, dei suoi istinti che cambiano oggetto a seconda dei tempi, senza cambiare natura, e che sono altrettanto immortali che la sua razza; la prima, dicevo, insegna quali sono le leggi più appropriate alla condizione generale e permanente dell’umanità. Tutto questo è la scienza. E poi vi è una politica pratica e militante che lotta contro le difficoltà di ogni giorno, varia secondo il variare degli accidenti, provvede ai bisogni passeggeri del momento e si aiuta con le passioni effimere dei contemporanei. È l’arte del governo. L’arte differisce certamente dalla scienza, la pratica si discosta dalla teoria, non lo nego affatto; anzi mi spingerò oltre, se si vuole, e farò la concessione di ammettere che secondo me, eccellere nell’una non è una ragione per riuscire nell’altra. […] In effetti, l’arte di scrivere suggerisce, a quanti l’hanno praticata a lungo, abitudini mentali poco favorevoli alla conduzione degli affari. Li asserve alla logica delle idee, mentre la folla non obbedisce che a quella delle passioni. Dà loro il gusto del fine, del delicato, dell’ingegnoso, dell’originale, mentre ciò che muove il mondo sono grossolani luoghi comuni.

Nel testamento del militante aristocratico sconfitto, del vinto che scrive la storia, troviamo altre pietre preziose. I marxisti che, nei nostri paraggi, ripetono con stupido orgoglio «Marx aveva ragione», non si rendono conto che in quella ragione sta il suo grande limite politico. È la ragione di una tendenza oggettiva sulla forza soggettiva di sovvertirla, è la ragione della scienza dell’economia contro l’arte della politica. È la ragione di Marx contro Lenin, è la vendetta del Capitale sul Che fare?. Ed è la ragione della massificazione democratica contro l’individualità rivoluzionaria. È la ragione che ci porta a Trump, il grottesco monarca democratico in cui si ricompone l’immaginario primordiale degli individui-massa. Make American Democracy Great Again. Eccoci qui, caro vecchio Alexis.


Chi voglia trasformare un mondo che basta guardare per odiarlo, deve trovare le strade concrete per dare torto a Marx e a Tocqueville. A quest’altezza serve, con urgenza, nuova immaginazione: nuova immaginazione di concetti e ipotesi, nuova immaginazione di pratiche possibili, nuova immaginazione istituzionale. Serve più arte che scienza, o un’arte contro la scienza, perché il Leviatano democratico non ha più bisogno di ergersi contro di noi come uno spaventoso mostro marino: si è infatti soavemente appropriato del nostro spirito.


***


Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti.

Commenti


bottom of page