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L’uguaglianza per la destra contemporanea

Belkis Ayón Manso, Untitled, 1996
Belkis Ayón Manso, Untitled, 1996

Dalla «Statua dell’Uguaglianza» inaugurata da Narendra Modi agli appelli per un «livellamento dall’alto» da parte dei dirigenti conservatori del Regno Unito, l’uguaglianza per la destra contemporanea si rivela più un dispositivo politico che un ideale universale. Rivendicando la lotta contro «le molte forme di ineguaglianza» o la protezione di una «omogeneità nazionale», i populisti hanno ridefinito l’uguaglianza per meglio poter tracciare le linee di separazione tra chi infrange e chi preserva l’unità del popolo.

In questo articolo Darrin M. McMahon anticipa alcuni dei temi del suo Uguaglianza. Storia di un'idea sfuggente, in uscita il 24 aprile per DeriveApprodi.


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Quando il Primo Ministro indiano Narendra Modi si è recato nella banlieue di Hyderabad nel 2022 per compiere un puja (un rituale di devozione) e inaugurare un complesso religioso in onore del guru Ramanuja, che visse nell’undicesimo secolo, ha reso omaggio a ben più di un santo indù venerato. Ha reso contemporaneamente omaggio all’uguaglianza. Entrambi gli elementi trovano spazio nell’effigie di Ramanuja, una gigantesca statua del filosofo seduto, chiamata la Statua dell’Uguaglianza.

Con un’altezza di 66 metri, quest’ultima è destinata a onorare l’egualitarismo professato dal bramino Ramanuja. Come indicato dal comunicato stampa del governo che annunciava la visita di Modi, il santo «ha promosso l’idea di uguaglianza in tutti gli aspetti della vita, comprese la fede e la castità».

Ci si può chiedere se un santo dell’undicesimo secolo fu davvero un difensore dell’uguaglianza. Ma, più precisamente, perché Modi, un populista di destra, dovrebbe cercare di essere associato all’egualitarismo? Dopo tutto, ci viene detto che «la sola cosa che unisce tutte le varianti ideologiche della destra» nel mondo d’oggi è la resistenza collettiva all’uguaglianza. Se è vero che la Costituzione indiana sancisce i diritti alla parità di opportunità e alla parità di protezione davanti la legge, il pellegrinaggio di Modi non aveva come obiettivo quello di onorare i principi costituzionali. Segnalava piuttosto un più ampio flirt della destra con l’uguaglianza, di stretta attualità, anche se questa evoca una dimenticanza del passato. Nel complesso, questo engagement ci ricorda che a oggi l’uguaglianza non è quel valore benevolo e progressista che i suoi difensori sostengono spesso che sia.

Modi non è il solo tra i nazional-populisti del mondo a professare il proprio legame con l’uguaglianza. Questo concetto, e la critica dell’ineguaglianza che lo accompagna, vanno attualmente di moda nei settori più influenti della destra. Patrick Deneen, teorico politico dell’Università Notre-Dame e attuale beniamino della nuova destra americana, ad esempio denuncia le «diseguaglianze massicce» negli Stati Uniti attuali, mentre invoca un «cambio di regime» con uno di fattura post-liberale con cui dare maggiore stabilità al progetto che lui descrive come «uguaglianza materiale relativa».

Alla stessa maniera in Germania, l’Alternative für Deutschland (AfD) è riuscita a «politicizzare le diseguaglianze sociali» sfruttando il risentimento contro la precarietà e i cambiamenti economici, canalizzando la collera contro le disparità regionali. Rigettando il «neoliberalismo», l’AfD privilegia invece la variante tedesca dell’ordoliberismo, che punta a moderare la concorrenza sul mercato attraverso una componente sociale. «Noi non puntiamo a una economia di mercato libera sul modello manchesteriano-britannico del Diciannovesimo secolo» osserva Peter Boehringer, deputato senior (anziano) dell’AfD e vicepresidente del partito. «Le imprese devono produrre benefici affinchè le economie possano prosperare e ci sia abbastanza denaro per aiutare i poveri- questa è la pietra angolare dell’economia di mercato libera e sociale».

Anche la culla del libero mercato di stampo manchesteriano, il Regno Unito, si è mostrata ricettiva a questo tipo di discorsi. Mentre i conservatori uninazionali (one-nation) hanno sempre criticato, come ad esempio Benjamin Disraeli, la necessità della solidarietà sociale per «migliorare la condizione del popolo» e «colmare il divario tra ricchi e poveri», gli attuali dirigenti conservatori hanno preferito parlare del «livellamento dall’alto». Questa espressione è stata usata nel manifesto del Partito Conservatore del 2019, che si impegnava a «livellare dall’alto tutte le regioni del Regno Unito, rinforzando al contempo i legami che li uniscono». Subito dopo il Covid, Boris Johnson ha promesso di lavorare «due volte più duramente» per lottare contro le diseguaglianze e correggere gli squilibri del paese.

I critici hanno respinto questa proposta come retorica senza senso, considerando il «livellamento dall’alto» come «uno slogan alla ricerca di una politica» o come una serie di mezze misure destinate principalmente a sviare l’attenzione e fare buona figura. Con il senno di poi, questa valutazione sembra pertinente. Pertanto, la stessa retorica è stata più importante dei risultati raggiunti, perché è servita a mettere nel mirino gli avversari e compattare gli amici. In materia di populismo, questo elemento è spesso quello essenziale. Come un fischietto per cani che serve a riunire persone che condividono le stesse idee ed escludere quelle che non le condividono, il discorso sull’uguaglianza spesso diventa un’arma di mobilitazione e di ricompensa di una specifica parte.

 

Si pensi che la statua dell’uguaglianza in India ospita un tempio indù in onore del proprio santo. Per il Primo Ministro Modi, il cui partito al potere, il BJP, prende frequentemente di mira la popolazione musulmana che è minoritaria nel paese e che conta circa 200 milioni di persone, tutto questo è più che opportuno. Nel Regno Unito, i critici hanno notato che i principali fondi destinati all’iniziativa di livellamento dall’alto sono stati destinati in maniera sproporzionata alle circoscrizioni conservatrici, a discapito di quelle labouriste. E negli Stati Uniti, le critiche come quelle di Deenen, che attirano l’attenzione sulla situazione disastrosa delle diseguaglianze economiche del paese, tendono a sottolineare inevitabilmente il destino della classe operaia bianca, mantenendosi abbondantemente in silenzio su quella delle comunità nere e delle altre minoranze razziali. In tutti questi casi, i discorsi sul livellamento e sull’uguaglianza si inscrivono in un contesto di ostilità contro i migranti, gli oppositori politici e (coloro che non sono considerati sufficientemente parte della nazione) coloro i quali sono esclusi dal consesso nazionale, riaffermando inoltre il messaggio secondo il quale alcuni sono più uguali di altri.

Si tratta, infatti, di una strategia collaudata dalla destra, che ha affinato il proprio discorso sull’uguaglianza negli anni Venti e Trenta del Novecento. Carl Schmitt, teorico politico tedesco definitosi «giurista della corona» dei nazisti, ne ha fornito il modello più preciso. Critico di quello che considerava il falso universalismo delle democrazie liberali, che invocavano l’uguaglianza di tutti gli esseri umani e proclamavano il loro sostegno ai diritti umani universali, Schmitt obiettava che «ogni democrazia reale si fonda sul principio che non solo gli uguali sono uguali, ma che gli ineguali non possono essere trattati in maniera uguale». In modo incisivo, egli ha mostrato fino a quale punto questo fosse vero per i regimi liberali della propria epoca. Dai soggetti imperiali della Francia e della Gran Bretagna ai neri e ai nativi americani, egli trovò numerosi esempi per evidenziare il fatto che «l’ineguaglianza fa sempre parte dell’uguaglianza». Ciò che le democrazie liberali rifiutavano per loro stesse, Schmitt e i suoi partigiani lo rivendicavano apertamente. L’uguaglianza effettiva (reale), affermavano, necessitava di «una sostanza», di un luogo comune, oltre che di una storia, una cultura, una religione o una razza condivisa, capace di produrre una «omogeneità nazionale» reale e di opporre l’uguaglianza del Volk a quella degli inferiori. Giacché «l’uguaglianza trae il suo contenuto e il suo senso dalla corrispettiva possibilità dell’ineguaglianza», diventava necessario distinguere tra le due forme. Secondo la visione agghiacciante di Schmitt, il nazionalsocialismo ebbe il «coraggio» di andare esattamente in quella direzione, trattando «gli ineguali in maniera ineguale e imponendo le differenziazioni necessarie».

Schmitt non è che il più celebre di una serie di pensatori di destra che hanno abbracciato ciò che chiamavano «l’uguaglianza reale» nella prima metà del Ventesimo secolo. Le loro riflessioni sono state largamente ignorate, ma, allo stesso tempo, meritano di essere ricordate oggi, non foss’altro che sono state rimesse all’ordine del giorno. I nazional-populisti attuali denunciano ugualmente l’incapacità dei partiti tradizionali nel frenare le crescenti diseguaglianze e di proteggere in modo adeguato i cittadini autoctoni. Prendono di mira le comunità di immigrati e le minoranze «altre» sia dal punto di vista razziale che da quello religioso, che accusano di volerli rimpiazzare. E deridono anche chi difende i diritti delle minoranze, accusandoli di minare l’unità del popolo attraverso una tolleranza eccessiva nei confronti della diversità e delle differenze. Quando la destra si appella all’uguaglianza, lo fa portando avanti la propria idea di uguaglianza.

 

Se, sotto questo aspetto, i populisti contemporanei fanno eco alle voci del passato, cionondimeno riflettono anche il momento presente. Nel corso del Ventesimo secolo, è possibile evidenziare la progressiva «mondializzazione dell’uguaglianza» come aspirazione ideale. Come affermò in modo memorabile il filosofo e giurista Ronald Dworkin negli anni Ottanta, la riflessione politica più avanzata aveva raggiunto una sorta di «piano» egualitario a partire dal quale dovevano essere svolte tutte le discussioni. Questa dichiarazione era certamente prematura, ma rendeva perfettamente conto della modalità con cui i dibattiti politici moderni erano stati largamente costretti a confrontarsi con le rivendicazioni egualitarie. Si possono anche ascoltare delle voci a destra, come quella di Marine Le Pen in Francia, che usano la carta del genere per invocare l’uguaglianza dei diritti delle donne. Mentre suo padre, Jean-Marie, fondatore e dirigente di lunga data del Front National, parlava apertamente della subordinazione delle donne e ammetteva con chiarezza «l’ineguaglianza delle razze», lei è rimasta più prudente, sventolando la bandiera dell’uguaglianza a difesa della nazione, come una sorta di Giovanna D’Arco contemporanea. Jordan Bardella, dal canto suo, descrive «l’uguaglianza tra uomini e donne, la libertà di vestirsi come si vuole, il diritto fondamentale di disporre del proprio corpo (come uno) dei principi non negoziabili». Su questo punto i detrattori vedono però un grande spazio di negoziazione.

Certamente, non tutte le personalità della destra si affannano a rivendicare l’uguaglianza. Nigel Farage, con i suoi appelli generali a «sopprimere tutte le iniziative in materia di diversità, di uguaglianza e di inclusione (DE&I)», che bolla con gli epiteti di «wokismo» e di «assurdità», ha promesso di revocare la legge sull’uguaglianza britannica del 2010 e di mettere in discussione le unioni civili se il suo partito Reform Uk arriverà al potere. Nelle mani della destra, così, il concetto di uguaglianza si fonda inevitabilmente su delle comparazioni offensive con le culture – in Europa principalmente quelle musulmane – accusate di essere retrograde, antifemministe e antieuropee. Lo stesso vale per l’omosessualità, con molti dirigenti di estrema destra – da Alice Weidel, componente dell’AfD sposata con una donna al leader olandese Geert Wilders – che lodano il sostegno europeo a diritti degli omosessuali (di genere) e al matrimonio tra persone dello stesso sesso come un segno della propria superiorità culturale.

I dirigenti di estrema destra utilizzano anche le questioni del genere e della sessualità per fare pinkwashing dei loro stessi pregiudizi, presentando sempre l’uguaglianza come un valore culturale che appartiene all’Europa. Come affermano i Democratici svedesi di estrema destra nel loro programma politico, «non cederemo mai all’islamismo o a tutte le altre forme di estremismo, perché la Svezia è una terra di democrazia e uguaglianza». Gli osservatori che riflettono sulle difficoltà di conciliare uguaglianza e differenza nella Svezia di oggi notano a volte che la parola che indica in svedese il concetto di uguaglianza (jämlikhet) appartiene allo stesso insieme semantico del concetto di identità o similitudine (likhet). In realtà, questo legame può essere esteso a diverse lingue, compreso l’inglese, come si può evincere nel primo dizionario americano di Webster, pubblicato nel 1806, che definiva l’uguaglianza semplicemente come «similitudine». Questo elemento sottolinea un punto che le recenti rivendicazioni di uguaglianza da parte della destra hanno messo in evidenza: l’uguaglianza può essere utilizzata per costruire legami tra le persone, ma allo stesso tempo può essere un’arma per separarle.


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Darrin M. McMahon, tra i più importanti storici americani, è docente al Darmouth College. Tra i suoi molti lavori, è stato tradotto in italiano Storia della felicità (Garzanti, 2007), premiato come libro dell’anno da «The New York Times», «The Washington Post», «Library Journal» e «Slate Magazine». Per DeriveApprodi ha pubblicato: Uguaglianza. Storia di un'idea sfuggente (2026).


Per approfondire:



1 commento


Zap Ruddy
Zap Ruddy
22 apr

Another key factor contributing to the complexity of geometry vibes is its level design. Each level is meticulously crafted to challenge the player's reflexes and timing. While the first few levels may feel simple, later stages introduce moving platforms, rotating obstacles, and shifting gravity that force players to think on their feet.


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