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La fase Milei in Argentina tra regressione, repressione e resistenza


Milei
Immagine: Marcha de mujeres de familiares de detenidos desaparecidos

Nei mesi scorsi la sezione «mundi» ha già ospitato le riflessioni di Maurizio Lazzarato e Andrea Fagioli sul fenomeno Milei e sul laboratorio argentino. L'articolo che pubblichiamo oggi di Susana Roitman approfondisce l'analisi rispondendo a tre domande: com'è arrivato al potere Javier Milei? In che modo le frazioni di capitale che sostengono il progetto cercano di avanzare rapidamente nella riconfigurazione del paese a loro favore? Qual è la resistenza a quest’attacco senza precedenti?

La traduzione è a cura di Elisabetta Della Corte.


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Nella vertigine degli eventi argentini, in un contesto internazionale che comprime anche il tempo, l'immersione nel presente non consente la distanza necessaria per comprendere ciò che sta succedendo a livello politico, economico, sociale. In poco tempo, gli argentini iscritti al pensiero critico, hanno elaborato letture abbastanza disparate su quanto è accaduto negli ultimi mesi: la crisi accelera anche le divergenze narrative. Proveremo qui a dipanare il filo di alcune questioni rilevanti.

Ci riferiamo a un tempo breve, quattro o cinque mesi, che, è chiaro, non si può comprendere senza la storia precedente. Ma proprio la velocità sorprendente delle trasformazioni imposte da Milei genera l’impensabile ed esige un'analisi a caldo su ciò che succede, per non sbagliare le tattiche e le strategie.

In un breve lasso di tempo si è scatenato uno tsunami, con l’arrivo alla presidenza di un outsider di estrema destra, Javier Milei. Dal suo insediamento il 10 dicembre, il nuovo Presidente ha lanciato uno «shock» di trasformazioni radicali, mirando a due obiettivi: un’ulteriore apertura al capitale globale a caccia di risorse in un paese che ne è ricco (con la conseguente distruzione della natura) e l'ipersfruttamento dei lavoratori e dei settori poveri. Per rafforzare questi due obiettivi è stato disegnato un insieme di norme che attaccano il salario, la cultura, la salute, l’educazione, le donne, i bambini, i vecchi, la terra, l'aria, le risorse idriche. Allo stesso tempo è emersa anche una resistenza immediata che ha scosso l'inerzia degli ultimi anni di un movimento sociale divenuto passivo. Dagli anni ’70 del secolo scorso abbiamo assistito a questo deterioramento permanente, che l’onda progressista latinoamericana del XXI secolo si è limitata a contenere con una modesta redistribuzione, senza un grande successo. Il fallimento progressista ha aperto la strada al progetto mileista, il più predatore di tutti gli sforzi di subordinazione al capitale globale e al blocco dominante locale.

Molte domande possono essere formulate su questo processo in corso. Ne suggeriamo tre e cercheremo delle risposte provvisorie.


Come è arrivato alla presidenza un personaggio come Javier Milei?

I programmi di televisioni internazionali – di notizie, di satira, comici – hanno fatto conoscere le eccentricità dell'attuale presidente. Parla con il suo cane morto, insulta e attacca tutti e tutte, ruggisce e urla, aggredisce, gesticola. Si è discusso della sua condizione psichica. È uno squilibrato o sta recitando?

Non interessa qui spiegare questo problema. Invece, importa evidenziare che in quel luogo lo hanno spinto gli amministratori delegati più importanti del paese, come ad esempio Eurnekian (che gestisce gli aeroporti, l’industria petrolifera, le televisioni), Rocca (proprietario di imprese siderurgiche e petrolifere), Galperin (l'uomo più ricco del paese, fondatore di un Amazon latinoamericano chiamato «Mercado Libre»). Come risaputo, con un maneggio efficiente delle risorse sociali, una presenza permanente nei media e l'aiuto dei magnati è abbastanza facile installare nell'agenda politica un istrionico/pazzo come Milei. Ciò che sembra più sorprendente è che i voti a suo favore siano aumentati in tre turni elettorali nel 2023 – da un 30% fino al 56% nel ballottaggio finale tra i due candidati Milei e il peronista Massa.

Una buona parte dei militanti peronisti, visti i risultati elettorali, ha interpretato il voto per Milei come il frutto di un'idiozia collettiva e si sono indignati con i votanti ritenuti suicidari. Questa, però, è una semplificazione poiché conduce alla fuga o a nessuna capacità di autocritica.

Dopo la vittoria di Milei, diverse e accurate riflessioni, come quelle di Semán e Natanson, cercano di spiegare il sentimento di questa scelta elettorale che attraversa classi, generi e territori. Qui, diremo solo che c'è un certo consenso in un nucleo duro e minoritario di elettori che condivide una visione ultraneoliberale, sessista, di estrema destra, mentre la maggioranza proviene da altri affluenti con il comune denominatore della rabbia e della stanchezza alimentata, per lo più, da questi motivi: la situazione economica (inflazione, povertà, salari sempre al ribasso), l'insicurezza quotidiana (violenza per strada, feriti, furti in casa, narcotraffico in aumento, femminicidi, crimini), uno Stato che non risolve problemi ma che piuttosto li crea. Il governo precedente, infatti, esponente del progressismo light latinoamericano è stato divorato da liti interne, discorsi contraddittori, pratiche di microcontrollo e corruzione, rimozione degli ostacoli all'avanzata estrattivista e alla povertà. La risposta alla grave situazione argentina del movimento sociale istituzionalizzato è stata marcatamente passiva, cooptata e istituzionalizzata a fronte del deterioramento delle condizioni di vita, perché la scusa era sempre la stessa: se ci mobilitiamo favoriamo le destre.

A partire da questo scenario, la cavalcata al potere del nuovo Presidente è stata sostenuta da un certo ordine del discorso. Tutte le sofferenze della popolazione, ad esempio, vengono sintetizzate nella parola «casta», che Milei astutamente ha reso di moda e che comprende i politici tradizionali, i capi di qualsiasi dipartimento pubblico o privato, i leader sindacali o i movimenti sociali. Più in generale, chiunque nel discorso farneticante di Milei viene rappresentato come un «oppressore», che impedisce la «libertà», la «crescita» o l’«esercizio del merito». L’ampiezza e l’imprecisione del concetto di casta, d'altronde, consente di includere qualsiasi individuo o gruppo sociale percepito come antagonista. Tra chi ha votato Milei c'era un nucleo giovane e precario, senza orizzonte e ignorato, che si proietta e s’identifica con un personaggio la cui storia di vita comprende abusi, violenze familiari e sociali. Un nucleo che si è allargato attraverso numerose vie. Il giornalista Fernando Rosso, per spiegare il fenomeno, ha intitolato un suo articolo «La vendetta di Laclau». Laclau è stato un politologo argentino, residente in Inghilterra, molto popolare tra gli intellettuali peronisti-progressisti. I suoi contributi teorici hanno incoraggiato la costruzione di un immaginario populista di centrosinistra, non classista e consensualista, basato su una concezione di sinistra del populismo, rappresentato da catene di equivalenze che articolano le richieste corporative intorno a «significanti vuoti» come popolo, democrazia o giustizia sociale, che danno un senso di comunità.

Ebbene, in questi termini si può spiegare la svolta neoliberista delle rappresentazioni sociali: i significanti vuoti casta e libertà articolano le richieste dei settori precari, della classe media, dei lavoratori – totalmente o relativamente impoveriti – di piccoli e medi imprenditori e produttori agricoli subordinati alle grandi catene del valore. Con astuzia, i grandi insaziabili gruppi imprenditoriali sfuggono, invece, all’etichetta della casta: si presentano come portavoce delle virtù del mercato e dell'antipolitica.

Difficile trovare un «soggetto», una base sociale definita, di sostegno al mileismo: è disperso e disorganizzato, opera soprattutto attraverso i social network. La pandemia ha lasciato il segno dell’esaurimento materiale e simbolico in questo universo diversificato che ha optato per il «cambiamento», senza considerare in cosa consistesse. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, alimentando la rabbia e l’indignazione contro il vecchio governo Fernandez, c’è stata durante la pandemia quando, grazie a una fuga di notizie, abbiamo saputo che nella residenza presidenziale si era tenuta una festa per il compleanno della moglie del Presidente, mentre il popolo era confinato in condizioni di isolamento coatto e senza poter lavorare.

Se dobbiamo trovare un punto comune nella vaghezza, è l’idea che se uno Stato non ha la capacità di risolvere i problemi, è meglio «rimpicciolirsi» per fare spazio a un mercato che si adatti alla situazione con la sua mano invisibile.  Niente di nuovo sotto il sole. La novità è la sua espansione in Argentina, con la sua tradizione statalista legata al peronismo. Nella fase Milei, la promessa elettorale è stata un aggiustamento per la casta e non per la «brava gente», anche se è stato reso esplicito che tutti dovevamo soffrire per risolvere il disastro macroeconomico prodotto dalla casta, diagnosticato come una sorta di eterna «festa dissipativa», dove si spende più di quanto si ha a disposizione. Il simbolo dell'attacco contro la casta spettrale è una motosega che concentra il desiderio di cambiamento radicale, indipendentemente dal contenuto.

Quello che è omesso nel discorso di Milei, ovviamente, riguarda gli straordinari profitti di un pugno di gruppi multinazionali, del debito illegale, illegittimo ed evaso, della distruzione ambientale e del massiccio impoverimento. D'altro canto, questa soggettivazione neoliberista non poteva essere contrastata dalla pedagogia dell’azione collettiva o della riflessione critica, poiché questa aveva già perso potere dopo la crisi e la ribellione del 2001-2002, quando fu cooptata, disciplinata e istituzionalizzata.

Ci troviamo però, adesso, dinanzi ad un'innumerevole quantità di insurrezioni isolate o più o meno articolate che nascono dal basso, germi delle prime resistenze che delineeremo più avanti. Va detto che sono molti i casi in cui un elettore mileista è un attivo promotore di lotte contro l’estrattivismo o la burocrazia sindacale; elemento che rende difficile incasellare la ribellione.

Allo stesso modo, per comprendere la massa del voto mileista durante il ballottaggio, dobbiamo considerare che il peronismo ha fallito nella sua promessa distributiva. Il 56% ottenuto da Milei è stato quasi la somma matematica delle scelte di questa nuova soggettività milieista e delle destre tradizionali, capeggiate da Macri. Nel primo e nel secondo turno elettorale Milei ha raggiunto il 30% e Bulrich, candidata di Macri, un 24%.

La sotto-questione, che rimane aperta, è: perché la rabbia sociale non si è spostata a sinistra nella disputa elettorale? Dobbiamo approfondire la «cottura», a volte lenta, a volte accelerata, di una soggettivazione individualistica che non proviene solo dalle potenze o dalle reti dei media, ma che è incoraggiata da politiche pubbliche timide e imposte dall’alto, che concedono potere economico ma si lamentano delle richieste (il debito con il FMI, ad esempio, è riconosciuto come illegittimo, ma viene pagato senza discutere). A questo bisogna aggiungere la riuscita operazione di identificazione della sinistra con il malcostume statale, l’eterna divisione della sinistra trotskista parlamentare (fenomeno argentino), la sua difficoltà a immergersi nei pori del tessuto sociale e l’estinzione degli autonomismi che sono fioriti nel 2001-2002. Nel complesso, assistiamo all’espressione alle urne di una «maggioranza» instabile, che, a causa della sua grandezza quantitativa, non ha una base permanente, tanto meno la chiave della storia.


In che modo le frazioni di capitale che sostengono il progetto cercano di avanzare rapidamente nella riconfigurazione del paese a loro favore, senza concessioni?

La prima cosa è stata siglare un accordo con l’ex presidente Mauricio Macri per garantire la governabilità, un sostegno territoriale e legislativo e squadre tecniche. Se si tentasse di delimitare un margine per il vago concetto di casta, Mauricio Macri non verrebbe in nessun caso escluso. Questo patto, con discussioni, pettegolezzi, andirivieni impossibili da dettagliare, ha reso fattibile un allineamento un po’ più stabile di quasi tutte le frazioni del capitale in quella «rifondazione» che deve essere letta come un saccheggio spietato.

Tre strumenti rendono operativa la proposta.

a) il protocollo antipicchettaggio che consente la repressione e la criminalizzazione delle proteste senza mediazione.

b) una megasvalutazione del 120% che ha fatto scattare l’inflazione al 26% a dicembre, al 25% in gennaio, quasi senza compensazione salariale: pura e semplice liquefazione del reddito popolare a favore del capitale. Excursus: è stato il ministro dell’Economia, Luis Caputo, mago della finanza – trader professionista e dipendente di Black Rock – a caricare il Paese, nel 2018, del debito di 45 miliardi di dollari con il FMI, soldi che sono stati in parte trafugati e per il resto spesi al vento. Il Fondo stesso ne ha riconosciuto l'illegittimità. Il debito cresce inarrestabile e le denunce circostanziate per le truffe cadono nel vuoto.

c) un «decreto» di 366 articoli che: attacca i diritti dei lavoratori; consegna le ambite terre di confine con oro e litio alla voracità del capitale non regolamentato; lascia indifesa la protezione dei ghiacciai e consente semplicemente il disboscamento e l’incendio delle foreste; privatizza le aziende strategiche come il Banco Nación, la compagnia petrolifera, la compagnia aerea di bandiera; elimina gli enti che promuovono il teatro, il cinema, la musica e le biblioteche popolari; lascia gli affitti liberi al mercato in un paese con un grave deficit immobiliare; paralizza i lavori pubblici; fa crollare i contratti di migliaia di lavoratori statali; criminalizza la protesta; limita quasi completamente il diritto di sciopero tra centinaia di altre trasformazioni legali, con un enorme impatto sulla vita. Questo decreto è stato accompagnato da una legge «omnibus» dello stesso tenore, con l’aggiunta del potere legislativo al potere esecutivo, cioè alla «somma del potere pubblico». Ciò consentirebbe, ad esempio, che la mobilità dei pensionati venga decisa dal Presidente. I pensionati sono il bersaglio preferito degli attacchi perché la spesa sociale va in gran parte alla previdenza sociale, nonostante la maggioranza dei pensionati sia affamata.

Il gigantesco decreto e la legge sono stati redatti dagli avvocati degli studi legali dei grandi imprenditori per la candidata della destra «tradizionale», Patricia Bulrich, candidata dell'ex presidente Macri, che è stata poi nominata ministro della Sicurezza da Milei. Il decreto e la legge sono strumenti giuridici che prescrivono dalle questioni più generali a quelle più piccole, senza lasciare traccia del bene comune o dell'azione collettiva. È impossibile riassumere quanto siano ambiziosi e oscuri questi mostri. Al Congresso, dopo giornate di tensione e di forte repressione delle manifestazioni di protesta, la legge è stata approvata in generale e resta aperta la discussione sui singoli articoli.


Qual è la resistenza a quest’attacco senza precedenti?

Il peronismo sconfitto consiglia di attendere che i radicali cambiamenti introdotti da Milei facciano crescere il dissenso, per poi vincere alle prossime elezioni. Il progressismo, che mostrava i denti maccartisti, ha gridato allo scandalo quando ampi settori della sinistra o indipendenti si sono rapidamente auto-convocati per organizzarsi e affrontare la situazione.

Il 20 dicembre, 10 giorni dopo l’insediamento del governo e in commemorazione della ribellione del 2001, migliaia di lavoratori, settori culturali, ambientalisti, femministe, manifestanti e partiti di sinistra sono scesi in piazza, violando il protocollo anti-protesta recentemente sancito, chiedendo alla Confederazione Generale del Lavoro lo sciopero generale, che consciamente o inconsciamente è stato inteso come lo strumento più efficace per fermare l’attacco mileista. È stata una mossa intelligente perché ha messo radici in ogni angolo del paese, rivendicata da molti settori trasversali, anche non sindacalizzati. Allora non si conoscevano ancora i dettagli del «decreto» che il Presidente ha preferito sintetizzare solo nella notte di quello stesso giorno. Una volta conosciuti alcuni punti del fatidico strumento, si sono levati forti i colpi di pentole e padelle in segno di protesta. La domanda di aiuti sociali dei movimenti territoriali è stata ancora una volta centrale. Da allora, le azioni quotidiane, in cui il settore culturale ha svolto un ruolo molto attivo, hanno costretto i sindacati a indire il 24 gennaio lo sciopero e la mobilitazione al Congresso Nazionale. È impossibile elencare l’accumulo di assemblee di quartiere, sindacali, multisettoriali, di dibattiti di piazza che si sono fatti strada nella preparazione dello sciopero e della mobilitazione. E in quelle discussioni di piazza si delinea una lotta a lungo termine.

Le mobilitazioni del 24 gennaio si sono sentite in ogni angolo del paese. A Buenos Aires gigantesche, grandissime anche nelle città più importanti. La cosa forse più interessante da rilevare è che in ogni angolo del paese, anche nelle città più remote, si è svolta qualche azione di protesta: canzoni, battitura di pentole (cacerolazo), manifestazioni. Lo sciopero in quanto tale è stato importante ma non ha paralizzato tutto. Questo perché, con il discorso di facilitare la partecipazione alla mobilitazione, si è deciso di non bloccare i trasporti, rimasti in funzione fino alle ore 19, e questo, di fatto, ha reso più facile per le piccole e medie aziende costringere i propri dipendenti a lavorare. È anche vero che c'è ancora chi sostiene che all'esecutivo vada «dato tempo» e possibilità di «governance», anche se secondo i sondaggi il consenso a Milei sta crollando.

Questa precoce resistenza che ha reagito allo «shock» è il «principio di speranza», è la fiducia che ci costringe a non disperare.

Se gli strumenti mileisti sono palloncini di prova per vedere fino a che punto si può arrivare, la risposta richiede la radicalità per cambiare drasticamente rotta. Un possibile scenario a venire è che la soggettività del collettivo prosperi nella lotta e la spinga. Come è noto i momenti di crisi sono opportunità. La storia non è un meccanismo ad orologeria, è «in condizioni che non sono scelte», ma si fa. Le tattiche e le strategie possono essere progettate nel ventaglio del possibile per rovesciare lo scenario. La correlazione delle forze è un limite ma anche una costruzione. Tuttavia, viviamo tempi interessanti.

 

Bibliografía

E. Laclau, La razón populista, Fondo de Cultura Económica, Buenos Aires 2004.

J.Natanson, Milei es un deseo de shock ? «IADE», maggio 2023.

F. Rosso, Milei y la venganza de Laclau, «La Izquierda diario», gennaio 2024.

P. Semán, 11 tesis sobre Milei, «Revista anfibia», agosto 2023.


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Susana Roitmann è docente e ricercatrice presso l'Università Nazionale di Villa María (Cordoba-Argentina). È direttrice dell'Osservatorio sui conflitti lavorativi di Córdoba. Autrice del libro Il Tornio e la Molotov, sulle lotte operaie di Cordoba tra gli anni 60 e 70 del secolo scorso e di numerosi libri sull'accumulazione e sui modelli di lavoro. Tra i più recenti Accumulazione e lotta di classe; Dinamiche di accumulazione e conflitto. Il gruppo di ricerca con cui collabora produce rapporti periodici sulle lotte sindacali a Cordoba, con la particolarità che si tratta di ricercatori impegnati in queste lotte.



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