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Israele, Palestina e la Francia

Cinque nodi da sciogliere nel nome della Bellezza




Israele, Palestina e la Francia
Immagine: Roberto Gelini

Pubblichiamo la traduzione di un articolo di Houria Bouteldja originariamente scritto per «QG Décolonial». Esplicitamente collocato nella Francia di Macron, Mélenchon e delle forti tensioni sociali degli ultimi anni, il pezzo ha il pregio di restituisce la complessità storica del conflitto tra lo Stato di Israele e il popolo palestinese individuando e discutendo cinque nodi fondamentali: le responsabilità storiche nella nascita del conflitto e le politiche coloniali ancora oggi messe in campo dagli Stati occidentali; la critica all’identificazione tra sionismo ed ebraismo; l’illusione di un punto di vista unitario dei «dannati della terra»; il nodo che riguarda la politica interna francese.


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Che ne sarà di tutta questa bellezza?

James Baldwin


Denunciare e puntare il dito contro la violenza degli oppressi e dei colonizzati non è solo immorale, è anche razzista

Hamza Hamouchene, ricercatore militante algerino[1]


La sequenza di eventi che ha avuto inizio il 7 ottobre 2023, su iniziativa delle forze combattenti di un popolo schiacciato e condannato alla scomparsa, come i cosiddetti «indiani d'America» o gli aborigeni australiani e della Tasmania, è ciò che Badiou chiamerebbe un «evento». Era dall'11 settembre che la frase «c’è un prima e un dopo» non appariva così densa di significato. Il comodo status-quo del prima – in cui i palestinesi morivano lentamente all'ombra della normalizzazione non c'è più – e il dopo – di un popolo che si rifiuta di subire il destino dei popoli sterminati e che lo esprime nell'unica forma lasciatagli dai suoi carnefici – è pietrificante. Da allora, viviamo lunghi e tragici momenti di verità.

Ognuno di questi momenti mostra un nodo irrisolto.

In Occidente, e in Francia, da dove parlo, se vogliamo aggrapparci ancora e ancora alla speranza di fronte alla marea «rosso-bruna» che finirà per spazzarci via se non restiamo uniti, dobbiamo iniziare a sciogliere i nodi e ad affrontare la verità in tutta la sua nudità.

Riesco a vedere cinque nodi. Se ce ne sono altri, dovremo aggiungerli.



1. Il nodo ideologico o nodo di Salomone

Il giorno dopo gli attentati del 7 ottobre, centinaia, forse migliaia, di israeliani si sono precipitati negli aeroporti dello Stato ebraico. Sono fuggiti negli Stati Uniti, in Inghilterra, Francia, Germania, Polonia, Russia, Marocco... Tutti avevano un passaporto diverso. Quello del loro Paese d'origine. Il mito di un popolo senza terra crolla in una sola immagine. La menzogna, adesso ridotta in polvere, lascia il posto ai fatti: gli abitanti di Gaza non possono fuggire. Non hanno alcun passaporto da nessun Paese d'origine. Vivono, sopravvivono e muoiono nella loro terra ancestrale, che nel 1948 hanno rifiutato di condividere. Momento di verità.

Nella Bibbia degli Ebrei, il re Salomone deve decidere con saggezza su una disputa tra due donne che si contendono lo stesso bambino. Per stabilire la controversia, Salomone chiede una spada e ordina che il bambino venga tagliato in due. A ciascuna delle due donne sarebbe stata lasciata una parte del corpo. Una delle due donne accetta, l'altra rinuncia piuttosto che vedere il bambino morire. Salomone riconosce allora in lei la vera madre. Quella che si rifiuta di lasciar morire il figlio. È così che salva il bambino e che la verità viene a galla.

Quando nel 1948 fu proposta la spartizione della Palestina, i sionisti accettarono e i palestinesi rifiutarono. Momento di verità.

La creazione di un mito, la creazione di un nodo.

Eppure è la cancellazione di questa verità, il nodo, che fa prosperare Israele – ricordiamo che i palestinesi potevano essere ebrei, musulmani o cristiani allo stesso tempo e che erano definiti unicamente dai loro legami storici e sociali con la terra, ben lontani da qualsiasi nazionalismo di Stato – e da questo nodo si è formata l'identità nazionale israeliana a scapito delle identità ebraiche diasporiche e spesso internazionaliste.

Lo Stato imperialista francese, e le forze politiche di destra e di sinistra che lo hanno mantenuto in vita dopo la macelleria del 1945, è tra quelli che hanno spinto per tagliare il bambino. Per questo, è ora di porre fine alla farsa di chi si rifiuta di importare il conflitto sulle rive della Senna. È da vigliacchi e fa sentire meno responsabili: che gli ebrei e i musulmani di Francia e del resto del mondo importino il conflitto nei Paesi in cui vivono. Turbolenti, tribali, vengono a regolare i loro conti nel bel mezzo dell'innocente società bianca, la cui routine quotidiana viene sconvolta dalle azioni inopportune di due minoranze dagli istinti primitivi e arcaici. È falso. Il conflitto è nato per gli interessi delle potenze occidentali. Gli è appartenuto fin dall'inizio. Dobbiamo quindi tornare alla spartizione del bambino (e alla perdita dei bambini in generale), e da lì dobbiamo sciogliere consapevolmente il primo nodo.



2. Il nodo etico o nodo Zidane

Il 4 settembre 1997, Smadar, 14 anni, è stata uccisa in un attentato suicida in Israele. Sua madre, Nurit Peled Elhanan, figlia di un ex generale dell'esercito israeliano, era un'amica d'infanzia di Benjamin Netanyahu. Quando Netanyahu, già Primo Ministro, l'ha chiamata per porgerle le sue condoglianze, lei ha detto in lacrime: «Cosa hai fatto, Bibi? Hai ucciso mia figlia!».

Nessuno colonizza innocentemente. Tranne i bambini. E bambini nati in Israele sono morti dopo gli attacchi del 7 ottobre. Nessuno può uscire indenne da questo fatto, nemmeno la resistenza più legittima, che è il caso della resistenza palestinese. L'oppressione rende selvaggi. Così come ha reso selvaggia Dresda, il Sudafrica, l'Algeria e il Vietnam. Ma chi sono i veri colpevoli? Ce lo dice Nurit Peled. È Bibi. Anche gli abitanti di Gaza, con il loro rifiuto di «denunciare i Khkhamas», nonostante lo spargimento di sangue e la pulizia etnica in corso, ce lo stanno dicendo. È Bibi. Momento di verità.

Nessuno colonizza innocentemente. Tutti conoscono la formula di Césaire. Presuppone che il colonizzatore si esponga alla resistenza del popolo che opprime. Implica che la sua vita è in gioco finché dura l'oppressione. Implica che non è mai al sicuro finché dura l'espansione coloniale. Implica la responsabilità delle sue azioni, in altre parole la negazione del diritto all'esistenza del colonizzato. Quest'ultimo non può accettare e con lui il diritto internazionale, che gli riconosce il diritto alla resistenza «con ogni mezzo necessario». Quindi, se è vero che tutti i bambini sono innocenti senza eccezioni, i loro genitori sono responsabili per loro. Questo è ciò che Nurit Peled ha capito e che la rende una vera militante, non per la pace ma per la pace rivoluzionaria. Ma questa responsabilità non è solo degli israeliani. Ricade anche (soprattutto?) sui francesi, un popolo che instancabilmente fabbrica la propria innocenza insabbiando i nodi che lo riguardano. Ce ne sono molti, tra cui il nodo Zidane. I francesi amano Zidane. Tanto da farne il calciatore preferito di tutta la Francia, uno status che nessun'altra celebrità è riuscita a togliergli dal 1998. Ma Zidane è figlio di algerini. I suoi genitori nativi sono stati liberati e hanno riconquistato la loro dignità umana attraverso la lotta per l'indipendenza. Questa lotta ha assunto molte forme, dalle più pacifiche alle più violente, tra cui la lotta armata e gli attacchi terroristici, come l'attentato al Milk Bar. Come disse Fanon: «la colonizzazione è una violenza allo stato di natura e non può essere piegata che da una violenza maggiore». Ciò dimostra che i francesi amano un uomo che è diventato uomo grazie o a causa della lotta armata. Questo è un nodo. Non è il mio nodo, è il nodo di quei francesi che si rifiutano di riconoscere Dien Bien Phu come una loro vittoria e che sperano di continuare ad amare Zidane con impunità e innocenza, come il personaggio interpretato da Daniel Auteuil in Niente da nascondere di Haneke che vede il suo passato riaffiorare e assediarlo. Il nodo Zidane non mi appartiene. Appartiene ai francesi. Liberi, nel senso sartriano del termine, spetta a loro scioglierlo.



3. Il nodo del significante ebraico

Molti militanti del sionismo mediatico hanno espresso la loro costernazione per l'assenza di «goys», [non ebrei o «gentili» nelle parlate giudeo-italiane N.d.T.], ai raduni a sostegno di Israele, anche se l'attacco omicida del 7 ottobre ha ucciso quasi 1.400 israeliani, tra cui molti bambini. Erano presenti solo leader politici di destra e una parte della comunità ebraica schierata a favore del sionismo. Alla manifestazione «contro l'antisemitismo» del 12 novembre, la composizione sociale era la stessa, tranne che per un dettaglio: vi ha aderito tutta l'estrema destra antisemita. I cittadini «per origine», la classe media e bassa, erano massicciamente assenti. Perché? Perché non gli interessa. Momento di verità.

Per troppo tempo sono stati indifferenti al destino del mondo intero, inseriti come sono nella logica dello Stato razziale totale. Interessati al dominio imperialista, sono indifferenti alla «scomparsa» degli Altri nel senso gramsciano del termine. Il filosemitismo che caratterizza le classi superiori illuminate di destra e di sinistra (che tra l'altro se ne fregano degli ebrei) non li riguarda. La «scomparsa» degli ebrei in quanto ebrei o in quanto israeliani non impedisce loro di dormire o di andare ai saldi. E nemmeno il genocidio del Ruanda o la distruzione della Libia e dell'Iraq. È in questa categoria che troviamo una crescente permeabilità all'idea che «ce n'è solo per gli ebrei».

Per quanto riguarda gli altri, essi si dividono in due categorie:

- quelli di una sinistra (nel senso molto ampio del termine) non necessariamente antisionista ma più o meno anticolonialista: per la maggior parte, non nascondono il loro orientamento filo-israeliano in un momento in cui il leitmotiv di Israele come «unica democrazia in Medio Oriente» è uscito dalla finestra.

- Quelli che formano la base dell'estrema destra. Sono meno strategici dei quadri antisemiti (che non hanno alcun problema con il sionismo e indossano la loro maschera filosemita per conquistare il potere), ma non fingono. Hanno un forte odio per gli ebrei. Punto e basta. Va notato che le tombe ebraiche in un cimitero militare tedesco del 1914-18 nella regione dell'Oise sono state danneggiate dopo la manifestazione. Il calcio nel sedere di chi protesta contro la normalizzazione filosemita della Rassemblement National?


Il risultato è il seguente: gli ebrei hanno sempre meno amici, mentre l'antisemitismo storico declina nell'opinione generale. In parte a causa dell'equiparazione impropria degli ebrei al sionismo, in parte a causa dell'antisemitismo/filosemitismo strutturale degli Stati nazionali occidentali.

Per contro, i palestinesi hanno molti amici.

Nello stesso momento in cui l'immagine di Israele si è sgretolata nella coscienza pubblica, ci sono state in tutto il mondo molte manifestazioni a favore dei palestinesi, in molti Paesi del Nord e del Sud globale. C'è una chiara divisione tra il sentimento delle classi dirigenti occidentali e arabe e il sentimento delle persone in tutto il mondo. Le prime sostengono Israele, depositario dei loro interessi di grandi potenze o di collaboratori, mentre i secondi sostengono la Palestina, che riconoscono come società oppressa, indipendentemente dal livello di collaborazione esistente con i rispettivi Stati. In altre parole, il filosemitismo che gli apparati ideologici cercano di imporre alla coscienza dei popoli non porta a nulla e provoca indifferenza o ostilità nei confronti degli ebrei. Mentre la lotta del popolo palestinese continua ad alimentare il romanticismo rivoluzionario dei popoli in lotta.

È proprio all'incrocio di queste due idee – Israele che isola gli ebrei dall'umanità generica contro la Palestina che unisce i palestinesi all'umanità generica – che dobbiamo fermarci e trarre le conclusioni che seguono. Il sionismo separa, l'antisionismo unisce. Basta aprire gli occhi per rendersene conto: dal 7 ottobre, i media aspettano e sperano in una provocazione antisemita. Purtroppo per loro, non ci sono stati praticamente incidenti durante le manifestazioni, anche se le immagini da Gaza sono insopportabili e il bilancio delle vittime ha superato le 10.000 unità. Non si tratta di un esempio isolato. La situazione è internazionale. In tutto il mondo, da Montreal a Rabat, da Parigi a Chicago, da Londra a Istanbul, da Madrid a Bruxelles, milioni di persone hanno cantato il loro sostegno alla Palestina senza mai – o raramente – cedere all'odio antiebraico. La conclusione è chiara: più cresce l'antisionismo, più diminuisce la giudeofobia sia tra i «barbari» che tra i «bifolchi». Più cresce la politicizzazione, più si affievoliscono le tendenze reazionarie. In altre parole, più cresce l'idea degli Stati capitalisti come costruttori di sionismo e antisemitismo, più gli ebrei come comunità di destino vengono assolti agli occhi di coloro che soccombono all'amalgama. La sola equazione ebrei = sionisti o ebrei = israeliani è antisemita e pericolosa per la comunità ebraica. È antisemita di per sé perché essenzializza le diverse scelte politiche di una comunità, ma è antisemita per destinazione perché designa gli ebrei come responsabili degli effetti concreti del sionismo attraverso la sua incarnazione: lo Stato di Israele. Malgrado i fantasmi agitati, l'unico luogo in cui gli ebrei sono davvero al sicuro è nelle manifestazioni pro-palestinesi che si svolgono in tutto il mondo. Il pensiero politico che sta alla base del sostegno alla lotta palestinese è proprio quello che rompe la confusione. La forza unificante è la giustizia e la verità. Ne consegue che dobbiamo sciogliere questo nodo e liberare il significante «ebreo» dalle grinfie delle forze imperialiste e dei loro apparati. Ma questo non basta. Dobbiamo eliminare le nuove forme di sionismo di estrema sinistra che postulano un antisemitismo di sinistra e decoloniale. Questa ipotesi si basa su aria fritta. Non ci sono equivoci: l'antisemitismo è strutturale in Francia (come altre forme di razzismo) ed è in aumento. È un dato di fatto. C'è un grande ma. Questo antisemitismo ha due fonti e si sviluppa al di fuori degli spazi politicizzati della sinistra o del movimento decoloniale: quello dei non-bianchi non organizzati nel movimento pro-palestinese e influenzati dal falso truismo «ebreo = sionista», che il sistematico indebolimento della solidarietà con la Palestina ci impedisce di annullare efficacemente; questo è strumentalizzato dal cosiddetto «antisionismo» soraliano dell'estrema destra, che è opportunamente riapparso dopo il 7 ottobre. Ed è strumentalizzato anche dall'antisemitismo di estrema destra e cattolico, che sta fiorendo in modo senza precedenti, se si considera la profusione di letteratura antisemita nelle strade[2].

Ed è qui che bisogna smascherare l'impostura dei sionisti di sinistra: mentre esiste un progetto apertamente antisemita con i suoi teorici, autori, produzioni, media e politiche all'estrema destra dello spettro politico (oltre 100 opere antisemite pubblicate nel 2023!), non esiste alcun progetto antisemita accettato come tale a sinistra o nel movimento decoloniale. Nessuna produzione teorica, nessun programma. Chi sostiene il contrario è un imbroglione che spaccia per progetto antisemita eventuali derive del linguaggio, maldestrezze e cattive suggestioni. Ma, indulgendo in questa situazione di confusione, cancellano l'opposizione radicale tra le forze fasciste e quelle che le combattono. Questo non è solo stupido. È pericoloso e irresponsabile, perché rende possibile alla destra, e persino all'estrema destra, di riorganizzarsi ripulendosi del suo passato e uscendo assolta dalle sue vere intenzioni. Una delle nostre priorità è quindi quella di combattere questa confusione, che non è altro che un'arma della controrivoluzione.

Detto questo, resta il fatto che non dobbiamo disprezzare il sentimento di insicurezza degli ebrei, sia esso reale o esasperato. Ma ho una domanda: gli ebrei antisionisti vivono le stesse ansie degli ebrei sionisti? In effetti, gli ebrei antisionisti che frequentano il movimento filopalestinese, e quindi molti Arabi e musulmani, hanno soprattutto paura dell'estrema destra e del potere, perché condividono con i movimenti decoloniali, l'idea di razzismo strutturale. Non si sentono minacciati dalla massa di non bianchi che manifestano al loro fianco (anche se, come noi, hanno paura di atti antisemiti confermati ma per ora isolati), ma dai luoghi istituzionali in cui si produce l'antisemitismo. D'altra parte, sta diventando chiaro che gli ebrei sionisti hanno più paura degli Arabi che dello Stato e dell'estrema destra, dato che non esiste un movimento indigeno strutturato che dichiari di odiare gli ebrei. Da qui la loro massiccia presenza alla marcia «contro l’antisemitismo» a fianco dell'estrema destra antisemita. Da cui emerge che, pur essendo perfettamente innocenti in quanto ebrei, non possono pretendere di esserlo in quanto sostenitori, anche per confusione politica, di un'ideologia coloniale. Il nodo.



4. Il nodo dell'illusione unitaria dei «dannati della terra»

Dove sono i Neri, dove sono gli africani? In Francia, il sostegno ai palestinesi è arabo-musulmano o di sinistra. A differenza delle manifestazioni contro la violenza della polizia, i Neri (e la maggior parte degli altri gruppi razziali) sono stati poco presenti. Le loro organizzazioni sono del tutto assenti, con qualche rara eccezione, in particolare nei Caraibi. In Africa, ad eccezione del Sudafrica e forse della Nigeria, la società civile può dare un sostegno qua e là, ma è minoritario e in via di estinzione. Il motivo? La mancanza di reciprocità nella solidarietà anticoloniale e il posto dei Neri nella gerarchia delle dignità. Momento della verità.

Sento qua e là voci arabe e musulmane che si lamentano di questo. Non sono tra queste perché non voglio cedere a nessuna forma di moralismo. Quello che voglio dire più precisamente è che posso deplorare in astratto la regressione del terzomondismo ereditato dalle lotte anticoloniali che hanno incarnato l'età dell'oro della comunione dei dannati della terra, ma non posso ignorare il fatto che la controrivoluzione coloniale ha fatto il suo lavoro e che ha separato i colonizzati opponendo gli uni contro gli altri nella corsa all'integrazione nel modello capitalista. Certo, ci sono i leader di alcuni Stati africani che da tempo hanno normalizzato le relazioni con Israele e che condividono interessi con esso (come molti capi di Stato arabi). Ma il popolo non beneficia di questi accordi. La loro mancanza di empatia per i palestinesi si trova altrove. Infatti, anche se la liberazione della Palestina è di natura diversa dalla liberazione dell'Africa – la prima è una delle ultime colonie di popolamento, la seconda una lotta post-indipendenza in un contesto neocoloniale –, anche se è vero che la sfida geostrategica e civile incarnata da Israele è di primaria importanza per il futuro dell'Occidente nella regione, come possiamo sostenere il punto di vista di un africano che rimprovererebbe ai sostenitori della Palestina la loro indifferenza per il destino dei popoli africani sottoposti alla predazione imperialista e a guerre senza fine? Come rispondere a un uomo o una donna che assiste allo spettacolo della mobilitazione internazionale per un conflitto che finora ha fatto più di 10.000 vittime, 3.000 nel 2014 e circa 1.500 nel 2009, mentre la sola Repubblica Democratica del Congo ha subito 5,4 milioni di morti tra il 1998 e il 2003? Ho detto 5,4 milioni di anime. Un genocidio di dimensioni sconcertanti e spaventose che non ha suscitato il minimo scalpore, né un centesimo della solidarietà dimostrata per i palestinesi. Per non parlare delle uccisioni in corso, con più di 1.300 civili uccisi dai gruppi armati da ottobre nella parte orientale del Paese, secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

In queste condizioni, non si può rimproverare a nessun africano di pensare che la vita di un Nero valga meno di quella di un Arabo. Di conseguenza, non gli si può rimproverare di aver preso le distanze. Possiamo solo osservare le rotture, la diffidenza, la sfiducia, la scomparsa del mondo tricontinentale. Va da sé che il sostegno alla lotta del popolo palestinese come grande questione strategica non è in alcun modo messo in discussione, ma questo non può essere ottenuto attraverso un moralismo militante di facciata. La solidarietà internazionale va guadagnata. E piuttosto che indulgere nella citazione di Mandela, che disse che il Sudafrica non sarebbe stato libero finché la Palestina non fosse stata libera, è ora di cambiare registro e di estendere le sue parole e i suoi fatti: la Palestina non sarà libera finché l'Africa non sarà libera.



5. Il nodo politico

A metà ottobre, Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano nel governo Meloni, si è distinto in modo sorprendente. Pur appartenendo a una forza politica fascista, si è permesso di criticare aspramente Macron dopo la serie di divieti alle manifestazioni a sostegno dei palestinesi. In una dichiarazione alla radio RTL, ha espresso il suo punto di vista affermando che «la Francia può fare le sue scelte, ma vietare le manifestazioni in un Paese democratico, senza alcuna indicazione di violenza imminente, solleva questioni di giustizia». Ha anche sottolineato che manifestazioni pacifiche continuano a svolgersi negli Stati Uniti e nel Regno Unito, due nazioni note per il loro sostegno a Israele. Macron si prende la torta, ma possiamo legittimamente chiederci perché un fascista, non noto per il suo amore per le libertà democratiche, sarebbe commosso dall'autoritarismo dello Stato francese. Le ragioni sono a dir poco fredde e ciniche. Con la sinistra italiana schiacciata, il liberalismo può prosperare all'ombra del fascismo senza il minimo ostacolo. Questo rende Tajani calmo, sereno e perfino provocatorio. Può fare il gran signore perché non ha forze sociali agonizzanti da sottomettere. A differenza di Macron. Momento di verità.

In Francia, infatti, esiste una sinistra che rompe con il progetto socialdemocratico e liberale. Questa sinistra è come si dice, «islamo-gauchiste», poiché ha preso le distanze dal patto razziale. Il governo moltiplica i divieti perché c'è stato il grande movimento contro la legge sul lavoro, l'insurrezione dei Gilet Gialli, milioni di manifestanti per il ritiro della legge sulle pensioni ma anche le forti mobilitazioni nei quartieri contro la violenza della polizia, contro l'islamofobia e per la Palestina, perché ci sono state le rivolte urbane e razziali dopo la morte di Nahel. Macron, che rappresenta meno del 20% dell'elettorato, deve rafforzare il suo apparato repressivo e limitare le libertà fondamentali perché la Francia è un Paese in fermento, perché c'è una forza politica e sindacale che incarna il rifiuto sia del liberismo che del razzismo strutturale. Questa forza, che è anche un movimento di massa poiché rappresenta il 20% dell'elettorato francese, è France Insoumise. Essa e solo essa è nell'occhio del ciclone e nulla le sarà risparmiato. I colpi provengono tanto dai suoi avversari dichiarati quanto dal suo stesso campo, che non esita a ululare con i lupi. Ciò che non le viene perdonato è il risultato delle elezioni presidenziali, voti che ha segnato una rottura con il passato.

France Insoumise è senza dubbio l'unico esempio in Europa di un movimento di massa che rompe sia con il liberalismo che con il razzismo e tenta di stringere un'alleanza tra «barbabari» e «bifolchi». Per il momento, e con grande stupore di tutti, ha tenuto duro di fronte alle polemiche per le rivolte del giugno 2023, sull'affare Médine[3], sull'affare dell’abaya[4] e ora sull'unità nazionale con l'estrema destra e la corte di Macron. Va da sé che è un sasso nella scarpa del patto razziale e che se il movimento sindacale segue, si apre una situazione di altissima tensione dove saranno consentiti tutti i colpi, a partire dalla strumentalizzazione di possibili atti di terrorismo le cui probabilità sono moltiplicate dalla stessa bellicosità dei nostri governanti. Una situazione di altissima tensione politica in cui c'è comunque un reale potenziale di vittoria. Si tratta di una direzione politica importante che spetta ai cittadini sostenere se si vuole che la Francia diventi un modello per l'Europa e si ravvivi la speranza di sconfiggere le forze liberali. Se saremo sconfitti qui, la domanda «socialisme ou barbarie?» troverà una risposta.

Per concludere, vorrei spendere una parola sulla bellezza del gesto melenchonista, che dal corteo contro l’islamofobia del 2019 non ha ceduto a nessuna sollecitazione delle forze reazionarie che pure pretendono di agire in nome della Bellezza: islamofobici perché femministi e progressisti, autoritari in nome della lotta al terrorismo jihadista, sionisti in nome della lotta all'antisemitismo... Gli imperialisti, nonostante i loro progetti disastrosi, hanno un bisogno viscerale di coprire la loro bruttezza con un artificio morale. Tengono alla loro bellezza. Ma ora si trovano di fronte a un'altra idea di bellezza che distrugge tutti i loro sforzi per monopolizzarla. L'idea di bellezza di Mélenchon (senza idealizzarla) si basa sulla giustizia e sulla pari dignità di tutti gli esseri umani del pianeta. Una bellezza che egli fa risalire alla Rivoluzione francese e le cui origini noi decoloniali possiamo ritrovare altrove, in particolare nelle lotte dei Dannati della Terra. Insomma, una bellezza (baldwiniana?) di resistenza dietro la quale si riconoscono tutti coloro che resistono all'oppressione di qualsiasi tipo e grazie alla quale tutto torna ad essere possibile. È la situazione surrealista in cui due antagonismi si contendono la Bellezza: il primo per tradirla, il secondo per sublimarla.

Ora che le cose sono state messe in questi termini, sappiamo cosa dobbiamo fare: salvare la Bellezza.

E credetemi, in guerra la priorità del nemico è distruggere la Bellezza.


Note [1] https://www.contretemps.eu/algerie-palestine-colonisation-violence-oppression/ [2] https://www.contretemps.eu/litterature-antisemite-mythes-domination-juive/. [3] Si riferisce al caso del rapper Médine, accusato di aver pubblicato un tweet antisemita (N.d.T) [4] Mélenchon ha preso infatti posizione contro la decisione del governo francese di vietare di indossare l’abaya nelle scuole pubbliche (N.d.T)


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Houria Bouteldja, scrittrice e militante politica decoloniale, tra i fondatori del PIR (oggi sciolto), è autrice, di I bianche, gli ebrei e noi. Verso una politica dell'amore rivoluzionario (Sensibile alle Foglie 2016). «Machina» ha già pubblicato Addio Bandung, una conversazione con Anna Curcio e l'introduzione a Beaufs et barbares, che uscirà per i tipi di DeriveApprodi nel 2024.

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