Christopher Wood, senza titolo


«Addio Bandung». È laconica Houria Bouteldja, portavoce del Parti des Indigènes de la République (Pir), in apertura del volume I bianchi, gli ebrei e noi (Sensibili alle foglie 2017). Ci ricorda che il «crimine» coloniale è ineludibile e lo mostra mentre prolifera nelle «belle idee» dei diritti dell’uomo, dell’universalismo e dell’umanesimo, nel «femminismo, marxismo e terzomondismo». Da qui apre una critica serrata alla politica antirazzista della sinistra europea, quella delle politiche dell’accoglienza e dell’inclusione, e ci propone un antirazzismo decoloniale che mette radicalmente in discussione le gerarchie della razza che organizzano e strutturano la società.

Houria Bouteldja è stata ospite di un corso di formazione politica che si è svolto lo scorso autunno presso la Mediateca Gateway di Bologna. Il suo intervento, in conversazione con Anna Curcio, è uno dei materiali del volume Decolonizzare l’antirazzismo (a cura di Tommaso Palmi) in uscita a ottobre nella collana Input di DeriveApprodi. Qui anticipiamo uno stralcio della conversazione.

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Anna Curcio: Le gerarchie della razza sono pervasive, interessano l’intera società, i razzializzati e non, e interrogano criticamente la bianchezza europea e occidentale. Come si districa il progetto politico di un antirazzismo decoloniale che si fonda sulla specificità storicamente determinata dell’indigeno, tra il rischio di una direzione identitaria della lotta, magari rivolta a migliorare una posizione nelle gerarchie razziali esistenti, e una lotta antirazzista più complessiva, che mette in discussione l’intera struttura sociale? Una lotta capace di abolire la razza e, in qualche modo, inceppare il funzionamento del capitalismo razziale?

Houria Bouteldja: Per cominciare bisogna dire che l’idea degli «Indigeni della Repubblica» non rinvia a un’identità ma a una condizione. Dentro il concetto di «indigenato» si possono ritrovare molte identità differenti. Quando nel nel 2005 abbiamo dichiarato «Nous somme les Indigènes de la République», ci hanno subito accusato di essere identitari e autoreferenziali ed esiste in effetti il rischio di promuovere una politica strettamente identitaria. Questa condizione, che è una condizione sociale tanto quanto quella dell’operaio, diventa identità politica nel senso che noi ci proponiamo di denunciare la nostra posizione e rilanciare verso un’attività politica che abbia come obiettivo l’abolizione della razza. Per abolire la razza è necessaria la costituzione di una forza sociale decoloniale, quindi un presupposto imprescindibile è la strutturazione di un progetto politico. Siamo minoritari in Francia e proprio per questo è necessaria una relazione con la categoria razziale dei bianchi. Bisogna insomma che i bianchi stessi si riconoscano e si definiscano come categoria, che inizino a immaginarsi come bianchi. La relazione razziale presuppone necessariamente due poli, se ci sono gli indigeni ci sono anche i bianchi, ma questo è spesso e volentieri ignorato. Va invece detto con chiarezza che quella dei bianchi è a tutti gli effetti una categoria razziale.

La nostra idea è in realtà di andare oltre le categorie razziali, di cercare degli alleati per la lotta decoloniale e nel momento in cui apriamo a questa ricerca non siamo più all’interno di un’identità semplicemente razziale, stiamo plasmando una nuova identità nel processo di rottura. Già dal 2005, un anno dopo la promulgazione della legge islamofoba sul velo, abbiamo cominciato a portare avanti l’idea di riconoscere il concetto di razzismo anche attraverso altre identità. A quel tempo una larga fetta della sinistra ci accusò di settarismo, mentre al contrario, la nostra volontà era quella di rimarcare una differenza per riconoscere e combattere la realtà del razzismo. Questi soggetti rifiutavano per l’appunto di riconoscere l’islamofobia come razzismo di Stato. Per noi lottare contro l’islamofobia non significa in alcun modo promuovere la religione islamica, l’unica cosa che ci interessa è la lotta contro una forma di oppressione specifica che si riversa sulla popolazione musulmana. Per portare un esempio concreto, quindici anni dopo l’entrata in vigore della legge sul velo, c’è stato un enorme corteo contro l’islamofobia a Parigi a cui hanno preso parte non soltanto l’estrema sinistra ma anche la sinistra istituzionale. Questa cosa quindici anni prima sarebbe stata assolutamente impensabile, segno che forse i nostri sforzi e il nostro discorso hanno prodotto qualcosa. Quella manifestazione rappresenta in qualche modo l’inizio di una nuova comunità politica.

A.C.: Si potrebbe dire, riassumendo, che per abolire la razza bisogna innanzitutto nominarla, e mettere le gerarchie razziali al centro del discorso politico antirazzista…

H.B.: Esattamente. Mettere la razza al centro per abolirla. Mettere in evidenza che esiste un razzismo strutturale dentro la società per combatterlo. E questo può avvenire solo grazie allo sforzo di coloro che si organizzano per rendere riconoscibili queste strutture di dominio e distruggerle. Non sono necessariamente gli indigeni, ma anche rom, musulmani, subsahariani. Questo eterogeneo insieme di soggetti ha reso possibile la nascita di un antirazzismo politico, che secondo noi è la più grande vittoria degli ultimi anni. È un antirazzismo politico che ha finalmente rimpiazzato l’antirazzismo morale della sinistra bianca. Quello prevalente negli anni Ottanta, che circoscriveva il razzismo agli ambienti dell’estrema destra considerandolo mero fattore individuale di chi nutre cattivi sentimenti per neri e arabi e che pertanto va educato alla tolleranza. Quello che noi sosteniamo è esattamente il contrario.

Fanon diceva che una società è razzista o non lo è. Se la società francese è razzista, tutti gli individui che la compongono sono razzisti, non si può semplicemente dire che alcuni individui sono razzisti o che l’estrema destra è razzista. È la società nel suo complesso a essere razzista, la soggettività dei singoli non ci interessa. Quello che ci interessa è chiederci perché la Francia produca soggettività razziste. La dimensione strutturale del razzismo non può essere ridotta a una dimensione individuale. Non si tratta semplicemente di educare le persone, perché le persone hanno dei veri e propri interessi nel mantenere la gerarchia razziale. È un dato oggettivo che la classe operaia francese bianca abbia interesse a mantenere dei privilegi che le sono dati rispetto alla classe operaia araba. E questa è la ragione per cui l’antirazzismo è necessariamente una lotta politica non limitabile alla dimensione culturale. Lotta antirazzista significa allora individuare chi promuove la natura razzista della società. Ragionare in questi termini potrebbe renderci profondamente pessimisti rispetto alle possibilità di alleanze con settori della classe operaia bianca. Sappiamo che non è un caso che il razzismo trovi ampia diffusione in seno a questa classe. Ma è proprio per questo che parliamo di lotta antirazzista come lotta politica con l’urgenza di costruire forme di alleanza e collaborazione con la classe operaia bianca. C’è la necessità di arrivare a un momento in cui la classe operaia bianca capisca che ha più interesse ad allearsi con noi che con la borghesia bianca. Si possono prendere molti esempi di questa dinamica. Si pensi a quella specificità francese che sono i gilet gialli. All’inizio, avevamo molta paura che il movimento si orientasse verso l’estrema destra ma, al contrario, si sono progressivamente radicalizzati verso sinistra e hanno avuto modo di provare sulla propria pelle, attraverso l’attività politica, cosa volesse dire diventare bersaglio delle sistematiche persecuzioni della polizia. In questo modo è stato possibile trovare un punto di convergenza, contro la violenza dello Stato e della polizia.

A.C.: Quello di cui parli è la prova concreta che la lotta al razzismo che struttura la società, quello che si manifesta ad esempio attraverso le violenze della polizia e non solo, non si fa con i progetti educativi ma prende forma concreta nei processi di lotta che riguardano le condizioni materiali di vita. Aggiungerei che oltre cinquant’anni di politica antirazzista orientata a educare all’antirazzismo non solo ha prodotto il debole antirazzismo morale ancora imperante in Italia, ma ha anche disincarnato il razzismo dal suo contesto materiale che chiama in causa opportunità e condizioni di vita, amplificando la violenza razzista. Ragionando di razzismo unicamente nei termini di deficit culturale da risolvere attraverso l’educazione (e spesso avendo in mente solo la questione ebraica senza prestare la dovuta attenzione al problema coloniale) non è stato possibile svelare la funzione capitalista del colonialismo e del razzismo quale ingranaggio fondamentale per l’organizzazione della società. Il risultato politico, in una crisi economica che ha assunto anch’essa caratteri strutturali, è stato quello di un razzismo più violento accompagnato da un antirazzismo sempre meno efficace, e questo senz’altro per quanto riguarda la sinistra bianca in Italia. La prospettiva decoloniale resta ben lì da venire. Ma come stanno le cose per gli «Indigeni della Repubblica», qual è l’orizzonte dell’antirazzismo decoloniale?

H.B.: La nostra organizzazione è minoritaria, anche all’interno dell’indigenato. Siamo critici rispetto agli indigeni in Francia che hanno come principale ambizione quella di essere riconosciuti a pieno titolo come cittadini francesi. Chi ha come obiettivo l’integrazione, ambisce in ultima istanza a diventare bianco. Non abbiamo paura di affermare che gli indigeni, nella loro gran parte, sono spontaneamente reazionari. Spesso, nelle banlieue la gran parte della composizione sociale si attesta su posizioni liberali e ha interessi di natura prevalentemente materiale ed economica. Di fronte al trionfo e allo splendore del centro cittadino, chi abita le periferie vuole semplicemente vivere l’agiata vita dei ricchi. Se si va alla ricerca di marxisti, femministe, attivisti e attiviste per i diritti lgbt, è molto difficile trovarne nei quartieri. Se si va alla ricerca del popolo perfetto, sempre pronto ad alzare la voce in nome della questione sociale, come piace pensare alla sinistra, difficilmente la rivoluzione potrà realizzarsi. Non ci fa problema l’essere «reazionario» delle classi indigene, perché siamo perfettamente consapevoli di quello che è lo stato politico dell’indigenato. Ciò che noi vogliamo è lottare con gli indigeni e lavoriamo per trovare il terreno politico più efficace su cui farlo.

Diciamo a chiare lettere di essere un’organizzazione anti-integrazionista. Per noi la condizione di partenza per un movimento decoloniale è quella di mettere in discussione le strutture fondanti dello Stato-nazione e dell’imperialismo. Il nostro progetto e la nostra ambizione non è quella di diventare francesi e per questo siamo minoritari. Ma la nostra forma di relazione con la composizione indigena non si basa sul progetto politico, che è troppo radicale e rivoluzionario. L’antirazzismo decoloniale è al momento un orizzonte troppo avanzato. Cerchiamo dunque la relazione a partire da un livello più basso, sul piano dell’antirazzismo politico. L’antirazzismo politico è in questo senso una prima tappa nel percorso che conduce verso l’orizzonte decoloniale. Nella fase attuale è questo il livello di massima radicalizzazione degli indigeni in Francia: la lotta contro islamofobia e negrofobia, la lotta contro gli abusi della polizia, la lotta a sostegno della Palestina e dell’Africa francofona. Sono queste le istanze che mobilitano gli indigeni in Francia. Questo è il massimo che si riesce a esprimere in questa fase. L’antirazzismo politico è una tappa strategica: abbassare le nostre aspettative e le nostre ambizioni di movimento politico rivoluzionario per avvicinarci a quelle che sono le capacità di mobilitazione degli indigeni.

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