Guido Bianchini



Pubblichiamo la recensione di Lauso Zagato, pubblicata su «Tempi Moderni» il 19 agosto scorso, al libro: Guido Bianchini. Ritratto di un maestro dell’operaismo, a cura di Giovanni Giovannelli e Gianni Sbrogiò, DeriveApprodi, 2021, pp. 256, e. 14.


Alcuni mesi fa è uscito, per DeriveApprodi (Collana Input), un volume dedicato a Guido Bianchini. Ritratto di un maestro dell’operaismo. Qualche settimana dopo, in una conversazione telefonica con Marco Omizzolo, ebbi modo di fargliene, casualmente, cenno, ricevendo quello che ho interpretato (speriamo a ragione) come una sorta di invito a scrivere due righe di presentazione del libro. Ho lasciato passare del tempo, forse troppo, ora comunque ci provo. A giustificazione del ritardo, allego non già pigrizia quanto il fatto che le settimane nel frattempo trascorse (ormai salite a un paio di mesi) mi consentono ora di arricchire con qualche osservazione quella che altrimenti sarebbe stata mera, anche se meritoria, opera di pubblicità a un testo appena uscito [1].

Guido Bianchini, agitatore e militante politico che ha operato soprattutto nelle aree veneta ed emiliana, è una figura molto presente fin dagli albori sulla scena della sinistra extraparlamentare dei Sessanta e dei Settanta – dopo essere stato, a suo tempo, uno tra i più giovani partigiani d’Italia, e avere nel periodo intermedio lavorato per il Partito socialista – e in specifico del suo filone «operaista»: partecipando attivamente all’esperienza dei «Quaderni rossi», poi della rivista nazionale «classe operaia» e de Il Potere operaio veneto-emiliano (di cui fu animatore), per legarsi in seguito all’esperienza del Comitato operaio di Porto Marghera e a quella del gruppo nazionale Potere operaio. Alla chiusura di tale esperienza tra la metà e la fine del 1973 (peraltro già dalla seconda metà del 1971 il suo ruolo si era, volutamente, periferizzato), non entrò in nessuna delle esperienze che più o meno direttamente ne sorsero (per capirci: non fu mai un autonomo nel senso di militanza politica); preferì dedicarsi alla ricerca scientifica, e lavorare, attivamente e con la consueta creatività, a un’ipotesi di sindacalizzazione forte del personale (in senso ampio) nella principale fabbrica esistente, l’Università. Dopo la conclusione delle vicende giudiziarie che lo avevano (vigliaccamente: nel suo caso bisogna proprio dirlo) coinvolto, negli ultimi anni della sua vita diventò, insieme alla moglie Licia che lo aveva preceduto in tale scelta, attivista di Amnesty International. È morto nel 1998 e la sua influenza, come il segno potente lasciato dalla sua figura, non hanno cessato di crescere da allora. Un’influenza che va oltre le zone geografiche che lo avevano visto operare in qualità di agitatore, di teorico, di ricercatore [2]. Il volume è stato curato da persone che, assai più giovani, ben l’avevano conosciuto nella stagione della militanza, quali l’avvocato Giovannelli di Ferrara e Gianni Sbrogiò (a sua volta già militante del Comitato operaio di Marghera), e ricostruisce per la prima volta in modo organico, per quanto sia possibile farlo, una vita dalle molte sfaccettature. Giovano a tal fine la opportunamente stringata ed essenziale prefazione dei curatori (La bussola e la memoria) e la lunga intervista iniziale, rilasciata da Guido a Gabriele Massaro (chi era costui?) nel marzo 1991 e al tempo passata quasi inosservata. Ne riproduco (pp. 41-42) le parole usate da Bianchini per descrivere il momento in cui l’organizzazione delle soggettività all’interno dell’Università, diciamo la necessità dell’emergere di comportamenti autonomi al suo interno, divenne il centro della sua attività teorico-politica, a partire quindi dall’inizio degli anni Settanta.

«Alla fine degli anni Sessanta e inizio dei Settanta ho scoperto che era abbastanza strano che andassi davanti alle altre fabbriche, mentre in quella in cui lavoravo, l’Università niente. Formulammo allora tutta una serie di discorsi sull’Università quale luogo di produzione, e ho constatato che non si verificavano mai fatti e comportamenti autonomi come quelli che si verificavano altrove. Il pubblico impiego appariva come ingessato e, a mio avviso, bisognoso di una buona dose di iniziative autonome di lotta. In pratica mi sono dedicato a organizzare quest’autonomia dal punto di vista di classe all’interno dell’ambiente universitario».

Risalta nel brano richiamato quel tratto così difficile da inquadrare anche da parte dei più cari amici ed estimatori: l’andare di pari passo, nella sua esperienza di vita, di un tono di discorso volutamente sotto traccia (ho scoperto che... ho constatato...) con un titanismo sostanziale: verificato che il pubblico impiego «è bisognoso» di una dose di iniziative autonome di lotta, ne consegue che «in pratica mi sono dedicato ecc…», espressione di forza, di convinzione e in fondo di un ottimismo della ragione [3] indistruttibili, che meritano di essere sottolineati. Il volume prosegue poi con un breve collage di alcuni tra i non molti scritti di Guido, cui fa seguito la raccolta di contributi da parte di chi lo ha conosciuto, intervallati dal Commiato scritto da Luciano Ferrari Bravo (tra i più noti imputati del processo 7 aprile, deceduto a sua volta un paio di anni dopo) in occasione del funerale di Guido. Certo, il Commiato andrebbe riportato per intero, perché ci introduce al metodo di lavoro lato sensu socratico di Guido Bianchini, al suo essere uomo della città e del discorso, del dialogo e della discussione, molto più che della riflessione solitaria funzionale al tratteggiamento del foglio. Su questo punto sento però la necessità di precisare: Guido in realtà ha scritto, o meglio ha lasciato tracce scritte del suo lavoro, più di quanto da più parti si sia ritenuto. Ha sempre disdegnato piuttosto il perder tempo sul lavoro rifinito, definitivo, preferendo spendersi in articoli, articoletti, notarelle, che poi affidava a organi anche singolari (ne vedremo un esempio puntuale nell’ultima parte di questo contributo), e che gli servivano anche come promemoria per riprendere, modificare, attraversare passaggi delicati. Insomma, non ha mai affidato alla stesura di un libro il suo pensiero dato, strutturato, su un problema. Se posso richiamare i miei studi giuridici risalenti sul know-how, e sulla doppia natura di questo, sempre oscillante tra servizio e bene (con tutte le diversità che ne sorgono sul piano delle relazioni giuridiche tra soggetti), Guido ha operato intellettualmente producendo un flusso pressoché ininterrotto di k.h., garantendo così una fornitura di servizi intellettuali ininterrotto ai compagni, agli amici, alle comunità che intersecava, piegando a questo anche l’utilizzo della forma scritta. Ciò che ha sempre rifiutato è stata piuttosto la produzione di pacchetti di k.h. definitivamente strutturato, in cui fissare il suo pensiero su determinati argomenti una volta per tutte. In lui l’attività scritta è stata sempre funzionale al rilancio della discussione, al ritornare su temi mai chiariti in modo sufficiente per il suo implacabile perfezionismo. Direi questo, piuttosto che parlare senz’altro di rifiuto da parte sua dell’affidare il proprio pensiero alla forma scritta. Torniamo al Commiato, momento di massima commozione di una generazione [4]: A me interessa qui riportare, perché condivisi subito, in toto, al momento in cui, durante le esequie, sentii Luciano Ferrari Bravo pronunciarle, le parole dedicate alle scelte operate da Guido nello scorcio finale della sua vita (che anch’io, nel mio piccolo, pur con la stima e l’affetto che nutrivo per lui, mi ero permesso di commentare con sufficienza):


«… ed eccoli, Licia (la vedova, cui Luciano in quel momento si rivolgeva direttamente) e Guido, ricomparire di quando in quando con pacchi di materiali di Amnesty da fotocopiare, con firme da raccogliere, con banchetti da allestire. Lo confesso, sciocco che non sono altro, suscitandomi qualche perplessità se non addirittura qualche senso di sufficienza. Ma come poteva combinare, mi chiedevo, la sua antica, e comune, cultura politica, con l’orizzonte dei diritti umani per i quali si andava spendendo? Sciocco che non sono altro: perché Guido ci era di nuovo passato davanti con uno scatto di intuizione politica oltre che di generosità umana. Senza bisogno di pacchetti di bibliografia sulla globalizzazione, aveva percepito con le sue sensibili antenne il collasso delle vecchie forme della politica, statali e partitiche, e si era subito rivolto praticamente al lavoro sulle forme più estreme di sfruttamento, di emarginazione, di repressione». La raccolta di contributi che questo volume presenta è estremamente varia, non assomiglia a quelle offerte di norma dai libri dedicato ad attivisti politici e sociali del secolo scorso, perché, volendo giustamente i curatori presentare questa straordinaria figura a tutto tondo, non ci potevano essere chiusure, scelte a monte. Scrivono così l’uno accanto all’altro, parlando del «loro» Guido Bianchini, persone che per ciò di cui si occupano non avrebbero probabilmente avuto altre occasioni di operare fianco a fianco. Dai vecchi sodali di Potere operaio ai militanti di Amnesty, dai protagonisti della fase eroica del sindacalismo all’Università ai membri del Centro studi funerari, di cui Guido era parte e per i quali scrisse contributi preziosi quanto scarsamente rintracciabili (donde un ulteriore motivo di importanza del volume), non casualmente, ma all’interno della sua riflessione sulla morte e sul sepolcro. Nel mio piccolo contributo, mi sono permesso di aggiungere scherzosamente che malgrado i loro apprezzabili sforzi, i curatori non sono riusciti a coprire per intero l’universo bianchiniano; infatti, a cercare il pelo nell’uovo, non c’è traccia nel ritratto presentato dal volume... del grande conoscitore e raffinato teorico del gioco del bridge. A qualcuna bisognava evidentemente rinunziare, tra le molteplici facce dell’uomo… Come anticipato all’inizio, ho un paio di osservazioni in chiusura di questo breve contributo, che vuole essere, soprattutto, una segnalazione e un invito alla lettura. È un fatto innegabile che i residui tossici di antiche polemiche rischiano di nuocere ancora, tenendo al di fuori dell’ambito di interesse per la lettura non solo strati di personale giovane pur politicamente impegnato, cui la parola «operaismo» suscita forse una certa diffidenza e sapore d’antan. Questo è un problema reale, che le presenti note non basteranno certo a risolvere: al massimo, mi auguro, potrebbero suscitare un moto di curiosità. Tali tossicità tengono peraltro al di fuori del cerchio di potenziali lettori anche strati di personale culturalmente e politicamente qualificato che nelle polemiche sull’operaismo fu a suo tempo coinvolto. E ciò è più strano. Chiarisco subito: non sto facendo riferimento ai tentativi, a suo tempo perpetrati, di criminalizzazione anche ideale di quella matrice teorico-politica in quanto tale, non bastando evidentemente ai mandanti l’operazione giudiziaria messa in atto contro Potere operaio e quanti vi avessero militato. Sono volgarità, stracci (pur se ancora volano). Quanti hanno una certa età ricordano forse il tempo in cui la variegata mandria dei tuttologi di professione, soprattutto quanti tra loro provenivano da gruppi extraparlamentari e dovevano farsi perdonare qualcosa per trovare posto alla greppia, faceva a gara nello strillare sulla necessità di cancellare una volta per tutte l’operaismo e la sua eredità teorica. Su tali bassezze, valga il silenzio. Bisogna però dirlo: spesso siamo stati complici noi stessi. Identificando la linea di pensiero e di analisi nata all’inizio degli anni Sessanta, e che portava dietro un metodo di lavoro, di con-ricerca, tecniche di inchiesta, e più in generale una curiosità e audacia di indagine a tutto campo, con l’esperienza specifica degli anni Sessanta e Settanta, la saga politica dell’operaio-massa cioè, e dei gruppi (Potere operaio e Lotta continua in particolare, prima della stagione dell’autonomia) che cercarono di interpretarlo e rappresentarlo, con le loro divisioni politiche e le varie miserie, ci è capitato di dire che la definizione di «operaismo» ormai andava stretta, era superata, creava confusione. Nel mio piccolo, e nella mia mediocrità, io certamente l’ho fatto: intendendo che la risposta capitalistica al ciclo di lotte degli anni Sessanta e Settanta in occidente aveva ormai modificato in profondità l’organizzazione sociale della produzione, a livello nazionale come internazionale, e che quindi un’epoca (quella centrata appunto sull’operaio della grande fabbrica fordista) era finita. Tutto ciò era verissimo, ma confondevamo un congegno teorico-politico specifico, valido per la fase passata si sarebbe detto nel gergo di quegli anni (quello sì impresentabile e da cancellare), con la matrice, che nasconde un filone di pensiero molto più ricco, sorta di albero sempreverde capace di rifiorire.

Orbene: questo volume, intitolato a uno tra i più autentici maestri dell’operaismo, prima e dopo – oltre e ancor più che durante – la vicenda storica di Potere operaio, contiene un dono prezioso, che aiuta a identificare l’operaismo come l’albero sempreverde ora richiamato. C’è un piccolo saggio dal titolo provocatorio, È ancora l’economia una scienza?, comparso nel 1991 sulle pagine del periodico «Antigone», organo dal 1989 e per qualche anno del Centro studi funerari, che va consigliato non solo e non tanto agli appassionati di un periodo storico-politico alle nostre spalle, quanto piuttosto a quanti cercano strumenti per comprendere il presente. Mi riferisco con tale termine al momento contemporaneo alla stesura del pezzo (il presente di Bianchini che scriveva, primi anni Novanta), ma a un tempo anche alla capacità di anticipare questo presente, in cui siamo calati. È il dono che, grazie ai curatori del volume, ci giunge, inatteso, da una rivistina irreperibile di trent’anni or sono... Racconta, con ironia talora benevola talora sprezzante, la vicenda dell’errore macroscopico di quanti, di fronte alla «perdita di rilevanza economica delle merci a fenomenologia nota, al conseguente disimpiego dei fattori lavoro e capitale in certi settori tradizionali, manifatturieri essenzialmente», vi lessero il segno della crisi del sistema, che avrebbe preso addirittura a muoversi a loro avviso in direzione di nuove forme di rendita (sic!) e servizi; tale brillante idea fioriva in loro proprio nel momento in cui invece i processi di informatizzazione consentivano a un’economia capitalistica fondata sulla merce informazione di celebrare (cominciare a celebrare) una nuova giovinezza del sistema; giovinezza che casomai – ben dice Guido – presenta somiglianze non superficiali con la fase dell’accumulazione capitalistica originaria. Senza dimenticare, prosegue Bianchini con ironia fattasi più pesante, che sono ancora in giro (nella fine del millennio dunque) quelli che continuano a negare l’esistenza della merce informazione, e parlano di... merce latente (doppio, triplo, N sic!).

Credo di potermi fermare a questo punto; il volume dedicato a Guido Bianchini tratteggia la figura di colui che è stato davvero uno tra i maggiori, forse il più significativo, maestro dell’operaismo; in grado, usandone creativamente le categorie senza alcun cedimento alla moda del momento, ormai nei primi anni Novanta, di leggere la traccia dello sviluppo della globalizzazione neo-liberista, isolando un sentiero solido e sicuro su cui camminare nella melma che lo circondava, melma prodotta dalle sabbie mobili teoriche del periodo. Da questo si potrebbe, si potrà spero, anche cominciare a discutere di quanto nel breve scritto – da considerare ovviamente come punto più alto di una pratica teorico-politica sviluppatasi per decenni, che il volume ci consente di riconoscere, rendendo adeguata giustizia al protagonista – vi sia di anticipatorio rispetto alla nostra attualità più stretta, quello per intendersi del dopo-covid: stagione, diciamolo, che si apre sotto i peggiori auspici. Ma su questo un’altra volta.

Note

1. Segnalo che, per la stessa casa editrice e collana, nel mese di giugno è uscito, a cura di Beatrice Andreose, Radici connettive. Il ’68 a Este e nella bassa padovana, che si colloca in una linea ideale (e non solo) di continuità... quantomeno con alcuni dei vari «Guido Bianchini» di cui al volume in discorso. Tuttavia, a evitare confusioni, e indebite appropriazioni del tutto a opera della parte, non si approfondirà in questa sede tale linea di sviluppo. Sia solo conferma del particolare rapporto creatosi tra sviluppo storico del discorso operaista e una zona di per sé alquanto periferica del Nord e del Veneto in particolare. Il tema verrà approfondito in altra occasione, magari prendendo a spunto proprio le «memorie connettive». 2. La forte risposta alla richiesta di invio di contributi da parte dei curatori, e forse la difficoltà di scegliere quali tra gli scritti di Bianchini inserire, hanno indotto i curatori nell’impossibilità di una pubblicazione cartacea onnicomprensiva, a dividere il volume in due parti, la seconda delle quali è pubblicata on line su «Machina» con il titolo Socrate a Porto Marghera. L’introduzione dei curatori, oltre naturalmente al Commiato di Luciano Ferrari Bravo (oltre nel testo) costituiscono l’elemento di continuità tra il volume stampato e la sua appendice digitale, con lo scritto di Guido intitolato Tecnologia e composizione di classe. Per il resto i contributi presenti nelle due raccolte sono differenti. Tra quelli della versione on line, sia consentito richiamare l’attenzione del lettore sul contributo di Steve Wright dal titolo Stato e partito sono participi passati. Questa sorta di Parte seconda, messa on line il 18 marzo 2021, è al sito https://www.machina-deriveapprodi.com/post/socrate-a-porto-marghera. 3. Giova richiamare il contributo, nel volume, del prof. Brandalise, Il mondo e... molto altro tra Piazza delle erbe e via del Santo (p. 144 ss.). L’autore, riattraversando gli... spostamenti fisici consueti di Guido Bianchini, l’uomo della città per antonomasia, tra le piazze del centro di Padova ed il Salone (sede del mercato permanente) fino alle biblioteche e ai seminari della facoltà di Scienze politiche (via del Santo), intreccia i passaggi fisici con il metodo di ricerca di Guido, che disprezzava tanto l’empirismo di quanti si accontentavano dell’«impatto empirico con il presunto immediatamente concreto», sia il rinchiudersi nelle le torri d’avorio di quanti «confinavano ricerche che potevano avere altri e più significativi sviluppi nell’autosufficienza autoreferenziale del prodotto accademicamente rifinito», traendo piuttosto costante ispirazione dalla realtà concreta per approfondire la teoria. Orbene, Brandalise mette in rilievo l’unico possibile neo dell’atteggiamento culturale-politico di Guido, il suo insistito utilizzo, talvolta anche a sproposito, dell’espressione «questi non capiscono/questi dovrebbero capire», riferita volta a volta al Partito comunista, o socialista, oppure al sindacato, e non solo, quasi si trattasse di forze che hanno abdicato al loro compito per insufficiente comprensione teorica della complessità presente dell’assetto capitalistico, ma che se fossero aiutate a capire potrebbero magari rinsavire, riscoprire il proprio ruolo in altre epoche glorioso. Concordo con l’amico filosofo, ahimè: in questo suo, come dire?, residuo di ottimismo illuminista, ma solo in questo, Guido Bianchini era ancora, in parte, uomo del primo operaismo, quello che si illudeva che un’azione politico-sindacale esterna al movimento operaio ufficiale potesse avere effetti positivi su quest’ultimo, quasi un estremo rifiuto dell’evidenza di avere a che fare, al riguardo, con una processione di ombre (o, più semplicemente, con un mondo di funzionari di quello stesso assetto capitalistico, pienamente votati ad assolvere ai loro compiti e ruoli all’interno di questo). 4. Fu la prima volta, dalla fine della stagione dei processi aperti il 7 aprile 1979, che quante/i avevano partecipato, direttamente o indirettamente (ma sempre in modo affatto involontario!) di quel «raccolto rosso» si incontrarono di nuovo: quante/i erano ancora in grado di farlo, naturalmente.


Immagine di Adolf Vallazza, 1995. L’editore resta a disposizione per gli eventuali aventi diritti.