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L'insostituibile funzione della filosofia

Adelino Zanini e la dyskrasia tra economico e politico


Diana Aparo, I leoni del tempo, 2024
Diana Aparo, I leoni del tempo, 2024

Pubblichiamo una riflessione di Federica Giardini su Filosofia economica di Adelino Zanini, che nasce dall’intervento tenuto in occasione della presentazione del volume, coordinata da Francesco Toto e svoltasi il 12 gennaio 2026 all’Università Roma Tre. In precedenza, sullo stesso libro, avevamo già pubblicato l'intervento «Per le differenze» di Ubaldo Fadini.

 

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La consistenza di un lavoro come questo di Adelino Zanini impone di dichiarare il taglio, l’approccio con cui si attraversa una materia tanto articolata. Un volume costituito da stratificazioni storiche, eterogeneità concettuali, divergenze metodologiche, nonché periodizzazioni di dibattiti di cui è espressione la corposa bibliografia, che potrebbe costituire un volume a sé stante. Si tratta di dimensioni eterogenee che avrebbero potuto produrre un effetto centripeto di frammentazione e che invece l’autore è riuscito a organizzare in percorsi non lineari ed efficaci.

La lettura che presento riguarda peraltro una sensibilità maturata attraverso diversi approfondimenti di ricerca: in particolare sulla dimensione antropologica nel pensiero politico, sulla questione della misura e della misurabilità come tecniche concettuali di governo, nonché sulla questione della formazione del valore. Ma non solo: una certa attenzione è dettata anche dal posizionamento in un ambito come quello della filosofia politica e dalle riflessioni sulle sue caratteristiche, attraverso variazioni della millenaria inimicizia tra filosofia e politica decretata da Hannah Arendt. E, infine, come ogni lettura che si rivela poi un effettivo incontro, si è provvisoriamente delineata anche una questione ulteriore.

 

Il primo passaggio di lettura insiste dunque sull’istituzione del campo d’indagine, seguendo non solo le dichiarazioni metodologiche dall’autore, ma anche procedendo a una esplicitazione dei gesti teorici che costituiscono la materia stessa del volume.

Nell’Introduzione, fin dalle prime righe, il campo dichiarato è quello della «relazione tra politico ed economico» (p. 7), ma subito si fa una precisazione al contempo negativa ed affermativa. Il versante negativo riguarda un approccio storico-teorico lineare alle teorie politiche ed economiche. Nessuna filosofia della storia, dunque. Il versante positivo riguarda l’attenzione volta, tuttavia, alla «messa in forma di uno sviluppo concettuale che li tenga insieme» (ibidem).

Sul versante negativo si trovano così diverse figure concettuali della relazione tra politico ed economico che ne sottolineano la non linearità, la non omogeneità. Sono indicate sotto il titolo generale di dyskrasia – termine che risuona con la krasis del Timeo platonico, unione di eterogenei, e il cui prefisso ne accentua la problematicità, tra difficoltà e incertezze. Una relazione tormentosa per la teoria che si fissa in figure – sovrapposizione tra economico e politico in Adam Smith, relazione di critica in Marx, disgiunzione in Schumpeter, sintesi in Keynes e circolarità nell’ordoliberalismo di Eucken e Böhm.  Fino all’aporia che segna la disillusione del presente. Sempre sul versante negativo vale segnalare anche il rimando alla diagnosi foucaultiana, esplicitata più avanti nel testo, sul pensiero filosofico politico ed economico, riguardo all’impossibile esistenza di un «sovrano economico» (p. 352).

Sul versante affermativo del metodo, la ricerca mira, come si diceva, alla «messa in forma» di uno sviluppo concettuale capace di cogliere di volta in volta la problematicità delle relazioni tra economico e politico. È a questo punto che comincio a toccare la dimensione non del tutto esplicitata del testo: la posizione e l’uso della filosofia in questa indagine, in questa «messa in forma». Alla questione si potrebbe rispondere riferendosi ai singoli autori trattati, cioè richiamando la specifica declinazione dell’attività e della funzione della filosofia nel plesso storico-teorico che caratterizza l’elaborazione di ciascuno. Tuttavia qui mi interessa il modo in cui Zanini stesso fa intervenire l’approccio filosofico come ulteriore elemento che si accompagna agli altri due, il politico e l’economico.


Comincio così dal titolo: Filosofia economica. Come è noto, Filosofia economica è anche il titolo di un celebre saggio di Joan Robinson del 1962. Robinson, teorica dell’economia sulla scorta delle elaborazioni di Keynes, polemizza con l’impostazione neoclassica della economics, scienza matematizzata dell’economia. La sua tesi principale sostiene l’impossibilità di separare ideologia e scienza economica, dati e valori. Una tesi che trova un’eco significativa in un altro frequentatore del gruppo di Bloomsbury, come era Keynes. Wittgenstein, nel suo Della certezza, dedica alcune proposizioni (§§ 650 e ss.) all’impossibilità di fondare una distinzione tra la certezza matematica e la certezza derivante dell’esperienza ordinaria (il senso comune). Per Robinson la filosofia costituirebbe l’ambito in cui la dimensione ideologica può essere dispiegata e dunque discussa.

Ora, è questa la posta in gioco nel volume di Zanini? In effetti un’eco di questo intento si trova nelle pagine dedicate a Marx, e in particolare al metodo della «critica dell’economia politica», sottolineato attraverso il riferimento alla lettura di Rancière. Qui la critica va intesa come esplicitazione degli «artifici ideologici» che trasfigurano scientificamente la political economy dei classici (p. 136).

Tuttavia, mi sembra che l’uso della filosofia di Zanini apra ulteriori questioni. Per cominciare, la locuzione scelta dall’autore è filosofia economica e non filosofia dell’economia. Leggo questa assunzione filosofica dell’economia, formulata in termini aggettivali, in una duplice direzione. Da un lato, la filosofia viene evocata come dimensione costantemente presente nelle teorie economiche, da indagare o da far emergere anche là dove non viene esplicitamente dichiarata: una filosofia dunque interna e immanente al campo economico. Dall’altro, mi sembra che la filosofia venga mobilitata come indagine dei diversi procedimenti di formalizzazione che presiedono alla costituzione dei saperi relativi all’economico e al politico. In questo senso, la filosofia non si applica dall’esterno a un oggetto già costituito, l’economia – come avverrebbe nella locuzione Filosofia dell’economia - ma intercetta l’economia nel suo stesso processo di costituzione. Si tratta di una preoccupazione epistemologica che non opera a valle, entro i paradigmi dei singoli autori, ma interroga la formazione stessa dell’episteme nelle diverse espressioni del pensiero politico ed economico. A maggior ragione quando l’indagine filosofica mira a esercitarsi non su un oggetto disciplinare e nemmeno un campo precostituito, bensì su una discrasia, su una tensione irriducibile.

Questa impressione di lettura è rafforzata dalla particolare formulazione del sottotitolo stesso: fondamenti economici, categorie politiche e forme giuridiche. Fondamenti, categorie e forme si presentano come altrettanti incipit di analisi delle pretese epistemiche avanzate dai diversi campi trattati. L’economico che pretende alla fondazione - dalla genesi imperfetta di Adam Smith alla oggettività matematica esaustiva dei neoclassici, criticata da Keynes e matematicamente smentita da Sraffa. La politica statuale che forgia categorie come strumenti di governo, concetti funzionali dunque, in un passaggio dalla staticità alla dinamicità del campo, come delineato da Schumpeter e dagli ordoliberali. Infine, il giuridico che interviene in questi ultimi, quale formalizzazione e codificazione di tale dinamica, di cui pure circolarmente partecipa.

Queste riflessioni attorno al procedimento del volume sono particolarmente rilevanti per esprimere finalmente una perplessità filosofico-concettuale rimasta finora in latenza. Studi di rilievo – uno per tutti Il nuovo ordine del mondo di Dardot e Laval – non operano le distinzioni sopra richiamate, con il risultato di attribuire agli autori considerati un impianto filosofico forte che andrebbe invece riferito all’analisi stessa degli effetti delle politiche e teorie operative del neo-ordoliberalismo.


Un’ultima impressione di lettura intercetta anche la modalità scelta da Zanini per interloquire con gli autori considerati. Per quanto sappiamo di una relazione elettiva con Foucault, tuttavia in questo volume l’approccio non è quello storico-genealogico foucaultiano. Non conflitti, storie sommerse, vinti e vincitori nella definizione del canone filosofico-politico-economico. . Piuttosto una raffinata esegetica dei testi stessi, volta a dispiegare le operazioni interne alla costituzione delle singole tesi e pretese epistemologiche. Operazioni, va ricordato, accomunate in un medesimo esito aporetico. E questo gesto teorico insiste con tutto il peso di una diagnosi.

Prima di arrivare alla parte conclusiva di queste riflessioni, tengo a ricordare come, nel prendere appunti durante la lettura, il percorso problematico qui esposto si sia delineato anche per comparazione con altri possibili percorsi: dal filo discontinuo di un’antropologia politico-economica che attraversa le singole tesi, anche quando non si dichiara come tale; alle vicende della coppia soggettivo-oggettivo nel campo politico-economico; o ancora, la triangolazione tra matematica, conoscenza della natura e concezioni della natura umana nelle sue regolarità. Nominare questi possibili itinerari è un’ulteriore prova della ricchezza teorica del volume.

Arrivo ora al modo in cui la lettura sia diventata un incontro concettuale e operativo, delineando una ulteriore prospettiva di ricerca. Mi pare infatti che, attraverso le pagine del volume, vada emergendo una questione che, in consonanza con l’impostazione del lavoro, ricorre in forme trasmutate, sovrapposte o divergenti. Un filo che connette le diverse declinazioni - concettuali, categoriali e formali - della dimensione temporale del futuro. Il metodo di Zanini, fondato sull’esegetica testuale e critica delle formazioni concettuali, si rivela un ottimo antidoto al presentismo, dal quale far scaturire il futuro come problema. Al contrario, il futuro stesso si delinea qui come un ambito problematico da analizzare nella sua stessa costituzione all’incrocio tra economico e politico.


Nel volume il campo problematico di un pensiero politico-economico del futuro si articola principalmente in alcuni lemmi, che tratto qui solo preliminarmente.

In Adam Smith è di particolare interesse, tanto quanto è problematico, il ruolo attribuito all’immaginazione. Il taglio che troviamo nel testo ne sottolinea la duplice valenza logica ed etica (pp. 56-59). Se sul versante relazionale l’immaginazione funziona in modo spazializzato – come ampliamento del senso di sé – sul versante logico l’immaginazione, funzionando per associazione tra esperienze passate, per ripetizione che crea profili di abitudine, e elaborazione di aspettative sul futuro, è facoltà di anticipazione, di variazioni del possibile.

In Schumpeter, nel quadro della transizione opportunamente sottolineata da una statica a una dinamica, il futuro compare attraverso il concetto di tendenza (p. 238). La ricognizione di una tendenza e l’estrapolazione di eventuali esiti viene presentata come irriducibilmente diversa dalla previsione. La temporalità futura si presenta qui in una forma che manifesta, sebbene in maniera contraddittoria, la crisi del nesso causale tra fenomeni e sviluppo processuale. Dunque, direi, una certa ammissione dell’incompletezza che caratterizza l’attività conoscitiva. 

Tale incompletezza si consolida con le analisi di Keynes. Da una parte l’introduzione di conoscenze regionali, che impediscono la pretesa di formalizzazione di un insieme di processi omogenei. Dall’altra la centralità della categoria di incertezza che, sebbene utilizzata in polemica con le tesi neoclassiche, investe in pieno la funzione politica di una gestione distesa sul tempo futuro, tra crisi di questa stessa funzione e sua incarnazione nel tema della «sicurezza». Vale la pena ricordare come in quegli stessi anni le scienze fisiche e matematiche si confrontino con il paradigma dell’indeterminatezza, ovvero con la rinuncia a un regime di predittibilità dei fenomeni e processi.

Negli ordoliberali considerati, la temporalità futura si presenta come campo investito simultaneamente dall’economico e dal politico: la necessità di ricreare costantemente le condizioni della concorrenza implica un andamento entropico del regime concorrenziale, che richiede interventi di riattivazione. L’entropia si rivela dunque come una temporalità di sviluppo votata non solo all’instabilità ma alla dissoluzione delle condizioni precedenti. In questa prospettiva la matematizzazione dell’economico non solo si rivela fallace, ma segnala anche la necessità di un elemento normativo, costrittivo, quando non violento, per ripristinare le condizioni della formalizzazione. Violenza e matematizzazione incompiuta: la distensione temporale nel futuro appare ricatturata in feedback circolari tra economico e politico per ripristinare continuamente uno stato tanto ideale quanto fallace.


Infine, venendo a quanto trattato nell’ultimo capitolo, che ritorna sull’aporia della sovranità economica. Il quadro tracciato intensifica la diagnosi arendtiana in Vita activa sul divenire sociale di una politica che all’epoca si stava delineando come una «gigantesca amministrazione domestica» – dove sociale è inteso come sistema di bisogni fisiologici in capo a esistenze non qualificate, più zoé che bios. Le sovranità amministrative, che eludono più che prendere in conto la disgiunzione tra politico ed economico – e di cui l’Europa e le sue ascendenze ordoliberali sarebbero la determinazione presente – sono trattate in riferimento al governo dei grandi numeri, secondo una efficace formulazione di Alain Supiot. Decisioni data driven che mirano a esiti di legittimazione, ma anche al coinvolgimento delle cittadinanze nel governo della produzione di ricchezza.

Perché anche in queste pagine si profila una problematica del tempo futuro? Ritengo che qui emerga la questione degli strumenti conoscitivi – e dunque, ancora una volta, un compito filosofico volto a indagare il costituirsi della nuova episteme economico-politica – nella loro stessa costituzione tecnologica. La governance algoritmica è infatti una pratica di calcolo logico basata non solo su inferenze costruite su diversi coefficienti di probabilità, ma soprattutto su un intervento spurio che mira a incidere sulla possibilità stessa dell’anticipazione. Sul versante dell’economics l’anticipazione ha un aspetto speculativo, nel duplice senso di finanziario e di razionalità ipotetica. Sul versante del politico, invece, la distensione sul tempo futuro implica una correzione interna, mediata dalla tecnologia, dei dispositivi di raccolta dati, nonché la creazione di nuovi apparati capaci a loro volta di riorientare e riconfigurare le fonti dei dati stessi.

Riprendendo il metodo concettuale di Adelino Zanini, il trattamento economico-politico della temporalità futura si profilerebbe attraverso concetti e livelli di elaborazione diversi quando non eterogenei; e tuttavia lo si potrebbe cogliere in quanto problema al contempo economico e politico.

 


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Federica Giardini insegna Filosofia politica all’Università Roma Tre, dove coordina il Master in Studi e politiche di genere. È stata nel comitato direttivo della IAPh (Internationale Assoziation von Philosophinnen) (2008-2016), da cui è nato il portale di ricerca femminista IAPh Italia.

Per DeriveApprodi ha curato, insieme a Sara Pierallini e Federica Tomasello, La natura dell'economia (2020) ed ha scritto sul pensiero della differenza sessuale per Introduzione ai femminismi (a cura di Anna Curcio, I edizione 2019).

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