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Evviva l'internazionalismo!

Recensione a The Rest and the West (Meltemi, 2025)


David Wojnarowicz, Untitled (Globe Head), 1984
David Wojnarowicz, Untitled (Globe Head), 1984

A proposito dell'ultimo libro di Neilson e Mezzadra.


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Evviva l'internazionalismo! Evviva, anche se non si sa più bene cosa significhi, e quindi è tutto da ripensare. È questa l'ingiunzione tanto problematica, quanto ampiamente argomentata, che, detta a mio modo, si può ricavare da The Rest and the West di Nielsen e Mezzadra (Meltemi editore, Milano, 2025): un'ingiunzione che ne condensa uno dei suoi maggiori meriti. Ma non si tratta niente affatto di un pugnace pamphlet, come potrebbe far pensare questa mia prima annotazione in forma di slogan: si tratta piuttosto di un meditato e documentatissimo trattato – recentemente tradotto in italiano da Federico Smania e Elisa Virgili dall'edizione in inglese già uscita.


Nelle sue più di trecentocinquanta pagine suddivise in cinque capitoli, oltre all'ultima dedicata appunto a delineare un «nuovo internazionalismo» in funzione delle nuove forme di mobilità e di lotta di classe, nonché in contrasto con «la guerra e la proliferazione dei regimi di guerra», sono affrontate alcune delle maggiori questioni che tormentano il nostro tempo. «I processi di diversificazione e moltiplicazione che hanno fatto esplodere la precedente omogeneità della classe operaia industriale su diverse scale geografiche» sono così analizzate, come lo sono «le logiche capitalistiche» risultanti dalle «costanti negoziazioni» tra «poteri, compresi gli Stati e altri attori governativi»: il tutto inquadrato alla luce di una riformulazione della nozione intesa non più solo in senso strettamente economico di «capitalismo politico» e di quella intesa non più solo in senso strettamente geografico di «polo». Ecco dunque che la lettura di questo libro ci offre una visione panoramica, ma anche dettagliata di come sta andando il mondo d'oggi, mantenendo sempre lo sguardo fuori da tutte quelle prospettive sovraniste, più o meno patriottiche o territoriali attualmente dominanti. The Rest and the West è infatti un testo collocabile nel solco di quella lunga tradizione intellettuale e marxista di origine operaista, nota a livello globale sopratutto grazie alla vastissima letteratura di e su Antonio Negri, ma anche grazie ai precedenti lavori di questi due autori come Operazioni del Capitale. Capitalismo contemporaneo tra sfruttamento ed estrazione (Manifestolibri, Roma, 2020).


L'ironia del titolo dell'ultimo lavoro di Nielsen e Mezzadra che inverte la priorità più prevedibile dei due termini dà efficacemente l'idea dell'approccio seguito. The Rest and the West è teso infatti a dar conto anzitutto di quell'emergente, strabiliante, contraddittoria, estesissima e popolatissima zona del mondo, la quale si pone in scarto da quell'Occidente che dalla notte dei tempi si fa valere quale polo centrale di tutto il pianeta. Può allora venire in mente persino un diverso titolo riguardante tutt'altro ma che a nominarlo evoca qualcosa di assai prossimo a quel che Nielsen e Mezzadra ci dicono: Il resto di niente[1]. Sì l'Occidente dei giorni nostri più che declinare, tramontare o cedere egemonia, pare proprio avere perso la sua anima, il suo spirito, la sua identità, il suo preteso universalismo, se mai ne ha avuti: pare proprio disfarsi, come dice anche Emmanuel Todd, nel suo bel libro[2]. Gli autori di The Rest and the West parlano giustamente di «decentramento», «dislocazione», ovvero, una sorta di decomposizione che diffonde i suoi effetti, disperdendosi in essi eppur continuando a condizionare indirettamente il contesto di un «capitalismo frammentato» [3]


Ma «questa situazione – affermano i nostri – non è necessariamente da celebrare come un lieto fine: il mondo dopo l'Occidente potrebbe rivelarsi peggiore di quello che l'Occidente ha costruito con il colonialismo e l'imperialismo. Stiamo vivendo una transizione aperta, tormentata dalla guerra e dal proliferare di regimi di guerra, ma anche plasmata da molteplici lotte per la giustizia sociale». E ancora: «Se, da un lato, il multipolarismo può alimentare nuove spinte imperialiste, rivalità imperialiste e guerre, dall'altro potrebbe consentire una distribuzione più equa della ricchezza e del potere». «Transizione aperta» allora pare agli autori la formula che meglio esprime la sospensione che stiamo vivendo tra queste due eventualità diametralmente opposte.  


  Attenzione particolare va posta allora al sottotitolo: Per la critica del multipolarismo. Il che vuol dire ad esempio non cedere ai tanti troppo facili entusiasmi per tutto ciò che, come i famosi Brics, si sottrae in parte o in toto dalla sfera d'influenza degli Usa e dei loro alleati. Perché non dubitare infatti che l'esistenza e lo sviluppo di questo raggruppamento di Stati basti a garantire che insieme sapranno favorire la ricerca di alternative al capitalismo? Il dubbio legittimo è più che mai avvertito da Nielsen e Mezzadra. Presupposto di fondo del loro approccio di tradizione operaista è infatti che tali alternative siano perseguibili anzitutto tramite lotte di classe, «coalizioni intersezionali» e movimenti in difesa e promozione delle differenze sociali e di genere: delle pratiche insomma le quali non di rado non sono neanche minimamente tollerate in molti paesi pur sempre meno ossequiosi nei confronti del «Washington consensus». Questo presupposto viene ribadito e illustrato in The Rest and the West riprendendo una polemica degli anni Venti del secolo scorso tra due autori tedeschi, Eckart Kehr e Leopold von Ranke: il primo sostenitore del «primato della politica interna» contro il secondo sostenitore invece del «primato della politica estera» (pp. 294-5). Grande questione, questa, che si ritrova maneggiata una decina d'anni dopo e pur in un contesto totalmente diverso anche da quel guerrigliero marxista piuttosto eterodosso che era all'epoca Mao: sua la formula del «primato delle cause interne su quelle esterne». Dunque sì anche dal punto di vista di questa tradizione di pensiero rivoluzionario più congeniale a chi scrive si deve convenire che, contrariamente alle predominanti visioni eminentemente geopolitiche, l'impegno per la giustizia sociale, quali che ne siano le modalità, non può non esercitarsi anzitutto all'interno di un territorio sovrano o meglio di un «polo» secondo la terminologia proposta dai nostri autori. E tuttavia va da sé che la difesa di questo primato non esclude ogni considerazione anche sulle cause esterne, anche sulla situazione generale, internazionale e geopolitica. E ciò specie nel caso in cui come oggi guerra, corsa agli armamenti e al reclutamento stanno imperversando ovunque ma sopratutto in Ue, facendo intravedere all'orizzonte la possibilità di una catastrofe bellica globale senza precedenti. Un concorrere di circostanze, questo, quanto mai disastroso che non può non condizionare anche le forme della militanza politica «interna», facendovi prevalere come mai in precedenza gli imperativi della diserzione, del boicotaggio e del contrasto alla propaganda bellicista e così via[4].  Ecco è anche da un tale sbieco, qui accennato telegraficamente, che le preziose pagine di The Rest and the West danno adito a discussioni ulteriori rispetto a quelle in esso direttamente proposte.


Ma tra le tante c'è anche un'altra prospettiva nella quale può essere interessante confrontarsi con questo libro. Alludo qui al problema recentemente puntualizzato da Maurizio Lazzarato in Potenza e impotenza contemporanee. Lotte senza rivoluzione [5] in «Machina». Detto in poche parole – in parte dello stesso autore: come è possibile che «ondate rivoluzionarie» (quali quella che si è data su scala mondiale tra il 2011 e il 2019, e di massa superiore persino a quelle del fatidico '68) siano state incapaci «di produrre e stabilizzare il più piccolo  rapporto di forza col nemico»? Come è possibile che non abbiano inventato «alcuna forma di organizzazione capace, non dico di passare all'offensiva, ma anche solo di resistere all'iniziativa del nemico di classe?». Ora è chiaro che Nielsen e Mezzadra non la vedono così, non in un modo così radicale e pessimistico; come già qui segnalato, con la loro teoria della «transizione aperta» che sarebbe in corso ci mostrano un presente meno cupo: non solo marchiato dall'incombere delle guerre, ma anche «plasmato da molteplici lotte per la giustizia sociale». Di qui la speranza che l'avvenire di tali lotte non sia tanto impotente quanto risulta nell'articolo citato. Né secondo loro, c'è da scommetterlo, a migliorare questo avvenire potrebbe giovare rinverdire quella tradizione delle rivoluzioni come vorrebbe Lazzarato, nell'intento di riportare l'attuale proletariato a riappropriarsi a proprio modo della dimensione della guerra, invece di lasciarla sempre alla controparte capitalista. Per gli autori di  The Rest and the West come del resto per il sottoscritto [6] l'epoca delle rivoluzioni è infatti comunque passata come è passato il tempo in cui la conquista dello Stato poteva essere vista e tentata come tornante storico cruciale. Per di più come attempato allievo di Badiou ricadrei sicuramente sotto le critiche che l'articolo rivolge al filosofo francese imputandogli la colpa di rifiutare l'enfasi e il piglio militaristi ricorrenti nella maggior parte delle esperienze condotte in nome del comunismo.


Ciò detto, però c'è un tema su cui credo che l'appassionata denuncia di Lazzarato meriti attenzione. Si tratta del tema dell'impotenza pluridecennale dimostrata dalla maggior parte delle esperienze politiche anticapitaliste (ovvio con le dovute eccezioni ma che però non contraddicono la tendenza generale). Se non è né nella rivoluzione, né nella guerra che è da cercarvi rimedio, basta forse ribadire che lotte di classe e movimenti sociali non hanno cessato di esistere - come si fa in The Rest and the West? O forse per rilanciare un internazionalismo all'altezza dei tempi non servirebbe qualcosa come un'ideologia «di classe» rinnovata? Nel 1902 lo stesso Lenin si poneva un problema simile [7].    

 

 

Note

[1] Titolo del romanzo di Enzo Stiano del 1986 e omonimo film di Antonietta De Lillo del 2004 entrambi dedicati alla storia di Eleonora Fonseca Piementel, martire della Rivoluzione Napoletana del 1799.

 [2] La défaite de l'Occident, Gallimard, Paris, 2024 tradotto in italiano più moderatamente La sconfitta dell'Occidente, Fazi, Roma, 2024.

 [3] Slobodian Q., Il capitalismo della frammentazione. Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza mercato, Einaudi, Torino, 2023 citato in The rest and West.

 [4]Vedi Amato P., Romitelli V., Per una critica della pace e della guerra, Un confronto, Cronopio, Napoli, 2025.

 [5] Lazzarato M., «Potenza e impotenza contemporanee», Machina, 9 dicembre 2025.

 [6]Poco o nulla rileva, ma l'età mi spinge a ricordare che trent'anni fa già lo sostenevo in Sulle origini e la fine della rivoluzione, Clueb, Bologna, 1996.

 [7] «La questione si può porre solamente così – egli afferma in righe ben note del Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento–: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo» (poiché l’umanità non ha creato una «terza» ideologia, e, d’altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi).


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Valerio Romitelli nato a Bologna nel 1948, ha insegnato, fatto ricerche e tenuto conferenze soprattutto nelle università di Trento e Bologna, ma anche di Napoli, Paris VIII-St. Denis, Nice Sophie Antipolis, Lille, Reims, Barcellona, New York (Columbia), Houston (Rice), Londra (Soas), Pechino (Tsinghua), Stellenbosch e altrove. Suoi ambiti disciplinari: Storia delle dottrine politiche, Storia dei movimenti e dei partiti politici, Metodologia delle scienze sociali. Tiene un seminario sul pensiero politico presso il corso di Antropologia politica dell’Università di Bologna. Tra le sue ultime pubblicazioni: L’amore della politica (2014), La felicità dei partigiani e la nostra (2017), L’enigma dell’Ottobre ’17 (2017), L'emancipazione a venire. Dopo la fine della storia (DeriveApprodi, 2022).

 

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