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Desideri e nemici

Sulle tracce di Franco Fortini



L’articolo che pubblichiamo oggi presenta un profilo politico-intellettuale di Franco Fortini, approfondendo alcuni aspetti centrali della sua figura: l’inesausta tensione verso un sapere comune, lo sforzo di conservare la memoria del passato senza trasformarla in un peso sterile, il rapporto severo e generoso con le nuove generazioni. Al centro vi è anche la sua idea di poesia e letteratura e della preservazione di una «cultura antagonista», per «preparare il tempo in cui sarà necessario rompere il quadro di quel che si ritiene oggi impossibile».


***



ascoltavo morire

la parola d’un poeta o mutarsi

in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi

sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli

parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso

credo di non sapere più di chi è la colpa.

 

Scrivi mi dico, odia

chi con dolcezza guida al niente

gli uomini e le donne che con te si accompagnano

e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici

scrivi anche il tuo nome.

 Franco Fortini, Traducendo Brecht

 

 

 

Un futuro ancora da ereditare

Il 17 gennaio 1991 gli Stati Uniti davano il via all’operazione Desert Storm contro l’Iraq, cancellando l’idea che la fine della Guerra fredda avesse inaugurato finalmente una nuova era di pace. Franco Fortini, intervenendo a un’assemblea di studenti contro l’intervento USA riunitisi alla Statale di Milano ai primi di febbraio, espresse il senso di solitudine e di angoscia che provava di fronte agli scenari che quella guerra (il primo conflitto compiutamente spettacolarizzato a beneficio della propaganda televisiva, tra l’altro) apriva, constatando una profonda sottovalutazione di quanto stava accadendo, sia nel mondo intellettuale che tra le generazioni più giovani, oltre che una vera e propria rimozione delle condizioni politiche che avevano condotto lì.

In risposta a ciò Fortini fece qualcosa di, se vogliamo, piccolo e poco appariscente, se visto con gli occhi di allora. Tanto più significativo, prezioso e necessario, se visto invece con gli occhi di oggi: mise sé stesso, il suo sapere e la sua «esperienza del Novecento» a disposizione di un gruppo di giovani studenti di 20-30 anni interessati ad ascoltare e a «mungere» (parole sue) quell’anziano animale. Iniziarono a partire da quel momento, per circa tre mesi, una serie di incontri a cadenza settimanale, della durata di 4-5 ore, nell’abitazione privata del poeta milanese. «Nel crollo dei riferimenti politici o esterni, ognuno è regredito all’ordine etico»[1] aveva osservato Fortini già nel 1984. Nei suoi intenti, questi incontri con i «figli della rimozione» alle soglie degli anni Novanta (e all’approssimarsi della morte dello stesso Fortini) dovevano servire a consegnare loro degli strumenti per arrestare e invertire questo regresso, preparando il terreno a un ritorno del pensiero e dell’azione politica vera e propria. Alcuni di questi giovani qualche anno dopo avrebbero descritto così il senso di quei pomeriggi, il succo delle indicazioni ricevute allora: 

 

Fortini non voleva che si attuasse un semplice passaggio di informazioni ma qualcosa di assai più simile alla trasmissione di un codice genetico caratterizzato da quattro informazioni principali: studiare, restare uniti, guardarsi intorno, descrivere il proprio presente. […] Fortini riteneva che queste conversazioni ci avrebbero aiutato a rispondere a due domande che ci aveva posto fin dal primo incontro: quali sono i nostri desideri e quali i nostri nemici.[2]

 

Malgrado i 35 anni di distanza e il passaggio di secolo, penso valga ancora la pena farsi investire dalla forza detonante e dalla secca chiarezza dei mezzi e dei fini qui esposti. La storia dei vincitori ha continuato da allora a trionfare con sempre maggior spietatezza. La fine dei ripari e l’impossibilità stessa di scappare ripropongono a chi non rinuncia a tenere gli occhi aperti sul presente, prima ancora dell’interrogativo sul che fare?, la domanda come esistere? nel «brave new world» in cui siamo entrati e di cui stiamo vedendo, probabilmente, appena le battute iniziali. È un pensiero che deve necessariamente accompagnare chi ha scelto di organizzarsi e lottare contro il «realismo capitalista”»; chi considera ancora una scelta di valore il salvaguardare e trasmettere alle generazioni successive la possibilità dell’utopia, di costruirsi come esseri nel mondo, ma non assuefatti all’epoca presente; i giovani e giovanissimi stessi che (parole di Fortini) «non possono sapere di avere diritto a un passato, né tantomeno che la via ad esso è la medesima che può portare a un futuro».[3] In breve: militanti politici, insegnanti, studenti. Per tutti loro il lascito di Fortini può essere qualcosa di importante e potente da conoscere e raccogliere.

Questo scritto vorrebbe presentare il profilo politico-intellettuale di Fortini a partire da un bel volume di Lorenzo Tommasini uscito nel 2024 per Quodlibet, dal titolo Educazione e utopia. Fortini docente a scuola e all’università[4], da cui sono tratte la maggior parte delle citazioni di seguito proposte.[5] Non leggerete qui uno scritto accademico e neppure un ritratto a tutto tondo. Vi è però l’auspicio che qualche persona in più possa essere spinta da questo scritto ad approfondire tale figura, facendosi scuotere dagli esempi di disciplina e di agonismo del pensiero che Fortini ha sempre ritenuto indispensabili per l’azione politica dei rivoluzionari. È bene conoscere questi esempi e chiedersi come possiamo farli propri, se si accetta l’impossibilità, oggi, di una

 

battaglia diversa da quella contro lo sviluppo dell'«industria delle coscienze» e contro l'annichilimento di intelligenze e volontà compiuto dalla «cultura» e dai suoi addetti. Il compito di una cultura antagonista non può essere altro che quello di preparare il tempo in cui sarà necessario rompere il quadro di quel che si ritiene oggi impossibile. Oggi ciò equivale ad andare contro ogni corrente; e a risvegliare temi enormi, come quelli della libertà e della verità.[6] 

 


Un’inesausta tensione per un sapere comune

Facciamo un salto indietro di quasi 45 anni, nell’Italia appena uscita dal fascismo, carica di energie e speranze di rinnovamento figlie del movimento resistenziale a cui Fortini stesso aveva sia pur brevemente preso parte. Da qui infatti sceglie di partire il volume di Tommasini, che lascia consapevolmente da parte l’apprendistato giovanile di Fortini[7] e la sua attività di poeta e traduttore per concentrarsi maggiormente sul suo divenire un intellettuale, un insegnante, un polemista critico della cultura dominante, ma anche di quella cultura che si voleva falsamente di opposizione, non avvedendosi della propria inconsistenza o inconsapevole complicità con la riproduzione della società capitalista.

Settembre 1947. Fortini viene assunto alla fabbrica Olivetti di Ivrea, lavorandovi poco meno di un anno. Pur nella sua brevità, si tratta di un’esperienza decisiva, che permette al giovane intellettuale trentenne di entrare in contatto diretto con la realtà dello sfruttamento, del lavoro alienato, con l’impoverimento materiale e spirituale da cui hanno origine, tra le altre cose, le stesse macchine con cui scriverà recensioni, saggi, poesie. È l’incontro cruciale con la differenza di classe, un apprendimento di che cos’è il privilegio borghese che contribuirà a determinare e a definire l’adesione al marxismo di Fortini. Due mesi dopo, sulla rivista Il Politecnico, pubblica uno scritto dal titolo Diario di un giovane borghese intellettuale, in cui emerge chiaramente l’intensità di questa esperienza:

 

Il lavoro alla macchina è mostruoso come uno sfregio. Duemila pezzi all’ora, tranciati, forati o piegati passano nelle dita di un uomo o di una donna, astratti, inconcreti, propriamente «inesistenti» […]. La degradazione dell’uomo nel lavoro meccanico è obbiettiva; la maggior parte degli operai non l’avverte e si piegano ad essa come una pianta si piega a seguire il fil di ferro e il disegno del giardiniere. […] Quando passi attraverso certi reparti dove i vapori chimici o la polvere della mole ammazzano lentamente diecine d’uomini, costoro non ti guardano con odio e neppure con curiosità, accettano. […] Tu esisti e tutta la tua classe esiste sulla inumanità loro.[8]

 

Luglio 1948. Dopo l’attentato a Togliatti Fortini si schiera a favore della rivolta in fabbrica. Adriano Olivetti sceglie di non licenziarlo – quindici anni più tardi Fortini esprimerà gratitudine e stima per la statura umana e culturale dell’industriale, certo anche frutto di quella scelta – ma lo fa trasferire a Milano all’ufficio pubblicità. Fino al 1963, insieme a un’assidua collaborazione con l’editore Einaudi, con cui aveva pubblicato la prima raccolta poetica (Foglio di via) nel 1946, questo sarà il lavoro di Fortini. Sono anni per lui di fatiche e frustrazioni connesse al lavoro editoriale e al mercato delle lettere[9] ma anche di profonda maturazione ideologica e di definizione della propria voce poetica (ben due raccolte risalgono a questo periodo: Poesia ed errore, 1959 e Una volta per sempre, 1963), anche in veste di traduttore di Éluard, Brecht, Proust. E di incontri e corrispondenze con figure come Calvino, Giudici, Vittorini.

In maniera imprevista, la vita di Fortini cambia ancora una volta in prossimità dei cinquant’anni. Di mezzo, c’è un prezzo da pagare per una scelta controcorrente. Nel ’63 ad Einaudi si consuma uno scontro ideologico e politico sulla possibilità di pubblicare il testo L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi, osteggiato sia dalla FIAT che dal PCI. Solmi, Panzieri, lo stesso Fortini, favorevoli alla pubblicazione, ne escono sconfitti e licenziati, o spinti ad abbandonare. Poco dopo, Fortini viene licenziato anche dalla Olivetti. Pressato da alcuni debiti e memore di un concorso per insegnante vinto oltre vent’anni prima, sceglie di entrare nel mondo della scuola. Inizia qui il «secondo tempo» della vita intellettuale di Fortini, che dagli istituti tecnici di Lecco, Monza e Milano lo condurrà poi nel 1971 all’insegnamento di Storia della critica letteraria presso l’Università di Siena. È un passaggio difficile, ma vissuto con imprevisto entusiasmo e da lui ricordato a distanza di anni con parole luminose:

 

È stato un brusco declassamento. […] Bene: se non avessi fatto quell’esperienza tremenda e positiva, non avrei capito nulla. Mi trovai a contatto di gomito con […] la generazione del 1968. Scoprii la bellezza di essere intellettuale-frate, non prete: fra Cristoforo, non il cardinale Borromeo.[10]

 

Fu una regressione sociale e una promozione morale. Conobbi i ragazzi delle periferie, le manifestazioni, gli scontri.[11] 

 

La presenza in classe di Fortini risulta potente e spiazzante per molti degli studenti da lui incontrati su quei banchi[12], fin dal primo giorno[13]. Il giudizio su di lui come insegnante non è univoco; lo è invece il riconoscimento della sua statura culturale, della passione e dell’impegno pedagogico da lui riposto nell’accompagnare dei giovani verso l’età adulta. Il ’68 e dintorni porta grande speranza ed energia (e ovviamente un po’ di caos) anche nell’Istituto Tecnico Turistico in cui Fortini insegna. Ai leader del movimento basta urlare «Assemblea generale!» dai corridoi perché le classi si svuotino all’istante lasciando i professori costernati.

Qui, di nuovo, entra in gioco quella che potremmo definire la «differenza fortiniana», la sua irriducibilità a ogni moda, la sua indisponibilità a sospendere le responsabilità connesse alla funzione intellettuale. Contro il falso orizzontalismo, anche in pieno ‘68, Fortini chiede ai suoi studenti di alzarsi in classe quando entra, dà loro del lei. E allo stesso tempo, senza alcuna reale contraddizione, instaura con diversi di quei giovani un rapporto quasi fraterno, ben al di là dell’attività in classe: li ospita a casa sua, telefona loro per discutere lungamente dei loro temi, partecipa ai loro cortei, dà il suo appoggio morale alle mobilitazioni studentesche e alle frange intellettualmente e politicamente più avanzate del movimento.

Non rinuncia tuttavia al confronto critico con loro, nella convinzione che la cosa di cui meno abbiano bisogno i giovani, al pari del paternalismo, sia proprio il giovanilismo degli «adulti», il lisciare il pelo di fronte a ogni comportamento o parola solo perché «nuovi» e «giovanili». Non disdegna perciò la provocazione mirata e spiazzante, come quella rivolta a una platea studentesca di Empoli nel 1978: «Voi non siete giovani. Forse lo diventerete»[14]. O la severità ideologica con cui mette in guardia dalle false ribellioni e dalle scorciatoie per la libertà, invitando i giovani a guardarsi da quei «diritti che a questa società non costano proprio nulla».[15] 

Ciò che è importante rilevare nel suo rapporto con il movimento del ’68 è la chiarezza con cui scelse la parte della barricata entro cui condurre il dibattito e la critica, rendendo questa scelta netta, riconoscibile, impegnativa, nel momento stesso dello scontro: «L’odio che gli uomini della mia generazione provano per i giovani non è soltanto l’eterno odio del padre verso il figlio, ma quello del politico verso chi dimostra con i fatti che qualcosa è possibile dove l’impossibilità era stata proclamata a mascherare la vigliaccheria».[16] 

Il filo conduttore che lega tutte le parole e i gesti di Fortini in questi anni, al centro di un suo saggio del 1971, è la consapevolezza del rapporto dialettico tra il ruolo della figura intellettuale e la funzione che ad essa associamo. La critica sessantottina dell’autorità, anche intellettuale, non può infatti demolire la necessità del giudizio di valore, la fatica del discernimento di ciò che è sostanziale e valido in campo culturale e ciò che è invece merce aleatoria, di moda e facilmente deperibile.[17] Rincorrere affannosamente la cronaca o ciò che si ritiene più appetibile per le masse, senza il filtro della riflessione o una chiarezza strategica su quale società si vorrebbe costruire, allora come oggi è un indice di profonda debolezza, al pari del rifugio catechistico nei «sacri» testi della teoria o in miti del passato non riducibili al presente. La gerarchia dei poteri è per Fortini sovvertibile solo organizzandosi per farlo secondo una gerarchia dei valori. Un «ripartire dall’alto», da ciò che è alto, se volessimo riprendere un’indicazione dell’ultimo Tronti; e farne un pane spezzabile anche per chi sta in basso, recuperando una capacità di proiettarsi sui tempi lunghi della storia, di agire in direzione di un progetto di trasformazione comune:

 

È tempo di prendersi tempo. Di scrivere «per il popolo» ossia per il lettore più esigente. E «popolo» non sono tutti ma solo coloro che osiamo volere come giudici. Bisogna star contro quel che lo inganna e contenta. Far silenzio intorno alla gente più intronata e avvilita dalle parole, altra «figura» di noi stessi, perché sia possibile intendere che cosa pensa di quel abbiamo la pretesa di dirgli. Senza l’intima superbia di chi dice di non aver nulla da insegnare. Né l’intima paura di chi crede di non aver nulla da imparare.[18]

 

Proprio perché dolorosamente consapevole di una distanza che separa gli esseri umani (in base alla condizione di privilegio o di oppressione di classe in primo luogo, con le ovvie ricadute sul piano dell’accesso alla cultura alta; subito a seguire per la differenza di condizione che divide le popolazioni degli Stati colonizzatori da quelle delle nazioni colonizzate e finanche le rispettive classi lavoratrici[19]) è costantemente presente nei suoi scritti e anche nella sua poesia[20]. Ma – ed è questa è la ricchezza fondamentale del lascito fortiniano – questa distanza non è data e immutabile. È stata posta nella storia dall’azione degli esseri umani e grazie all’azione di altri esseri umani potrà allora diventare un territorio attraversabile, fino a rendere superati e irriconoscibili i recinti e i confini iniziali. Il comunismo secondo Fortini non è altro che questo divenire comune dell’umanità, mediato non più dall’antico messaggio religioso di salvezza ma dall’organizzazione della lotta di classe internazionale.

Posto ciò, non c’è funzione più alta per l’intellettuale che quella di contribuire a un tale sforzo di liberazione e di fare chiarezza sulle condizioni che possono renderlo realmente operativo e comune. È ciò che Fortini fa, con il suo consueto coraggio, nel suo scritto del 1967 I cani del Sinai, in cui si interroga, a seguito della Guerra dei sei giorni (e da intellettuale italiano di origine ebraica), sulle condizioni della solidarietà esercitabile nei paesi occidentali verso le resistenze delle popolazioni colonizzate:

 

Gli uomini i gruppi i popoli non sono uguali; ma non sono diversi solo perché il loro passato è diverso e perché diversamente li determina. Non sono, non debbono, non possono essere uguali, anzi debbono essere, sono costretti ad essere, diversi, perché qui e ora agiscono diversamente, perché diversamente si collocano nel complesso delle forze storiche, nella simultaneità del mondo. Il loro passato li ha collocati dove sono; ma è il futuro a farli muovere. E sono diversi rispetto a te perché coinvolgono, con il loro agire nel presente, la tua diversità, il tuo agire. […] La mia vicinanza a te, la tua lontananza da me si misurano da quel che noi due facciamo, dal come e dove lo facciamo, nel contesto di un confronto, di una lotta immediata e universale.[21]

 

Inutile dire quanto il tema abbia conservato tutta la sua bruciante attualità e urgenza. E per inciso, credo anche che dal senso di distanza che proviamo nel leggere tali parole, possiamo misurare il naufragio di una vera politica trasformativa che si è compiuto negli ultimi anni, con il prender piede delle identity politics nel campo della sinistra di opposizione. Un paradigma tribalizzante, a volte addirittura individualizzante, spesso non immune dalla sostituzione della politica con la morale, come osservato da Jodi Dean in suo scritto di alcuni anni fa tradotto proprio su questa rivista[22] (e più recentemente fatto oggetto di indagine da un saggio giustamente discusso come Guerre culturali e neoliberismo di Mimmo Cangiano). Un paradigma che si risolve nel cercare di rendere questo mondo per tutt* confortevole, avendo rinunciato all’obiettivo di abbattere ciò che lo rende strutturalmente ingiusto.

A tutt’altro scenario e fine miravano invece le attività seminariali pomeridiane svolte da Fortini durante la sua esperienza di insegnante, quando i suoi studenti dell’Istituto Tecnico (spesso pendolari e già lavoratori part-time) gli chiedevano di trattenersi alcune ore in più dopo la fine della mattina per introdurli alla lettura di Marcuse. O il contributo non solo redazionale ma anche di diffusione della rivista il «Politecnico», a cui Fortini aveva continuare a dedicarsi anche a Milano negli anni Cinquanta; un’esperienza da lui rievocata con parole di umile orgoglio e piene del calore umano degli incontri che quella rivista aveva permesso, durante uno dei tanti «inverni della rivoluzione»:

 

Qualche volta «il Politecnico» veniva incollato ai muri cittadini; e ci dava un brivido d’orgoglio vedere i nomi e i pensieri della poesia e dell’arte, di un amore che si era sempre creduto votato all’ombra e al riserbo, tremare all’aria e alla nebbia, lettura dei passanti, dei reduci dagli occhi smorti, dei vagabondi. Talvolta si andava nei circoli operai, nelle fabbriche, a parlare del Politecnico. Ricordo una sera, verso piazzale Corvetto, una specie di hangar mal illuminato, pieno di operai, di donne con i bambini sulle ginocchia; e ascoltavano parlare del Politecnico come di una cosa loro, come si trattasse del loro lavoro e della loro salute, e interrogavano, volevano sapere.[23]

 

 

 

Nell’esilio della rivoluzione, proteggere alcune verità

Dopo il riflusso dei movimenti del lungo ’68 (e il mancato incontro con il movimento del ’77), la riflessione di Fortini tenderà sempre più a interrogarsi sullo sforzo e la necessità di conservare la memoria del passato rivoluzionario come precondizione per tenere aperta la porta del futuro. Gli anni della controrivoluzione sono arrivati e Fortini vive la mutazione antropologica della società italiana degli anni Ottanta con la dolorosa consapevolezza del passaggio d’epoca di cui essa era sintomo. Malgrado l’attività di insegnamento a Siena sia fervida di impegno e di studi letterari ancora oggi di valore, sono per lui anni di esilio interiore e di veglia sulle rovine, in cui via via si approfondisce l’inclinazione a un pessimismo cupo, eloquentemente testimoniato dai titoli delle sue ultime raccolte poetiche, Paesaggio con serpente (1984) e Composita solvantur (1994). Per Fortini il presentismo, l’opinionismo e il particolarismo individuale avevano prevalso sui loro opposti corrispettivi (prospettiva strategica, forza del pensiero, disciplina collettiva), condannando le soggettività che si vorrebbero antagoniste a uno stato di eterna adolescenza e un’inanità dell’azione:

 

Una volta si pensava che le idee determinassero delle conseguenze: oggi il margine della conseguenza è stato eliminato nel pluralismo totale, e la democrazia delle idee è spinta all’estremo, come in quelle sette protestanti dove nel coro ognuno canta un salmo per conto suo, secondo che lo spirito detta. Non importa la cacofonia, tanto l’unico interlocutore è Dio. Così ognuno di noi canta la sua nota, e tutto finisce lì, nessuno mira alle conseguenze.[24]

 

Lo stato di desolazione politica e intellettuale che Fortini dolentemente percepiva a metà degli anni Ottanta recava però in sé, ancora, il bisogno umano inestinguibile di rintracciare quella promessa, liquidata come obsoleta e posta ai margini, di un diverso avvenire:

 

Dove si nasconde allora la cultura d’opposizione? Si rifugia a due estremi. Un estremo è quello dell’alta specializzazione del sapere, ai massimi livelli, quelli più verificabili e più seri, la ricerca di gruppi o di singoli che necessariamente non può essere transitiva, non può diventare opinione, non circola, e non può non rimanere così. Dall’altro lato abbiamo invece una cultura molto diffusa, in gran parte invisibile, che ha carattere prevalentemente etico e che fa riferimento, magari non sapendolo, a forme pregresse di visione del mondo: religiosa, socialista, umanistica, tutte considerate, a livello di opinione corrente, come narrazioni liquidate. E invece queste visioni del mondo continuano a sussistere, tra i più oltraggiati dalla realtà e dalla vita quotidiana, come forma interiore della verità. Sono il meglio dei cattolici, dei resti della tradizione socialista e umanistica. Ma non sono libri, non sono spettacoli teatrali o musicali. Sono modi con i quali la persona in cuor suo resiste. E sono fuori dell’organizzazione della cultura.[25]  

E dunque, anche nelle circostanze più disperanti, si può e si deve cercare nuovi compagni e compagne. Tenersi stretti i vecchi, quelli buoni almeno. E con gli uni e gli altri, tirarsi fuori dai pantani fin troppo noti. Si tratta di tenere vivo il bisogno di rivoluzione, temprato dall’assunto messianico che «chi ha visto una verità non può esserle infedele. Se lo fa, è perduto».[26] Fortini è ben consapevole di quanto possa risultare decisivo il dominio sulla temporalità per riaprire (o al contrario, precludere) la possibilità di costruire un progetto di società altro. E su questa posta in gioco, continua a ritenere che valga la pena spendersi e lottare: 

 

Non si può lasciare il ricordo e la storia nelle mani di padroni e signori. […] Il «ricordo», nella sua definitività narrativa, è oggetto o strumento. Può passare di mano in mano. Già in sé contiene giudizio e scelta. Strappa al magma dei paradisi e degli inferni solo interiori. Costruisce dure sequenze di una temporalità non individuale. Esige il patto tra persone e generazioni; e la fedeltà al patto.[27]

 

È importante evidenziare come questo accento fortiniano sul passato da trarre in salvo sia dialetticamente connesso alla funzione profetica, cioè al compito di accendere il desiderio utopico a partire da un rifiuto del presente e in particolare dei tentativi di farne una condizione naturale, occultandone la storicità. È un lavoro che Fortini aveva intrapreso già 20 anni prima, curando un’antologia di saggi filosofici significativamente intitolata Profezie e realtà del nostro secolo. Testi e documenti per la storia di domani. Nell’introduzione all’opera, Fortini si mostra infatti consapevole di come il «il pensiero dell'avvenire, quando disgiunto dall'odio del presente, può diventare […] una forma irreale di compenso».[28] E tuttavia l’agire rivoluzionario non può fare a meno di un orizzonte profetico per «testimoniare[re] un’insufficienza della realtà» e per risvegliare dal torpore «quella parte di ciascuno di noi […] che è stata accuratamente addestrata a vergognarsi di avere delle “idee generali” e di voler comportarsi secondo quelle»[29]. 

Come fare esercizio di coerenza politica e di dignità intellettuale vent’anni dopo, in un contesto completamente mutato? Innanzitutto sapendo che attivare politicamente un ricordo significa abbandonare qualunque tentazione nostalgica: «Di storia abbiamo bisogno; o di dimenticanza vera, di quella che è propria di chi ha da fare per sé e per gli altri. Il culto delle memorie è nobile, può essere necessario ma è dei tempi di sconfitta»[30]. E accettando in eredità il compito di un «lavoro senza luce e senza alcuna speranza immediata, che è della politica autentica»[31]. Occorre, per Fortini, vagliare l’eredità culturale e ideologica da trasmettere, ridurla spietatamente all’essenziale e solo a quel punto farsene custodi e mediatori per le nuove generazioni, praticando un «risparmio e un razionamento della parola» e una riduzione del «rumore di fondo» come condizioni per chiamare ad esistenza tramite il linguaggio una nuova realtà e una nuova umanità:

 

L’articolo, il volantino, la prefazione, queste parole che scrivo: i loro effetti secondari possono essere più decisivi dei loro effetti primari. Quando un appello allo sciopero o alla manifestazione fallisce, dalle frasi vien freddo: quella prosa non resiste allo scacco delle circostanze. Un volantino dovrebbe essere scritto in modo da restare, almeno in parte, vero anche dopo una smentita politica. Quando dall’articolo della rivista o dal libro arriva a noi la conferma, anche stilistica, dell’impotenza e della ripetizione, le pagine lette si rapprendono in stanchezza e in dovere malcompiuto. […] Fino a quando si continuerà a credere nell’illusione coscienzialistica e necessariamente riformista che sapere sia potere, pensare sia fare e che la parola sia la cosa senza che il sapere, il pensare e la parola siano, per così dire, accompagnati al bersaglio ma che sia possibile lasciarli all’oceano liberistico delle istituzioni «culturali» del mercato neocapitalistico, fino allora ci si illuderà che basti opporre la notizia vera alla falsa, la parola rossa alla nera. Quando, per combattere la barbarie che abbiamo di fronte, è necessario che la notizia vera e la parola rossa siano anche un altro linguaggio; […] dobbiamo lottare contro la dissipazione, la verbalizzazione, la ridondanza, il rumore di fondo della molteplicità. Insegnare nelle scuole e nei gruppi politici, nella conversazione e nella persuasione, a risparmiare parole, informazioni e stampe; a respingere l’immediatezza, l’improvvisazione, l’abbondanza[32].

 

A ciò può e deve contribuire anche un lavoro educativo inteso come forma di «responsabilità verso la storia» (Luperini), curando e diffondendo un sapere comune che vada al di là della semplice divulgazione e che alimenti un modo più profondo di intendere la cultura, evitando di abbandonare ampie fasce della popolazione alla spazzatura culturale e informativa: «Non ci si difende. Si deve “offendere” organizzando la resistenza, anche di piccoli gruppi, alle forme più degradate dell’industria culturale (TV, giornali, periodici, editoria, scuola). È la prima tappa, ma urgente, di ritorno ad una azione politica indipendente dai partiti e a una riflessione sulle forme possibili di nuove aggregazioni e di altri linguaggi.».[33] In tale sforzo combattivo attento, costante e operoso, vocato a rispondere a superiori doveri e ad avvicinare il realizzarsi dell’utopia incompiuta, Fortini ripone il significato profondo di tutto il suo lavoro di docente e studioso di letteratura, con parole che oggi rischiano di apparire troppo alte e inattuali se comparate alle piccole ambizioni e i mediocri orizzonti che animano buona parte del mondo intellettuale e accademico odierno, anche (se non soprattutto) a sinistra:

 

Sono persuaso che è impossibile pensare di avvicinare, non dico capire, il Paradiso di Dante, i Lieder di Schubert, la poesia di Mallarmé o la prosa di Kafka se non si sa, in qualche modo, che il prezzo del rame o di qualche altro metallo o prodotto uccide materialmente, porta via dalla faccia della terra gli esseri umani e predispone i termini della nostra medesima morte, spirituale prima ancora che fisica, e fin da ora. […] Per questo mi debbo scusare di aver trascorso la vita ad occuparmi di poesia e di letteratura o, almeno, di aver dato l’impressione che così fosse; in realtà mi occupavo di «altro» e anche i meno intelligenti fra i miei avversari lo sapevano benissimo e non me lo hanno mai perdonato[34]. 

 

Una poesia disgiunta dalla coscienza vigile di tutto quel che poesia non è, si fa vino di servi truccati da signori. Non ho, su questo punto, mutato opinione. […] Ma una simile proposta, lo so bene, non dice più nulla al nostro Occidente. Sopravvive in altre parti del genere umano. Ma separata dagli oggetti dell'arte e della poesia. Vive nelle decisioni e nelle scelte etiche e politiche delle vittime, degli oltraggiati, degli ingannati [35]. 

 

Quest’idea di letteratura come un deposito di forza messianica accompagna Fortini lungo l’intero corso della sua vita, persino nel buio senso di «dopostoria» dei Novanta. È il cuore di un’eredità irriducibile a qualunque recinto controllato dell’esperienza intellettuale. È la disciplina dello spirito libero e assetato di giustizia, che non si fa obnubilare da un mistico culto separato del bello e tiene invece fisso l’obiettivo su quell’altrove terreno che è stato e potrebbe essere ancora l’utopia comunista. «Di bene un attimo ci fu. / Una volta per sempre ci mosse». Sono due versi del testamento poetico E questo è il sonno… [36], in cui Fortini, prossimo alla morte, risale alle origini della sua poesia, maturata nella partecipazione al movimento partigiano, per reinterrogare il significato e il valore della sua e di ogni (r)esistenza. Un testo cruciale che ancora ci sfida a mantenerci fedeli a quella verità, «e farla durare, e dargli spazio», anche nei nuovi inferni del presente, costi quel che costi.

Ritengo, in conclusione, che dell’opera di Fortini stesso si possa dire quanto egli ebbe a scrivere in più occasioni dell’amato Manzoni: che «nel momento medesimo nel quale ripete le sue ferme risposte, ci ripropone, con il rigore della sua fermezza, nuove, concrete domande».[37]; e che «i suoi libri si fanno lontani solo per gli impazienti. Ma uno degli obiettivi della lotta odierna, ideologica e pratica, è anche quello di ricreare il tempo e lo spazio intorno agli uomini e quindi la virtù dell’attenzione»[38]. Con tutta la forza, l’intelligenza e la fede laica di cui disponiamo, dobbiamo farci continuatori di questo sforzo, per sottrarre all’oblio e all’accidia l’eredità di un altro futuro, di un’altra storia del mondo che Fortini ha voluto ostinatamente difendere e custodire fino alla fine dei suoi giorni, anche per noi.

 

 


Note

[1] F. Fortini, Rabbie e speranze, 1984, in Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, Bollati Boringhieri 2003, a cura di Velio Abati, pp. 346-347.

[2] Andrea, Elisabetta, Enrico, Ettore, Grazia, Marco, «Pour encourager les autres» in «La meta che non so»: Franco Fortini, «Il de Martino», 4, 1995, pp. 97-102, disponibile qui.

[3] F. Fortini, I giovani e lo scherno, in Insistenze. Cinquanta scritti 1976-1984, Garzanti, Milano 1985, pp. 129-130.

[4] Il volume è scaricabile in PDF qui.

[5] Tra gli altri strumenti per una prima conoscenza dell’autore, segnalo anche il documentario del 2020 a cura di Lorenzo Pallini, Franco Fortini. Memorie per dopo domani, disponibile sulla piattaforma OpenDDB.

[6] F. Fortini, La strage di libri, in Insistenze. Cinquanta scritti 1976-1984, Garzanti 1985, pp. 227-229.

[7] Per chi cercasse una porta di accesso alla sua giovinezza nella Firenze degli anni Trenta, suggerisco la lettura di un suo scritto tardo, da cui si può evincere anche la tensione politica da lui attribuita al confronto con la letteratura: F. Fortini, Per Paul Lawton, 1991, prefazione all'antologia inglese delle sue poesie «Summer is not all. Selected poems in italian and English translated by Paul Lawton», Manchester, Carcanet Press, 1992.  Alcuni estratti di quel testo furono poi pubblicati su «il manifesto» nel 2004, qui leggibili.

[8] F. Fortini, Diario di un giovane borghese intellettuale in Marco Forti, Sergio Pautasso (a cura di), Il Politecnico. Antologia critica, Lerici, Milano 1960, pp. 765-767.

[9] Fortini userà molti anni dopo parole eloquenti rispetto al suo rapporto col lavoro in questo periodo: «Il peso dei libri letti per dovere, da consulente, mi ha portato fastidio e intolleranza per la lettura. Per una quindicina d’anni, ho dovuto leggere per dare giudizi di politica editoriale; e quasi sempre nella forma, per me insoffribile, del manoscritto o delle bozze. Migliaia, probabilmente». (F. Fortini e P. Jachia, Fortini. Leggere e scrivere, Nardi, Firenze 1993, pp. 81-82).

[10] F. Fortini, Rabbie e speranze, intervista a cura di Renato Minore, «Il Messaggero», 7 gennaio 1984, ora in Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, a cura di Velio Abati, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 345.

[11] F. Fortini, Saggi ed epigrammi, a cura di Luca Lenzini, Mondadori, Milano 2003, p. CXIII.

[12] Per chi volesse approfondire questo aspetto, segnalo un bel volume di ricordi dei suoi studenti da poco uscito: Lauretta D’Angelo, Paolo Massari e Lorenzo Massaro (a cura di), Allora comincerò… Franco Fortini nel ricordo dei suoi studenti, Bordeaux, Roma 2024.

[13] Degno di una citazione almeno in nota questo suo «biglietto da visita» uno dei suoi primi giorni di scuola, riportato dalla sua ex allieva Franca Romanò: «Mi chiamo Franco Lattes, sono di origine ebraica, durante la guerra fui costretto a riparare in Svizzera, tornai a Firenze con la liberazione. Poiché io voglio che ci si conosca bene senza sotterfugi vi dirò che sono marxista, sono stato iscritto al Partito Socialista ma oggi non lo sono più, sono un poeta e uno scrittore, mi occupo di letteratura ma conosco anche l’industria. Ho stimato molto un grande industriale italiano, Adriano Olivetti, ho lavorato in quell’azienda, fui io a dare il nome alla prima macchina da scrivere, la lettera elle: il nome lexicon lo suggerii io». (Velio Abati (a cura di), «Se tu vorrai sapere…». Testimonianze per Franco Fortini, Associazione culturale Ipsilon, Cologno Monzese 1996, pp. 48-51)

[14] F. Fortini, «Voi non siete giovani. Forse lo diventerete», in Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, a cura di Velio Abati, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pp. 228-231.

[15] F. Fortini, Su un caso disciplinare, «Azimut», V, 26, novembre-dicembre 1986, poi in «L’ospite ingrato. Semestrale del Centro Studi Franco Fortini», VIII, 1, 2005, p. 163.

[16] F. Fortini, Il dissenso e l’autorità, «Quaderni piacentini», VII, 34, maggio 1968, p. 99.

[17] Cfr. ibidem, p. 94: «Oltre l’autoritarismo c’è l’autorità. […] Mi pare che l’autorità si dia nella misura in cui tra due momenti della medesima persona, due persone diverse, due pensieri, due gruppi umani, si realizza un certo consenso circa un ordine o gerarchia dei valori, che stabilisca necessariamente un più o meno, un ordine di precedenza e di rilevanza. […] Autoritarismo è invece l’insieme dei modi con i quali si impone una data gerarchia di valori. L’autorità accettata è sempre stata imposta? Sì, dalla forza del padre, del maestro, del signore, eccetera; ma solo fino a quando, contestata, non viene sostituita da un’altra autorità, quella che si è venuta costituendo nel coro della contestazione e che è l’altro nome della libertà».

[18] F. Fortini, Una opportuna premessa, in Ventiquattro voci per un dizionario di lettere. Breve guida a un buon uso dell’alfabeto, il Saggiatore, Milano 1968, pp. 33-34.

[19] Va purtroppo rilevata, almeno a mia conoscenza, una sottovalutazione da parte di Fortini del portato della critica femminista ai fondamenti stessi del marxismo tradizionale, la necessità di ampliare e ridefinire a partire da essa le sfere dell’oppressione e i terreni di lotta.

[20] A tal proposito, vorrei citare in nota almeno un testo, il Sonetto dei sette cinesi (da «L’ospite ingrato secondo», 1985) ispirato alla lettura di Brecht: »Una volta il poeta di Augsburg ebbe a dire / che alla parete della stanza aveva appeso / l’Uomo del Dubbio, una stampa cinese. / L’immagine chiedeva: come agire? / Ho una foto alla parete. Vent’anni fa / nel mio obiettivo guardarono sette operai cinesi. / Guardano diffidenti o ironici o sospesi. / Sanno che non scrivo per loro. Io / so che non sono vissuti per me. / Eppure il loro dubbio qualche volta mi ha chiesto / più candide parole o atti più credibili. / A loro chiedo aiuto perché siano visibili / contraddizioni e identità fra noi. / Se un senso esiste, è questo».

[21] F. Fortini, I cani del Sinai, Quodlibet, Macerata, 2002, p. 61.

[22] Cfr. Jodi Dean, Da alleati a compagni, 22/03/2021.

[23] F. Fortini, Dieci inverni 1947-1957. Contributi ad un discorso socialista, Feltrinelli, Milano 1957, pp. 44-45.

[24] F. Fortini, Editoria di cultura ed editori di moda, 1986, in Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, a cura di Velio Abati, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 446.

[25] Ivi, p. 447.

[26] F. Fortini, Per Paul Lawton, 1991.

[27] F. Fortini, Il controllo dell’oblio, 1982, in F. Fortini, Insistenze. Cinquanta scritti 1976-1984, Garzanti, Milano 1985, p. 137.

[28] F. Fortini, Introduzione, in Profezie e realtà del nostro secolo. Testi e documenti per la storia di domani, Laterza, Bari 1965, pp. XII-XIII.

[29] Ivi.

[30] F. Fortini, Ricordarsi del futuro, «Corriere della Sera», 18 novembre 1981, poi in Saggi ed epigrammi, a cura di Luca Lenzini, Mondadori, Milano 2003, p. 1561.

[31] F. Fortini in E. Fachinelli, F. Fortini, G. Giudici, Tre interventi sul libro di don Milani, «Quaderni piacentini», VI, 31 luglio 1967, p. 279.

[32] F. Fortini, Contro il rumore di fondo, 1970 in «Quaderni piacentini» IX, 40, pp. 164-166.

[33] F. Fortini, Ricordarsi del futuro, intervista a cura di Umberto Stefani, «Brescia­oggi», 26 febbraio 1986, ora in Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, a cura di Velio Abati, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 413.

[34] F. Fortini, L’ignoranza volontaria, 1984 in Insistenze. Cinquanta scritti 1976-1984, Garzanti, Milano 1985, p. 267.

[35] F. Fortini, Per Paul Lawton, 1991.

[36] Cfr. il significativo commento al testo offerto da Luca Lenzini su «Le parole e le cose».

[37] F. Fortini, Manzoni e De Sanctis, «Argomenti», 1, marzo 1941, p. 45, poi in Saggi ed epigrammi, a cura di Luca Lenzini, Mondadori, Milano 2003, p. 1204.

[38] F. Fortini, Storia e antistoria nell’opera di Alessandro Manzoni, in ivi, p. 1479.



***


Marco Rizzo (Lucca, 1992) vive a Piombino, dove insegna discipline letterarie negli istituti superiori e promuove varie iniziative culturali e sindacali. Laureatosi a Pisa, ha pubblicato alcuni scritti di argomento politico e letterario su vari blog e riviste online, tra cui «Machina», «La Balena Bianca», «La letteratura e noi», «Carmilla», «Altraparola».

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Trade Pedia
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un giorno fa

alex

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