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Il territorio, il ribelle, la rivolta

Una riflessione sugli scritti di Mike Davis


Mike Davis in una rielaborazione di Angelica Ferrara
Mike Davis in una rielaborazione di Angelica Ferrara

Recentemente DeriveApprodi ha dato alle stampe una nuova edizione italiana di Città morte di Mike Davis. In questo prezioso testo, Massimo Ilardi ricostruisce la parabola intellettuale dell'autore statunitense, sottolineando come sia importante, oggi, tornare a leggere Davis per capire le nuove forme che assumono i conflitti sociali, i loro obiettivi, i rapporti di forza che stabiliscono con le istituzioni, il significato che riveste l'appartenenza culturale che divide e frantuma il tessuto sociale e, infine, la rilevanza che assume il territorio come mezzo per ridistribuire ricchezza.


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«Tra il grigio delle pecore si celano i lupi, quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. Non soltanto quei lupi sono forti in se stessi c’è anche il rischio che, in un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. È questo l’incubo dei potenti».

Ernest Junger


 

 

Perché è importante tornare a riflettere sugli scritti di Mike Davis, un autore, che almeno qui in Italia, è invece poco citato nelle ricerche sulla metropoli contemporanea? I motivi sarebbero molti ma mi interessa qui elencarne almeno quattro che ritengo essenziali se si vogliono capire e non solo demonizzare le nuove forme che assumono oggi i conflitti sociali, i loro obiettivi, i rapporti di forza che stabiliscono con le istituzioni, il significato che riveste l’appartenenza culturale che divide e frantuma il tessuto sociale allontanando la possibilità di creare organizzazioni stabili e coese e, infine, la rilevanza che assume il territorio come mezzo per ridistribuire ricchezza. D’altra parte, l’aspirazione alla uguaglianza o la fondi e la fai marciare su una forte decisione politica o la pratichi con il saccheggio. La storia ci ha insegnato che non esiste una terza via.

 

1. Per Mike Davis il conflitto sociale esplode soprattutto per occupare territorio e per la libertà di attraversarlo. Perché è sul territorio che ci si appropria di redditi senza passare per la costrizione del lavoro salariato e, aggiungerei, perché è sul territorio che si proiettano i desideri di una società del consumo. Non a caso le rivolte si concludono sempre, scrive in La città di quarzo (manifestolibri 2023), «con una magica redistribuzione della ricchezza» attraverso i saccheggi che si estendono con forza esplosiva a tutta la città. E seguita a proposito della rivolta di Los Angeles del 1992: «E mentre gli incendiari alimentavano distruzione e terrore, i saccheggiatori erano governati da una visibile morale dell’economia […] A differenza dei saccheggiatori di Hollywood, che rubavano il bustier di Madonna e le mutandine sexy da "Frederick’s", le masse di MacArthur Park si sono concentrate sulle prosaiche necessità della vita come gli spray contro gli scarafaggi e i pannolini per neonati». Non a caso, ribadisce, in Città morte (DeriveApprodi 2025), che la vera sala macchine delle rivolte, sia politicamente che culturalmente, non è il campus universitario ma il ghetto urbano che è abitato non da un popolo di spiriti ma da una massa di corpi. E il corpo a differenza dello spirito non conosce dialettica né mediazione. Falliti i tentativi di integrazione, bloccato l’accesso alla città nella sua interezza, «la gioventù nera a Los Angeles e altrove cominciò a battersi spontaneamente per il controllo reale degli spazi pubblici,  un’offensiva che più tardi verrà inserita nel programma delle Pantere nere». D’altra parte se vuoi controllare i flussi delle merci devi controllare le strade.

La conseguenza, denuncia ancora Davis in La città di quarzo, è la militarizzazione progressiva della città: «Benvenuti a Los Angeles postliberal, dove la difesa del livelli di vita di maggior lusso si traduce nella continua repressione dello spazio e del movimento, appoggiata dall’onnipresente Risposta Armata. Questa ossessione per i sistemi di sicurezza fisica e, contemporaneamente, per il controllo architettonico delle delimitazioni sociali, è diventata lo zeitgeist della ristrutturazione urbanistica, il tema centrale del nuovo ambiente edificato degli anni 90». Questa fusione della progettazione urbana, dell’architettura e dell’apparato di polizia –seguita Davis- ha come conseguenza la distruzione degli spazi pubblici fino al punto di ridurre quelle che erano vitali strade pedonali «in scoli di traffico» e i parchi pubblici in «temporanei contenitori per senza tetto e per altri diseredati».

 

2. La conoscenza millimetrica e la centralità che assume nel suo pensiero e nei suoi scritti il territorio rivelava già allora il passaggio, che oggi viviamo in maniera compiuta, dalla ‘forma metropoli’ a un informe e infinito territorio. Tutto è territorio e non c’è alcuna forma che possa nominarlo o distinguerlo. Se è stato il mercato a distruggere le mura che delimitavano la città del moderno e a creare metropoli come punto di intersezione e di progettazione di una economia globale, è il consumo oggi a tracciare il nuovo territorio vale a dire uno spazio in cui la mobilità e la domanda di libertà prendono il sopravvento su qualsiasi altro obiettivo, da quello dell’uguaglianza a quello della democrazia. Alla decisione politica che produce forme e soggettività necessarie per raggiungere l’uguaglianza si sostituisce l’azione diretta sul territorio per esercitare pratiche di libertà che destituiscono invece ogni forma di proprietà e di rappresentanza e ogni struttura identitaria dei «luoghi». Rendere neutro uno spazio vuol dire infatti «rendere quello spazio e tutti gli oggetti che contiene immediatamente disponibili. Ed è la percezione di questa disponibilità assoluta dello spazio e delle merci […] che rende assolutamente indifferenti ai principi base di ogni sistema capitalistico e cioè l’accumulazione di capitale e la proprietà privata». (E.Ilardi, Il senso della posizione, Meltemi 2005).

Askatasuna vuol dire libertà: così c’era scritto sui cartelli degli antagonisti che manifestavano contro la chiusura del centro sociale torinese. Libertà e non uguaglianza, non democrazia, non giustizia sociale.

Di conseguenza pensare che nei territori possa esplodere una rivoluzione contro il sistema o sperare che i lavoratori precari possano trasformarsi in guardie rosse della rivoluzione vuol dire sostituire la realtà con i desideri. Lo stesso progetto urbanistico, come ci racconta Davis, con le sue regole già preconfezionate e predefinite, assiste impotente alla spontaneità dello sviluppo urbano che cresce fuori di ogni regola e misura. Il territorio però mantiene il suo ruolo di vera e propria categoria politica che non è stabilita da convenzioni, come nella geopolitica, ma dipende ora non più dalla potenza politica del progetto ma dal grado di intensità dei conflitti che lo attraversano.

Viene dunque meno il nesso tra produzione e urbanizzazione e si impone quello tra consumo e territorio. Se è vero che la produzione si estende su scala planetaria e mette al lavoro  tutte le forme di vita  è anche vero che non ha più il monopolio della loro identità.

 

3. Mike Davis, pur rivendicando la sua appartenenza al marxismo, racconta rivolte e non rivoluzioni. Al posto dell’azione politica che pensa e organizza subentrano le pratiche di libertà che, da una parte, agiscono attraverso le emozioni e i desideri individuali che tramite il corpo, che non conosce mediazioni né rimandi al futuro, si proiettano immediatamente sul territorio trasformandolo in una zona ad alto rischio; dall’altra, si coagulano in minoranze sociali che si trasformano in milizie armate per il controllo del territorio stesso. Ma l’appartenenza a una minoranza non produce confini permeabili o contorni smarginati. Anzi. Opera differenze, costruisce valori, disegna recinti duri e invalicabili. Oggi é una minoranza sociale a diventare sul territorio l’aggregazione più immediata dove si coagula la dimensione collettiva di una società del consumo e dove si riorganizza il senso del gruppo e le modalità dell’azione. Nessuna appartenenza vivrebbe a lungo se non si opponesse a qualcos’altro o se non fosse cementata da un nemico. E così l’essere minoranza é il contrario del multiculturalismo, del pluralismo, del meticciato che vivono solo nella illusoria  speranza dei progressisti  di casa nostra. Non è la coscienza né l’ideologia ma il conflitto a raggrumare il politico metropolitano che è fatto non di popolo o di moltitudini ma appunto di minoranze sociali legate tra loro da appartenenze fondate non su destini o su radici comuni ma su culture, comportamenti, convinzioni, interessi immediati che formano il loro modo di essere in comune e il baricentro della loro azione e delle loro identità, seppure effimera. E infatti «se la rivolta», scrive Davis in Città di quarzo, «ha avuto un’ampia base sociale, è stata la partecipazione della gangs – o, piuttosto, la loro cooperazione – a darle continuità e direzione».

Alla luce di queste considerazioni va rivista, secondo me, anche la figura dell’individuo che può nascere solo qui, nel conflitto e nella rivolta: non l’individuo cittadino succube della legalità o l’individuo proprietario o, infine, quello democratico ridotto a homo oeconomicus ma l’individuo libero che è tale solo nella rivolta contro gli stati di necessità costituiti oggi dalle regole del mercato che lo trasformano in merce e dagli istituti della rappresentanza e della maggioranza che lo omologano e lo riducono a massa.

 

4. Da quando la rivoluzione spaziale del mercato ha colonizzato ogni angolo del mondo, i territori metropolitani sembrano essere diventati, a dispetto del mercato stesso che sogna solo spazi lisci attraversati da merci, i campi di battaglia del XXI secolo. È Mike Davis a ricordare nel suo Il pianeta degli slums (Feltrinelli 2006) che «il futuro della tecnica bellica sta nelle strade, nelle fogne, negli edifici multiplani, nella incontrollata espansione delle case che formano le città frammentate del mondo. La nostra recente storia militare è punteggiata di nomi di città – Tuzla, Mogadiscio, Los Angeles, Beirut, Panama, Hue, Saigon, Santo Domingo – ma questi scontri sono stati solo un prologo, mentre il dramma vero e proprio deve ancora venire». Quello che rende le metropoli l’anello più debole del nuovo ordine mondiale é proprio la difficoltà «del "combattimento asimmetrico" all’interno di teatri urbani "non nodali, non gerarchici", contro milizie "il cui criterio di formazione è il clan" e che sono motivate da "disperazione e rabbia"». A questo va solo aggiunta una constatazione che non è di secondaria importanza: e cioè che nella maggior parte dei casi, dopo aver occupato le città, gli eserciti più forti del mondo non riescono a governarle e meno che mai a pacificarle. Dunque, non l’economia o la finanza ma la politica dal volto demoniaco, quella della logica amico-nemico, della guerra, del controllo, dei rapporti di forza, dello stato di eccezione, dell’emergenza è dovuta scendere nei territori per cercare di ristabilire l’ordine mondiale: in Afganistan, in Iraq, nel Libano, in Palestina a Gaza, in Ucraina, tanto per citarne alcuni.  I flussi astratti che disegnano il mondo globale (finanze, investimenti, rendite, saperi, comunicazione) devono misurarsi con ciò che avviene sul territorio e, loro malgrado, dimostrano ai cantori della globalizzazione e della rete che è un’illusione che l’economia e l’informatica possano da sole governare i territori del mondo.


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Massimo Ilardi ha insegnato Sociologia Urbana presso la Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno, Università di Camerino. È stato direttore delle riviste «Gomorra» e «Outlet». Tra le sue ultime pubblicazioni: Sinistra. La crisi di una cultura (manifestolibri, 2019), Le due periferie. Il territorio e l’immaginario (DeriveApprodi, 2022). Ha inoltre curato il volume Le rivolte urbane del XXI secolo (DeriveApprodi, 2025).

 


 

 

 

 

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