Henri Lefebvre, un marxista sui generis
- Fernando Giaffreda
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 15 min

Un ritratto di Henri Lefebvre, originale figura del marxismo europeo.
***
Henri Lefebvre nasce nel 1901 a Hagetmau, dipartimento delle Landes, ma passa l’infanzia a Navarrenx, piccola città a contatto con la realtà basca e ne viene fortemente influenzato. Più tardi lui stesso parlerà di questa terra accavallata su due Stati, Spagna e Francia, ricordando il motto del movimento per l’autonomia dei Paesi Baschi, che era «3+1=1», cioè che le tre province spagnole più quella francese fanno uno Stato.
Madre cattolica e bigotta, padre protestante. Nelle memorie parlerà di quando il padre cucinava una lepre in salmì nel giorno del Venerdì Santo per far dispetto alla moglie. Frequenta il Lycée Louis Le Grand di Aix-en-Provence, nel Midi della Francia, dove presso i Gesuiti, che possedevano la locale scuola, studia filosofia al corso di Maurice Blondel, filosofo cattolico fondatore fra gli altri, con il suo L'Action messo all’Indice dalla Chiesa, della democrazia cristiana francese. Grazie al professore, che faceva obbligo agli allievi di studiare il pensiero di Sant'Agostino, in particolare il Libro decimo delle Confessioni, studia le correnti sotterranee del cristianesimo e la patristica medievale. Gli si apre la strada così al pensiero giansenista e alla filosofia di Pascal, ma già a quindici anni legge per conto suo Nietzsche e Spinoza. Il primo lo folgora e ci vede un poeta. Ha per questo un’adolescenza ricca di cultura, è vivace e frequenta amorevolmente le ragazze del liceo, tanto che il padre superiore gesuita gli spalanca le porte della congregazione per l’adesione all’Ordine e nel frattempo cerca di sapere chi fossero le ragazze con le quali flirtava. Lì Lefebvre perse la fede perché gli sembrava orribile diventare monaco e rivelare la sua vita sessuale.
Nel 1920 si trasferisce a Parigi iscrivendosi a filosofia alla Sorbona, dove apprende il razionalismo borghese alla cattedra di Leon Brunschvicg, già allievo del premio Nobel Henri Bergson, e si laurea nel 1925. Durante gli studi, fonda il gruppo dei filosofi con i compagni Paul Nizan, Georges Politzer, Pierre Mohrange , Georges Friedmann e Norbert Guterman, in opposizione e lotta con quello dei poeti (André Breton, Antonin Artaud, Paul Eluard e altri), che poi si denominarono surrealisti, fondando la Centrale surrealista e pubblicando nel 1924 il Manifesto surrealista. Tuttavia ringrazierà idealmente Breton che durante un incontro per guadagnarlo alla causa dei poeti, gli fece conoscere Marx mostrandogli le opere sulla sua scrivania. Altra folgorazione.
Fonda con i compagni filosofi le riviste del gruppo Esprit e Philosophie, dove pubblica due articoli, Le Même et l'Autre e Esquisse d’une philosophie de la conscience, coi quali introduce per la prima volta nella letteratura filosofica il concetto di esistenzialismo. La primogenitura del termine si deve a lui anche se in quel periodo, con un significato differente, il cattolico Gabriel Marcel scrive dell’esistenzialismo con un diverso approccio. Quindi l’esclusiva del termine attribuita notoriamente a Jean Paul Sartre è ingiusta. L’esistenzialismo di Lefebvre si sviluppava al contrario in una visione positiva della vita, piena di scelte ed opzioni che esprimevano un vitalismo ereditato da Brunschvicg e Bergson.
Nel 1928 i filosofi entrano in blocco nel Pcf, allora denominato ancora SFIC (Séction Française de l'Internationale Communiste). L’Internazionale surrealista non ce la fa a inglobare il gruppo dei filosofi, anche se quest’ultimi hanno delle difficoltà economiche per sostenere le proprie riviste. Fra il 1928 e il 1930 il partito si riorganizzava grazie anche agli emissari sovietici i quali andavano vieppiù stalinizzando il partito. L’apparato si costituiva in mezzo e grazie alle lotte fra settari, opportunisti e centristi. Logicamente la presenza di emissari e spie nello Sfic c’era per lo più per controllare e dirigere gli iscritti secondo le esigenze e le direttive sovietiche. Lo scopo politico? Spezzare i tentativi di un pensiero marxista indipendente, scientifico, capace di studiare oggettivamente le questioni economiche, sociali e politiche senza alcuna obbedienza alle consegne di partito e alla propaganda staliniana. In quelle circostanze, Lefebvre, per mantenersi e sostenere Esprit e Philosophie, cui si erano già aggiunte da tempo Revue del Psychologie concrète e Revue marxiste, faceva anche l’autista di taxi a Parigi. Questi escamotage comuni a tutti i componenti del gruppo non evitarono di essere accusati, ingiustamente peraltro, di aver utilizzato e perduto il danaro del partito al Casinò di Montecarlo, nella speranza di vincere e finanziare le attività indipendenti del gruppo. Per rivalersi il Partito non espulse i giovani filosofi, ma li «esiliò» da Parigi. Dal 1930 al 1940 Lefebvre è infatti professore di filosofia ai licei di Privas, Montargis, Brest ecc., dove insegna Nietzsche e Marx, i cui testi cosiddetti «giovanili» introduce in Francia insieme a Gutermann. L’attività intellettuale complessiva di quel decennio si svolge sotto l’ala e il controllo del Pcf, ma Lefebvre in quei dieci anni riesce a mantenere la propria libertà di pensiero e di ricerca nonostante il pesante clima staliniano e, insieme a Norbert Gutermann, a esercitare con la pubblicazione di testi scelti, soprattutto i Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx e Engels l’opposizione al dogmatismo. Infatti nel 1934 Lefebvre pubblica Niezsche, un libro che a poca distanza dalla vittoria hitleriana in Germania cerca di strappare ai nazisti quello che a lui sembra un filosofo-poeta, un grande umanista che cerca le tavole dei valori dell’umano, il precursore dei parossismi dell’epoca contemporanea. Con il proposito di ristabilire la problematica nietzscheiana basata su tre elementi presenti, un umanesimo fondato sulla critica dell’uomo teorico, un romanticismo cosmologico non immune dal rischio di cadere nell'irrazionalismo e nel misticismo, e una problematica inquietante, Lefebvre scrive:
A fianco della scienza, l’arte ha un settore proprio perché una esplorazione diretta dell’anima e una prova immediata della vita hanno un senso… Il socialismo non risolve tutti i problemi dell’uomo; esso inaugura al contrario l’epoca in cui l’uomo può porre in termini veri (senza miscuglio di pregiudizi sociali) i problemi umani della conoscenza, dell’amore e della morte… Una vera cultura è ad un tempo un modo di vivere, di pensare e di agire. Essa è un sentimento della vita incorporato in una comunità umana, comporta un rapporto dell’uomo con se stesso e con il mondo. La grande cultura avvenire deve integrare il cosmico nell’umano, l'istinto nella coscienza. Essa sarà la cultura dell’uomo totale.
Nel 1940 si unisce alla resistenza francese e dirige dal 1944 al 1949 Radiodiffusione francese, stazione radio di origine partigiana nei pressi di Tolosa. Nel 1947 pubblica la Critica della vita quotidiana (Introduction) presso Grasset di Parigi. Il 1º ottobre 1948 entra nel CNRS diventandovi Maître (1954) e Directeur à recherches (1960). Dall’inizio degli Anni Cinquanta lo svolgimento del suo pensiero si concentra su Marx e sulla teoria sociale marxista senza mai dimenticare la passione adolescenziale per Nietzsche. Il suo fermo rifiuto dello stalinismo e del suo dogmatismo ideologico gli varrà l’espulsione, «da sinistra», dal Partito comunista francese nel 1958. In realtà non fu espulsione come sovente viene riferito, ma una sospensione, che Lefebvre trasformò in uscita volontaria. Uscita da sinistra perché come egli stesso ha dichiarato, voleva mantenere e sviluppare il pensiero di Marx in chiave antidogmatica. Lui credeva nel tema marxiano dell’abolizione dello Stato e del suo riassorbimento nella società, non certo nel suo rafforzamento che da sempre si praticava in Russia.
Il pomo della discordia fu la pubblicazione «senza permesso» del partito di Les problémes actuelles du marxisme[1]. Quindi il PCF non ebbe il tempo di espellerlo dopo un derisorio processo interno. Lefebvre era ostinato a difendere e sviluppare il pensiero di Marx e la veste del filosofo critico contro la concezione staliniana della politica, del partito e dello Stato. Nel suo La somme et le reste (1959, ed. La Nef de Paris - Prix de la Critique littéraire 1959), lungo racconto autobiografico, riporta i particolari di quel processo, dove la commissione lo sottopose a un vero e proprio interrogatorio. I tavoli dei lavori erano disposti a elle, per cui quando veniva interrogato da uno o l’altro dei giudici compagni doveva voltarsi da una parte e poi dall’altra, senza vedere gli occhi degli interroganti contemporaneamente. Lui non doveva discutere o portare delle ragioni a suo discarico o difesa, o dimostrare le sue argomentazioni, ma soltanto rispondere alle domande che gli venivano poste con un sì o con un no: «Hai chiesto il permesso al Partito per la pubblicazione del libro?». «No». I giudici appuntavano le risposte.
Nel 1960 firma il Manifesto dei 121 per il diritto all'insubordinazione nella Guerra d’Algeria, ma già fa parte attiva e da protagonista dei Situazionisti francesi di Guy Debord e Raoul Veneigem. Il gruppo si denominava, anche questo, Internationale Situationniste. H. Lefebvre sviluppa e apporta interamente la sua personale teoria marxista della città e dell’urbano alla luce della critica della vita quotidiana, di cui nel frattempo aveva pubblicato il secondo volume presso l’Arche di Parigi. Lo scopo era di riscattare la vita e lo spazio quotidiani dall’inautenticità e dalla banalità in cui la moderna società capitalistica li relega, e rivoluzionarli disalienandoli.
Nel 1962 diventa professore di sociologia all’Università di Strasburgo, poi dal 1965 al 1968 presso l’Università di Parigi X-Nanterre. Influenza direttamente studenti quali Daniel Cohn Bendit che saranno protagonisti del Maggio francese, specialmente col discusso suo libro La proclamation de la Commune (Gallimard, 1965), pubblicando poi un'analisi a caldo degli eventi [2]. Per il libro sulla Comune venne ingaggiata una contesa fra Lefebvre e Guy Debord, dove quest’ultimo lo accusava di plagio e diritti d’autore. Lefebvre spiegherà pubblicamente che sì, molte delle idee e temi sullo spazio sociale, la città, l’urbano ecc. erano comuni e facevano parte delle riflessioni e discussioni interne coi situazionisti, ma la stesura del grosso volume era interamente sua. Concluderà la sua carriera universitaria all'Institut d'Urbanisme de Paris, ma è considerato tuttora uno dei massimi esponenti mondiali del pensiero marxista non dogmatico, cioè critico e aperto a nuovi sviluppi.
A partire dal 1970 in Italia vengono pubblicate tutte le sue opere ad argomento urbano e anche qui da noi per questo tema ha avuto fortuna e un gran successo a sinistra fra gli architetti, i sociologi e i pochi urbanisti. Il diritto alla Città esce nel 1970 presso Marsilio seguito da varie riedizioni: fanno parte del «ciclo urbano» La rivoluzione Urbana, Roma, Armando 1973; Dal rurale all’urbano, Rimini, Guaraldi, 1973; Spazio e Politica, Milano, Moizzi, 1973; La produzione dello spazio, Milano, Moizzi 1976; Il marxismo e la città, Milano, Pgreco 2022 (ed. fr. orig. 1972); successivamente Du contrat de citoyenneté, Syllepse et Périscope, Paris, 1991. Questa concentrazione di opere ad argomento urbano sono il suo forte e sono state prodotte pressappoco dopo che Lefebvre aveva lasciato l’insegnamento universitario e ogni incarico, dedicandosi a studi e conferenze in tutto il mondo, tranne l’Unione Sovietica, dove non ha mai messo piede perché non invitato. Non sono mancate ovviamente le opere «filosofiche», scritte da lui che si definiva volentieri «metafilosofo», un ragionamento di secondo grado sulla filosofia. Ne citiamo solo alcune: Il manifesto differenzialista, Bari Dedalo, 1980; Abbandonare Marx?, Roma, Editori Riuniti, 1983; La rivoluzione non è più quella, Bari, Dedalo, 1980; La présence et l’absence, Paris-Tournai, Casterman, 1980.
La sua produzione però non si ferma lì ma l’ultimo libro è dedicato alla ritmanalisi, H. Lefebvre, Éléments de rythmanalyse. Introduction à la connaissance des rythmes, Syllepse, Paris, 1992; trad. it.: Elementi di ritmanalisi. Introduzione alla conoscenza dei ritmi, a cura di Guido Borelli, Letteraventidue, Siracusa 2020.
H. Lefebvre è morto all’ospedale di Pau all’età di 90 anni.
Qualche aneddoto
Presentare Henri Lefebvre a chi non lo conosce è sempre difficile; presentarlo invece a chi già lo conosce rischia di diventare ripetitivo. Sul web si possono trovare delle schede abbastanza esaustive, ma non troppo: mancano particolari rivelatori e illuminanti. Qui vogliamo adottare qualche approccio più personale e anche aneddotico, visto che chi scrive ha avuto il privilegio e la fortuna di frequentarlo per circa un mese e oltre nel lontano 1978, periodo preceduto da una lunga frequentazione epistolare che si è protratta poi fino al 1984.
Nel 1975 - ero fresco studente di Scienze Politiche a Firenze - acquistai per caso alla Feltrinelli di via Cavour, vicino al Duomo, un suo libro edito da Einaudi lo stesso anno, Il materialismo dialettico[3], frutto, insieme a Logique formelle, logique dialectique mai tradotto in Italia [4], delle lezioni di filosofia ai licei di Montargis, Privas e Brest, cosa che avrei scoperto solo più tardi. Ma in quel momento, fu un libro rivelatore e formativo per me [5], perché forniva la ricapitolazione «marxista» della filosofia da Hegel in poi fino a Marx e oltre, che non avevo avuto modo di approfondire in quinta Liceo Cicognini di Prato [6]. Anzi avrei recuperato il gap da autodidatta proprio dopo l’appassionata lettura e rilettura del M.D. e dei testi.
Con mio dolente stupore, a Lefebvre nell’hotel Monaco di Venezia, dove alloggiava in occasione di un convegno sulla città presso la Fondazione Cini, rivelai quella passione, ma non diede ai miei occhi molta importanza a quel suo lavoro, ritenendolo ormai superato e appartenente a questioni passate, facilmente collocabili nell’opposizione antistaliniana. Eppure quel piccolo libro fu la sua prima apparizione editoriale in Italia insieme a Il marxismo – visto da un marxista edito da Garzanti [7]. Nel primo dopoguerra, da parte della filosofia ufficiale (universitaria), l’accoglienza riservata a quell’esordio editoriale fu sostanzialmente buona, anche se un po’ distaccata. Con un commento, Giulio Cantoni, ordinario allora di Filosofia a Firenze, scriveva:
le idee di L., così legate alla vita e alla cultura, si accostavano a quelle di Gramsci per il rapporto fra idealismo dialettico e marxismo (…), e avrebbero dovuto interessare profondamente i marxisti italiani, soprattutto quelli che provengono dal piano della cultura e che non hanno rivolto la dovuta attenzione all’alienazione…
Infatti, gran parte dei marxisti nostrani o rifiutava il concetto o lo ammetteva con ampie riserve e con sottili distinguo. Da parte del marxismo ufficiale di partito, la reazione fu dura e risentita, portata avanti alla luce del dogmatismo teorico e ideologico dell’apparato. Teniamo conto che nel 1944, in piena Resistenza, presso le Edizioni del Partito Comunista Italiano, era uscito in Italia Materialismo storico e Materialismo dialettico di J. Stalin, che funzionari e intellettuali si apprestavano a leggere come il vangelo. Ad incaricarsi dell’attacco al materialismo dialettico di Lefebvre furono in due riprese due esponenti comunisti di spicco, Lucio Lombardo Radice e Lucio Colletti, i quali fecero di tutto per vanificare l’esortazione di Cantoni. Nell’articolo apparso su l’Unità dell’11 marzo del 1949, Lucio Lombardo Radice scriveva che l’errore fondamentale del saggio di Lefebvre pare proprio quello di
trattare il marxismo alla stregua di una qualsiasi scuola filosofica (…). Come si rivela questo errore fondamentale? Anzitutto dal fatto che nel saggio (…) si parla soltanto di Marx e di Engels: Lenin è citato una sola volta, Stalin mai.
Questo articolo di Radice fornisce bene l’attitudine che allora pervadeva il PCI e ciò può apparire pure derisorio, ma poi denunciava apertamente «l’enorme sproporzione delle opere giovanili [di Marx], numerosissime, e le opere della maturità piena, scarsissime». Per quanto riguarda il problema dell’alienazione e del suo statuto teorico, Radice respinge la concettualizzazione che ne fa Lefebvre affermando che «Marx preferiva volta a volta sfruttamento, feticismo, ecc.». Quanto alle serrate critiche di Colletti apparse sulla rivista comunista «il Contemporaneo», esattamente sui numeri 24, 33 e 34 del 1954, egli, allora intellettuale organico del PCI, rimproverava a Lefebvre di fornire con le sue opere tradotte in Italia «l’immagine di un Marx giovane pervaso di motivi esistenzialistici” e di confondere, “specie in un testo di divulgazione (…), i Manoscritti con le Nourritures Terrestres [di Gide], Nietzsche con Marx»…
Sulla base di questi presupposti appartenenti così come appaiono già alla storia del PCI, è stato costruito il sistema di giudizio esercitato a lungo verso Lefebvre dai marxisti italiani. È da notare infatti che dopo il 1954, anno della pubblicazione di Garzanti de Il marxismo visto da un marxista, inizia un lungo periodo di silenzio editoriale di Lefebvre qui da noi, per riapparire solo agli inizi degli anni 70 nella «ristretta» veste di sociologo urbano.
Quando questo libro venne scritto, il marxismo istituzionale inclinava già verso una filosofia della natura, il materialismo dialettico passava per una filosofia, l’alienazione negata come concetto esplorativo e critico verso la società borghese e le sue forme di vita quotidiana. Inoltre l’alienazione era una figura retorica pericolosa perchè permetteva di osservare le diverse alienazioni, non solo quella del lavoro illustrata da Marx, ma quella femminile, dei paesi coloniali, della «società dei consumi», le alienazioni ideologiche e politiche del socialismo realizzato e dello stesso stalinismo. La semplificazione del pensiero giovanile di Marx propugnata dal marxismo ufficiale si iscriveva nel sommerso scontro fra dogmatici e critici, fra chi voleva ridurre il marxismo a una scienza (l’economia politica) e chi del materialismo dialettico voleva fare uno strumento di indagine sociologica a tutto campo. Infatti a Lefebvre l’uso di quel concetto e del metodo dialettico fruttò diverse pubblicazioni, la più significativa delle quali è certamente la Critica della vita quotidiana in tre volumi susseguitisi nel 1947, nel 1961 e nel 1968, opera che gli valse la partecipazione attiva al gruppo dei Situazionisti di Guy Debord, Raoul Vaneigem e Asger Jorn.
Nel gennaio 1978 ricevetti una lettera di H. Lefebvre unita a un suo articolo apparso su Le Monde del 7 gennaio 1978 dal titolo «Le vent du Sud», che riuscii a tradurre e far pubblicare sul n. 6 – settembre 1982 della rivista Praxis di Palermo diretta da Mario Mineo. L’articolo fu ignorato dalla stampa del PCI tranne molto più tardi da Rinascita, ma sostanzialmente anche dai numerosi amici italiani di Lefebvre, fra pubblicisti, architetti, editori. Esso conteneva il suo appoggio e l’approvazione dell’eurocomunismo (il vento che soffiava dal Sud, appunto), noto progetto politico informale dei tre partiti del Sud Europa, Francia, Spagna e Italia. In esso Lefebvre formulava una serie di proposizioni che sintetizziamo brevemente:
In tre paesi altamente industrializzati, la Spagna, l’Italia, la Francia esistono dei partiti comunisti forti e attivi, i quali prima della crescita avevano come obiettivo l’aumento delle forze produttive per favorire e promuovere la classe operaia, ma che al presente, a crescita avvenuta, devono trovare nuovi scopi e una nuova strategia. Il «compromesso storico» di Berlinguer riguarda in particolare la situazione del PCI dopo il golpe cileno, ma che un accordo fra i partiti politici avvicina al potere, smentendo il modello sovietico. L’ «unione delle sinistre» in Francia fornisce ai comunisti di accedere al potere con un accordo con le classi medie. La prospettiva dell’eurocomunismo era quella di smarcarsi dalla politica dei due blocchi (Usa e Urss).
Considerato come sintomo, la proposta dell’eurocomunismo presupponeva che ciascuno dei paesi considerati aveva per sè una chance inestimabile. Le proteste degli Stati Uniti e dell’Urss mostravano nello stesso tempo il loro scontento e i limiti del loro intervento.
L’egemonia delle due grandi potenze, che esercitano una pressione ideologica e militare, economica e politica sugli altri paesi, vacilla. La pressione si indebolisce e si è distratta nel Mediterraneo mediorientale, nel Golfo Persico e nel Corno d’Africa. Il loro scontro per Stati interposti aveva lasciato una falla attraverso la quale in precedenza era già passata la Jugoslavia. La Francia, con la sua force de frappe, aveva allentato i legami con l’atlantismo e l’Algeria era alla testa dei paesi che resistono alle pretese egemoniche. In breve si configurava una zona privilegiata. Quale privilegio? Quello di scegliere il proprio avvenire politico.
Si forma un certo grado di libertà a tutti i livelli, a tutte le scale: città e comunità locali, regioni e paesi interi. I movimenti urbani meritano un’attenzione particolare: essi vanno verso la democrazia diretta, come avveniva in Spagna, in Francia con gli «esclusi» delle periferie, e in Italia con l’ «autonomia» e gli avvenimenti di Bologna.
L’Europa del Nord raggiunge un altro grado di industrializzazione e di urbanizzazione senza che i partiti comunisti possano svilupparvisi. Essa fornisce un modello politico di Stato che sa mediare fra democrazia e liberalismo, fra riformismo e economia di mercato e che sa allentare l’attrazione del modello sovietico dei paesi del Patto di Varsavia.
Non si tratta di scegliere fra due modelli statuali, quello staliniano e quello social-democratico. Si tratta di scegliere fra una società subordinata allo Stato e una società nuova: quella della democrazia diretta, del decentramento effettivo che comporta l’autogestione. Accettare il modello sovietico, significa respingere l’eurocomunismo, aderire a un blocco. Accettare il modello liberale o riformista, significa accettare la subordinazione inquietante dell’Europa del Sud all’Europa del Nord. Gli ostacoli? Certuni si compiacciono di ingrandirli, ma l’accordo fra i tre paesi comunisti per organizzare la «zona liberale» è indispensabile. Chi può concluderlo e renderlo efficace? È chiaro che solo i partiti comunisti possono impegnarsi su questa via. Ma lo vogliono? Solo l’autogestione e la democrazia diretta compierebbero le funzioni attribuite «classicamente» alla «dittatura del proletariato». Ma bisogna dichiararlo pubblicamente. Fare entrare nella pratica sociale (e politica) la critica di sinistra dello Stato. E si avrà scelto anche senza saperlo. Certo – scriveva Lefebvre – non si mancherà di evocare contro l’eurocomunismo lo spettro della violenza «gauchista» e dell’eccesso a sinistra. E si farà avanti gente che vuole l’abolizione immediata dello Stato, che rifiuta di attendere che esso si riassorba nella società dopo un lungo processo. Costoro vogliono anche passare d’un sol balzo a un modo di produzione nuovo. «Questa gente qui non è marxista!» – proclama Lefebvre.
Quell’articolo non ha mai abbandonato i miei pensieri, perché dava un senso e una spiegazione plausibile sulla vicenda italiana delle Brigate rosse e il caso Moro, avvenuto pochi mesi dopo l'articolo di Lefebvre. Io ero iscritto al Pci come segretario di sezione. L’approvazione e il sostegno dell’eurocomunismo da parte di Lefebvre mi spinse a scrivere a Enrico Berlinguer, al quale inviai l’articolo e qualche opera teorica su Marx che lo riavvicinava al partito comunista. Sognavo già da tempo che Lefebvre diventasse un punto di riferimento teorico dei comunisti italiani, i quali non sono mai stati così stalinisti come lo erano i francesi.
Berlinguer rispose telefonando alla Federazione comunista di Prato cui la mia sezione apparteneva, segnalando l’esigenza di far passare la proposta di collaborazione attraverso gli organi locali di partito e di prendere contatto con me per gestire il rapporto. Lui sarebbe stato lieto di incontrare Lefebvre e cominciare un certo lavoro di collaborazione, ma al tempo stesso avvertiva che bisognava studiare e preparare bene l’incontro. Anzitutto occorreva prudenza col Pcf di Marchais, perché un confronto e una collaborazione con Lefebvre, che era stato «espulso» dal partito francese, poteva irritare o per lo meno imbarazzare la direzione del partito. Ciò illumina i tempi in cui la politica anche di partito era fatta non di spettacolo o improvvisazione ma di rispetto fra le persone e garbo istituzionale.
Quel tentativo di incontro al vertice purtroppo non ebbe esito per l’abbandono della politica del compromesso storico, della terza via e il cambiamento delle prospettive politiche.
Note
[1] H. Lefebvre, Les problèmes actuels du marxism, Paris P.U.F. 1958 (opera mai tradotta in Italia).
[2] H. Lefebvre, L’irruption. De Nanterre au sommet, Parigi, Anthropos, 1968 (opera mai tradotta in Italia).
[3] H. Lefebvre, Le materialisme dialectique, Alcan, Paris, 1940 (edizione che poi è stata messa all'indice, distrutta e ripubblicata dal 1947 per mezzo della PUF, «Presses universitaires de France», la cui ultima edizione francese è del 1990), trad. it. di Aldo Natoli, Il materialismo dialettico, Einaudi, Torino, 1949 (1975, ristampa nella collana Reprints).
[4] H, Lebevre, Logique formelle et logique dialettique, Éditions Sociales, Paris, 1947. La seconda edizione è di Anthropos, Paris, 1969. La terza edizione è di Messidor-Éditions sociales, Paris, 1982.
[5] Rappresentai a Lefebvre questa importanza personale del M.D. quando venne a Venezia nel novembre 1978 in un tour di conferenze da me organizzato che lo avrebbe portato a Firenze alla mia Facoltà e a Bari presso l’editore Dedalo.
[6] Il Convitto Nazionale Cicognini di Prato è la più antica istituzione scolastica statale della città; fondato nel 1692 dai Gesuiti è stato nei secoli centro di cultura e di formazione del Granducato di Toscana, del Regno d’Italia e della Repubblica Italiana. Vi hanno studiato fra gli altri i convittori Gabriele d’Annunzio, Curzio Malaparte, Mario Monicelli ecc.
[7] H. Lefebvre, Le Marxisme, Paris, P.U.F. coll. «Que sais-je?», 1948. L’edizione italiana è del 1954.
***
Fernando Giaffreda, storico e ricercatore, si è laureato nel 1981 in Scienze Politiche
al «Cesare Alfieri» di Firenze. Ha tradotto diverse opere di Henri Lefebvre, di cui è uno dei
più stimati conoscitori. La sua attività culturale comprende la collaborazione con riviste e
case editrici, oltre alla direzione del sito Storiamedievale.net per il quale a curato diversi
articoli in tema, in particolare la Sezione dei Castelli toscani.
Per approfondire il pensiero di Lefebvre:










Commenti