Voci dal deserto: la quarta edizione de «I Fumi della Fornace»



Da qualche anno nel cuore delle Marche si muove qualcosa. Una «specie storta» produce poesia, teatro, cinema, letteratura, arte. Ciò che fa la differenza con situazioni analoghe è il livello e la direzione. Siamo ad altezze inebrianti e si va da tutt’altra parte.


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Ogni persona che abbia vissuto la propria infanzia in un luogo tranquillo può ricordare una fase sognante nella quale dal parchetto spoglio immaginava di far sorgere una chiglia di nave, una sotterranea base segreta, la festa ideale coi propri amici, una porta verso un altro mondo. Valle Cascia, in provincia di Macerata, oltrepassato il fiume Potenza, ha il proprio parco e ha con sé una diceria mormorata: c'era una fornace con materiali nocivi che, dispersi nell'aria dalla combustione, pare abbiano alterato chi, ancora giovane, abbia giocato nei suoi dintorni. Una giustificazione come un'altra, chissà, per l'affrontare una generazione stranamente e intensamente appassionata all'arte, fantasiosa e rivoltosa. Un modo per incasellare un'altra volta una categoria dello «strano», forse per tenerla a bada. Ma i figli e le figlie di questo incenso insalubre, più per necessità che per reazione, non hanno optato per la scomparsa o la fuga, e da quattro anni a questa parte cercano di aprirla, questa porta su un altra dimensione, invitando chiunque a varcarne la soglia, autoctoni e viandanti.

I Fumi della Fornace nasce sotto questa spinta e, questa edizione, che ha avuto luogo tra il 26 e il 28 agosto 2022, sembra raccogliere l'energia delle precedenti per una fioritura ancora più abbondante. Un programma ampio, curato e attento, che spazia dalle esposizioni alle letture, dai dj set alle performance. Mastodontico in questo senso è l'apporto dell'associazione «Congerie» che, oltre a occuparsi in prima persona della curatela e della presentazione di ogni appuntamento delle tre giornate e a rendere vivo il festival con la propria presenza e con il coordinamento di moltissimi volontari, ha presentato quest'anno il terzo e conclusivo movimento de La specie storta, un rito teatrale collettivo orchestrato dai fondatori Giorgiomaria Cornelio e Lucamatteo Rossi, (e che vede in scena, tra i molti personaggi, anche Valentina Compagnucci, terzo pilastro portante di Congerie), una trilogia che affonda le sue radici in un dialogo fitto proprio con il territorio di Valle Cascia e che, col suo finale vissuto all'aria aperta in tre ambienti climatici molto diversi da replica a replica, desidera coinvolgere le persone del luogo in un «esercizio teatrale aperto e non pacificato», in una dialettica aperta che, con una simbolica consegna di un termine, è volta allo spezzare un ciclo per aprire un discorso nuovo in una landa vuota, secca, desertica.

È proprio il deserto a esser stato suggestione e stimolo attorno a cui alcuni momenti del festival sono stati fatti ruotare, primo fra tutti il progetto curatoriale Dimora sul limite, passaggi per organismi diffusi di Diana Caponi e Giulia Pigliapoco che spazia da Belet. Sgocciolio di Cristina Kristal Rizzo e Lucia Amara, lavoro che fa risuonare le ricerche di Charles de Foucauld sul popolo Tuareg, fino alla soglia di Rifugio della voce di Roberto Paci Dalò (ulteriormente presente nelle trame del festival sia nel disegno della veste grafica di quest'edizione che col suo Lament, un rito sonoro in bilico tra analogico e digitale che, attraversando le potenzialità del clarinetto e dell'elettronica, libera i confini della definizione critica per celebrare la forza del suono che smuove), ma anche il contributo di Luigi Lo Cascio, Sul deserto, scritto e messo in voce appositamente per il festival. Tuttavia, proprio come all'inizio del testo di Lo Cascio, guardandosi attorno in questo deserto ci si scopre attorniati da altre persone, in un viaggio molto meno solitario di quanto prefissato: lo senti nell'anima popolare di una serie di panche e tavoli su cui artisti, pubblico, volontari e organizzatori consumano la cena coralmente, nell'incontro tra le bancarelle di Argolibri o di Edizioni Volatili a confrontarsi su quanto appena ascoltato e visto, nel ritrovarsi alla fine delle serate a condividere la danza di Universo a Sonagli, la serie di dj set finali a cura di Babau, Carolina Martines e Jadhbadjk, nell'unirsi stretti nella speranza che le previsioni metereologiche avverse non si trasformino in realtà, in un bilico che ha reso ancora più viva la partecipazione a ogni proposta del programma (che, peraltro, non ha subito sostanziali modifiche). Non è un festival dalla fruizione consumistica e frammentata, non lo consente la specifica impronta su cui si situa, che è esperienziale e inserisce il pubblico in un flusso continuo dalle talk pomeridiane, in cui Cornelio intreccia riflessioni con ospiti come Matteo Meschiari, Lucia Amara o Fabio Condemi, fino agli eventi serali, tra letture e concerti.

Questa conduzione, quasi naturale, accompagna la fruizione di una serie di visioni potenti, di mondi a sé stanti che celebrano, col loro specifico soffio, quel che la parola può: si alternano sul palco l'universo sospeso di Ida Travi e la sincera umanità di Graziano Graziani, la contemporanea tragicità di Emanuele Franceschetti e il sentito omaggio di Rosellina Massi Scataglini al suo marito, Franco Scataglini (del quale è stata recentemente mandata alle stampe da Quodlibet l'opera omnia, con contributi di Agamben, Mengaldo e Canettieri) fino al canto, fino alla musica, dove il suono della parola già pronunciata si rimastica. Ed è tra la magia di Canio Loguercio, che col concerto-recital A' fil e voce racconta in quartetto il suo personale taglio di analisi sul mondo nel fiorire sonoro della parlata campana, e l'appassionata ricerca de La Macina – non solo un gruppo ma un progetto etnomusicologico di Gastone Pietrucci immerso nella tradizione orale delle Marche – che le serate si sciolgono nell'attenzione di un pubblico che, indipendentemente che si tratti di una giovane studentessa dello Iuav di Venezia, una famiglia di Valle Cascia o un critico dall'altra parte dell'Italia, respira con metro e cadenza condivisi.

Il risultato è che questo attraversamento dimostra come ripopolare un deserto, che sia con un'azione circoscritta nel tempo o con una lenta coltivazione costante, è azione fattibile e, in qualche modo, custode di un'urgenza sempre più pressante che vede i festival lasciare sempre più i centri già conosciuti e portare nuova vita in altri corpi, come un'edera che segue con la crescita la luce del sole, come Civitonia e il suo esistere politicamente, come il corpo di Tinnitus di Gaetano Palermo che, dopo lunga attonita attesa, si alza e riprende a correre.



Foto: Roberto Gelini



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Isidoro Concas è musicista, giornalista, viaggiatore e appassionato ricercatore dei legami tra parola e gesto performativo. Nato a Pinerolo (To), sviluppa dal suo territorio connessioni con giornali e blog come «Lahar», «RapsoMag», «Rockit», «Le Valli» e «Neutopia», con collettivi curatoriali e creativi come Metamorfosi Notturne e con etichette discografiche, come la torinese «Radiobluenote Records». Al momento sta collaborando con «Usmaradio», la radio dell'Università di San Marino, per la creazione di un percorso che unisca tutte le realtà in Italia che si occupino di parola agìta.