Vittorio Rieser, il compagno che di mestiere faceva il sociologo


Pubblichiamo un ritratto di Vittorio Rieser, sociologo e intellettuale militante, tra i fondatori del metodo dell'inchiesta operaia nelle fabbriche italiane.


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Nella lunga e dettagliata intervista pubblicata nel volume della DeriveApprodi, Futuro anteriore. Dai «Quaderni Rossi» ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano, Vittorio Rieser diceva di se stesso che di mestiere aveva fatto il sociologo, una scelta professionale subordinata a quella politica. Voleva laurearsi in storia, invece si laureò in sociologia, disciplina più affine e utile al progetto d’inchiesta alla Fiat. Un mestiere quindi scelto per necessità, una scoperta vocazionale d’interesse tra le tante che coltivava fin da giovane grazie ai precoci talenti dimostrati per la musica, la storia, le lingue straniere. A detta di Massimo Mila sarebbe potuto diventare un ottimo pianista. Franco Venturi rimpiangeva la sua scelta di non proseguire gli studi storici, deviando verso la sociologia del lavoro e industriale al fine di meglio svolgere l’attività di analisi, di studio e di partecipazione all’attività del movimento operaio, nei partiti di sinistra e soprattutto nella Fiom-Cgil.

La scelta, maturata fin dai tempi del liceo e praticata con coerenza e rigore per tutta la vita, fu influenzata anche dalle sue origini familiari. Nato a Torino il 15 febbraio 1939, figlio di Henek Rieser, un ingegnere comunista polacco emigrato perché colpito da mandato di cattura nel suo paese, e di Tina Pizzardo, allieva di Giuseppe Peano e poi insegnante di matematica. La madre, iscritta al Partito comunista, era stata arrestata nel settembre del 1927 e condannata dal Tribunale speciale a un anno di carcere. Nel 1930 abbandonò il partito e aderì a Giustizia e Libertà. Nuovamente arrestata nel maggio 1935 fu incarcerata per qualche mese alle “Nuove” di Torino. Nei primissimi anni seguenti la fine della Seconda guerra mondiale entrambi abbandonarono la vita politica attiva, ma non le relazioni sociali e di amicizia intessute in quell’ambiente che contribuirono alla formazione del figlio. Come altrettanto contribuì la situazione di repressione antioperaia alla Fiat negli anni Cinquanta e la valanga di domande e di bisogno di capire che il fatidico anno 1956, del disgelo e della destalinizzazione aprì, soprattutto tra giovani che partecipavano ad esperienze politiche “eretiche” rispetto all’allora monolitica proiezione del Partito comunista.

Una precocissima militanza politica nell’Unione socialisti indipendenti, piccola formazione nata nel 1951 a seguito dell’uscita dal Partito comunista di due suoi esponenti di un certo rilievo, Valdo Magnani e Aldo Cucchi, poi scioltasi per confluire nel 1957 nel Partito socialista, dove ebbe modo di conoscere Raniero Panzieri e altri esponenti del «marxismo critico» di area socialista. Già nel 1957 e poi soprattutto nel 1959 partecipò con altri studenti ai picchetti per lo sciopero contrattuale dei metalmeccanici.

Risale a quegli anni la «scoperta» della sociologia e, in particolare, dello strumento dell’inchiesta, tema che a Torino poteva contare su esperienze di ricerca sociale già sperimentata da parte di un gruppo di giovani attivi, prima dell’arrivo di Panzieri, i quali fin dal 1957 parteciparono al lavoro d’inchiesta alla Fiat, poi pubblicato sulla rivista «Nuovi Argomenti» nel 1958. Alcuni di loro erano reduci dall’esperienza d’inchiesta svolta in Sicilia con Danilo Dolci poi pubblicata nel libro Inchiesta a Palermo. Un’indagine svolta con l’ausilio di interviste e autobiografie dei protagonisti, coadiuvata da dati statistici, che rispondeva al duplice scopo di conoscere per denunciare una situazione sociale difficile al fine di cambiarla, ma anche di conservare nel tempo quella cultura popolare.

L’inchiesta alla Fiat fu anche l’occasione per consolidare il rapporto di lavoro con il sindacato torinese della Fiom da parte di un gruppo di giovani su posizioni antistaliniste già prima del 1956 e dei «fatti» di Ungheria, che avevano avviato un’attività di studio di storia del movimento operaio, centrato in particolare sulla Rivoluzione russa - ispirandosi a impostazioni trotskiste e anarchiche - e un’altra sui problemi sindacali in cui i dirigenti della Cgil torinese, da Sergio Garavini a Gianni Alasia a Emilio Pugno e Bruno Fernex, trattavano dei problemi della contrattazione e la situazione nelle fabbriche.


Fare politica con l’inchiesta

Il metodo dell’inchiesta, condiviso con compagni e compagne, segnò una formazione politica differente da quella di altri e altre che scoprirono la partecipazione politica nelle esperienze condotte nelle organizzazioni giovanili dei partiti del movimento operaio, nelle associazioni studentesche o nei gruppi della sinistra eretica. Ci teneva a distinguere l’uso corretto dell’inchiesta, da quello ideologico e restrittivo, definita perentoriamente operaia, perché gli sembrava evocasse lo spirito hegeliano della classe conficcato nella storia, anche quando voleva trovarvi l’anima in una componente specifica di essa, tipo «l’operaio-massa». A proposito precisava che l’operaismo dei «Quaderni Rossi» non era mai stato riferito agli operai in senso stretto. Ricordava Romano Alquati, il quale fin dall’inizio della pubblicazione della rivista proponeva di usare il termine «produttori» al posto di «operai», per dire che l’attenzione della ricerca doveva sempre avere come riferimento l’insieme del lavoro dipendente, compresi i quadri intermedi.

La discussione sull’impostazione da dare al lavoro d’inchiesta alla Fiat nel 1960 aprì un confronto fra inchiesta e conricerca, termine quest’ultimo già ricorrente negli anni Cinquanta, importato in parte dalla sociologia americana, per segnalare l’inevitabilità della compartecipazione fra osservato e osservatore, e ripreso da quella che si definì sociologia organica, proposta dal socialista Roberto Guiducci. Nei «Quaderni Rossi» la discussione assunse aspetti di una disputa tra due metodologie politiche più che sull’uso di strumentazioni per l’analisi sociologica. Riconosceva che la conricerca era un metodo importante da usare a patto di disporre di un certo numero di operai organizzati, inseriti in una pratica di lotta. In mancanza di quell’apporto si doveva cominciare con l’inchiesta. Quando era possibile fare conricerca, diceva, quello era il metodo migliore, ma se per cause contingenti si era all’esterno di una situazione, l’inchiesta era il primo strumento per conoscere quella realtà, ricorrendo ai metodi tradizionali, come i questionari quantitativi, usando poi le informazioni ricavate col dovuto senso critico.

Comune era l’intenzione di utilizzare l’inchiesta o la conricerca per verificare il grado di consapevolezza politica della classe operaia, onde superare le rappresentazioni mitologiche di essa circa la sua «missione storica» ed evitare così di proporre obiettivi troppo avanzati o arretrati rispetto al potenziale rivendicativo che le lotte esprimevano. Comune era la convinzione nel gruppo redazionale di non dedurre automaticamente dal livello di sviluppo del capitale la coscienza della classe operaia, ma cercare una conoscenza reale del livello di consapevolezza della classe lavoratrice per elevarla a gradi più alti. L’indagine sociologica, in un periodo in cui essa non godeva ancora di buona fama tra le file comuniste, era necessaria per stabilire un legame corretto tra condizione operaia e azione politico-sindacale. Senza quel tramite si rischiava di cadere in una visione assolutamente gratuita, di quello che era il grado di antagonismo e di coscienza di classe da parte dei lavoratori. Per dirla con le sue stesse parole, l’inchiesta era un riferimento permanente, era un metodo per garantire una «misurazione» oggettiva del grado di consapevolezza che aveva la classe operaia. Andava assunta come antidoto preventivo o cura diretta dei virus burocratici autoritari presenti nel far politica come professione, contro gli atteggiamenti fideistici, dogmatici e settari che non predisponevano alla comprensione della realtà sociale, che pretendevano per autodichiarazione di rappresentare. E ancora, era necessario fare inchiesta per produrre conoscenza, ma in quel processo si doveva puntare in primo luogo alla produzione e riproduzione di soggettività, di rapporti di fiducia e scambio coi soggetti sociali oggetto della ricerca. Sottolineava lo stretto legame insito nel processo della conoscenza tra oggetto e soggetto, un procedimento che superava la separazione tra chi fa ricerca e chi elabora la teoria, tra l’intellettuale che pensa per poi offrire suggerimenti al politico.


L’incontro con Marx e la sociologia

L’incontro con Panzieri, la discussione sull’inchiesta e la conricerca portò Marx e il contatto con giovani sociologi come Alessandro Pizzorno, Luciano Gallino e altri ancora. Luciano Gallino, di cui Rieser fu assistente fino al 1968, apportò due tipi di contributi: una chiarificazione sugli strumenti di ricerca della sociologia e un modello di analisi della società italiana nella quale s’intrecciavano tre modi “storici” di produzione e quindi tre strutture di classe mescolate fra loro. Si riferiva alla proprietà e produzione agricola, a quella del capitalismo concorrenziale e del capitalismo dirigistico, ultimo arrivato. La compenetrazione tra le tre “società”, portatrici di valori diversi, modellava la personalità, il carattere, la coscienza e il comportamento di classe, nonché la stratificazione d’interessi, anche contrastanti, nella stessa classe dominante.

Nella riflessione sulla struttura di classe e sul capitalismo trovò Marx, ripreso non attraverso le correnti del marxismo, ma attingendo direttamente alla fonte, scoprendo nel Capitale ipotesi e piste di ricerca utili per l’analisi del capitalismo, senz’altro più di quelle messe in circolazione dal marxismo partitico dei comunisti, propenso a considerare il capitalismo italiano “straccione”, arretrato, incapace di sviluppo, proprio il contrario di ciò che stava avvenendo nell’Italia del boom. Nel 1962 Rieser e Laura Balbo, in un saggio pubblicato su «Problemi del socialismo» avevano sottolineato l’utilità della riflessione iniziata da Galvano Della Volpe, ripresa da Lucio Colletti e da Mario Tronti, tesa a riportare il marxismo sui binari di Marx, cioè una sociologia della formazione economico-sociale capitalistica. Tale rilettura predisponeva al venir meno del pregiudizio verso le scienze sociali e apriva indirizzi nuovi di ricerca capaci di assimilare parti del marxismo con tecniche e metodologie tipiche della ricerca sociologica.

Intendere il marxismo come sociologia aveva, per i due autori, una duplice e positiva ricaduta. Liberava il marxismo dai residui hegeliani e contemporaneamente offriva alla sociologia strumenti di analisi poco considerati dalla disciplina; per questo le ipotesi di ricerca formulate dal marxismo restavano indispensabili, anche se necessitavano di “integrazioni e correzioni in varie direzioni”, da apportare soprattutto sul terreno metodologico e tecnico, in rapporto alle con le elaborazioni dalle scienze sociali, utilizzando gli strumenti d’indagine offerti dalla sociologia e dalla psicologia.

Dato che aveva scelto di fare il sociologo, si confrontò con una serie di autori, tra i quali amava ricordare Max Weber, un riferimento importante, assieme ad altri tra quelli appartenenti alla cosiddetta “scienza sociale borghese”, da usare allo stesso modo col quale Marx usava gli economisti classici distinguendoli da quelli volgari, cioè apologeti del capitalismo. Occorreva separare la scienza sociale borghese, che conteneva elementi di verità importanti, dalla letteratura sociologica di tipo volgare. Il confronto tra Weber e Marx gli era caro e lo sistematizzò in un libro pubblicato nel 1992 dal titolo Fabbrica oggi. Lo strano caso del dottor Weber e di mister Marx. I due partivano da definizioni opposte di capitalismo. Il primo considerava la formazione sociale capitalistica basata sull’anarchia del mercato, sulla contraddizione fra razionalità dello sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzioni fondati sulla proprietà privata. Per Weber il capitalismo moderno era la forma più sviluppata dell’agire razionale che trovava la sua “anima” nel procedimento amministrativo e nella burocrazia. Se entrambi concordavano nel dire che l’elemento costitutivo del capitalismo moderno era la produzione, diversamente da Marx, Weber aveva mostrato scarso interesse per le dinamiche dell’economia capitalistica, il succedersi di cicli di sviluppo e crescita ai quali seguono periodi di depressione, recessione e crisi. Il suo interesse mirava a denunciare la condizione dell’uomo imprigionato nel processo della macchina burocratica: una gabbia d’acciaio impersonale posta in contrapposizione all’ipotesi marxista della lotta di classe.

Weber coglieva un elemento reale ma lo assolutizzava separandolo dalla dinamica economica. Marx individuava le contraddizioni insite nel ciclo economico, ma lasciava poco spazio alla considerazione circa la capacità di risposta razionale del sistema capitalistico ai problemi suscitati, come invece lasciava intendere Weber. Importante era il contributo di quest’ultimo all’analisi della burocrazia che risultava utile alla comprensione della società moderna in quanto la sua forma più sviluppata si incarnava non solo nello stato borghese ma nella grande impresa capitalistica, e costituiva un aspetto centrale della sua struttura di potere e di dominio. Lo sviluppo della burocrazia procedeva parallelo a quello della razionalizzazione, tipica del capitalismo, per cui i due processi erano da considerarsi come elementi importanti per l’analisi e assieme andavano considerati.


Alti e bassi della coscienza di classe

Presso l’Università di Torino Rieser aveva frequentato il corso di filosofia di Nicola Abbagnano, uno dei primi a riconoscere la sociologia come scienza purché si abbandonasse il vecchio positivismo, oggettivistico, deterministico, a favore di una scienza sociale fondata sulla possibilità, non rigidamente necessitante, quindi indeterministica e condizionale. Lotta e coscienza di classe non erano deducibili dal ciclo di sviluppo del capitale e dalle sue condizioni date per riprodursi. Nessun automatismo garantiva la maturazione dei lavoratori salariati da classe in sé a classe per sé, coscienti del ruolo di agente nel processo di cambiamento della struttura sociale. Non vi era alcun meccanismo automatico che provasse la diretta corrispondenza tra collocazione di classe e sviluppo di una conforme coscienza di classe e tantomeno che i lavoratori provassero un senso di appartenenza comune, che si organizzassero in un movimento o in un partito, che si ponessero in posizione antagonista nei confronti di coloro che si situano in altre classi sociali.

Se la coscienza di classe non era scontata, tantomeno lo era la lotta di classe. Essa era solo una probabilità fattuale che poteva verificarsi in specifiche circostanze di tempo, di luogo e in forme diverse. Inoltre, la conflittualità non necessariamente sfocia in una coscienza trasformativa e rivoluzionaria del sistema anzi, a volte produce l’integrazione del conflitto nel sistema, perché i conflitti che nascono su base economica non sono necessariamente contraddizioni nel senso inteso da Marx, e non conducono necessariamente all’aperta lotta politica delle classi. Erano problematiche sollevate dalla nuova ricerca sociologica sulle classi sociali, che ampliavano il quadro di riferimento tradizionale ricavato da Marx. D’altronde Marx era rimasto nel vago sia a proposito dell’analisi dei fattori influenti sulla coscienza di classe e sia sulla struttura delle classi sociali nel capitalismo: il Capitale, infatti, si interrompeva proprio là dove annunciava una specifica e circostanziata trattazione su di esse.

Nello specifico di un’indagine tesa a «misurare» la coscienza di classe dei lavoratori di una grande industria, Rieser su «Quaderni Rossi» del 1965 distingueva tre condizioni relative al fenomeno osservato: le informazioni (conoscenza dei fatti), i valori (prendere posizione sui fatti esprimendo un giudizio) e i comportamenti (agire in riferimento ad essi). Questa trilogia di variabili poteva essere applicata allo studio della classe operaia e alla sua coscienza, ben sapendo che «la classe operaia può essere cosciente oppure no (senza per questo non essere più classe), e la sua coscienza può essere rivoluzionaria oppure no (senza per questo non essere più coscienza di classe)». Diverse quindi le gradazioni possibili di coscienza di classe: da quella antagonistica, caratterizzata dalla contrapposizione ad altri gruppi sociali, a quella meno conflittuale di tipo competitivo più che contrappositivo. Mai si dava una condizione netta di separazione tra assenza totale di coscienza di classe (classe per sé) e apice di coscienza rivoluzionaria organizzata (classe in sé). La realtà era assai più complessa e composita, e come tale andava indagata e scoperta utilizzando lo strumento dell’inchiesta allo scopo di «fornire elementi di conoscenza utilizzabili per controllare il grado di coscienza operaia e contribuire a creare strumenti di intervento che sviluppino nella coscienza operaia, elementi coerenti ai fini della coscienza di classe, per stimolare direttamente, negli operai intervistati, una presa di posizione di fronte ai problemi posti», dallo sfruttamento, dalla diseguaglianza nella ripartizione del prodotto, dall’uso capitalistico delle macchine e della regolazione dispotica del lavoro.

L’inchiesta era uno strumento per conoscere concreti giudizi di valore e comportamenti, per svelare elementi di soggettività, la quale non dipendeva dall’immissione di idee da parte dall’avanguardia e/o dal partito, nasceva dalle contraddizioni presenti nella condizione operaia. Era però disorganica, esprimeva una spinta confusa, alla ricerca di una sistematizzazione progettuale e organizzativa, spingeva dal «basso» per costruire organizzazione, per poi ricadere nella lotta di classe quotidiana, secondo lo schema filosofico pratica-teoria pratica, mutuato da Mao Tse Tung. Autore «scoperto» negli anni della rivoluzione culturale, da cui derivò il modello: produzione di conoscenza, organizzazione di soggettività e ritorno sul luogo della lotta di classe, superando così la divisione tra lavoro intellettuale e operai, tra il «principe» partito e la classe. L’impostazione maoista la considerava più duttile e fertile di quella di Lenin, che accentuava troppo il ruolo dell’avanguardia.

La soggettività nasce dalle contraddizioni di classe, il partito e il sindacato devono partire da lì, favorirne la sistematizzazione, tradurla in progetto complessivo, perché la soggettività che si forma nei luoghi di lavoro non è sufficiente a progettare e reggere il processo trasformativo. La forza lavoro non è un soggetto già formato e organizzato che s’impone ai partiti e ai sindacati, vi è invece un’interazione tra le organizzazioni del movimento operaio che può favorire l’emergere della soggettività. Nella storia, osservava, ci sono stati momenti in cui il sindacato ha operato una sintesi delle esigenze dei lavoratori, diventando così lo strumento attraverso il quale essi hanno agito come soggetto. Ma ci sono state anche fasi in cui questo rapporto si è allentato e l’azione del sindacato si è resa autonoma dai lavoratori, per cui «il sindacato, come organizzazione burocratica, diviene così il soggetto vero dell’azione sindacale».


L’inchiesta strumento permanente

L’inchiesta era un utile strumento di lavoro politico tra soggetti sociali, di cui si voleva conoscere comportamenti, convinzioni, bisogni e modalità di conflitto per produrre insieme a loro rivendicazioni sindacali, politiche e sociali. Riteneva che in quel modo fosse possibile evitare le semplificazioni e le astrattezze dei partiti e dei gruppi politici nuovi nati dalla protesta studentesca e operaia. Con questa impostazione giunse all’appuntamento con le lotte operaie del 1969. Quando a Torino si sviluppò il Movimento studentesco lavorò al suo interno, in particolare nella commissione operai-studenti e poi nella Lega operai studenti. Nel 1969 partecipò al ciclo di lotte che caratterizzarono quell’anno. Fu tra i promotori dell’Assemblea operai e studenti, ma in seguito non aderì né a Lotta continua né a Potere operaio. Con altri compagni continuò il “lavoro di porta” alla Fiat per svolgere il quale, abbandonato il lavoro di assistente all’Università, passò a insegnare alla scuola serale, perché l’orario di lavoro ben si combinava con quello di “porta”.

Nel variegato panorama della sinistra extraparlamentare torinese, il gruppo di cui faceva parte stabilì contatti col Collettivo Lenin, scoprendovi affinità di posizioni. Il Collettivo Lenin, che confluirà in Avanguardia operaia, non intendeva essere il partito che dall’esterno portava la giusta linea ai lavoratori, riteneva occorresse la partecipazione attiva delle avanguardie nelle fabbriche, le quali dovevano organizzarsi per svolgere un lavoro di orientamento e di educazione verso gli altri lavoratori. Proponeva la costruzione degli organismi di massa, i Comitati unitari di base, definendoli strumenti «per superare la distorsione della divisione meccanica tra lotta economica e politica, tra direzione e spontaneità». Lo strumento necessario e decisivo per la loro costruzione era l’inchiesta, definita in un documento interno «unica maniera per conoscere bene quali sono le esigenze e le idee degli operai» e unico strumento capace di «stabilire un corretto rapporto con le masse». Con l’inchiesta si voleva dare agli operai gli strumenti necessari a comprendere i vari meccanismi che regolano il lavoro in fabbrica e lo sfruttamento.

Esauritasi l’esperienza di Avanguardia operaia, aderì senza troppo entusiasmo a Democrazia proletaria per poi entrare nel Pci e, dopo la fine di quel partito, in Rifondazione comunista, senza assumere, per sua scelta, un ruolo politico di rilievo. Ormai, dirà in seguito, l’impegno politico, così come lo aveva praticato nel decennio Settanta, era finito. Continuava invece quello di sociologo collaborando col sindacato, insegnando sociologia industriale all’Università di Modena e, una volta ottenuto il distacco dall’insegnamento, lavorando a tempo pieno presso l’Ires-Cgil a Torino.

La sua attenzione era sempre rivolta al mondo del lavoro, alla ricerca non «sui» ma «con» i lavoratori. Nei decenni seguenti i contributi trattavano diversi temi ritenuti importanti per l’azione sindacale: ricerche sui delegati sindacali e sulla rappresentanza in fabbrica; sulla «nuova» Fiat dopo la sconfitta sindacale dell’autunno 1980, per capirne le ragioni e ricostruire la ripresa dell’iniziativa sindacale; sulle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro e, conseguentemente, sulla professionalità per fornire elementi di analisi utili all’impostazione della contrattazione sindacale; sulla crisi del «modo di produzione» fordista e l’emergere di modelli produttivi diversi, al momento definiti «post-fordisti»; un’attenzione particolare alla memoria storica della classe operaia, condotta con l’uso di fonti orali e le autobiografie operaie.

Gli anni Ottanta portavano la consapevolezza dello sfilacciamento del rapporto del sindacato con i lavoratori. Con la crisi dei consigli di fabbrica, si erano indebolite le relazioni tra il sindacato e la sua base sociale. Un mondo stava cambiando. Non c’erano più gli operai degli «operaisti», erano invecchiati, avevano «messo su» famiglia, con figli e nipoti, percepivano di aver perso lo battaglia per cambiare l’organizzazione del lavoro e, più in generale, di non essere più al centro, come classe, nel processo produttivo e, conseguentemente, nella società. Stava cambiando anche la percezione del rapporto con l’impresa, assumeva tonalità meno conflittuali, si posizionava in un confronto sul rispetto dei diritti e dei doveri, secondo le regole concordate e condivise tra le parti.

Nella seconda parte degli anni Novanta Rieser coordinò una ricerca sul lavoro, i lavoratori e le lavoratrici per Rifondazione comunista. L’intento era non solo quello di aggiornare le conoscenze, ma di ridefinire una nuova analisi e una strategia, non dedotta aprioristicamente dai massimi sistemi, ma dall’individuazione delle condizioni lavorative, delle spinte antagonistiche, valori compresi, provenienti dal “basso”.

La pubblicazione nel 2007, da parte del dipartimento d’inchiesta di Rifondazione comunista, di un Manuale per fare inchiesta offrì a Rieser l’occasione di ritornare sull’argomento con un capitolo dedicato alle Istruzioni per l’uso. Partiva dalla distinzione tra micro e macro-inchiesta. La prima serve per interventi immediati, a caldo, in situazioni specifiche: una lotta appena iniziata, la necessità di conoscere una situazione per intervenirvi correttamente; la seconda è da utilizzare quando si vuole elaborare una strategia politica di medio termine. Per analizzare una condizione di classe continuava non sono sufficienti i soli dati statistici (anche se da essi non si può prescindere) perché i «numeri» ben poco dicono delle condizioni reali di vita delle persone, delle informazioni che hanno e dei valori che elaborano. Lo si può fare con l’inchiesta raccogliendo e analizzando la soggettività degli appartenenti a una condizione sociale, assieme a loro, poiché l’inchiesta la devono fare quelli che poi la utilizzeranno per risolvere i problemi individuati. Niente delega quindi agli esperti, ai ricercatori accademici e di professione, sì invece al coinvolgimento dei soggetti in tutte le articolazioni della ricerca: definizione del progetto, ipotesi da verificare, obiettivi da raggiungere, strumenti da utilizzare. Seguiva un’ultima raccomandazione: l’inchiesta ha come la produzione di una conoscenza «oggettiva» di una realtà, anche quando ci rivela elementi scomodi rispetto alle ipotesi politiche da cui si è partiti. Non ha nessun senso fare un’inchiesta per confermare le proprie posizioni ideologiche e politiche.


Concludere e rilanciare

Quando il 21 maggio 2014 Rieser si spense a Torino, il suo amico Giovanni Mottura ricordò il commento di un compagno catalano, dirigente negli anni Settanta di una organizzazione comunista a Barcellona: «quando parli con Rieser, te ne vai sempre sentendoti più intelligente». Si riferiva ai molteplici talenti del personaggio, nessuno dei quali, proseguiva Mottura, era stato abbandonato, ma neppure investito per autoaffermarsi, né per realizzare carriere di prestigio potenzialmente possibili. Neanche quando fece la sua scelta di parte, si avvalse delle sue capacità per ottenere o consolidare ruoli influenti o di leadership che in diversi momenti o passaggi del suo percorso politico, avrebbero potuto rivendicare. Non accademico, non leader politico, ma conricercatore alla pari dentro e assieme alla classe lavoratrice, sempre alla ricerca di ricostruzioni conoscitive aventi per oggetto e soggetto i lavoratori, i protagonisti diretti, in un percorso che intrecci la conoscenza con la trasformazione della situazione conosciuta. Ci ha lasciato con una domanda impegnativa: «chi farà il partito, come lo farà, che tipo di organizzazione sarà?». Una prospettiva era ipotizzabile, scriveva nel 2012 sulla rivista «Progetto lavoro», «quella di un processo in cui, a partire dalle esperienze dei movimenti di lotta, venga costruita una forza politica organizzata, che provi a tradurre i movimenti e le loro esperienze di lotta in un progetto complessivo di trasformazione della società». Tutto ciò, proseguiva, poteva aver «senso solo se avveniva a un livello internazionale di ampiezza e rilevanza sufficienti, perché un tale progetto potesse avere una concreta prospettiva di realizzazione». Un compito arduo, non a caso lo scritto chiudeva così: «buona fortuna compagni!».

Nota bibliografica: numerosi sono gli scritti di e su Rieser. Non potendo citarli tutti, rimando al libro: Vittorio Rieser. Intellettuale e militante di classe, a cura di Matteo Gaddi, Punto Rosso, Milano 2015.



Immagine: Sergio Bianchi, La fabbrica, 1972