Visioni Italian Ecoway of Lyfe

L’ecologia del Tempo Profondo


Piante, Cibo, Abitare, Scienza, Città. Cinque temi, cinque video a partire dal Tempo Profondo, la nuova visione ecologica della vita. Un reportage.


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È giovedì 15 luglio 2021. L’appuntamento è a Milano alle otto e mezza. Io arrivo da Bologna con due ragazzi, Antar che è il direttore della fotografia e Alessio che ci farà da assistente e curerà le riprese col drone. Arriviamo e i ragazzi devono essere quelli che stanno scaricando quel furgoncino bianco. C’è Gianni, sono anni che non ci vediamo, il montatore più caparbio, infaticabile e simpatico che abbia mai conosciuto; c’è Pietro, operatore e fonico; c’è Camilla, l’indispensabile punto di riferimento per l’organizzazione di tutto; c’è Francesco, il fonico di presa diretta; non c’è Enrico, il responsabile di Video Elf che ci seguirà da lontano durante tutto il viaggio con quel suo atteggiamento pacato e il sorriso bonario che ti sembra di vedere anche se ci parli solo al telefono, capace di trasformare in sassolino insignificante ogni problema che appare come una montagna. La prima giornata è dedicata a un appartamento in un condominio milanese, siamo dalle parti dello stadio, che Barbara Narici e i ragazzi di Geologika Collettiva hanno completamente trasformato usando la terra cruda. Oltre a riprendere l’appartamento, qui facciamo l’intervista a lei, a Maddalena Ferraresi, a Mauricio Cardenas. È appena iniziato il viaggio che ci porterà a intervistare 38 persone in giro per l’Italia e a realizzare cinque video a tema.

Il lavoro di riprese, che siano per una fiction o per quello che stiamo facendo noi, ha sempre una lunghissima parte preliminare dove si montano e si calibrano gli strumenti di lavoro, si valutano le luci, si fanno prove di ogni genere e poi finalmente si parte, sempre che il direttore della fotografia sia soddisfatto, e Antar, il nostro, è piuttosto esigente. Appoggiato al tavolo rigorosamente finito in terra cruda, c’è uno dei nani di Biancaneve tutto d’oro che diventa immediatamente la mascotte della giornata. Stiamo nei tempi e a fine pomeriggio possiamo partire per la seconda tappa, dormiremo vicino a Reggio Emilia, alle nove del giorno dopo, venerdì 16, abbiamo appuntamento al Labirinto della Masone, il più grande labirinto di bambù del mondo voluto da Franco Maria Ricci.

Giornata semplice, mentre i ragazzi sono dentro a filmare la straordinaria collezione d’arte, il drone fa il suo primo volo a riprendere dall’altro l’edificio neoclassico, la piramide e il labirinto. A metà pomeriggio ripartiamo per la terza tappa, nel cuore dell’umbria. Siamo in un paesino che ci sembra totalmente fuori dal mondo, sperduto fra le colline e i campi di grano, Massimo Manini, responsabile della foresta fossile che riprenderemo l’indomani, ci accoglie alla sera e ci porta in trattoria. Se si vuole davvero conoscere lo spirito dei luoghi poche cose sono più rivelatrici di quello che la gente che li abita cucina ed è abituata a mangiare. Qui, carne, ma carne vera, gli allevamenti intensivi non fanno parte di questa cultura. E un primo a sugo bianco di cui ho dimenticato il nome ma non la sorpresa del sapore intenso al primo impatto.

All’alba del giorno dopo siamo alla foresta fossile di Dunarobba, luogo unico al mondo, alberi di tre milioni di anni fa conservati grazie all’argilla che ce li ha restituiti conservando il legno. Il programma prevede nel pomeriggio riprese a una installazione in canna comune poco lontano e la partenza per Bari. Fare un programma di riprese prevede un lavorio minuzioso che ho svolto nelle settimane precedenti e che poi Camilla ha perfezionato prenotando i pernottamenti e tutto quello che ci potrà essere utile. Si tratta di conciliare le nostre esigenze di viaggio con quelle dei luoghi e di tutti coloro che dobbiamo intervistare, questa volta, per esempio, ho dovuto spostare la tappa Firenze dall’inizio del viaggio alla fine. E un buon piano riprese prevede soprattutto l’imprevedibile. In questo caso, la pioggia. A metà mattina inizia a venire giù. Le riprese dell’installazione saltano, vedremo se riusciremo a recuperarle al ritorno. Mi servono immagini di foreste, alberi, natura. Finite le interviste ci dividiamo. I ragazzi del furgone faranno una strada, noi un’altra, ognuno con il compito di portare a casa quante più riprese possibile. Alla sera, piuttosto provati, arriviamo a Bari.

Domenica mattina siamo da Tarshito che ci accoglie con uno dei suoi sorrisi migliori, Gianni se lo ricorda, nel 2007 l’avevo intervistato per una trasmissione sul design e il suo peculiare modo di parlare era rimasto impresso in tutta la troupe. Camilla, che da sempre si interessa di spiritualità, è rapita dai suoi discorsi e dalle sue opere che si dispiegano nei vari spazi del suo piccolo villaggio. E Tarshito inizia a parlare. Mi ero già messo d’accordo coi ragazzi di non aspettare il mio via, di iniziare a riprendere subito, appena incontriamo il personaggio da intervistare, le cose migliori solitamente sono quelle che si dicono fuori dall’intervista vera e propria, quando qualcuno, chiunque, è davanti a una camera che lo guarda si comporta in modo diverso, inevitabilmente più formale, e a me invece piace prendere i momenti veri, quelli in cui si vede davvero chi abbiamo di fronte, per questo microfoniamo immediatamente il personaggio e poi lasciamo che se ne dimentichi. E Tarshito parla, ci accompagna, ci mostra, racconta e poi, alla fine, quando si tratterà, mesi dopo, di montare la puntata, molti di quei racconti rimangono inevitabilmente fuori da ciò che si vedrà.

Nel tardo pomeriggio è la volta di Federica, una giovane tatuatrice. Senza il minimo imbarazzo si mette davanti alla camera e parte. Buona la prima. Rarissimo. Quasi unico che le interviste non abbiano bisogno di essere ripetute e poi tagliate, rimescolate, aggiustate per dare l’impressione finale di un discorso fluido. Il novanta per cento delle interviste che in video appaiono scorrevoli e precise sono il frutto di una serie di aggiustamenti che richiedono non solo tempo, ma una bella dose di competenza e pazienza. Alla sera ci immergiamo nella Bari vecchia e lì scopro la polenta fritta. Che ci fa la polenta a Bari? A questo punto il fatto che il piatto tipico di Bari sia riso, patate e cozze prende un'altra prospettiva. Il riso, notoriamente, non è un alimento del sud. In genere al sud Italia quando uno mangia riso vuol dire che non sta bene di stomaco, tranne naturalmente grandi eccezioni come la paella. Ma la presenza del riso nel piatto tipico, accostata alla polenta, certamente indica una presenza di gente del nord molto forte. Io sono di origine salentina, la polenta lì non si mangia neanche quando si sta male, semplicemete non c’è. Chiedo alla signora che si dà da fare dietro alla grossa padella dove brilla l’olio in attesa di avvolgere i pezzetti di polenta. Si usa, mi dice, da sempre. È quel da sempre che non mi suona. Il mistero rimane, certamente qualche storico dell’alimentazione lo conosce, ma per ora, per me rimane un mistero da svelare.

Il lunedì di buon ora ci svegliamo per scendere in Salento. La Puglia è lunga e a fine mattinata siamo in un forno di Taviano per parlare delle friselle. Ci tengo, ho individuato una tipologia di pane particolare, che Maurizio Sentieri ha chiamato pani nomadi, sono i pani da lavoro, che si conservano, in genere senza lievito, che a me suonano molto paleolitici. La frisella il lievito ce l’ha, ma ha una delle caratteristiche fondamentali dei pani nomadi: si conserva nel tempo. Riprendiamo il discorso sulla frisella dopo aver girato un’altra casa con le finiture di terra dove intervistiamo la Barbara Narici. Stavolta a parlarci della frisella ho voluto una nonna, una signora dalla bella età indefinita che davanti alla camera non fa una piega e con una naturalezza da far invidia a qualsiasi attore parla e racconta e ride e spiega e ride ancora. Una meraviglia, per quanto mi riguarda, l’intervista migliore della serie.

Ore otto della mattina di martedì. Siamo davanti alla cattedrale di Otranto. Ho voluto fortissimamente quello che stiamo per fare. Abbiamo mosso tutto il necessario, arcivescovado, permessi di ogni genere, curia e affini. Voglio riprendere il mosaico dell’albero della vita fatto da Pantaleone e dai suoi aiutanti durante il XI° secolo, e voglio farlo col drone. I permessi non accennano a divieti di usare droni nelle cattedrali, forse al legislatore non è neppure passata per la testa l’idea. Ma a noi sì. Così, mentre una parte di noi intervista il monsignore a guida della cattedrale, l’altra fa volare il drone fra le volte secolari. Nasconde segreti in evidenza, come direbbe Elemire Zolla, questo mosaico. Ci appare anche Artù a cavallo di una capra, ben prima che i cistercensi si metessero a imbastire la leggenda del Graal in modo che chiunque a un certo punto ci si perdesse dentro, come in ogni foresta che si rispetti. Tappa successiva, la quercia secolare di Tricase. Mentre lei cresceva, i sentieri in terra che le passavano accanto sono diventati strade asfaltate e chissà a quale santo in carne e ossa che ne ha impedito l’abbattimento deve il fatto di essere ancora viva. Il sole sta tramontando, le mani della Barbara impastano la terra mentre Antar, Alessio e il drone rubano immagini del mare, delle rocce, del sole.

Mercoledì. L’abruzzo ci attende e ci vede arrivare all’università di Teramo nei tempi stabiliti. Il professor Donato Angelino arriva, si mette davanti alla camera e parte con tempi perfetti, pause da attore, parole chiare. Perfetto. Non ci resta che ripartire verso nord, direzione Firenze. Ma in mezzo, una pausa ci sta. Camilla ha scovato una specie di villetta fra i monti in un luogo improbabile. Ci arriviamo all’imbrunire e scatta immediatamente il drone e le riprese di un posto che potrebbe essere in Tibet come sulle Ande. La trattoria in cui andiamo è ancora più stupefacente. Pare che la specialità del luogo siano i funghi, ma io e Gianni appena sappiamo che fanno la bistecca di pecora, non possiamo farne a meno. E lì, mentre assaporo questa carne morbida, saporita, infinitamente gustosa mi chiedo perché non è conosciuta al pari delle altre. Poi non me lo chiedo più. Sarebbe da star lì una settimana almeno e assaggiare, anzi no, proprio mangiare a quattro palmenti tutto quello che questo residuo dell’Ottocento ha salvato, tutta questa cultura da mangiare in via di estinzione, prima che il gestore se ne vada a servire San Pietro e gli altri che lo stanno aspettando lassù con impazienza.

È arrivato giovedì 22 e siamo a Firenze, Manifattura Tabacchi. Qui c’è un problema. La Manifattura Tabacchi è un posto immenso dove è stata fatta una operazione di rigenerazione urbana come si deve. Ma dal punto di vista nostro, che dobbiamo portare a casa delle immagini, in pratica, non c’è nulla da vedere. Dico nulla che si riesca a riconoscere come parte del progetto, essendo il progetto diverso dalla semplice ristrutturazione edilizia, si parla di eventi, incontri, persone, socialità, cose fatte e da fare che coinvolgono le persone più che gli edifici.

Ed è arrivato anche l’ultimo giorno, l’ultimo con tutta la troupe. Ci troviamo a colazione. Pietro, scuola milanese, ha già fatto un giro per Firenze a fare immagini di copertura, partiamo per l’ultimo servizio, poco fuori Firenze. Poi lunedì io, Antar e Alessio andremo in Liguria, dove torneremo un paio di giorni all’inizio di agosto per riprendere anche i panigacci, altro pane nomade, una tappa a La Spezia e a Genova per altre interviste e chiuderemo le riprese con un altro paio di giorni previsti per i primi di settembre in cui torneremo in Liguria, poi Bologna e Trieste.

Il risultato del tour è un materiale che aspetta stivato e catalogato nei computer di Antar e di Gianni. Il piano di riprese, apparentemente caotico e senza un filo comune, deriva da un altro piano, quello delle puntate, minuziosamente preparato prima. Ogni ripresa si andrà a incastonare in quello schema. Inizia il montaggio che durerà da settembre a dicembre. Il risultato sono cinque puntate, Le piante & noi; Nutrire il corpo, nutrire la mente; Spazio celeste, spazio terrestre; La mano, la terra, la casa; Next City. E ancora prima del piano delle puntate, c’è stata l’idea di partenza, lavorare su un’ecologia che parta dal Tempo Profondo, dal fatto oggettivo che noi Sapiens siamo qui da almento trecentomila anni e che la nostra storia inizia almeno da allora, una prospettiva che cambia di molto tutti i punti di vista. E prima ancora di questa idea ce n’è un’altra, dentro la testa di Angelo Gioè, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Melbourne, che di idee non solo ne ha avute molte, ma le ha anche realizzate nella sua attività che lo ha portato a dirigere gli Istituti Italiani di Cultura in mezzo mondo. Buone Visioni.


VISIONI Italian Ecoway of Lyfe

Da un’idea di Angelo Gioè, a cura di Maurizio Corrado. Prodotto dall’Istituto Italiano di Cultura, Melbourne, Australia. Disponibile qui:

https://iicmelbourne.esteri.it/iic_melbourne/it/gli_eventi/calendario/visioni-italian-ecoway-of-lyfe_4.html


STAFF OPERATIVO

Antar Corrado, direzione della fotografia, grafica, open sequence, operatore video; Gianni Centonze, montaggio; Alessio Bruno, operatore drone, assistente alla fotografia ; Enrico Gusso, organizzazione generale; Camilla Gusso, segretaria di edizione; Pietro Gusso, operatore video, fonico; Francesco Piazza, fonico presa diretta; Massimo Antonio Rossi, voce speaker; Valentina Soluri, traduzioni italiano/inglese; VIDEO ELF, realizzazione; Maurizio Corrado, regia e testi.


Con

Werther Albertazzi, attivatore territoriale; Elena Antoniolli, Studente di Architettura del Paesaggio; Donato Angelino, Università di Teramo; Ilaria Baccherini, albergatrice; Antonio Bagni, architetto; Luca Baldini, architetto; Mauricio Cardenas Laverde, architetto; Viviana Deruto, architetto; Christian Farina, Studente di Architettura del Paesaggio; Maddalena Ferraresi, architetto; Francesco Ferrini, agronomo Università di Firenze; Daniela Franchini, archeologa; Giovanna Gia, Assessore all’Ambiente di Fivizzano; Eleonora Giannini, Studente di Architettura del Paesaggio; Michelangelo Giombini, architetto; Massimo Iosa Ghini, architetto; Katia Kuo, artista; Anna Lambertini, architetto pesaggista; Massimo Manini, regista; Mons. Piero Marti; Roberto Podenzana, cuoco; Marco Nieri, ecodesigner; Francesca Nobili, Assessore alla Cultura di Fivizzano; Maurizio Sentieri, nutrizionista; Federica Trovato, tattuatrice; Elisa Manni, imprenditrice agricola; Silvia Marchesan docente di Chimica Organica; Giovanni De Marco, fornaio; Rosaria Murrieri, nonna; Barbara Narici, architetto; Leonardo Pilati, Studente di Architettura del Paesaggio; Nuccia Rossiello, architetto; Mario Spera, astrofisico; Andrea Staid, antropologo; Valentina Sumini, space architect; Tarshito, artista; Barbara Truzzi, bioagricuoca; Alessandro Vietti, scrittore.



Immagine: Wilfrid Rouff