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Unicità e reiterazione

2 ore fa
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Il fascismo nella prospettiva francofortese


Nikita Kadan, Siren III, 2024
Nikita Kadan, Siren III, 2024

La Scuola di Francoforte ha offerto – tra le altre cose – un’analisi del fascismo non comune, riflettendo sulla sua insorgenza storica e sulle variegate forme concrete che ha assunto. Convinti della natura politicamente autoritaria del fascismo e della sua funzione normalizzatrice, le diverse analisi degli autori della Scuola hanno sottolineato – da molteplici punti di vista – il carattere non univoco e non irripetibile del fascismo, il suo stretto legame (funzionale) con la proprietà borghese e la società liberale e, dunque, la sua natura reiterabile. Di fronte ai «pericoli» della democrazia e dell’avanzamento sociale e politico delle classi subalterne, il fascismo – in forme rinnovate – resta strumento sempre adattabile ai nuovi contesti e riutilizzabile, alla bisogna, dalle classi dominanti. 

Questa teoria francofortese viene ricostruita – anche grazie allo studio di nuovi materiali – in un libro di Claudio Corradetti, Stato, psiche, società. La scuola di Francoforte di fronte al fascismo (Firenze University Press, 2024), che qui recensiamo grazie al contributo di una giovane studentessa di filosofia dell’Università di Bologna.


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In Stato, Psiche, Società. La scuola di Francoforte di fronte al fascismo Claudio Corradetti ricostruisce la prospettiva sul fascismo dei filosofi francofortesi. Molteplici sono le ragioni che hanno spinto l’autore a cimentarsi in questa impresa. Innanzitutto, la convinzione che le dinamiche storico-politiche odierne riflettano pericolosamente quelle che favorirono l’ascesa dei fascismi negli anni Venti e Trenta del Novecento e, in secondo luogo, il fatto che l’elaborazione di una teoria organica del fascismo fu intenzione annunciata dai filosofi della Scuola in alcuni report dell’Institut für Sozialforschung, che però non concretizzarono mai questo intendimento. La tesi sostenuta da Corradetti è che la Scuola di Francoforte non abbia mai considerato il fascismo come un fenomeno storico scomparso con la Seconda guerra mondiale, ma piuttosto come una categoria descrittiva capace di indicare un complesso processo dotato di capacità mimetiche che gli permettono di modificare le sue strutture e insinuarsi in diversi tipi di società. La caratteristica del fascismo che sopravvive ai mutamenti storico-sociali è stata individuata dai francofortesi nella perpetrazione di un sistema capitalistico autoritario, operata attraverso l’annichilimento dell’individualità, ovvero della capacità di pensiero critico e di autodeterminazione dell’essere umano. Per dimostrare ciò, i filosofi della scuola di Francoforte si avvalsero della teoria critica, che – non credendo più nell’esistenza di una sintesi finale del processo dialettico – fa della negazione il suo strumento principale di smascheramento delle contraddizioni del presente.



Fascismo, capitalismo, democrazia

Il primo capitolo ricostruisce sul piano storico-concettuale l’approccio dei francofortesi al fascismo. La causa principale di affermazione del fascismo viene individuata in una crisi di tipo ideologico più che economico, ovvero nella crisi del liberalismo e del socialismo. Il fascismo proponeva, infatti, una soluzione alla crisi dell’individualismo borghese, ideologia che aveva guidato lo sviluppo dell’economia liberale. Lo scarto che intercorreva fra la promessa di un’uguaglianza generale e la situazione economica dei lavoratori sfruttati era ormai diventato evidente e incolmabile, e per questo il fascismo si presentò come una forma di sindacalismo rivoluzionario intriso, però, di nazionalismo radicale.

Non a caso, le radici del percorso di affermazione del fascismo sono rintracciate nella democrazia di Weimar. Segnata da una profonda instabilità politica, la repubblica di Weimar si costituì su un terreno fragile. Un fattore individuato dai francofortesi che, oltre a quello politico, contribuì all’ascesa del nazismo fu l’investimento nello sviluppo tecnologico della Germania: l’arretratezza tecnologica venne, infatti, identificata come una delle cause della sconfitta nella Prima guerra mondiale e lo sviluppo della tecnica su cui si decise di investire contribuì alla diffusione della razionalità strumentale. Questa fu terreno fertile per l’attecchimento dell’ideologia nazionalsocialista: abituandoli a utilizzare la loro ragione unicamente per calcolare i mezzi più adatti a raggiungere fini predisposti da qualcosa di esterno a loro, la razionalità strumentale rese gli uomini privi di pensiero critico e incapaci di autodeterminarsi. Benjamin, Horkheimer e Adorno intuirono che l’uso reazionario della tecnologia avrebbe condotto al rigetto della tradizione illuminista.  Anche da Marcuse, in una lettera del ’41 diretta a Horkheimer, verrà sottolineato il carattere accomodante del fascismo con lo spirito del tempo: ponendosi come apparente risolutore della crisi del capitalismo liberale, il fascismo avrebbe in realtà lasciato intatte le sue strutture, consegnando i mezzi di produzione nelle mani di una nuova élite, ancora più ristretta della precedente, che avrebbe finito per lavorare in sinergia con il sistema nazista. Sulla scorta di queste convinzioni, i francofortesi ricostruirono la loro critica al fascismo partendo dal presupposto che esso avrebbe ereditato la sua struttura produttiva dal capitalismo, pur avendolo trasformato in capitalismo di Stato. Quest’ultimo e il fascismo stesso furono, quindi, presentati dai francofortesi come un nuovo momento della fenomenologia del capitalismo e per questo essi sostennero che, nonostante la fine del nazionalsocialismo, vi era la possibilità che alcune tendenze fasciste, quali l’autoritarismo e il carattere illiberale della società, si sarebbero insinuate anche nelle democrazie liberali. Come l’ideologia e la mentalità fasciste riuscirono a sopravvivere al sistema di governo hitleriano e mussoliniano, fu da loro spiegato attraverso l’interpretazione in chiave non deterministica del rapporto marxiano fra struttura e sovrastruttura.

Il contributo originale della Scuola di Francoforte al rapporto fra struttura e sovrastruttura non fu solo quello di riconoscere tale rapporto come bidirezionale, ma anche quello di inserire come nuovo termine medio di comprensione la psiche umana socializzata. Per spiegare come i fascismi abbiano incontrato l’approvazione di milioni di individui, la scuola operò un «ripensamento dell’Io razionalista» (p. 49), prestando attenzione agli effetti che le pulsioni provenienti dall’inconscio avevano avuto sulle decisioni della vita quotidiana. Così facendo, i francofortesi proposero una sintesi fra marxismo e psicoanalisi freudiana che li portò a sostenere che l’autoritarismo esercitato nei confronti dell’individuo sin dall’età infantile avrebbe condotto quest’ultimo allo sviluppo di desideri sadomasochistici di sottomissione e alla proiezione distorta delle sue frustrazioni su soggetti esterni.


Nel secondo capitolo vengono ricostruite da Corradetti le conseguenze, secondo la Scuola di Francoforte, delle crisi economiche degli anni Trenta e Quaranta. La risposta alla crisi del liberalismo fu costituita da un sempre maggior intervento dello Stato nelle questioni economiche attraverso una pianificazione di queste ultime. Che fossero economie di piano democratiche, che prevedevano cioè una pianificazione decentrata, o totalitarie, in cui la pianificazione è centralizzata, il punto d’accordo risiedeva nella sfiducia nella capacità del mercato di autoregolarsi. La Scuola di Francoforte sostenne che all’aumento della coercizione statale all’interno dell’economia si sarebbe accompagnata una svolta totalitaria in politica tale da determinare la limitazione, oltre che delle libertà economiche assicurate dal lasseiz-faire, anche di quelle individuali.

Alla linea di pensiero di Henryk Grossmann, secondo il quale la crisi non poteva essere risolta con una economia di piano, Corradetti affianca la posizione di Friedrich Pollock e la sua idea di capitalismo di Stato. Per Grossmann era impensabile presentare la pianificazione economica come soluzione della crisi per due motivi: innanzitutto perché, come descritto dalla caduta tendenziale del saggio del profitto, il capitalismo era visto come processo di contraddizione in atto destinato ad un crollo inevitabile; in secondo luogo, essendo il fine ultimo del capitalismo la valorizzazione del capitale, Grossmann riteneva impossibile conciliare quest’ultimo con i bisogni dei lavoratori di cui avrebbe dovuto tenere conto un’economia di piano. Per queste ragioni, pensare ad una pianificazione economica come risoluzione dei problemi del capitalismo era considerato contraddittorio dall’autore del Crollo del Capitalismo (1929).

Secondo Pollock le cose stavano diversamente: la svolta monopolista del capitalismo aveva reso obsoleti alcuni degli assunti marxiani riguardanti le cause delle crisi cicliche del capitale. Per l’autore del Capitalismo di Stato (1941) il vero problema che aveva afflitto il capitalismo alla fine degli anni Venti era una crisi di realizzo – dovuta alla sproporzione fra settori produttivi, ovvero alla rapida migrazione del capitale da un settore all’altro – e non quella individuata dal marxismo ortodosso e da Grossmann. Per questo Pollock proponeva come soluzione auspicabile il capitalismo di Stato: attraverso il controllo dell’economia da parte dell’ente statale sarebbe stato possibile programmare armonicamente la produzione fra i diversi settori, lasciando tuttavia al mercato la possibilità di stabilire i prezzi in modo concorrenziale. La premessa alla base di questa sua convinzione era che non si stesse assistendo alla morte del capitalismo, ma solo a quella della sua fase liberale. 

Franz Neumann, dal canto suo, parlò di capitalismo monopolista totalitario. Pur essendo d’accordo con Pollock riguardo all’impossibilità di un crollo del sistema capitalistico, Neumann ritenne, con Grossmann, che parlare di capitalismo di Stato fosse contraddittorio: non è infatti pensabile immaginare che all’interno di una cornice capitalistica valore di scambio e valore d’uso possano coincidere e che la produzione venga assoggettata alle richieste della distribuzione. Nel suo Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo 1933-1944 (1942) Neumann sostenne che non si era di fronte a una limitazione del mercato da parte dello Stato, ma piuttosto a una colonizzazione della politica da parte dell’economia: nel caso del nazionalsocialismo furono le élites economiche al potere ad aver avuto bisogno dell’intervento dello Stato nell’economia, per evitare che l’amministrazione popolare democratica ponesse ostacoli al loro desiderio di arricchimento. In tal modo il fascismo venne inquadrato non tanto come reazione al comunismo quanto, piuttosto, alla democrazia. Ponendo fine alla concorrenza sul libero mercato attraverso la pianificazione dell’economia, i grandi monopoli si erano assicurati che venissero evitati i processi contraddittori interni al capitale previsti da Marx, azzerando così ogni possibilità di emancipazione sociale.


Corradetti presenta la posizione di Horkheimer come una sintesi di queste due versioni discordanti. Secondo il direttore dell’IfS, argomenta Corradetti, le trasformazioni dello Stato e del capitalismo costituiscono momenti storici immanenti alla trasformazione dello Stato liberale: dalla crisi di quest’ultimo si approdò ad un capitalismo monopolista che, attraverso la pianificazione statale dell’economia, riuscì a rendere obsoleta la tesi crollista. In tal modo, «la crisi venne ipostatizzata per l’eternità» (p. 125) e favorì la svolta in senso autoritario dello Stato di cui Horkheimer parla in Stato autoritario (1942). Annullando la dialettica emancipativa e portando al parossismo la logica della razionalità strumentale attraverso una maggiore burocratizzazione di ogni aspetto della vita sociale, lo Stato autoritario ha portato il soggetto a perdere la sua individualità e la sua capacità di autodeterminazione. Horkheimer parla di Stato autoritario in quanto, modificando l’economia, esso diventò capace di modificare anche le libertà individuali dei soggetti. In tal modo si è compiuto il rovesciamento della ragione illuminista descritto da Adorno e Horkheimer nella Dialettica dell’Illuminismo (1941).  



Marxismo e psicanalisi

Nel terzo e ultimo capitolo Corradetti analizza il rapporto della Scuola di Francoforte con il pensiero di Freud e mostra come la psicoanalisi sia stata considerata dai francofortesi determinante per spiegare la diffusione popolare del fascismo e, in particolare, dell’antisemitismo. La logica della razionalità strumentale, pur essendo stata utile alla comprensione della trasformazione del capitalismo liberale in capitalismo di Stato, non è sufficiente a spiegare l’attecchimento dell’antisemitismo. Integrando le categorie psicologiche con quelle socio-economiche di stampo marxista, la Scuola darà vita ad una nuova corrente chiamata «freudo-marxismo», che tenterà di mettere in luce i processi irrazionali dal punto di vista economico che hanno contribuito all’affermarsi del fascismo. 

Corradetti mostra come le riflessioni di Adorno e Horkheimer in questo ambito siano state influenzate dal lavoro di Erich Fromm. L’autore di Fuga dalla libertà (1941) aveva, infatti, cercato di spiegare in che modo le persone fossero state spinte a barattare la loro libertà con la promessa della sicurezza sociale. Per far ciò Fromm, rifacendosi alle idee freudiane, aveva ipotizzato che fosse la stessa struttura societaria gerarchica ad aver abituato l’uomo alla repressione degli istinti e a trarre piacere dalla subordinazione. È dall’accettazione passiva di questa situazione e dal senso di impotenza che ne deriva che si generano sentimenti sadomasochistici che trovano soddisfazione nel fascismo: ritrovandosi con un Io indebolito dalla repressione degli istinti e avvezzo alla sottomissione, l’individuo prova piacere nell’ubbidire ad un capo autoritario che limita la sua libertà. All’affermazione di queste dinamiche, per Fromm, contribuisce anche una motivazione di tipo narcisistico: dal momento che l’individuo si sente impotente nei confronti della soddisfazione dei propri bisogni e pulsioni, egli proietta se stesso nel capo autoritario, visto come una figura potente in grado di autodeterminarsi. L’autoritarismo viene, quindi, identificato come una nevrosi collettiva di massa in cui gli impulsi masochistici inconsci spingono l’individuo alla rinuncia della propria libertà pur di non ritrovarsi in una condizione di isolamento sociale. Tutto questo troverà la sua massima espressione nel fascismo. Anche l’antisemitismo si basa su una falsa proiezione: i nazisti sono riusciti ad addossare agli ebrei la colpa del disagio economico e sociale in cui si trovava la maggior parte dei cittadini tedeschi negli anni Trenta, facendo sì che gli impulsi socialmente inammissibili provenienti dall’Es – emersi in seguito alla mancata introiezione delle regole morali imposte dal Super-Io – venissero da questi ultimi dirottati verso un ente esterno, ovvero il popolo ebraico. 


Adorno e Horkheimer ritennero il lavoro di Fromm di grande valore anche per la comprensione delle dinamiche delle democrazie liberali. Le tendenze fasciste e antisemite sviluppatesi negli americani cresciuti ed educati negli anni Quaranta furono spiegate attraverso l’attenzione ai meccanismi psicologici che si attivano all’interno degli individui frustrati e alienati dalla loro società. Ciò che i francofortesi scoprirono fu che l’antisemitismo era, anche in questo caso, il risultato dell’esternalizzazione dell’odio e del risentimento provenienti dall’Es che non erano stati addomesticati dall’Io attraverso le regole morali del Super-Io. In Educazione dopo Auschwitz (1966) Adorno ammonirà che l’antisemitismo è un fenomeno che può riemergere in condizioni storiche diverse da quelle del nazismo, poiché prima di tutto si basa sulla perdita di autonomia morale da parte del soggetto. Educare dopo Auschwitz significherà, quindi, ripristinare gli ideali originali dell’Illuminismo, che prevedevano l’utilizzo della ragione per l’emancipazione umana anziché per una sua sottomissione. 

Da qui prese avvio la critica della Scuola alla società di massa. I francofortesi, infatti, ritenevano che nelle società liberaldemocratiche anche la cultura avesse cominciato a seguire le regole del consumismo. Nella sua opera Il carattere di feticcio della musica e la regressione nell’ascolto del 1938 Adorno affermò che la cultura aveva assunto carattere di feticcio: era diventata cioè valore di scambio, perdendo la funzione originale di valore d’uso. Avendo perso il suo ruolo emancipativo, la cultura sarebbe riuscita a diffondere anche nelle società post-belliche gli effetti reificati di cui il sistema capitalista ha bisogno per sopravvivere: la giustificazione dello status quo, ma soprattutto la diffusione negli individui della convinzione che nulla può esser fatto per realizzare pienamente se stessi. Il mimetismo sarebbe diventato la tecnica di sopravvivenza più diffusa a causa della trasformazione della cultura in un’apologia del reale che non smaschera più le contraddizioni dell’esistente. 



Differenza e ripetizione

Autoritarismo e repressione degli istinti, secondo questa lettura, furono attuati anche nelle società liberali, semplicemente in modo più subdolo e meno esplicito di come avveniva nel fascismo. Anche in queste società, che si presentavano come l’opposto dei regimi fascisti del primo dopoguerra, l’uomo è stato privato delle capacità che avrebbe potuto mettere in gioco per conquistare la sua libertà. Non a caso Marcuse avrebbe ritratto la società tecnologica come una società che non può più essere trascesa attraverso l’esercizio della negazione determinata. La società ha abituato l’uomo ad utilizzare unicamente la razionalità strumentale, ingabbiandolo all’interno di un processo meccanicistico privo di scopo finale. La società industriale contemporanea tende ad essere totalitaria non perché ha instaurato un governo di tipo terroristico come nel fascismo, ma perché è riuscita a costringere l’uomo, senza che questi ne sia consapevole, ad identificarsi immediatamente con essa e il suo modo di funzionare.

Se la critica razionale della società non può più condurre ad un suo superamento, ciò che resta per Marcuse è l’utopia di una società non repressiva. A suo parere è possibile immaginare una società di tal fatta, che tuttavia non è una società in cui, come sosteneva Wilhelm Reich, tutti gli istinti sessuali repressi devono venir liberati: questo è ciò che è avvenuto nella società industriale, e per Marcuse consiste in una desublimazione repressiva. Riassumendo il principio di piacere in quello di realtà, il capitalismo ha reso accessibili piaceri prima proibiti, convincendo così l’uomo di essere libero, solo per poter attuare in seguito forme di dominio ancora più repressive; quello che invece dev’essere fatto per ottenere una società realmente non repressiva è «un’erotizzazione dell’intera personalità»: una trasformazione di ogni legame sociale in qualcosa che è guidato dall’Eros anziché dalla logica della razionalità strumentale e della prestazione. L’uomo deve prima di tutto comprendere che i piaceri che gli vengono concessi insieme alla maggiore libertà di esprimere le proprie idee sono in realtà soltanto forme di tolleranza repressiva, perché queste libertà sono fittizie, opzioni predefinite che possono essere concesse agli individui dalle strutture di dominio. 

Le analisi che i francofortesi offrono della società contemporanea e delle propaggini fasciste che la caratterizzano, seppur diverse fra loro, convergono nella visione di un uomo incapace di esperire in senso proprio, di mettere in campo il pensiero critico e di autodeterminarsi. Se il fascismo come organizzazione politica finì con la Seconda guerra mondiale, lo stesso non si può dire della mentalità che ha contribuito a diffondere, che ha creato un uomo privo delle capacità di negazione e trascendenza rispetto all’esistente e accetta tutto ciò che esiste come naturale e immutabile. È nell’atteggiamento di accettazione passiva assunto nei confronti della realtà che li circonda che si manifestano le somiglianze fra il consumatore e il militante fascista da un lato e il carattere totalitario della società industriale dall’altro. 


Stato, Psiche, Società rappresenta un lavoro di revisione e attualizzazione della teoria critica. Il primo merito storiografico di Corradetti consiste nell’essere riuscito a ricostruire in un quadro corale coerente le diverse idee espresse dai filosofi in merito al fascismo. Corradetti presenta con precisione il lavoro di revisione del rapporto struttura-sovrastruttura marxiano compiuto dai filosofi della Scuola. A differenza di quanto accade nel marxismo ortodosso, infatti, i francofortesi hanno interpretato questo rapporto in senso bidirezionale, interrogandosi su quali effetti le condizioni materiali abbiano avuto sulla psiche dell’individuo e su come questa abbia risposto, influenzando a sua volta i fenomeni storico-sociali. Per la Scuola di Francoforte, infatti, fascismo e antisemitismo diventano pienamente comprensibili se, oltre a indagare le dinamiche della struttura economica e le sue relazioni con le forme di dominio, ci si sofferma anche sulle strutture psicologiche che caratterizzavano la psiche socializzata degli individui nati e vissuti negli anni Venti e Trenta del Novecento: senza porre attenzione alla svolta autoritaria avvenuta nella famiglia e nella società e ai meccanismi psicologici avviatisi in risposta ad essa, diventerebbe impossibile concepire in che modo la maggior parte degli individui abbia potuto scegliere passivamente di farsi sottomettere da un leader autoritario. L’autore mostra efficacemente come la presa di posizione dei francofortesi abbia inaugurato un nuovo paradigma metodologico capace di fondere le categorie marxiane dell’economia politica con quelle psicoanalitiche derivate da Freud.

Oltre a ciò, Corradetti sottolinea l’attualità della teoria critica come strumento di analisi e comprensione del presente. Particolarmente illuminante ci pare, in tal senso, il richiamo in chiave attualizzante delle tesi espresse da Marcuse ne La tolleranza repressiva. Qui Marcuse ammoniva che la maggiore tolleranza a cui gli individui sono stati abituati nelle società di massa è in realtà solo uno strumento per reprimerli ancora di più: ogni critica radicale al sistema che viene tollerata lo è perché articolata internamente alle sue strutture di dominio. Oggi più che mai, grazie allo sviluppo della tecnologia, il capitalismo è diventato capace di prevedere e inglobare ogni critica razionale al sistema. La libertà che abbiamo di esprimere le nostre idee – data specialmente dai social network, o dall’uso compulsivo della cosiddetta intelligenza artificiale – spesso si rivela essere illusoria, giacché sussunta e neutralizzata nelle forme di dominio della tecnica. Da questa prospettiva sembra sensato affermare che Marcuse ha colto con largo anticipo una dinamica al giorno d’oggi estremamente diffusa e centrale per capire il funzionamento del capitalismo tecnologico, una dinamica per governare la quale è sempre più urgente affinare gli strumenti critici. 


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Martina Ravone si è laureata in Filosofia presso l’Università di Bologna con una tesi dedicata alla scuola di Budapest, costituita dai filosofi che si formarono attorno all’opera di György Lukács, con particolare attenzione alla figura di Ágnes Heller, di cui è stata ricostruita la prospettiva morale nel quadro della sua filosofia.


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