Re-Orient
- Pino Arlacchi
- 8 ore fa
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Il ritorno di Marco Polo

Siamo molto orgogliosi di proporre per sedimenti un articolo di Pino Arlacchi, sociologo di fama internazionale e per molti anni funzionario delle Nazioni Unite, oltre che collaboratore di lungo corso di Giovanni Falcone nella lotta contro la mafia. In questo articolo Arlacchi prova a delineare il possibile scenario di una ricomposizione – pacifica e progressiva – delle relazioni tra l’Europa e l’Asia, violentemente interrotte dall’insorgere delle recenti guerre (commerciali e reali) scatenate dal centro morente dell’impero americano, intenzionato con ogni mezzo – e in particolare con la violenza militare – a prolungare un dominio secolare oramai in crisi strutturale. L’auspicabile riconnessione eurasiatica può, a giudizio dell’autore, riattivare una tendenza di lunghissimo corso che, oltre la crisi del presente, potrebbe riaccendere l’antica vocazione dell’Italia e dell’Europa continentale al dialogo e allo scambio – fondato sui valori dell’amicizia, della cultura e della cooperazione pacifica – con il mondo asiatico ed orientale. Nel segno di Marco Polo, questa è la strada che, secondo Arlacchi, l’Europa in crisi di identità dovrebbe percorrere per ritrovarsi e rilanciare il suo ruolo nel mondo (G.I.).
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Gli ultimi decenni di relazioni tra la Cina e l’Unione Europea dovrebbero essere collocati sullo sfondo della grande storia. Abbiamo infatti la fortuna di vivere dentro un megatrend epocale: il Re-Orient. Un movimento parallelo, anzi quasi ortogonale rispetto al più noto megatrend del Grande Sud che si riflette nella nascita dei BRICS.
Il movimento del Re-Orient si sviluppa tra i paesi eurasiatici collocati lungo l’isola-mondo che va dall’Atlantico al Pacifico e all’Oceano indiano. Parliamo di un corridoio terrestre che parte dalla Cina e raggiunge le coste della penisola iberica e del Mediterraneo attraverso la Via della seta, che è stata per secoli la strada maestra tra le grandi civiltà dell’Eurasia.
I paesi coinvolti sono gli attori di una silenziosa «grande riconnessione euroasiatica», un asse strategico che collega Turchia, Iran, Russia, Cina, India e paesi centro-asiatici. Temporaneamente offuscato dallo scontro tra la Russia e l’Unione Europea via Ucraina, questo asse rappresenta una potente forza connettiva del tessuto economico e politico del mondo.
Si sta formando sottotraccia una nuova costellazione di potenze che stanno riportando il continente eurasiatico al centro della storia universale. Una centralità di tipo terrestre, che è stata la norma prima dell’ascesa dell’egemonia marittima occidentale. È il ritorno della normalità storica, quella secondo cui le reti commerciali e culturali che attraversano l’Eurasia costituiscono la spina dorsale del mondo conosciuto. È una trasformazione che va ben oltre il semplice riassetto economico: è il risveglio del «Cuore del Mondo», come lo definì il geografo Halford Mackinder oltre un secolo fa. Con la differenza che si tratta di un cuore che batte assieme ad altri cuori, che vengono chiamati «poli» e che formano quello che viene chiamato, appunto, il nuovo ordine mondiale multipolare.
Per comprendere la portata di questo immenso processo, dobbiamo viaggiare indietro nel tempo, quando le carovane attraversavano i deserti dell'Asia Centrale cariche di seta cinese, spezie indiane e oro persiano. La Via della Seta non era semplicemente una rotta commerciale, ma l'arteria di una connessione che permetteva alle idee, alle tecnologie e alle culture di fluire liberamente attraverso il continente più vasto del pianeta.
Marco Polo non raccontò semplicemente le meraviglie dell'Oriente: documentò un mondo in cui Venezia, Costantinopoli, Samarcanda, Kashgar e Pechino erano tutte parte di un unico, gigantesco reticolo che preesisteva di molti decenni al suo viaggio. Le città lungo queste rotte prosperavano non come centri isolati, ma come nodi di una enorme rete che abbracciava le terre comprese tra tre oceani.
Questo sistema raggiunge il suo apogeo durante il XIII e XIV secolo, quando l'Impero mongolo crea la più grande zona di libera circolazione della storia umana. Sotto la Pax Mongolica, un mercante poteva viaggiare dall’Armenia a Canton con un unico documento di viaggio, un proto-passaporto chiamato gerege, protetto dalla sovranità dell’imperatore, senza bisogno di una scorta armata permanente, e utilizzando solo poche monete in gran parte del percorso. La prima globalizzazione fu euroasiatica.
Ma poi arriva il XV secolo, e con esso la rivoluzione marittima europea. Quando Vasco da Gama doppia il Capo di Buona Speranza nel 1498, non sta solo aprendo una nuova rotta verso le Indie: sta inaugurando un'era in cui il controllo degli oceani diventerà più importante del controllo delle rotte terrestri. Le potenze marittime europee iniziano a bypassare le antiche rotte continentali, impoverendo le città che per secoli erano state i gioielli dell'Eurasia.
Le rotte carovaniere si prosciugano, e con esse si spegne la centralità dell'Eurasia. Fino al XX secolo, il mondo vive sotto l'egemonia delle potenze marittime. Prima gli imperi europei, poi gli Stati Uniti, costruiscono la loro supremazia sulla capacità di controllare le rotte oceaniche e di collegare continenti separati dai mari. Occorreva anche impedire, nello stesso tempo, che il cuore spezzato dell’Eurasia tentasse di riunificarsi.
Questa strategia raggiunge la sua massima espressione con la Guerra Fredda, quando l'Occidente costruisce una catena di basi navali e alleanze che circondano l'Unione Sovietica e la Cina comunista. Dalla Corea del Sud al Giappone, dalle Filippine alla Turchia, dalla Germania Occidentale alla Norvegia, si crea un cordone sanitario marittimo che separa le potenze continentali dall'accesso libero agli oceani.
Ma già in questo periodo iniziano a germogliare i semi della futura riconnessione. La costruzione della Ferrovia Transiberiana alla fine del XIX secolo rappresenta il primo tentativo di ricreare una grande arteria continentale. Con l'apertura di Deng Xiaoping anche Pechino inizia a guardare nuovamente verso ovest.
Il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991 segna l'inizio di una nuova fase. Le repubbliche dell'Asia Centrale si ritrovano indipendenti. Questi paesi, ricchi di risorse energetiche ma privi di sbocchi al mare, iniziano a guardare in tutte le direzioni: verso la Russia per i legami storici, verso la Cina per le opportunità economiche, verso l'Iran e la Turchia per i legami culturali e religiosi.
È in questo momento che nascono le prime istituzioni della nuova integrazione euroasiatica. Ed è la Cina a dare la spinta decisiva verso la riconnessione continentale con la creazione nel 2013 della «Nuova Via della Seta», che insieme alla «Via della Seta Marittima del XXI secolo» formerà la Belt and Road Initiative (BRI): una visione geopolitica che mira a ricreare, con i mezzi del XXI secolo, l'antica interconnessione euroasiatica. Un invito al «Re-Orient», come direbbe il mio grande amico Andrè Gunder Frank.
Questa integrazione bicontinentale procede a passo spedito e si caratterizza per la sua natura reticolare piuttosto che gerarchica. A differenza del sistema bipolare della Guerra Fredda o di quello unipolare del post-1991, l'Eurasia che sta emergendo è multipolare e multicentrica. Pechino ne è il motore economico principale, ma Mosca mantiene un ruolo chiave nel settore energetico e della sicurezza. L'Iran controlla snodi geografici cruciali, mentre la Turchia offre il collegamento con l’Europa e il Medio Oriente.
La riconnessione euroasiatica non è priva di ostacoli. India e Cina, Pakistan e India, continuano la loro rivalità, Russia e Turchia competono in diversi teatri regionali, al pari dell’l’Iran e dell’Arabia Saudita. Le differenze culturali e religiose rappresentano un'altra sfida. L'Eurasia è un mosaico di civiltà: ortodossa, islamica, confuciana, buddista, induista. Creare istituzioni comuni che rispettino questa diversità richiede uno sforzo rilevante.
Infine, la pressione occidentale per contenere e minimizzare questa integrazione rimane forte. Le sanzioni, i controlli sulle esportazioni tecnologiche, il sostegno ai movimenti antigovernativi sotto forma di incentivi a rivoluzioni dai diversi colori sono tutti strumenti utilizzati per rallentare il «Re-Orient».
La grande riconnessione euroasiatica non rappresenta necessariamente una minaccia per l'Occidente ma, sommata alla riscossa del Grande Sud ed alla rinascita della Cina, segna di certo la fine dell'epoca dell’assoluto dominio euro-americano.
La storia è una successione di sfide e di risposte. L’Occidente deve trovare adesso il modo di adattarsi a un mondo in cui l'Eurasia torna ad essere uno dei centri di gravitazione fondamentali della civiltà umana.
In questo nuovo mondo, l'Europa potrebbe ritrovare il suo ruolo naturale non come periferia occidentale dell'Atlantico, ma come penisola occidentale dell'Eurasia. Gli Stati Uniti stanno già ripensando il loro ruolo in un contesto in cui il controllo degli oceani, pur rimanendo importante, non garantisce più l'egemonia mondiale.
La storia, dopo una pausa di cinque secoli, sta tornando alla sua norma millenaria: l'Eurasia, il territorio fisico come connessione piuttosto che barriera, la cooperazione continentale come chiave della prosperità. Marco Polo, se potesse risvegliarsi oggi, riconoscerebbe probabilmente questo mondo più di quanto non avrebbe riconosciuto quello del XX secolo.
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Pino Arlacchi (all’anagrafe Giuseppe), già Professore Universitario in Sociologia Generale, si è formato alla scuola di Giovanni Arrighi, in quella Università della Calabria che è stata uno straordinario crocevia per la formazione di tantissimi studiosi della World-System Theory. È stato altresì un importantissimo funzionario delle Nazioni Unite, per conto delle quali ha svolto compiti di straordinaria complessità e delicatezza politica. Ha ricoperto l'incarico di sottosegretario generale delle Nazioni Unite, Direttore dell’UNDCCP (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine) e Direttore Generale dell'ufficio delle Nazioni Unite a Vienna. Oltre alla sua attività di parlamentare italiano ed europeo, va ricordato l’impegno di Arlacchi al fianco di Giovanni Falcone nella lotta contro la mafia, per il quale ha pagato con pesanti minacce e intimidazioni. Tra i suoi molti lavori sono da menzionare almeno Mafia, contadini e latifondo nella Calabria tradizionale. Le strutture elementari del sottosviluppo (il Mulino, Bologna 1980); La mafia imprenditrice. L'etica mafiosa e lo spirito del capitalismo (il Mulino, Bologna 1983); I padroni della finanza mondiale. Lo strapotere che ci minaccia e i contromovimenti che lo combattono (Chiarelettere, Milano 2018); Giovanni e io. In prima linea con Falcone contro Andreotti, Cosa nostra e la mafia di Stato (Chiarelettere, Milano 2022). Più di recente, Arlacchi ha dato alle stampe La Cina spiegata all’Occidente (Fazi Editore, Roma 2025).





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