Tre cuori almeno

Laguna di Nnedi Okorafor letto da Angelica De Palo




Nnedi Okorafor è il nome breve di Nnedimma Nkemdili Okorafor, scrittrice di fantascienza nigeriana-americana nata nel 1974.

Anche se poco nota in Italia, negli Stati Uniti è ormai pluripremiata. Le sono stati, tra altri, attribuiti i prestigiosi World Fantasy Award nel 2011, il Nebula Award e il premio Hugo nel 2016 e nel 2018 il premio Locus e il Lodestar Award. Laguna, suo primo romanzo di fantascienza a essere tradotto in italiano (Zona 42, 2017), è stato finalista del British Science Fiction Association Award come miglior romanzo.

Ora, visto che è possibile, lasciamoci introdurre dall’autrice stessa alla collocazione di questa e di altre sue storie. Nel Ted Talk Sci-fi stories that imagine a future Africa [1] Okorafor ricorda che tutta la fantascienza nasce dalla domanda potente: «what if?».

«What if?», aggiungerei, come interrogativo non è solo potente, ma virtualmente onnipotente dato che può includere tutti i periodi ipotetici e crearne di nuovi, quali che si vogliano. Tuttavia siffatta potenza rende la fantascienza un genere difficile da maneggiare al punto che scivola dalle dita metaforiche di chi recensisce come acqua dalle mani di Talete e, soprattutto, assume la forma mentis del cervello che la raccoglie.

Con Laguna, per l’appunto, siamo a mollo fin dalle prime righe: «Fende l’acqua e immagina se stessa come un raggio di luce nera, mortale. La sua pelle liscia e lucida separa la corrente».

Acqua, luce, pelle e femminile-animale singolare. Femminile-animale in senso stretto, chi nelle prime parole del romanzo immagina sé stessa è un pesce spada. Così comincia la storia di un ammaramento alieno nell’oceano appena fuori Lagos, capitale dello Stato più popoloso dell’Africa, terra emersa su un pianeta che, insieme a molto altro, ospita ‒ temporaneamente è chiaro ‒ me, voi e la narratrice.


L’idea viene a Okorafor dopo la visione del film di Neill Blomkamp del 2009, District 9. Arrabbiata (non è la sola) per gli abissali stereotipi con i quali il film descrive i nigeriani, decide di creare una storia a più voci che mostri l’umanità variegata del suo paese di origine.

Che cosa succede, quindi, dopo l’ammaramento? Dalla nave misteriosa, tanto grande da occupare a pelo d’acqua l’intero orizzonte, sbarca sulla spiaggia di Bar Beach un solo essere. All’inizio è fumoso e senza contorni, ben presto si trasformerà in una donna africana con lunghe trecce nere.

Sbarca, però, non è un verbo del tutto appropriato visto che la figura aliena si manifesta dal mare più come Afrodite che come l’avanguardia di un’invasione. Invasione che, peraltro, non ripercorre ciò che un immaginario hollywoodiano potrebbe aspettarsi: nessuna flotta di conquistatori celesti segue l’ammiraglia a punteggiare minacciosa il cielo sopra Manhattan (più di rado su Londra o Tokio o Parigi) con armi di tecnologia superiore.

L’essere uscito dall’oceano, per il quale Adaora (una dei tre protagonisti principali) sceglie il nome di Ayodele, assume dall’inizio della sua interazione con gli umani una postura che mi ha ricordato l’osservazione partecipante alla Malinowski con i lagosiani al posto dei nativi.

Ma, diversamente dal famoso antropologo polacco, l’eventuale irritazione dell’aliena mutaforma per le ingiustizie manifeste, la corruzione endemica, i deliri superstiziosi o religiosi (la stessa cosa in pratica e anche in teoria) la violenza pervasiva squisitamente e puntualmente di genere, non sfocia in diari segreti e scandalosi. Anzi, il giudizio è sospeso in funzione delle differenze con i terrestri che sono tante. Tra le più evidenti ci sono la nostra forma prevedibile e i confini definiti contro la loro forma imprevedibile e i confini diffusi, la nostra condizione stabile contro la loro perennemente in divenire, il controllo del sistema sociale da noi centrale e da loro distribuito. Il loro modo di nutrirsi, d’altra parte, è molto simile al nostro:


«Ingeriamo materia, ‒ disse lei. ‒ Tutto quello che troviamo. Polvere, pietra, metallo, elementi. Adattiamo qualunque sostanza alle nostre necessità.»

Il mescolamento umano-alieno, ineluttabile a partire dall’oceano e dalle sue creature, come si intuisce da un certo punto in avanti, non può che arricchire noi spogliandoci di quel fastidioso eccezionalismo umano, mentre loro ‒ ormai loro-noi ‒ guadagnano il pianeta. Che fa sempre gola, è un vecchio cliché g/astronomico della fantascienza a tutte le latitudini. Ricordo a tal proposito: «Bel pianeta. Lo prendiamo!» nel film Mars Attacks di Tim Burton del 1996.

Al centro del romanzo, Okorafor intreccia sapientemente, come in un vertiginoso crescendo rossiniano, tutte le linee narrative che ha imbastito fin lì: il gregge plaudente di pecorelle di padre Oke, sant’uomo che schiaffeggia donne ignoranti tacciandole di stregoneria, la ghenga dello studente Moziz dedito alle truffe via internet e punto dalla geniale idea di rapire l’aliena, il pubblico festoso del famoso rapper Anthony, gli sbirri nigeriani al loro top quando schiacciano donne come noci (letteralmente nel testo), i giornalisti ovviamente, il caporale Benson, militare dunque bruto per definizione e, ciliegina sulla torta, il club lgbtqi-etcetera l’Anello Nero, con antenne extraterrestri svettanti su lustrini e paillettes. La fantasmagoria è trascinante, divertente, assurda, tragica e atroce, ma anche leggera e brillante.

A proposito della fantascienza Donna Haraway ha scritto che «è una maniera per modellare possibili tempi e possibili mondi ‒ mondi materiali e semiotici che sono al contempo scomparsi, presenti e di là da venire»[2] e questo romanzo non viene meno al mandato. L’autrice stessa dichiara al Guardian[3] che Laguna è una storia sull’umanità al crocevia tra passato, presente e futuro e tocca questioni politiche e filosofiche nella ricca tradizione della migliore fantascienza. Le trame immaginative sono quelle della fantasy, del realismo magico, della fantascienza, delle cosmogonie, mitologie e spiritualità dell’Africa occidentale, ovvero complessità disparate ma fuse e rese armoniose in una polifonia di voci con abilità non umane. Lo si scopre (ma non è uno spoiler!) alla fine, infatti, che queste abilità appartengono alla madre di tutte le tessitrici: il ragno grande come una casa che Okorafor mette all’origine della rete delle storie raccontate.


Le otto zampe del ragno sono sovrapponibili immediatamente, e inevitabilmente, agli otto tentacoli che spuntano dalla testa del polpo, animale di sorprendente intelligenza che Okorafor usa nel Ted talk già citato come esempio di linea evolutiva differente da quella umana. Il paragone le serve per segnare ‒ più che spiegare mi sembra ‒ la differenza fondativa tra fantascienza classica, occidentale, bianca e maschile e l’Afrofuturismo cioè quella narrativa speculativa con tematiche afroamericane calata nella tecno-cultura del ventesimo secolo. Una corrente culturale che miscela psichedelia, animismo, surrealismo e futuro protesicamente migliorato e che fin dagli anni Settanta e si è manifestata attraverso la musica, l’arte, la filosofia e ‒ oggi ‒ anche attraverso altri tipi di media. Basti pensare alla splendida miniserie Watchmen (ben 26 nomination agli Emmy Awards 2020), che mette al centro la strage di Tulsa del 1921 e racconta il desiderio e la potenza del corpo e della carne nera per ribaltare il potere razzista. È una serie pienamente afrofuturista (nonostante il suo sceneggiatore bianco) nel senso che esplora un pezzo di storia dell’esperienza nera tramite il rovesciamento del clichè supereroistico, piogge di calamari alieni, incarnazioni divine e società futuristiche.

Afrofuturista soprattutto in senso estetico è anche il famoso film del Marvel Cinematic Universe, Black Panther del 2018, accolto con tale entusiasmo dai neri americani che nelle file per entrare al cinema sfoggiavano dashiki, pellicce, fusciacche multicolori e abiti ispirati allo stile dei regni africani precoloniali oltre, naturalmente, a corpi e volti adornati con disegni tribali. Tra le tante nomination e gli altri premi ricevuti, non a caso a proposito di estetica, si è aggiudicato l’Oscar per i migliori costumi, la migliore scenografia e la miglior colonna sonora originale.


L’autrice di Laguna per la Marvel comics scrive storie a fumetti sul più famoso supereroe di colore: Pantera nera, proprio lui quello del film, appunto. Shuri: The search for Black Panther, Black Panther: Long Live The King, Wakanda Forever, sono ormai diverse le serie di Okorafor in cui è possibile sognare l’unico regno in Africa (il Wakanda) che non ha subito la colonizzazione europea potendosi proteggere grazie ai poteri del Vibranio, metallo portentoso piombato dal cielo migliaia di anni fa. Per equilibrato contrappasso il Wakanda è il paese tecnologicamente ed ecologicamente più avanzato al mondo oltre a essere quello in cui regna una parità di genere che nemmeno l’albero della conoscenza del famigerato giardino ha mai contemplato.


Nell’aliena mutaforma di Laguna, Ayodele, che risana la figlia di Adaora da un colpo di pistola, è difficile non riconoscere Anyanwu, ovvero la protagonista femminile di Wild Seed, romanzo del 1980 di Octavia Butler, celebre scrittrice di fantascienza afro-americana accostata anch’essa ‒ sia pure con una certa cautela ‒ all’Afrofuturismo. Okorafor, per di più, ha collaborato con l’attrice Viola Davis per creare un adattamento televisivo di Wild Seed. In Ayodele ci sono riflessi della capacità di Anyanwu di leggere altri corpi con il suo sciogliendo la dicotomia cartesiana, come se il corpo mutaforma diventasse uno spazio liminale che rimescola la divisione tra natura e cultura permettendo una fusione con l’alterità come espansione della coscienza piuttosto che come mera ripetizione dei soliti schemi di dominio.

L’Afrofuturismo, insomma, è un diverso tipo di fantascienza di cui uno dei cuori è costituito dal divenire non altro, ma di più man mano che il grande ragno tesse la tela delle vicende. Questo avviene anche in Laguna ai tre protagonisti che, alla fine, scopriranno di essere molto, ma molto di più di quello che erano prima che gli alieni arrivassero.

Nel collocarsi rispetto all’Afrofuturismo Okorafor aggiunge per sé la definizione di Africanjujuist, come unione fantasiosa di spiritualità (lo Jujuismo) e cosmologia africane. Altri cuori dell’Afrofuturismo non vengono esplicitati da Nnedi Okorafor ma io immagino che potrebbero essercene molti. Il polpo, che ci vede meglio dei gatti con le sue pupille orizzontali, ne ha addirittura tre di cuori, nessun’altro animale sul bel pianeta che tutti vogliono ne ha così tanti, almeno che si sappia finora, mentre scrivo, perché il futuro, come sempre, è aperto.


Note [1] Si veda http://www.nnedi.com/ [2] Si veda in particolare Chthulucene, Nero edizioni, Roma 2019, pag 53. [3] https://www.theguardian.com/world/2013/may/07/nigeria-nnedi-okorafor-book

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