Senza raccontare queste storie saremmo morti davvero
- Simone Villani
- 17 apr
- Tempo di lettura: 19 min
Intervista ad Ali Abdullatif Ahmida sul genocidio italiano in Libia e sulle resistenze anticoloniali

Interrompere la normalizzazione delle violenze razziali e coloniali: questa una delle linee guida che ci ha lasciato la resistenza palestinese e il movimento di solidarietà internazionale dello scorso autunno. Una resistenza e un movimento che hanno fatto rientrare nel vocabolario delle lotte e del discorso collettivo concetti come colonialismo, apartheid, genocidio, imperialismo; e grazie ai quali Israele, come i suoi stessi portavoce militari hanno ammesso, ha perso la guerra del consenso. Nella tensione tra queste forze politiche si apre lo spazio per ripensare le condizioni del genocidio, che ci portano alla struttura imperiale-coloniale dell’Occidente, e le forme di resistenza al genocidio, che ci portano a coloro che si sono opposti a questa struttura, sfidandola, e a volte sconfiggendola. È in questo contesto che oggi vogliamo recuperare la memoria di quei combattenti anticoloniali e antifascisti che lottarono contro il rimosso genocidio italiano in Libia. Insieme ad Ali Abdullatif Ahmida, professore e autore libico-americano, nipote di quei combattenti libici, esploreremo una ricerca che combina rigore, lavoro sul campo e storia orale, dando voce ai sopravvissuti e recuperando le narrazioni dei colonizzati. Qui lo intervistiamo per affrontare non solo il genocidio in Libia, ma anche le connessioni con le forme di resistenza sociale e politica, la trasmissione politica della memoria e le dinamiche coloniali ancora presenti nel mondo contemporaneo (S.V.).
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Simone Villani: Vorrei cominciare affrontando l’argomento del genocidio in Libia e del suo rapporto con la storia dei genocidi occidentali e coloniali. Guardando alla sola storia recente, la ricorrenza di episodi di genocidio è impressionante: il genocidio ancora in corso a Gaza, l’Olocausto durante la Seconda Guerra Mondiale, il genocidio armeno durante la Prima, i genocidi in Congo e in Namibia sono solo alcuni di quelli che si potrebbero nominare. Questa ricorsività indica che il genocidio non è un evento eccezionale, quanto piuttosto un fenomeno integrante della storia dell’Occidente. Tu scrivi che il genocidio in Libia fu l’unico compiuto da un regime fascista europeo nella propria colonia e il primo dopo la Prima Guerra Mondiale. Come si inserisce il genocidio in Libia in questo quadro più ampio? E in che modo aiuta a comprendere il genocidio non come un episodio eccezionale, isolato e incomprensibile, ma come una caratteristica stabile della struttura imperiale e coloniale dell’Occidente?
Ali Ahmida: Per rispondere a questa domanda dobbiamo pensare al contesto più ampio. Negli studi europei, il genocidio è stato tradizionalmente studiato concentrandosi sull’Olocausto come questione europea. Fu un genocidio orribile, che sterminò circa 11 milioni di persone, metà delle quali appartenevano a minoranze ebraiche. Il modo dominante di interpretare ciò che accadde durante l’Olocausto è sempre stato quello di considerarlo unico e incomprensibile: un genocidio così orribile da non poter essere spiegato. Questo approccio è diventato dominante dagli anni ’60, quando il tema del genocidio ha assunto maggiore rilevanza negli studi europei, e successivamente anche in quelli americani. Da allora è diventato il modo principale di interpretare l’Olocausto, sia sul piano teorico, filosofico e storico, sia in ambito artistico e cinematografico. Ancora oggi, molte analisi continuano a guardare al genocidio attraverso questa lente eurocentrica.
Quello che io ho esaminato è qualcosa di diverso. Prima di tutto, metto in discussione l’idea dell’unicità dell’Olocausto. Cerco di esaminare ciò che Hannah Arendt osservò già nel 1951 nel suo testo Le origini del totalitarismo: l’eminente filosofa e teorica tedesco-ebraico-americana sosteneva che per comprendere gli orrori dell’Olocausto in Europa fosse necessario guardare a ciò che era accaduto in Africa, alle prove, ai modelli e alle modalità dei genocidi coloniali. Un esempio importante è l’opera del romanziere polacco-britannico Joseph Conrad, Cuore di tenebra, ambientato in Congo, che offre un ritratto delle contraddizioni del genocidio congolese: il primo genocidio in Congo, dove circa 10 milioni di persone furono sterminate tra la fine del XIX secolo e il 1921 dallo Stato coloniale belga. Quello che cerco di fare è analizzare il punto di vista dominante sul genocidio, prendendo l’Olocausto molto seriamente, ma mettendo in luce due aspetti. Il primo è il modo eurocentrico di pensare l’Olocausto come unico. Il secondo è che le voci dei popoli indigeni o colonizzati in Africa, Nord America o alcune parti dell’Asia, dove si sono verificati altri genocidi, non sono mai state prese seriamente in considerazione.
Questo ci porta al caso del genocidio italiano in Libia. Sull’Italia, ci sono molte supposizioni problematiche. Il regime fascista italiano nelle colonie è spesso raccontato attraverso il mito degli «italiani brava gente». Anche la resistenza antifascista è stata separata dalla resistenza anticoloniale nelle colonie italiane, come Libia, Etiopia o Jugoslavia. È necessario ampliare la nostra comprensione della resistenza antifascista, includendo la lotta anticoloniale. In questo senso, il mio lavoro cerca di indagare e approfondire queste assunzioni problematiche. Un altro problema che ha guidato la mia ricerca è stato capire cosa accadde tra il 1929 e il 1934, dieci anni prima dell’Olocausto. Quando ho cominciato a indagare, intorno all’anno 2000, ciò che accadde era riconosciuto solo da pochi studiosi: due storici italiani, Angelo Del Boca e Giorgio Rochat, e il giornalista ebreo italiano Eric Salerno, che all’inizio degli anni ’70 intervistò alcuni sopravvissuti in Libia e scrisse un piccolo libro significativo dal titolo Genocidio in Libia. Furono loro i primi a definire ciò che accadde come genocidio; io non sono stato il primo a dirlo. Io sono partito invece dall’ipotesi che non fosse stato un genocidio, e ho cercato di capire cosa fosse realmente accaduto. Con mia sorpresa, ho scoperto che questo caso era stato marginalizzato, censurato, insabbiato. In Libia, esisteva solo una tesi di master sull’argomento, nonostante il Center of Libyan Studies avesse raccolto narrazioni e storie anticoloniali sotto la guida di Jan Vansina, il padre della storia orale moderna. Ho iniziato quindi a indagare le prove d’archivio, che erano state manipolate, e Del Boca mi ha confermato: Non perdere tempo. Vai nella Libia orientale e parla con i sopravvissuti. Così ho dedicato dieci anni di ricerche sul campo, raccogliendo testimonianze da coloro che avevano accettato di parlare con me.
Voglio essere chiaro: non si trattava di fare una ricerca tradizionale, elegante, su fatti tristi del passato. Ho cercato di analizzare cosa fosse realmente accaduto, facendo attenzione alle prove d’archivio, alla storia orale e al lavoro sul campo. Ovunque mi trovassi, sollevavo la questione, e anche nelle università anglo-americane ed europee più prestigiose, questo caso era completamente scomparso dalla ricerca moderna. La domanda centrale è diventata non solo storica, antropologica o postcoloniale, ma più profonda: cosa viene evidenziato, cosa filtrato, cosa cancellato, cosa messo a tacere? Cosa viene considerato un genocidio legittimo o degno di memoria e cosa no? In questo modo, la mia ricerca si è evoluta fino a diventare un intervento nello studio del genocidio moderno, portando le voci indigene, colonizzate e subalterne nello studio del genocidio. Non si tratta solo di ciò che accadde nel 1929-34. Si tratta anche di ripensare la storia italiana, la storia europea del genocidio, e come questi genocidi, in particolare quello libico, abbiano avuto un impatto diretto su ciò che accadde in Europa. E inoltre, si tratta davvero di riscrivere la storia italiana con lo scopo di decolonizzarla. E in questo senso, sia l'Italia che la colonia in Libia furono parti integranti dell'Olocausto. Questo è l'argomento più ampio.
SV: Credo che indagare il modo in cui il genocidio italiano in Libia è stato cancellato dalla memoria italiana possa aiutarci a capire come venga accantonato oggi il genocidio ancora in corso a Gaza. Che l’Italia in Libia abbia commesso un genocidio, e che le sue istituzioni non si siano trasformate per prendere in carico la responsabilità della violenza commessa mi sembra più di una omissione opportunista; ugualmente, il calo dell'attenzione dei media sulla co-responsabilità dell'Italia nel genocidio di Gaza mi sembra più di una semplice carenza giornalistica. Mi sembra piuttosto che le istituzioni sociali e politiche di questo paese vogliano riportare la società ad uno stato in cui tutto appare di nuovo «come prima» e dove lo scandalo di un genocidio non lascia un segno nelle nostre vite per trasformarle. Se un evento simile non produce in noi alcun ripensamento, allora forse non si tratta di uno «scandalo», e la sua cancellazione o normalizzazione in noi non è solo una negazione, ma la produzione di una soggettività specifica: io credo che la selettività della memoria del genocidio contribuisca a sbiancare l'identità italiana, allineandola al modello morale e sociale del suprematismo bianco. Ti chiedo quindi di riflettere con noi sulla dimensione politica di questa cancellazione, non come un semplice vuoto storiografico, ma come un meccanismo funzionale per la riproduzione delle soggettività suprematiste e coloniali.
AA: È una domanda importante, e lasciami dire subito che penso tu abbia ragione. La cancellazione è qui, è sotto i nostri occhi, non possiamo negarla. Se guardiamo alla situazione, credo che molti giovani italiani siano stati ingannati dall’istruzione, dalla propaganda e anche dall’indifferenza. Questo è molto evidente. Basta aprire i libri di testo scolastici: in poche pagine non solo viene cancellato quasi tutto, ma passa anche l’idea che le colonie fossero semplicemente progetti di modernizzazione, che sì, ci siano stati dei problemi, ma niente di più. E poi si va avanti, come se nulla di davvero grave fosse successo. Questa è cancellazione. E non voglio dare la colpa ai giovani italiani. Molti di loro mi scrivono — uomini e donne — e mi dicono apertamente che non sapevano nulla di questa storia. Io li incoraggio, e allo stesso tempo li capisco, anche se la cancellazione è terribile. Perché le persone spesso pensano di sapere, ma in realtà non sanno. La maggior parte dell’opinione pubblica è stata tenuta all’oscuro, non solo dallo Stato o dalla scuola: in Italia la maggior parte delle ferite è silenziosa. Ci sono alcune voci coraggiose, certo, ma la maggioranza resta in silenzio. E questo è il primo punto da riconoscere.
Il secondo punto è che dobbiamo riflettere su un fatto molto chiaro: i nazisti furono processati a Norimberga e chiamati a rispondere dei loro crimini. I crimini di guerra italiani, sia nelle colonie sia in Italia, non sono mai stati davvero processati in modo serio. Mai. Quindi niente processi, nessuna responsabilità. Questo ha aperto la strada a qualcosa di ancora più subdolo, profondamente propagandistico: l’idea che il fascismo italiano fosse in fondo moderato, benigno, meno malvagio. Una dittatura che «faceva arrivare i treni in orario». Per questo dobbiamo capire i fattori strutturali che producono questa cancellazione e continuano a riprodurla, creando un’amnesia collettiva che non riguarda solo l’Italia, purtroppo, ma anche l’esterno. È importante capire che non si tratta di un fallimento personale. Esiste una struttura sistemica che ha prodotto e riprodotto questa amnesia, non solo ignorando ciò che è accaduto, ma sostituendolo con un’ideologia secondo cui quello era «un altro tempo», un modo di pensare conservatore che «tutto sommato, non era poi così dannoso, certamente non come il caso tedesco». E questa idea viene perpetuata ovunque, anche nelle università e negli studi anglo-americani. Perché anche gli Alleati hanno le loro responsabilità: i decisori politici volevano reintegrare i fascisti italiani nella lotta contro la Germania e, allo stesso tempo, avevano paura del Partito Comunista Italiano, il più popolare dell’Europa occidentale. Così hanno compromesso la loro posizione morale. A questo si aggiunge un’ideologia coloniale profondamente razzista, secondo cui ciò che è accaduto nelle colonie sarebbe stato il «prezzo del progresso», il prezzo da pagare per portare i popoli indigeni nella modernità. Per questo la modernità stessa va messa in discussione. E con modernità intendo la modernità capitalista occidentale, che si è sempre raccontata come superiore. Secondo questa logica, alcune cose brutte possono accadere, perché fanno parte di un presunto diritto coloniale europeo. Stiamo parlando di una storia complessa, che riguarda l’Italia, ma anche qualcosa di più profondo. Questa soggettività, questo peso di cui parli, nasce molto tempo fa e non è mai scomparso. È ancora con noi oggi. Gli atteggiamenti, i riferimenti, le categorie con cui interpretiamo ciò che accade — non solo in Europa, ma anche a Gaza e in Palestina — appartengono a un passato che non è mai davvero passato.
Detto questo, sono sinceramente rincuorato dal fatto che molti giovani italiani e una parte significativa dell’opinione pubblica stiano sostenendo il popolo palestinese di fronte a un genocidio così duro e visibile. Ma il cammino è ancora lungo, perché il nodo della Libia resta un grande ostacolo. Non si tratta solo di ciò che è accaduto nella colonia libica, ma di ripensare e riscrivere la storia e la cultura italiana stessa. È una questione che riguarda davvero Italia e Libia insieme. I campi di concentramento e il genocidio libico non sono solo parte della storia libica o africana: sono parte della storia italiana, tedesca ed europea. Fanno parte della genealogia del presente. Gaza va inserita in questo quadro più ampio. Dobbiamo capire che ciò che è accaduto in Libia può essere messo in relazione con la colonia di insediamento francese in Algeria e con ciò che sta accadendo oggi in Palestina come ultima colonia di insediamento. Questo ci aiuta a capire perché ciò che è successo allora è, in molti aspetti, ciò che sta succedendo oggi a Gaza, e anche perché il Sudafrica — tra tutti i paesi — abbia sostenuto il popolo palestinese, mentre nessun paese arabo o musulmano è intervenuto in quel modo.
SV: Vorrei ora concentrarmi su un aspetto del tuo lavoro che si scosta particolarmente dalle categorie occidentali dominanti di memoria e trauma, e che riguarda il modo in cui i sopravvissuti al genocidio coloniale italiano in Libia hanno preservato, trasmesso e trasformato l'esperienza della violenza. Il trauma non è solo cancellazione, ma incorporazione della violenza: si scrive sui corpi, nei gesti, nei comportamenti, nelle esitazioni. Nel caso libico, la centralità della poesia, della narrazione orale e della memoria emerge come una forma di trasformazione della violenza coloniale , specialmente per le comunità per le quali i campi di concentramento hanno prodotto alcuni degli archivi poetici e narrativi più intensi nella storia del genocidio. Tu scrivi che «l'oralità e la poesia sono modalità colte di resistere al colonialismo». Come possono queste pratiche orali e poetiche essere lette non solo come testimonianze di trauma, ma come strategie reali di sopravvivenza, guarigione collettiva e continuità culturale contro la violenza della modernità coloniale?
AA: Attribuisco sempre questi consigli al compianto Angelo Del Boca. Mi disse: se fossi in te, non perderei troppo tempo negli archivi. Gli archivi sono importanti, certo, ma non sono la cosa più importante. Mi disse: figliolo, vai nella Libia orientale e vedi se ci sono ancora sopravvissuti disposti a parlarti. Ora, cosa intendiamo per sopravvissuti? Sappiamo che tra le 100.000 e le 110.000 persone — uomini, donne, bambini e anziani — furono deportate dalle loro terre d’origine, dalla Libia orientale e dalle montagne verdi di Jebel Al-Akhdar, verso il deserto di Sirte. Moltissimi morirono nei campi. Morirono essenzialmente per due ragioni: primo, lo Stato coloniale fascista non li nutriva; secondo, quando si ammalavano, non ricevevano alcuna cura.
Per questo ho posto domande molto precise. Ho chiesto: perché sono morte così tante persone? E loro mi rispondevano: figliolo, siamo morti a causa della Shar. Con «Shar» intendevano due cose: la carestia collettiva — quindi la fame imposta — e le malattie collettive. Non si trattava solo di impiccagioni o esecuzioni. Anche quelle ci sono state, ma la stragrande maggioranza, secondo la mia ricerca, è morta di fame e di malattia. E allora, chi sono i sopravvissuti? I sopravvissuti sono soprattutto coloro che all’epoca erano bambini, tra i cinque e i quindici anni. Quando sono andato in Libia nel 2000, nell’est del paese, erano loro ad avere ancora una memoria lucida. Gli altri erano morti o, con l’età, avevano perso la capacità di ricordare in modo chiaro. All’inizio erano molto sospettosi. Chi è questo studioso libico-americano? Molti arrivano, ci intervistano, usano la nostra storia e poi spariscono. Così, in un certo senso, sono stati loro a interrogare me prima che io potessi interrogare loro.
Questo è stato fondamentale: portare dentro la ricerca un’etica, chiarire lo scopo del lavoro, ma anche imparare l’umiltà. Non si trattava di persone «analfabete», come spesso vengono rappresentate, ma di esseri umani profondamente saggi, capaci di raccontare la propria esperienza e ciò che avevano vissuto. La mia formazione moderna occidentale — in Libia, in Egitto e negli Stati Uniti — non mi aveva preparato a questo, anche se avevo studiato antropologia critica e storia africana. Quello che mi ha aiutato, in modo quasi inatteso, è stato il mio retroterra familiare. Mia madre e mia nonna, provenienti da un contesto culturale simile, usavano poesia, proverbi e oralità nella vita quotidiana. Mia nonna, in particolare, veniva dalla Libia orientale, e alcuni suoi parenti erano probabilmente passati da quei campi. Se fossi rimasto solo negli archivi, come uno studioso tradizionale, non avrei capito. Se volevo comprendere l’agentività dei popoli indigeni che avevano vissuto tutto questo, dovevo ripensare radicalmente il mio modo di guardare. Le loro voci non erano state scritte.
Così ho iniziato a studiare la cultura, la lingua, il dialetto, e ho scoperto due cose fondamentali: i nomadi e i semi-nomadi della Libia orientale comunicavano attraverso un linguaggio poetico e orale. L’oralità e la poesia erano il loro modo di stare al mondo e di comunicare tra loro. Mi ci sono voluti quasi due anni per comprendere il metro poetico, la poesia locale e persino il dialetto che parlava mia madre. Questo mi ha costretto a ripensare la mia educazione occidentale moderna. Altrimenti avrei imposto le mie categorie, i miei riferimenti, su un modo completamente diverso di esprimere il dolore e l’esperienza vissuta. Col tempo ho iniziato a capire il loro modo di pensare e di comunicare. Alcuni di quegli anziani — uomini e donne — erano vere e proprie biblioteche viventi. Avevano una capacità straordinaria di ricordare i dettagli. E non mi sono limitato a raccogliere una singola testimonianza: alcune persone le ho intervistate tre volte, per verificare se la storia restava la stessa. E quando cambiava, mi chiedevo perché. Poi confrontavo tutto con altre testimonianze e con i documenti d’archivio.
Da lì ho scoperto anche un universo culturale potentissimo, fatto di poesia. Durante la deportazione, lo sradicamento e l’internamento, uomini e donne hanno espresso il trauma, il dolore di vedere persone morire di fame accanto a loro, di essere imprigionati in campi collettivi. Lo hanno fatto componendo centinaia di poesie. Ma c’è un altro aspetto fondamentale: esprimersi collettivamente su ciò che era accaduto li ha anche rafforzati, li ha aiutati a sopravvivere. Un anziano mi disse: figliolo, non solo memorizziamo queste poesie e queste storie, ma ricordiamo i nomi. Chi è morto, chi è sopravvissuto, chi è stato sepolto. E mi elencavano i nomi, uno per uno. Poi mi dissero: non solo ricordiamo, ma continuiamo a raccontare. Io chiesi perché. Mi risposero: per restare vivi. Senza raccontare queste storie, saremmo morti davvero. Le interviste orali e il lavoro sul campo hanno messo in luce due cose fondamentali: il trauma collettivo vissuto nei campi di concentramento e il modo in cui quel trauma è stato espresso. In totale ho condotto circa 350 interviste. È stato cruciale. Ho poi studiato centinaia di poesie prodotte nei campi. Così mi sono ritrovato con un patrimonio straordinario di testimonianze indigene: persone che erano state internate nei campi da bambini, insieme alle loro famiglie. Alcune oggi non ci sono più, altre hanno perso la memoria. Ma dedicare anni a questo lavoro mi ha permesso di scoprire una ricchezza e una complessità che non avrei mai immaginato. Sono cose che esistono, ma se non presti attenzione, non le vedi. Alla fine, questo percorso mi ha permesso non solo di approfondire, ma di comprendere davvero. Ho continuato a muovermi avanti e indietro tra Italia, Germania, Libia e altri contesti, arrivando anche a studiare casi negli Stati Uniti. Così il caso libico è diventato qualcosa di più di una tragedia libica o italiana: è diventato una questione che riguarda il presente. Il genocidio in Libia fa parte della storia dell’Italia, della Germania, dell’Olocausto e del dibattito contemporaneo sul genocidio, che continua ancora oggi — in Myanmar, nell’ex Jugoslavia, a Gaza e altrove. Il genocidio non si è concluso con la Seconda guerra mondiale. Continuiamo a viverne le conseguenze, e a vederlo ripetersi.
SV: Vorrei ora tornare al tema della resistenza, collegandolo al modo in cui le persone cercavano di preservare e trasmettere la memoria di fronte alla cancellazione. Tu sostieni che il rapporto tra la resistenza armata anticoloniale in Libia contro i fascisti e la resistenza sociale fosse molto forte e determinante; invece, dal punto di vista del colonizzatore, la distinzione tra militari, partigiani e civili si sfuma, e tutti diventano bersagli perché rappresentano una minaccia al progetto coloniale. Si tratta di una logica che possiamo ritrovare anche nel modo in cui il governo e i coloni israeliani hanno trattato il popolo palestinese in questi anni di genocidio e occupazione. Vorrei quindi chiederti di raccontarci più in dettaglio i gruppi della resistenza in Libia, la loro struttura armata e la base sociale che li sosteneva. Come si articolavano tra resistenza armata e sociale? E quali sono le lezioni che possiamo trarre da questa ricchezza di esperienze, che spesso resta invisibile quando si celebra la resistenza antifascista in Italia, concentrata quasi esclusivamente sul contesto interno?
AA: Spero che un giorno, quando studieremo davvero la Libia anche in Italia, riusciremo a colmare il divario tra le due forme di resistenza: quella all’interno dell’Italia e quella nelle colonie. Credo che scoprire le connessioni, o almeno gli elementi in comune tra queste due, possa davvero aprire una nuova porta e permetterci di andare oltre le ansie nazionaliste e le posture difensive. La resistenza libica è stata una resistenza organizzata, perché esisteva un contesto preciso. E il contesto è che ci sono voluti vent’anni di resistenza. La figura simbolica di tutto questo è un grande uomo, un grande eroe anticoloniale riconosciuto a livello mondiale, Omar al-Mukhtar, ma non era da solo. C’era un’intera istituzione sociale alle sue spalle. C’era un’organizzazione sociale fatta di autonomia e di volontariato. In questo senso, quella resistenza era davvero un’istituzione molto ben organizzata, profondamente sociale, che affondava le sue radici nell’edificio istituzionale del XIX secolo, quando la società si autogovernava.
Un movimento sociale come quello dei Senussi era un movimento religioso modernista, costruito attorno all’istruzione e alla costruzione istituzionale, né sciovinista né razziale. Creò una società coesa, con un’amministrazione, un’economia, istituzioni educative e anche una consapevolezza reale dell’autodeterminazione e del diritto di combattere il colonialismo. Prima di affrontare gli eserciti italiani, e poi quelli fascisti, questa società aveva già combattuto il colonialismo britannico e quello francese, nella Libia orientale e anche in quella meridionale. Stiamo quindi parlando di un’intera organizzazione indigena, di istituzioni sociali e intellettuali che troppo spesso vengono guardate dall’alto in basso dagli accademici occidentali. Il fondatore di questo movimento, Muhammad bin Ali al-Sanousi, chiedeva una rinnovazione, una reinterpretazione della tradizione islamica. Scrisse un testo molto importante che ho studiato all’inizio delle mie ricerche, Iqad al-Wisnam, che significa «il risveglio dei dormienti», per riaprire le porte dell’ijtihad, cioè della libera interpretazione razionale delle tradizioni islamiche. Questo studioso e intellettuale si concentrò su due istituzioni fondamentali: il commercio e l’organizzazione della comunità per renderla autosufficiente, e l’educazione. Seguendo il modo in cui quella società costruiva le proprie istituzioni, mi interessava la storia sociale delle persone stesse. Non in modo romantico, ma cercando davvero di capire come pensavano, come inventavano, come si organizzavano.
Quando arrivarono gli italiani, l’Impero Ottomano a nord era ormai debole e venne sconfitto. Ma la società, grazie alle sue istituzioni e alla sua ideologia autonoma, era molto ben organizzata e resistette per tutti i vent’anni. I fascisti, in quel contesto, vollero davvero schiacciare la resistenza con ogni mezzo. Decisero di fare ciò che in seguito fecero gli israeliani nel 1948: distruggere i villaggi, commettere violenze e massacri per terrorizzare la popolazione e costringerla ad abbandonare la terra. Molti se ne andarono, e molti finirono a Gaza, perché — come sappiamo — due terzi della popolazione di Gaza sono rifugiati del 1948 e del 1967. Ci sono quindi dei parallelismi. L’obiettivo era schiacciare la resistenza. Badoglio — sappiamo che fu il generale che divenne governatore della Libia e poi primo ministro d’Italia — ebbe un ruolo centrale. Con il sostegno di De Bono e di Graziani, un generale estremamente brutale e profondamente fascista, si decise di eliminare quella resistenza. Per farlo adottarono molte strategie. Una di queste era privare la resistenza della sua base sociale: colpire le comunità che fornivano volontari, armi e informazioni, che permettevano di colpire gli eserciti italiani e poi fuggire. È da questa logica che nascono i campi di concentramento. Non è una coincidenza. La depopolazione della Libia orientale, della sua fertile fascia mediterranea, fu seguita dall’arrivo dei primi ventimila coloni italiani destinati a insediarsi lì. Non possiamo quindi separare la resistenza anticoloniale dall’ideologia razzista che guidava il progetto coloniale fascista: sigillare la colonia, privare la resistenza della sua base sociale, affamare la popolazione e lasciare morire migliaia di persone.
Sappiamo che in tutti i genocidi i campi di concentramento sono un elemento chiave, già prima dell’Olocausto. Se guardiamo a ciò che accadde in Namibia e nell’Africa sud-occidentale tra il 1904 e il 1908, poi in Libia tra il 1929 e il 1934, e infine nell’Olocausto, vediamo uno schema simile. In questo senso, i campi di concentramento derivano da un’ideologia sciovinista, razzista e fascista, ma devono essere spiegati anche nel contesto della resistenza anticoloniale. Omar al-Mukhtar fu catturato e impiccato davanti a ventimila uomini rinchiusi nei campi di concentramento, e in quel momento la resistenza venne definitivamente schiacciata. Lasciami concludere dicendo che sì, nel breve periodo ebbero successo. Ma gli intellettuali in esilio ci hanno lasciato dei documenti, e i sopravvissuti hanno mantenuto viva quella memoria raccontandola ai figli e ai nipoti. Grazie a loro oggi sappiamo qualcosa di quel terribile genocidio. Altrimenti, probabilmente, sarebbe stato cancellato del tutto e non ne sapremmo quasi nulla.
SV: Arriviamo infine al presente: la Libia contemporanea porta con sé gli effetti di un passato che non è mai del tutto passato. La colonizzazione italiana e il genocidio hanno lasciato tracce profonde, materiali e culturali, che continuano a condizionare la storia del paese. Nei racconti dei media occidentali, i paesi arabi e musulmani sono spesso rappresentati come luoghi di caos e conflitto, senza che emerga mai una riflessione coerente sulle responsabilità storiche e sulle implicazioni delle azioni coloniali che hanno condotto a questo punto. Eppure, ciò che vediamo oggi in Libia non può essere compreso senza tener conto di quella storia, delle strutture di potere che ha prodotto e dei traumi che continua a trasmettere. In questo contesto, diventa importante chiedersi come la conoscenza e il riconoscimento del genocidio italiano possano contribuire a interpretare la Libia contemporanea e i rapporti con l’Italia. Vorrei chiudere qui, lasciando spazio a una riflessione su come questi legami storici continuino a modellare il presente e su quali possibilità ci siano oggi per confrontarsi con questo passato.
AA: Penso che tu abbia messo le mani su un punto davvero importante. Quello che oggi mi preoccupa è non solo la corruzione, la frammentazione e le dinamiche interne alla Libia, ma anche l’atteggiamento opportunista che vedo attorno a questa situazione. E credo che questo atteggiamento sia molto miope, anzi, estremamente miope sotto molti aspetti. Allo stesso tempo, penso che dobbiamo andare oltre la crisi e la frammentazione della Libia e smettere di approfittarne. Aprire queste domande — e tra queste c’è anche la questione del genocidio — e riscoprire la Libia stessa, la sua storia profondamente sanguinosa e i traumi che si sono protratti a lungo, sarebbe un modo per farlo. Perché è davvero così che potremmo aiutare i libici e costruire un rapporto umano, egualitario e duraturo di vicinato, lontano dai traumi e dai crimini di guerra che abbiamo ereditato dal periodo coloniale, in particolare da quello fascista.
Oggi la Libia vive una delle sue fasi peggiori: leader corrotti, milizie corrotte, aspiranti dittatori. La popolazione è terrorizzata nella vita quotidiana e fatica ad arrivare a fine mese. E, anche se può sembrare sorprendente, esistono libici che — con l’incoraggiamento di alcuni italiani di destra — cercano di romanticizzare il periodo coloniale. È un’idea assurda, davvero assurda. Per questo penso che dobbiamo essere molto chiari e parlare delle questioni più ampie. Spero che possiamo affrontare il peso della storia e i crimini del passato a testa alta. E questo non lo dico solo agli italiani, ma anche ai libici. Gli italiani non possono comprendere la loro società e la loro cultura senza comprendere i loro vicini, soprattutto la Libia. Allo stesso modo, i libici non possono comprendere la loro storia e la loro cultura senza comprendere la storia e la cultura italiane. L’apprendimento deve andare in entrambe le direzioni. Che ci piaccia o no, le nostre storie sono intrecciate e interconnesse.
Ma il modo fondamentale — forse il più importante — per capirlo è ammettere e riconoscere ciò che è accaduto nel periodo coloniale, soprattutto durante il genocidio. Questo può aprire la strada alla guarigione, a nuove conversazioni e alla possibilità di trovare punti in comune che oggi vengono manipolati da élite e governi per i propri interessi. Spero sinceramente che il mio libro sulla storia nascosta del genocidio venga tradotto in italiano per avviare il processo di scoperta reciproca e riconciliazione tra Italia e Libia.
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Ali Abdullatif Ahmida (1953) è uno dei principali studiosi del colonialismo nel Nord Africa. Professore e presidente fondatore del Dipartimento di Scienze Politiche presso la University of New England (US), è specializzato in teoria politica, sociologia storica e politica nordafricana. Le sue ricerche sul genocidio italiano in Libia hanno profondamente rinnovato la comprensione del colonialismo italiano, della formazione del moderno stato libico, e della resistenza anticoloniale.
Simone Villani (1998) è ricercatore precario, autore, traduttore e collaboratore editoriale. Originario di Taranto, si occupa di colonialità e capitalismo razziale.





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