Rivendicare futuro contro l'antifemminismo di Stato
- Verónica Gago e Luci Cavallero
- 11 ore fa
- Tempo di lettura: 6 min

Arriva oggi nelle librerie il nuovo libro di Verónica Gago e Luci Cavallero, teoriche militanti transfemministe tra le figure di riferimento di Ni Una Menos in Argentina. Il saggio fa il punto sulla lotta femminista e transfemminista a 10 anni dalla prima grande manifestazione di piazza ma non si limita alla lettura di un potente ciclo di lotte che come una marea ha rapidamente inondato anche l’Italia. Rivendicare Futuro. Il transfemminismo contro il capitale finanziario (ombre corte 2026, quarto titolo della collana Femminismi) è, innanzitutto, un manifesto politico contro l’offensiva autoritaria del capitalismo finanziario. Dall’osservatorio privilegiato e, al contempo, feroce dell’America Latina, le autrici denunciano la «guerra contro i generi», pilastro di un nuovo fascismo che specula sulla vita, sulla riproduzione sociale e sulla stessa sopravvivenza. Se la finanza è il dispositivo che rende invisibile il lavoro di cura e produce il saccheggio dei territori, le trame collettive della politica transfemminista sono lo strumento per svelare l’inganno. Questo libro offre una bussola per orientare le lotte.
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Abbiamo scritto questo libro con urgenza. Rivendicare futuro. Il transfemminismo contro il capitale finanziario è un manifesto contro tutte le forme anarcocapitaliste di negazione dell’interdipendenza, ovvero della necessità di stare con altri esseri – umani e non umani – e in paesaggi e trame collettive per la riproduzione della vita. Rivendicare futuro è un’analisi dei modi in cui l’autoritarismo finanziario nega tale interdipendenza e intensifica le forme di sfruttamento del lavoro e di estrazione di valore dalla cooperazione sociale. Rivendicare futuro è un manifesto contro il saccheggio della ricchezza collettiva da parte dell’ultradestra. Ci interessa, quindi, costruire una definizione situata di autoritarismo: non la vecchia idea dei leader autoritari o l’autoritarismo come categoria dei regimi politici non liberali. Cerchiamo di indagare un tipo di autoritarismo che pone al centro la libertà. Un autoritarismo che, alimentato dall’austerità, funziona attraverso la radicalizzazione dell’ideologia della libertà capitalista, riuscendo a imporre una concezione finanziaria della libertà. Ci riferiamo all’autoritarismo che ci mette costantemente in competizione nella corsa contro l’impoverimento. Per questo motivo indaghiamo anche i modi in cui la precarietà, come elemento chiave dell’autoritarismo, polarizza il futuro: lo cancella o lo consegna alla speculazione finanziaria.
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Proponiamo di leggere la situazione attuale come una controffensiva che ha come bandiera principale la finanza e una rivendicazione di libertà. [...] Per comprendere la controffensiva dobbiamo anche tenere conto dei processi a lungo termine che l’ultradestra è riuscita efficacemente a sollecitare e mobilitare. È fondamentale comprendere da cosa tragga forza una controffensiva dal basso: ovvero, in che modo questa interpreti, mobiliti e catturi affetti, delusioni e frustrazioni legate alle promesse di altri cicli di governo. Per controffensiva intendiamo anche il momento in cui l’austerità riesce ad affermarsi come mandato generalizzato, che assume effetti privati e produce sensi di colpa.
Questo processo non può essere visto senza tenere conto della strumentalizzazione di due fenomeni che si sono stabilizzati negli ultimi anni: la proliferazione di strumenti finanziari in un contesto di crescente precarietà e lo sviluppo di una soggettività imprenditoriale, posta come elemento chiave di un neoliberismo dal basso mentre nella regione si diagnosticava un momento post-neoliberista (Gago 2014). La novità di questa libertà finanziaria è che rafforza un aspetto moralizzatore che non può essere sottovalutato: penalizza determinati stili di vita, considera la comunità improduttiva e tutto ciò che è «collettivista» viene interpretato come disvalore. Il concetto di libertà rimane racchiuso nei limiti dell’individuo.
Nel libro analizziamo, come parte della controffensiva e dell’invito a esercitare la libertà finanziaria, sia anche l’offerta di una mascolinizzazione del rischio finanziario che attira i giovani con la promessa di un rapido successo monetario come compensazione del declino della figura dell’uomo capofamiglia. Il processo di finanziarizzazione, ovvero la mediazione finanziaria della vita collettiva e, in particolare, l’integrazione bancaria e finanziaria come mezzo di accesso ai diritti – negli ultimi anni – deve essere interpretata nell’ambito di un duplice movimento del capitale finanziario. Da un lato, espansivo: in quanto ha offerto una risposta al desiderio di autonomia economica espresso nelle strade dai movimenti sociali e femministi (tutti devono resistere, tutti devono continuare a lottare); dall’altro reattivo e di moralizzazione: nella misura in cui cerca di racchiudere le fughe e le esperienze di auto organizzazione della cura, del lavoro e dell’alloggio all’interno del contesto familiare, che è in crisi e impoverito (pagare il debito con altro lavoro di cura, femminilizzato e gratuito, e dovendo accettare condizioni sempre più sfavorevoli nel mercato del lavoro). In altre parole: il debito ha offerto a molte persone un modo per risolvere i problemi quotidiani, persino per sviluppare alcune forme di autonomia in condizioni difficili.
Poiché l’indebitamento è stato simultaneo alla continua svalutazione dei redditi popolari e all’aumento del lavoro di cura e nelle comunità (non riconosciuto né retribuito), il processo ha ratificato i ruoli di genere nella sfera domestica, costringendo al contempo i singoli individui ad assumersi i costi per ripagare il debito. Il carattere ambivalente del debito, in grado sia di fornire soluzioni in situazioni di emergenza, sia di stimolare il potenziale imprenditoriale, è stato un elemento chiave della nostra analisi.
Ricercare, registrare, concettualizzare e comprendere questa ambivalenza non ci esime dal mettere in evidenza e denunciare lo sfruttamento e il dominio che comporta il doversi indebitare per vivere fino al punto di sovraindebitamento; né, allo stesso tempo, di cercare strategie collettive per affrontare l’indebitamento attraverso l’organizzazione politica.
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La controffensiva comprende un antifemminismo di Stato come nodo strategico che si intreccia alla gestione finanziaria dell’impoverimento. Quando nella nostra ricerca ci collochiamo in una posizione femminista militante, intendiamo una posizione dalla quale la ricerca non si limita a celebrare l’esistente né a promuovere il nichilismo che deriva da una «volontà di comprendere» e smorza il momento della controffensiva. Questa ricerca, nel movimento femminista in cui lavoriamo, comprende una lunga e prolifica produzione di slogan politici che hanno tradotto insieme analisi, intervento di strada, vocabolario militante e poetica concettuale. Da «Vive, libere e senza debiti» a «Il debito è con noi», passando per «Ogni debito è politico» e «Chi deve a chi», per poi arrivare a «I soldi che ci mancano li ha il patriarcato» e “«Galperín [1] vive del nostro lavoro non pagato», abbiamo rivendicato un linguaggio politico che si nutre di uno sforzo di traduzione situata nei conflitti concreti, che si propone di essere parte di un movimento di trasformazione sociale. Nel 2025 ricorrono dieci anni dalla prima manifestazione di Ni Una Menos.
Come militanti di quel movimento, della sua capacità di espandersi e collegarsi allo sciopero femminista dell’8 marzo come istanza organizzativa transnazionale, pensiamo a questo libro anche come a una lettura di questo ciclo di proteste transfemministe, massicce e radicali e, proprio per questo, bersaglio di una controffensiva così crudele.
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Guardiamo con grande interesse politico alle comunità future che si stanno costruendo qui e ora. Le comunità future sarebbero inimmaginabili senza lo sforzo organizzativo e il flusso di idee dei transfemminismi nella loro eterogeneità, nel loro persistente costruire connessioni e accogliere le controversie, nei loro modi di agire e anche di incontrare limiti e ricevere reazioni contrarie (che includono decomposizione, debolezze interne e l’esaurimento delle energie). Pensiamo alla comunità riprendendo la distinzione filosofica tra libertà e processo di liberazione (Foucault 1998). La prima appare come data e, soprattutto, individuale; la seconda richiede attrezzature collettive, pratiche e processi; è a quest’ultima idea che ci rifacciamo quando parliamo di comunità. Non ci sembra casuale che a un movimento popolare di liberazione transfemminista si risponda con il suo doppio speculare: la libertà finanziaria, come tentativo di spostare, accomodando, tutta la complessità e lo sforzo richiesto dalla dimensione collettiva verso una sorta di «facilismo», simboleggiato dalle app dei portafogli virtuali. Non ci sembra casuale che sia proprio la nozione di libertà a essere al centro della contesa nel capitalismo finanziario guidato dalle ultradestre, a loro volta guidate dai grandi gruppi economici che più concentrano capitale nella sua forma algoritmica ed estrattiva.
Torniamo alla distinzione: i processi di liberazione sono pratiche che producono libertà dall’interdipendenza. I processi di liberazione implicano una ricerca collettiva: nessuno sa in anticipo cosa sia la libertà se questa non è definita come una sostanza umana immutabile. I processi di liberazione sono fragili, soggetti alla sperimentazione di legami, modi di fare, di vivere e di orientarsi in un momento di violenza generalizzata causata dal saccheggio capitalista, coloniale e patriarcale.
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Cerchiamo di immaginare comunità future [...] pratiche politiche e di ricerca [di] un modo concreto di combattere l’autoritarismo della libertà finanziaria: pratiche di transfemminismo contro il capitale finanziario.
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Verónica Gago e Luci Cavallero sono studiose e militanti femministe. Insegnano entrambe all’Università di Buenos Aires e animano il movimento transfemminista Ni Una Menos in Argentina. In Italiano ha già pubblicato Vive libere e senza debiti (ombre corte 2020).
Per approfondire:






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