Tra scienze umane e naturali

Rachel Carson, oltre Silent Spring



L’uscita di Silent Spring è uno dei passi fondamentali per tutta la cultura ecologica, risultato di un pensiero complesso che qui viene dipanato e approfondito da Anna Re, tra le più riconosciute esperte di ecocritica e nature writing. L’interesse crescente per gli altri lavori della Carson testimonia quanto la sua visione sia stata lucida e precisa.


* * *


Per comprendere a fondo il pensiero di Rachel Carson e la vastità della sua portata, un grande aiuto ci deriva, oltre che dai suoi libri, da una serie di scritti che apparvero sotto forma di saggi, articoli, discorsi e lettere private. Attraverso la lettura di questi scritti, scopriamo la donna, la scienziata, la scrittrice, e scopriamo che Carson era anche un’abile oratrice e aveva compreso a fondo i meccanismi della politica, i legami tra scienza e industria, e l’urgente necessità di azione e di iniziative da parte dei cittadini, affinché venissero formulate delle leggi che tutelassero la salute di tutti. Questa raccolta di scritti rivela la figura di una donna profondamente convinta dell’importanza delle relazioni ecologiche, che nutriva una profonda ansia per il futuro tecnologico dell’era nucleare e il modo in cui quest’ultima avrebbe alterato il già delicato equilibrio ambientale; una donna che si interessava della preservazione della natura in generale, ma soprattutto si preoccupava di salvare le poche «spiagge» non toccate dall’uomo; una donna che nutriva una profonda reverence for life e che, avendo studiato i cambiamenti climatici, aveva individuato il possibile legame tra attività umana e l’alterazione del clima, ossia aveva intuito il graduale surriscaldamento del pianeta.

Nel gennaio del 1952 Rachel Carson ricevette il prestigioso National Book Award per The Sea Around Us e durante la cerimonia tenne un discorso nel quale lamentava l’isolamento della scienza in America, la cui conoscenza era prerogativa di pochi, e deplorava la separazione tra scienza e letteratura visti come due diversi modi di investigare il mondo:


«We live in a scientific age; yet we assume that knowledge of science is the prerogative of only a small number of human beings, isolated in their laboratories. This is not true. The materials of science are the materials of life itself. Science is part of the reality of living, it is the What, the How, and the Why of everything in our experience. It is impossible to understand man without understanding his environment and the forces that have moulded him physically and mentally.

The aim of science is to discover and illuminate truth. And that, I take it, is the aim of literature, whether biography or history or fiction. It seems to me, then, that there can be no separate literature of science». [1]


Scienza e letteratura ricercano entrambe la verità, perché allora separare le strade? Perché non unirsi e affrontare insieme la stessa avventura? La scienza ci deve portare alla verità e questa verità deve essere condivisa; le battaglie della scienza devono essere visibili, partecipate, raccontate, anche attraverso la letteratura.

Carson si interrogò anche su chi dovesse prendersi il compito di scrivere sulla natura e su come dovesse farlo. Quando, nel 1952, ricevette il John Burroughs Medal in qualità di scrittrice naturalista, approfittò della cerimonia per esprimere la sua opinione circa il ruolo ormai indispensabile del «reporter and interpreter of the natural world», insistendo in particolare sul suo compito di far comprendere al pubblico l’importanza della scienza naturale come mezzo di interpretazione del mondo moderno e sul suo obbligo morale di rendere note ai più le meraviglie del creato:


«I myself am convinced that there has never been a greater need than there is today for the reporter and interpreter of the natural world. Mankind has gone very far into an artificial world of his own creation... Intoxicated with a sense of his own power, he seems to be going farther and farther into more experiments for the destruction of himself and his world… It seems reasonable to believe – and I do believe – that the more clearly we can focus our attention on the wonders and realities of the universe about us the less taste we shall have for the destruction of our race. Wonder and Humility are wholesome emotions, and they do not exist side by side with a lust for destruction.

But I should like to talk briefly about the non-naturalists and our attitude toward them... we have been far too ready to assume that these people are indifferent to the world we know to be full of wonder. If they are indifferent it is only because they have not been properly introduced to it...

I feel that we have too often written only for each other. We have assumed that what we had to say would interest only other naturalists...we ought to develop a more confident and assured attitude toward the role and the value of nature literature... Perhaps writers and publishers and magazine editors have all been at fault in taking, too often, a deprecating attitude which assume in advance that a nature book will not have a wide audience, that it cannot possibly be a “commercial success”... The public is trying to show us how mistaken it is, if we will only listen... there is an immense and unsatisfied thirst for understanding of the world about us...» [2]


Questo passo è interessante nella prospettiva di una definizione sia del nature writer, sia del nature writing. Carson ritiene che la «nature literature» sia indispensabile, che abbia un ruolo e un valore e possa anche avere un ampio pubblico, perché quest’ultimo è ansioso di conoscere i meccanismi insiti nella natura. È sbagliato ritenere che la letteratura sulla natura sia diretta solo ad un pubblico di esperti. Nell’era della crisi ambientale deve aprirsi al mondo, deve far sentire la sua voce, usando un linguaggio, uno stile, una forma che siano comunicativi e comprensibili. È questo un compito che i moderni naturalisti devono assumersi, evitando di rimanere solo nei confini della comunità scientifica. Tale questione è sempre attuale. Nell’Ottocento la scienza e la letteratura si aiutavano per intercettare il pubblico. Darwin usava figure retoriche, utilizzava tecniche narrative e non esitava a citare scrittori noti per rendersi credibile. Nella separazione dei due mondi, avvenuta con la specializzazione della scienza, la letteratura ha perso parte della sua autorevolezza. La scienza ha assunto il ruolo di portavoce della verità, una verità che però non sempre riesce a comunicare efficacemente, ma nonostante ciò teme la possibilità di utilizzare altri linguaggi. Una delle ragioni per cui gli scienziati si sentono a disagio ad usare la narrazione è il fatto che le storie tendono a creare una «zone of tension», [3] una dimensione caratterizzata dall’ambiguità e dall’insicurezza, uno spazio di esplorazione e non uno di verità certa. Il nature writer ed etnobiologo Gary Nabhan osserva però che spesso nella nostra esperienza quotidiana ci troviamo di fronte a quesiti per i quali non vi è una semplice e unica risoluzione e che ci obbligano ad accettare l’incertezza e a mantenere una «multi-perspective view». [4] Aggiunge inoltre: «I think that those tensions can’t necessarily be explained entirely by linear, expository logic. A story can keep a multi-sided domain intact in our mind». [5] La divisione tra mondo delle scienze e delle humanities non ha prodotto un vincitore, semmai ha diminuito l’influenza, la completezza e correttezza di interpretazione della realtà di entrambi. Anche Nabahn ritiene che: «science needs to be communicated in a variety of genres to a variety of audiences. A good scientist these days has to be able to blend scientific expertise with other disciplines». [6]

Accanto all’informazione ci doveva essere l’azione. Nel 1952 a causa del licenziamento di Albert M. Day, direttore del Fish and Wildlife Service, in seguito alla vittoria dei repubblicani alle elezioni, e la sua sostituzione con esponenti politici non professionisti, Carson inviò una lettera di protesta al Washington Post. La lettera rivela l’abilità della scrittrice nel riconoscere i meccanismi insiti nel mondo politico, mette in luce il suo istinto all’azione e la sua convinzione che certe delicate problematiche dovessero essere affidate a professionisti della scienza e non a uomini politici. Infatti scrisse:


«The real wealth of the Nation lies in the resources of the earth – soil, water, forests, minerals, and wildlife. To utilize them for present needs while insuring their preservation for future generations requires a delicately balanced and continuing program, based on the most extensive research. Their administration is not properly, and cannot be, a matter of politics... It is one of the ironies of our time that, while concentrating on the defence of our country against enemies from without, we should be so heedless of those who would destroy it from within». [7]


Il naturalista moderno e il nature writer si distinguono anche per l’attivismo e per l’impegno sociale e politico, e mettono in discussione le amministrazioni incapaci di occupasi delle «recources of the earth». Questo tratto è già presente in parte in Henry David Thoreau, si manifesta pienamente in John Muir con la battaglia per preservare la valle di Yosemite, ed in tutti i nature writers contemporanei, da Edward Abbey che lotta contro le istituzioni per il mantenimento della wilderness del deserto, a Terry Tempest Williams che denuncia il governo americano per aver svolto gli esperimenti nucleari a cielo aperto a Rick Bass, paladino della Yaak Valley in Montana. Bass, un geologo, arriva ad affermare che alcune volte l’attivista e lo scrittore debbano sovrapporsi nel nature writer, e che spesso l’attivista debba prevalere per poter approdare a degli effettivi risultati pratici: «the activist is the emergency-room doctor, trying to perform critical surgery on the artist…the activist is the artist’s ashes». [8] Con l’aggravarsi della crisi ambientale il nature writer non può limitarsi solo a comunicare e informare, deve anche agire.

Subito dopo la pubblicazione di alcuni estratti di Silent Spring sul New Yorker nel 1962, ebbe inizio la polemica e la confutazione delle affermazioni della Carson da parte dell’industria chimica, che vedeva grandemente minati i propri interessi, e da parte dell’establishment scientifico la cui integrità era stata messa in discussione. Il coraggio e la fermezza della Carson le permisero di non farsi intimorire da accuse e minacce, anzi, dal dibattito che era scaturito Carson ne uscì vittoriosa nonché rafforzata nelle sue idee circa la pericolosità dei pesticidi e la necessità di una loro regolamentazione a livello legislativo. In una conferenza al Women’s National Press Club, attaccò l’industria chimica e i suoi sostenitori e biasimò il fatto che le verità scientifiche fossero ormai messe al servizio del profitto e della produzione, sottolineando la negatività del rapporto che si era instaurato tra scienza e industria:


«A penetrating observer of social problems has pointed out recently that whereas wealthy families once were the chief benefactors of the Universities, now industry has taken over this role. Support of education is something no one quarrels with – but this need not blind us to the fact that research supported by pesticide manufacturers is not likely to be directed at discovering facts indicating unfavourable effects of pesticides... We see scientific societies acknowledging as ‘sustaining associates’ a dozen or more giants of a related industry. When the scientific organization speaks, whose voice do we hear – that of science? or of the sustaining industry?» [9]


Nel discorso alle donne del Garden Club of America nel gennaio del ’63 attaccò le forze politiche ed economiche che impedivano il verificarsi di cambiamenti nella politica legata ai pesticidi, appellandosi ai cittadini per un’azione volta al conseguimento di tali cambiamenti:


«This is a time when forces of a very different nature too often prevail – forces careless of life or deliberately destructive of it and of the essential web of living relationships.

My particular concern, as you know, is with the reckless use of chemicals so unselective in their action that they should more appropriately be called biocides rather than pesticides... In looking at the pesticide situation today, the most hopeful sign is an awakening of strong public interest and concern... Above all, we must not be deceived by the enormous stream of propaganda that is issuing from the pesticide manufacturers and from industry-related – although ostensibly independent organizations. There are others disturbing factors which I can only suggest. One is the growing interrelations between professional organizations and industry, and between science and industry... As you listen to the present controversy about pesticides, I recommend that you ask yourself – Who speaks? – And Why?» [10]


L’aver individuato le cause e i mandanti della distruzione da pesticidi non era sufficiente; bisognava anche suggerire delle soluzioni e spiegare perché certi comportamenti erano intrinsecamente sbagliati. Il 3 Aprile del 1963 Rachel Carson fu invitata ad un programma televisivo della CBS durante il quale si confrontò con un suo oppositore, il Dott. Robert White-Stevens, il quale non mancò di fare un ritratto del mondo che ci si sarebbe dovuti aspettare qualora si fossero eliminati i pesticidi. Carson parlò schiettamente ma con la sua consueta calma leggendo alcune parti di Silent Spring e concluse il discorso con questa significativa affermazione:


«We still talk in terms of conquest. We still haven’t become mature enough to think of ourselves as only a very tiny part of a vast and incredible universe. Now I truly believe that we in this generation must come to terms with nature, and I think we are challenged, as mankind has never been challenged before, to prove our maturity and our mastery, not of nature but of ourselves». [11]


Si apre qui il capitolo che riguarda la responsabilità del genere umano nei confronti di se stesso e degli altri esseri viventi. Carson parla della maturità a cui l’uomo deve giungere imparando a leggere e interpretare diversamente le proprie esigenze sulla terra. A suo giudizio bisognava attuare una rivoluzione etica, attraverso una nuova e corretta definizione di natura e uomo.

Nel 1954, propose una sua definizione del ruolo della natura nello sviluppo spirituale di un individuo o di una società in un discorso per l’associazione delle donne giornaliste Theta Sigma Phi, disse:


«I am not afraid of being thought a sentimentalist when I stand here tonight and tell you that I believe natural beauty has a necessary place in the spiritual development of any individual or any society. I believe that whenever we destroy beauty, or whenever we substitute something man-made and artificial for a natural feature of the earth, we have retarded some part of man’s spiritual growth...

Years ago I discovered in the writings of the British naturalist Richard Jeffries a few lines that so impressed themselves upon my mind that I have never forgotten them. May I quote them for you now?


“The exceeding beauty of the earth, in her splendor

Of life, yields a new thought with every petal.

The hours when the mind is absorbed by beauty are

The only hours when we really live. All else is illusion,

Or mere endurance”.


Those lines are, in a way, a statement of the creed I have lived by, for, as perhaps you have seen tonight, a preoccupation with the wonder and beauty of the earth has strongly influenced the course of my life...

In contemplating “the exceeding beauty of the earth” these people have found calmness and courage. For there is symbolic as well as actual beauty in the migration of birds; in the ebb and flow of the tides; in the folded bud ready for the spring. There is something infinitely healing in these repeated refrains of nature – the assurance that dawn comes after night, and spring after winter». [12]


Il sentimento di meraviglia di fronte alla «exceeding beauty of the earth», che è una bellezza assoluta, quella che si associa spesso a Dio, verrà espresso anche in un articolo intitolato «Help Your Child to Wonder», dove spiega come accompagnare i bambini nel loro percorso a contatto con la natura, auspicando che gli adulti imparino a riacquistare insieme a loro il senso di stupore nell’incontro con il mondo naturale. Il saggio è del 1956 e venne pubblicato postumo sulla rivista Woman’s Home Companion e sotto forma di libro nel 1965, con il titolo The Sense of Wonder. È una sorta di ricetta che Carson ci offre per mantenere sempre viva la meraviglia di fronte al contatto col mondo naturale, un tipo di approccio che per i bambini è intuitivo, e che gli adulti dovrebbero riscoprire. Si tratta di una sorta di Anschaung, che rimanda all’esperienza della natura che venne praticata da Goethe e Thoreau, un’esperienza, in cui sensibilità, emozione e razionalità si fondono. Durante il percorso a contatto con la natura, Carson consiglia che i bambini abbiano sempre almeno un adulto come accompagnatore, e raccomanda all’adulto di adottare il punto di vista del bambino e di non farsi prendere dall’ansia di insegnare, esortandolo ad esplorare la natura con i sentimenti, le emozioni e tutti quanti i sensi:


«If I had influence with the good fairy who is supposed to preside over the christening of all children I should ask that her gift to each child in the world be a sense of wonder so indestructible that it would last throughout life... I sincerely believe that for the child and for the parent seeking to guide him, it is not half so important to know as to feel. If facts are the seeds that later produce knowledge and wisdom, then the emotions and the impressions of the senses are the fertile soil in which the seeds must grow». [13]


I fatti sono i semi, le emozioni sono il terreno che permette ai semi di prendere vita: attraverso la percezione della realtà possiamo aspirare alla conoscenza e alla saggezza. La conoscenza non esiste a priori, non è atemporale e slegata dal vissuto, ma è storica, incorporata e possibile solo attraverso l’esperienza multisensoriale. Proprio per questa ragione è importante conservare stupore e meraviglia di fronte al mondo naturale:


«What is the value of preserving and strengthening the sense of awe and wonder, this recognition of something beyond the boundaries of human existence? Is the exploration of natural world just a pleasant way to pass the golden hours of childhood or is there something deeper?

I am sure there is something much deeper, something lasting and significant. Those who dwell, as scientists or laymen, among the beauties and mysteries of the earth are never alone or weary of life…». [14]


Ancora una volta Carson ci invita a preservare la natura per il nostro stesso bene, poiché in tempi difficili nulla può recare tanto sollievo e nulla può tanto rassicurare quanto la quieta osservazione dei meccanismi misteriosi ed eterni della natura.

In alcuni saggi Carson parlò esplicitamente dell’ecologia e dell’importanza del suo riconoscimento nei programmi di conservazione e tutela ambientale. In una introduzione ad un libro divulgativo di biologia Carson manifestò la sua convinzione che i moderni programmi di conservazione dovessero avere come base la consapevolezza della relazione tra creature viventi e ambiente:


«Only within the 20th century has biological thought been focused on ecology, or the relation of the living creature to its environment. Awareness of ecological relationships is – or should be – the basis of modem conservation programs... Here and there awareness is growing that man, far from being the overlord of all creation, is himself part of nature, subject to the same cosmic forces that control all other life. Man’s future welfare and probably even his survival depend upon his learning to live in harmony, rather than in combat, with these forces». [15]


E in un discorso del ’63 per la Kaiser Foundation Hospitals and Permanent Medical Group, manifestò la sua consapevolezza dei legami tra uomo e ambiente, autodefinendosi ufficialmente un’ecologista:


«I suppose it is rather a new, and almost a humbling thought, and certainly one born of this atomic age, that man could be working against himself… The subject of man’s relationship to his environment is one that has been uppermost in my own thoughts for many years. Contrary to the beliefs that seem often to guide our actions, man does not live apart from the world; he lives in the midst of a complex, dynamic interplay of physical, chemical, and biological forces, and between himself and this environment there are continuing, never-ending interactions... In one form or another, action and interaction between life and its surroundings have been going on ever since. This historic fact has, I think, more than academic significance. Once we accept it we see why we cannot with impunity make repeated assaults upon the environment as we now do...

The branch of science that deals with these interrelations is Ecology; and it is from the viewpoint of an ecologist that I wish to consider our modem problem of pollution». [16]


Sulla base di questo discorso sulle relazioni tra specie e ambiente e sul fatto che un danno causato all’ambiente non è mai un processo a senso unico, Carson accennò anche ai rischi insiti nell’utilizzare il mare, il personaggio principale preferito delle sue storie, come discarica per i rifiuti atomici:


«Now, even the sea has become a dumping ground, not only for assorted rubbish, but for the poisonous garbage of the atomic age. And this is done, I repeat, without recognition of the fact that introducing harmful substances into the environment is not a one-step process. It is changing the nature of the complex ecological system, and is changing it in ways that we usually do not foresee until it is too late». [17]


Spesso i nature writers si «affezionano» ad un luogo e lo descrivano e raccontano costantemente nei loro lavori, facendone un simbolo del loro amore per la natura. Per fare qualche esempio, possiamo citare: Thoreau e il laghetto di Walden, Muir e le montagne di Yosemite, Edward Abbey e il deserto, Barry Lopez e i paesaggi artici, Annie Dillard e la micro-natura di Tinker Creek.

Il mare fu per Carson il vero punto di partenza, il suo grande amore, e il rapporto con esso generò sentimenti intensi e profondi che contribuirono a farne uno strumento di comprensione dei meccanismi naturali. Rappresentò per lei una grande attrazione, emotiva e scientifica, e al suo studio dedicò la maggior parte della sua vita. Nel mare riconobbe un regno ancora incontaminato, nel quale gli organismi viventi si erano evoluti in un ambiente diverso dalla superficie terrestre; questo luogo, per la maggior parte inesplorato e intatto rappresentava la wilderness della mitologia americana, mentre il continente nordamericano era stato abbondantemente esplorato e manipolato. E con il mare termino il mio racconto:


«The true spirit of the sea does not reside in the gentle surf that laps a sun-drenched bathing beach on a summer day. Instead, it is on a lonely shore at dawn or twilight, or in storm or midnight darkness that we sense a mysterious something we recognize as the reality of the sea. For the ocean has nothing to do with humanity». [18]



Bibliografia

«A New Chapter to Silent Spring», discorso tenuto al Garden Club of America, 8 Gennaio 1963, New York, pubblicato nel Bulletin of Garden Club of America (Maggio 1963), Rachel Carson Paper, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, edited by Linda Lear, Beacon Press, Boston, 1998.


Bass, Rick, Fiber, University of Georgia Press, Athens, 1998.


«Biological Sciences», da Good Reading, New American Library, New York, 1956, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, edited by Linda Lear, Beacon Press, Boston, 1998.


Carson, Rachel, The Sense of Wonder, Harper and Row Publishers, New York, 1965.


Discorso tenuto in occasione del ritiro del National Book Award for Nonfiction, 29 Gennaio 1952, New York, New York, Rachel Carson Papers, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discover ed Writing of Rachel Carson, edited by Linda Lear, Beacon Press, Boston, 1998.


Discorso tenuto per il Women’s National Press Club, 5 Dicembre 1962, Washington, D.C., Rachel Carson Papers, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, edited by Linda Lear, Beacon Press, Boston, 1998.


Discorso tenuto in occasione del ritiro della John Burroughs Medal per l’eccellenza nel genere nature writing, 7 Aprile 1952, New York, dall’Atlantic Naturalist (Maggio-Agosto 1952), citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, edited by Linda Lear, Beacon Press, Boston, 1998.


Lear, Linda, Rachel Carson: Witness for Nature, Henry Holt and Company, New York, 1997.


«Mr. Day’s Dismissal», Washington Post, 22 Aprile 1953, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, edited by Linda Lear, Beacon Press, Boston, 1998.


«Our Ever-Changing Shore», dalla rivista Holiday, vol. 24 (Luglio 1958), pagg.71-120, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, edited by Linda Lear, Beacon Press, Boston, 1998.


Slovic, Scott e Satterfield, Tere, eds., What’s Nature Worth? Narrative Expressions of Environmental Values, The University of Utah Press, Salt Lake City, 2004.


«The Pollution of Our Environment», discorso tenuto al Kaiser-Permanente Symposium, «Man Against Himself», 18 Ottobre 1963, San Francisco, California, Rachel Carson Papers, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, edited by Linda Lear, Beacon Press, Boston, 1998.


«The Real World Aronud Us», discorso tenuto per l’associazione Theta Sigma Phi, 21 Aprile 1954, Columbus, Ohio, Rachel Carson Papers, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, edited by Linda Lear, Beacon Press, Boston, 1998.



Note [1] Discorso tenuto in occasione del ritiro del National Book Award for Nonfiction, 29 Gennaio 1952, New York, New York, Rachel Carson Papers, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discover ed Writing of Rachel Carson, op. cit, p. 91. [2] Discorso tenuto in occasione del ritiro della John Burroughs Medal per l’eccellenza nel genere nature writing, 7 Aprile 1952, New York, dall’Atlantic Naturalist (Maggio-Agosto 1952), pagg. 232-234, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, op. cit., pp. 94-96. [3] Slovic, Scott e Satterfield, Tere, eds., What’s Nature Worth? Narrative Expressions of Environmental Values, The University of Utah Press, Salt Lake City, 2004, p. 251. [4] Slovic, Scott e Satterfield, Tere, eds., What’s Nature Worth? Narrative Expressions of Environmental Values, op. cit., p. 249. [5] Ibidem. [6] Ibidem. [7] «Mr. Day’s Dismissal», Washington Post, 22 Aprile 1953, pag. A26, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, op. cit., p. 99. [8] Bass, Rick, Fiber, University of Georgia Press, Athens, 1998, p. 42. [9] Discorso tenuto per il Women’s National Press Club, 5 Dicembre 1962, Washington, D.C., Rachel Carson Papers, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, op. cit., p. 208. [10] «A New Chapter to Silent Spring», discorso tenuto al Garden Club of America, 8 Gennaio 1963, New York, pubblicato nel Bulletin of Garden Club of America (Maggio 1963), Rachel Carson Paper, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, op. cit., p. 221. [11] Lear, Linda, Rachel Carson: Witness for Nature, op. cit., p. 450. [12] «The Real World Aronud Us», discorso tenuto per l’associazione Theta Sigma Phi, 21 Aprile 1954, Columbus, Ohio, Rachel Carson Papers, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, op. cit., pp. 160-163. [13] Carson, Rachel, The Sense of Wonder, Harper and Row Publishers, New York, 1965, pp. 54-56. [14] Carson, Rachel, The Sense of Wonder, op. cit., pp.100-101. [15] «Biological Sciences», da Good Reading, New American Library, New York, 1956, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, op. cit., pp. 166-167. [16] «The Pollution of Our Environment», discorso tenuto al Kaiser-Permanente Symposium, «Man Against Himself», 18 Ottobre 1963, San Francisco, California, Rachel Carson Papers, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, op. cit., pp. 228-231. [17] «The Pollution of Our Environment», discorso tenuto al Kaiser-Permanente Symposium, «Man Against Himself», 18 Ottobre 1963, San Francisco, California, Rachel Carson Papers, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, op. cit., pp. 231, 232. [18] «Our Ever-Changing Shore», dalla rivista Holiday, vol. 24 (Luglio 1958), pagg.71-120, citato in Carson, Rachel, Lost Woods: The Discovered Writing of Rachel Carson, op. cit., p. 116.