Tra emozioni e politica nelle lettere al giornale «Lotta Continua» (1977-1979)



Nell’aprile 1977, Daniel Cohn Bendit scrisse alla redazione di «Lotta Continua» una lettera destinata a rimanere famosa [1]. In questa lettera, intitolata Politica ed emozioni, l’esponente del Maggio francese scriveva:


«Siamo figli di un movimento che esprimeva nel modo più chiaro una critica radicale della società capitalistica in generale e delle vecchie forme di organizzazione in particolare: malgrado questo però, non siamo mai riusciti a venir fuori dalla necessità di una organizzazione che inevitabilmente si trasformava in una cesta d’acqua “leninista” e proprio mentre questa cesta d’acqua si ingrandiva ci si allontanava dal movimento reale» [2].


In questo passaggio si coglie, secondo me, il senso di una scommessa che fu lanciata proprio nel ’68 e che ebbe il suo epilogo in una sconfitta, in cui l’autonomia dal politico non solo non riuscì ad imporsi, ma anzi venne nuovamente fagocitata dall’autonomia del politico. Sconfitta ben rappresentata dalla crisi dei gruppi della Sinistra extra-parlamentare – o rivoluzionaria che dir si voglia – esplosa fra il 1975 e il 1977. Ma Cohn-Bendit non si limitava a certificare lo stato di crisi dei movimenti prodotti dal Sessantotto, andando oltre:


«Ciò che ci ha messo maggiormente in discussione negli ultimi anni è il movimento delle donne. Improvvisamente è diventato impossibile per noi continuare a vivere mantenendo in noi intatta la divisione fra la politica e le emozioni. Nei rapporti personali noi esprimevamo l’irrazionalità della nostra fantasia e delle nostre angosce e dei nostri sogni e nella politica la razionalità della nostra testa. Proprio queste insicurezze, angosce e sogni su cui si è espresso il movimento delle donne, che noi relegavamo nel privato, devono diventare anche un motore della nostra attività politica» [3].


Di fronte al lento, ma inesorabile, processo di dissoluzione dell’organizzazione Lotta Continua, avviato con il secondo congresso nazionale di Rimini (31 ottobre – 4 novembre 1976), il giornale provò ad ereditarne il ruolo di rappresentante di quella «protesta giovanile, magmatica, tumultuosa, attraversata da umori, passioni, scelte politiche che si presentavano con alcuni tratti di marcata discontinuità rispetto a quelli che avevano animato il ‘68» [4]. Proprio questo fluttuare fra il recupero del sentimento (personale, ma non necessariamente) e la necessità di continuare a parlare di politica, anzi di continuare il secondo anche attraverso il primo, pur in un contesto che stava inesorabilmente mutando, fu la scommessa che «Lotta Continua» lanciò, prima di tutto a sé stessa ma anche alla complessità del movimento di quegli anni, fra il gennaio 1977 e la fine del 1979. Il «quotidiano con la testata rossa» rimaneva quindi «legato indissolubilmente» allo spazio politico riempito dalle mobilitazioni dei movimenti, e non poteva «esistere e sopravvivere basato su uno spazio di mercato», pena dover cambiare il suo Dna [5]. Non fu quindi casuale, ma anzi inevitabile, che col rinculare dei movimenti, schiacciati fra l’incudine del binomio repressione di stato / violenza armata di sinistra, e la rinuncia del Pci a rappresentare un’alternativa al sistema politico dominante in Italia, e gli inizi di quella che De Luna chiama «la glaciazione degli anni ‘80» [6], «Lotta Continua» non avesse più senso di esistere. Cessò una prima volta le pubblicazioni alla fine del 1980, le riprese verso l’autunno del 1981 e scomparve definitivamente il 13 giugno del 1982.


Chi scriveva queste lettere? Come già detto si trattava di contributi collettivi e individuali, ma concentriamoci sui secondi, che peraltro ne rappresentavano la maggioranza. Lo spettro era veramente molto vasto e articolato, sia dal punto di vista sociale, sia di genere, sia anagrafico: operai (spesso iscritti ai sindacati o anche al Pci), giovani del movimento, precari delle boite o dei negozietti, operai e al tempo stesso indiani metropolitani, studentesse femministe, adolescenti che ancora frequentavano le medie inferiori, militari di leva, carcerati, genitori che scrivevano al giornale per chiedere alla figlia di ritornare a casa dopo un litigio e una fuga (con le figlie che rispondevano con un’altra lettera), addirittura sacerdoti che leggevano il quotidiano.


Subito dopo il Congresso di Rimini, la redazione di «Lotta continua» avviò un dibattito, rivolto anche verso l’esterno, che si sviluppò su tre questioni fondamentali: il contenuto e le funzioni politiche del quotidiano; le trasformazioni organizzative, logistiche e grafiche; il finanziamento.

Il primo ostacolo era, per l'appunto, quello di rilanciare la partecipazione e il dibattito, dando spazio anche alle posizioni critiche nei confronti del giornale. Nel recente passato molte volte la redazione era stata accusata, soprattutto dagli operai e dalle donne, di censurare le rispettive posizioni e di non dare notizia delle riunioni, dei momenti d'incontro, delle iniziative. «[...] La mutata fase politica e lo sconvolgimento delle strutture centrali della nostra organizzazione seguito al Congresso di Rimini, rendono impossibile il continuare a fare un giornale che sia diretta espressione di organismi dirigenti centralizzati»[7]. La sensazione, dunque, era che il giornale «Lotta continua» fosse ormai «una cosa vecchia, superata». All'inizio del 1977 emergeva il bisogno di dare maggiore apertura alla ricchezza e alle contraddizioni del movimento, senza però far diventare «Lotta continua» un giornale d'opinione, mantenendo una certa omogeneità politica di fondo che avrebbe permesso di prendere posizione su tutto. Il tentativo fu quindi quello di garantire il giusto equilibrio fra giornale di partito e di movimento, con l'intento di fare di «Lotta continua» l'unico – o quasi – giornale d'opposizione.

Questa direzione politica, unita alla massiccia emorragia di attivisti e militanti che dopo il 20 giugno 1976 aveva colpito tutta l'organizzazione, spinse il giornale all’individuazione di possibili passaggi e strumenti organizzativi. Nel novembre dello stesso anno si era cercato di stimolare i compagni a scrivere contributi su quale giornale volessero, ma gli esiti non furono esaltanti. Si decise allora di organizzare una assemblea-seminario sul giornale, aperta anche agli esterni, che si tenne sabato 15 e domenica 16 gennaio 1977 a Roma presso il Civis, in viale Ministero degli Esteri.

La necessità di operare una svolta nel concepire lo strumento-giornale all’interno di un’organizzazione in disfacimento era legata a riflessioni di carattere politico (sintetizzate in precedenza), organizzativo e soprattutto economico. Bisognava fare leva sull'elemento della discontinuità col passato: non più cinghia di trasmissione del partito, non più strumento di lotta vecchio e settario, ma «arma di trasformazione in grado di trasformarsi» [8]. Era necessario impegnarsi ad abbandonare i toni trionfalisti e le dinamiche criticate come prevaricatrici in ragione di un processo di crescita critica e collettiva.

In effetti, proprio a seguito del seminario di gennaio, non solo si trasformò radicalmente il formato del quotidiano (dodici pagine in formato tabloid e con articoli più brevi), ma si cominciò a dare spazio sistematicamente a lettere inviate da lettori o militanti, fatto questo che avrebbe contribuito non poco al successo e alla sopravvivenza del quotidiano anche negli anni successivi [9].

L’annuncio del «nuovo corso» del giornale venne dato con l’edizione del 27-28 febbraio 1977: «Una pagina (la pagina 5) sarà sempre dedicata alle lettere, possibilmente scelte tra quelle di argomento omogeneo e tali da favorire il dibattito tra i compagni» [10].

La famosa «pagina 5» fu inaugurata con l’edizione del 12 marzo 1977. Un breve cappello introduttivo ne spiegava le ragioni:


«C’è un dato immediato da rilevare, ed è quello che – accanto al costante aumento delle vendite del giornale in questo ultimo periodo – è cresciuta nello stesso tempo la mole di lettere che ci giungono quotidianamente. I contributi individuali o dei collettivi che si riferiscono, collaborano o semplicemente “usano” il quotidiano, sino ad oggi hanno avuto uno spazio limitato o saltuario: poche sono le lettere pubblicate, centinaia rimangono nei cassetti, il più delle volte anche senza risposta. È difficile trovare una soluzione a questo problema: lo spazio è poco e ciò comporta necessariamente una scelta che lascia tutti insoddisfatti. Riservare sempre la pagina cinque alle lettere che ci giungono in redazione è un primo passo. Un altro potrebbe essere quello di raccogliere le lettere per argomenti e cercare di sintetizzarne i contenuti, cosa che però comporta molti rischi di arbitrio. Un’ultima cosa: consigliamo chi ci scrive ad essere breve. È possibile e giusto, perché permette che più contributi trovino spazio e si confrontino sui mille problemi che ogni giorno ci troviamo ad affrontare. Più lunghe sono le lettere, minore è la probabilità che hanno di essere pubblicate, salvo casi eccezionali» [11].


In queste poche righe si sintetizzava la scelta politica che la redazione aveva compiuto nel seminario di gennaio: una bacheca permanente e pubblica a disposizione di tutti e tutte, contributi collettivi e individuali, provenienti dai o dalle militanti, attivisti/e dell’organizzazione (in dissoluzione) ma anche da chi il giornale, per l’appunto, lo usa come strumento per informarsi, per discutere coi propri compagni e le proprie compagne nei luoghi di vita sociale e di lotta (posto di lavoro, scuola, università, quartiere). Concepito in realtà come uno spazio a metà fra l’idea di «tematizzazione» proposta nel brano sopracitato e quella di una pubblicazione libera, senza «filtri», quello delle lettere sarebbe stato ubicato tutti i giorni, nella pagina 5. Dal marzo 1978 al giugno 1979 venne alternativamente spostato alle pagine 5, 8, 9, 12 e 13, poi fino al settembre occupò l’ultima pagina del quotidiano, fino alla sua scomparsa e al ritorno alle pubblicazioni saltuarie (la pagina fissa fu rimpiazzata da una di annunci).

La pagina delle lettere venne inaugurata con tre contributi provenienti dall’arcipelago femminista: due lettere individuali («Claudia» e «Daniela P.») provenienti da Roma e riguardanti giudizi e vissuti della manifestazione dell’8 marzo nella capitale [12], e un contributo collettivo del movimento femminista bolognese sulle violente cariche di polizia contro il corteo che, sempre l’8 marzo, voleva concludersi con l’occupazione di un edificio per costruire un «Centro della donna», e sull’atteggiamento del Pci che aveva negato alle femministe di denunciare l’accaduto durante la festa dell’Udi [13]. Non era casuale: nei due anni di vita della rubrica, le donne furono coloro che utilizzarono maggiormente questo strumento. D’altronde gli avvenimenti politici non potevano non occupare la maggior parte dello spazio riservato alle lettere. «Lotta continua» accompagnò il movimento del ’77 in tutta la sua parabola, ospitando anche numerosissime lettere di chi, a vario titolo, vi partecipò o solo vi ebbe a che fare. Si trattava nella maggior parte dei casi, di esplicitare le proprie posizioni o idee politiche in relazione agli avvenimenti di primo piano che accadevano. Come nelle occasioni, purtroppo frequentissime in quel biennio, in cui nelle piazze veniva versato del sangue. Per ciò che riguarda i ragazzi e le ragazze del movimento uccise in quei mesi, si può prendere ad esempio il caso di Giorgiana Masi. Il quotidiano riuscì a mostrare la varietà degli stati d’animo e delle reazioni soprattutto le donne del movimento, oltre che delle reazioni che si produssero al loro interno. Ovviamente spazio fu dato a «Le compagne e i compagni di classe della compagna Giorgiana», che in una lettera scrissero che niente di tutto ciò che era successo era casuale: né la presenza della studentessa in Piazza Belli, perché ella aveva scelto di manifestare, né la sua morte, perché quel clima di terrore faceva comodo al potere. Per i giovani amici di Giorgiana, questa morte doveva servire a riflettere su come continuare la lotta contro i decreti antidemocratici del ministro Cossiga [14]. Da «D. L.» e da «Vida» due testimonianze di come era passata la giornata successiva, facendo la spola fra Ponte Garibaldi (dove alla spicciolata le donne portavano fiori sul luogo della morte e dove per qualche decina di minuti si era riuscite a bloccare in parte il traffico) e Via del Governo Vecchio, dove era la sede di diversi gruppi femministi e dove, in qualche centinaio, le donne si erano riunite in assemblea permanente [15]. Dai contributi arrivati a «Lotta continua», emergevano anche le contraddizioni nel movimento fra chi decideva di recarsi alla spicciolata sul luogo dell’omicidio e chi invece, come «un gruppo di compagne di un collettivo di quartiere», auspicava «una risposta dura e concreta a questo feroce assassinio» [16]. Contraddizioni che pesavano anche sugli stati d’animo, come quello di «C.», che si sentiva isolata nell’assemblea di Via del Governo Vecchio (perché orientata a una risposta ritenuta troppo timida), ma che quando si era recata al corteo indetto nel suo quartiere, si era portata dietro il vuoto di quella che riteneva fosse una mancata gestione politica della risposta alla morte della Masi [17].

Questa complessità contraddittoria di posizioni, approcci, valutazioni, intenti, sentimenti che il quotidiano dalla testata rossa rese in tutti i principali snodi politici del biennio 1977-1979, come ad esempio sulla questione della violenza armata agita contro i fascisti, le forze dell’ordine, i giornalisti, gli esponenti delle istituzioni. Quando il 2 giugno Indro Montanelli, fondatore e direttore de «Il Giornale», fu «gambizzato» dalle Brigate Rosse, «Lotta continua» fu oggetto di diverse critiche perché i suoi articoli sorvolavano su «che razza di personaggio» fosse il giornalista: «rendere innocuo Montanelli» veniva considerato da un lettore «un desiderio buono e niente affatto provocatorio», a causa delle sue parole «di odio antipopolare, antioperaio, antidemocratico»[18]. Qualcosa sembrò invece incrinarsi nel rapporto con la violenza all’indomani delle morti torinesi di Roberto Crescenzio (3 ottobre 1977) e di Carlo Casalegno (29 novembre), in entrambi i casi dopo giorni di agonia. Nel primo caso, «Donatella» scrisse al giornale per capire «se è giusto reagire alla morte di un compagno» (il 30 settembre a Roma, un gruppo di fascisti aveva sparato contro il giovane di Lc Walter Rossi, uccidendolo) e «fino a che punto si può mettere in gioco la vita di altri esseri umani, senza porsi almeno il problema delle conseguenze». Roberto Crescenzio era un giovane di vent’anni presente per caso in un bar assaltato da un gruppo di antifascisti perché ritenuto ritrovo di esponenti dell’estrema destra torinese: «Che differenza c’è fra quel ragazzo e Walter? O forse la rabbia annulla il valore della vita? Io non posso accettare una rabbia senza umanità»[19]. Concetto ripetuto da una «una compagna del quartiere S. Paolo, una dei tanti “cani sciolti”» che aveva partecipato ai funerali di Walter Rossi. Per lei, che comunque ribadiva la giustezza della scelta antifascista militante alla quale contribuiva, Roberto Crescenzio «non aveva nessuna colpa. A prescindere da quello che può aver detto la Rai o la televisione per strumentalizzare questo fatto contro di noi, quel ragazzo è morto come è morto Walter Rossi» [20].

L’assassinio di Carlo Casalegno, all’epoca vicedirettore de «La Stampa», fu se possibile ancor più devastante, e il quotidiano non poteva non darne conto, visto che il figlio del giornalista, Andrea, era anche un militante di Lotta continua. Se ne forniranno qui solo brevi stralci. L’attentato avvenne il 16 novembre e tre giorni dopo sul giornale compare un’intervista di Gad Lerner ed Andrea Marcenaro ad Andrea Casalegno. Fra le varie, il figlio del giornalista piemontese disse: «A noi di Lc quel rapimento – Casalegno si riferiva al sequestro di Idalgo Macchiarini nel 1972 - non era dispia­ciuto perché, dicevamo, e forse era vero, un sacco di operai ne erano contenti. Però quel­lo era il primo passo nella logica che li ha portati a sparare in faccia a mio padre, senza neppure conoscerlo». Quella stessa notte, molte copie del giornale vennero bruciate davanti i cancelli di Mirafiori. Il dibattito che si scatenò internamente a quel che rimaneva dell’organizzazione fu lacerante, con buona pace di qualche lettore ingenuo che, come «Maurizio», vedeva nell’intervista uno strumento utile «in prospettiva a ricomporre in senso rivoluzionario le contraddizioni apertesi dopo Rimini in L. C.»[21], e il quotidiano, come sempre, ne diede conto con imparzialità. Ad esempio, nella stessa edizione del 25 novembre, con Casalegno ancora agonizzante, furono pubblicate due lettere sull’intervista ad Andrea. Da una parte chi pensava, come «Laura» di Roma, che prendere le distanze dalle posizioni delle B.R. non poteva «offrire spazi a piagnucolamenti ed a certe posizioni giustificative ed umanizzanti di una borghesia che si stringe attorno ad un suo degno rappresentante e lì celebra i suoi riti comunque ipocriti» [22]. Dall’altra chi, come «Magda» da Trento, che invece riteneva che quell’intervista andava fatta:


«Possibile che i sentimenti, importantissima parte di noi e del nostro essere, appena riescono ad emergere sono condannati ad essere soffocati, ci si sente in dovere di reprimerli, di rimuoverli. Possibile che non dobbiamo sapere cosa pensa un compagno che ha il padre ridotto in fin di vita dalle Brigate Rosse? […] Da tempo ormai come donne rivendichiamo l'esatto contrario di ciò [cioè la separazione fra sfera affettiva e sfera politica], perché noi donne non accettiamo questa scissione, perché noi ragioniamo e rivendichiamo di poter continuare a ragionare sempre mescolando “ragione” e “sentimenti”» [23].

Una convinzione, questa, comune a tantissimi suoi coetanei, come ancora Daniela Jacovucci e Gioacchino Lavanco che in una lettera del settembre 1977 scrivevano che essere comunisti significava anche un diverso modo di vivere e di stare insieme, di cambiare i propri rapporti affettivi e sentimentali [24].

Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro cambiarono e di molto l’immaginario dei giovani di un movimento sempre più accartocciato su sé stesso: «Paola» confessava che da quel 16 marzo 1978 viveva in un clima di terrore,


«lo confesso ho paura, paura di girare con Lotta Continua in mano, di fare commenti con la gente per le strade (forse perché, per vari motivi sono «isolata») ma sapendo di Fausto e Lorenzo [i due giovani milanesi uccisi il 18 marzo da un gruppo di neofascisti] ho avuto schifo di me, mi sono sentita complice del potere che t'ammazza i Lorusso, le Masi, i cinque proletari di Moro, le donne che muoiono d'aborto, gli omosessuali rinchiusi nei manicomi» [25].


Accanto alle corrispondenze legate alla riflessione e al dibattito politico, arrivò anche una gran mole di testimonianze, di chi partecipava alle manifestazioni (come quella imponente dei metalmeccanici, tenutasi il 2 dicembre 1977 [26]), agli scontri, spesso violentissimi, che quasi sempre ne conseguivano (come nel caso della manifestazione del 12 marzo 1977 [27]), ai grandi appuntamenti del movimento (come il Convegno di Bologna contro la repressione del 22-24 settembre 1977 [28]). Non mancavano le denunce anonime, quasi sempre individuali, raramente collettive, sulle condizioni di lavoro che venivano subite nei piccoli negozi o nelle botteghe.


Ma la vera cartina di tornasole sullo stato di crisi incipiente che stava colpendo quella generazione, oltre che le lettere sui grandi traumi della politica, della militanza, della violenza, che sommariamente sono state richiamate in precedenza, è rappresentata dalle corrispondenze che mettevano in risalto gli aspetti sempre taciuti negli ambienti collettivi: il dolore, la malattia, la solitudine, la morte, fenomeni spesso intrecciati fra loro in un complesso inestricabile di causa ed effetto. Si voleva essere felici, come ricordava «Michele» da Ivrea, si voleva comunicare con gli altri e «uscire dai confini del piccolo gruppo di compagni», ma di fronte «alle assemblee cariche di aggressività e diretti da vecchi e nuovi leader», ci si è ridotti a sentirsi «soli e sfiduciati» [29], quindi incapaci di cogliere il dramma dei compagni che muoiono da soli a casa o in qualche letto d’ospedale [30], dei suicidi dei militari di leva e delle ragazze vittime del disagio mentale o della tossicodipendenza e che, dopo una breve vita passata fra istituti e manicomi, decidevano di suicidarsi [31]. Un aspetto, quello dell’incipiente rinchiudersi dentro il proprio individuale, che pian piano stava prendendo il sopravvento su una dimensione collettiva che sembrava sempre più rituale, irreggimentata, formale e quindi superficiale, come indirettamente lamentava Giorgio Radaelli di Bologna: «Perché, a volte, ci vergogniamo delle nostre gioie, delle nostre tenerezze, della nostra insicurezza, e recitiamo invece la parte dei compagni “tutti di un pezzo” che non hanno un problema, un dolore, una difficoltà?» [32].


Non vanno sottovalutati quei contributi che permisero di cominciare a parlare apertamente di temi fino a quel momento ritenuti «scomodi» o quanto meno di difficile decifrazione negli ambienti dei vecchi gruppi extraparlamentari: l’omosessualità [33], la disabilità, il disagio mentale, la vivisezione e il rispetto dei diritti degli animali [34], la pornografia, ecc. Sul tema della disabilità, ad esempio, emblematica è una lettera pubblicata dal quotidiano il 18/03/1978 (quindi ben lontani, solo per fare un esempio, dalla legge 104 del 1992) ad opera di «Guido da Torino», che denunciava da una parte


«l'inadeguatezza (funzionale al sistema) delle strutture pubbliche, dall'altra l'impreparazione della gente. Vivendo un poco con gli handicappati, mi sono reso conto che essi molte volte vivono in un mondo diverso dal nostro, ma non per questo più brutto, ma che diventa tale nel momento in cui non li vogliamo nel nostro, li emarginiamo, non gli diamo gli strumenti per inserirsi» [35].


Toccante, invece, la lettera di «Laura» di Roma, giovane diciannovenne schizofrenica:


«Ho capito che quando non avevo questa cosa disprezzavo la mia vita, come senza dubbio molti di voi stanno facendo ora. Mi rendo conto che invece la vita era bellissima e vi prego capitelo quando si ha la capacità di provare tutte le sensazioni anche il dolore, la vita è bellissima. Dovete capirlo, voi che credete di stare male, che credete di essere soli non esiste niente di brutto se non l'annullamento (hanno rubato la mia vita) questa sensazione di morte, di non essere che mi fa sentire diversa da tutti quelli che mi stanno intorno, dal mondo dei normali, dei padroni del proprio corpo. Capitelo finché siete in tempo «l'essere» è meraviglioso, in tutte le sue forme. Ho paura di uscire di casa, ho paura di vedere il cielo non capisco più chi sono, se sono, è bruttissimo questo. Vi prego capite quello che ho voluto dirvi» [36].


Molto spesso chi scriveva comunicava attraverso poesia: si tratta di occasioni non rare. Diverse le poesie dedicate a Francesco Lorusso e a Giorgiana Masi [37], agli scontri di Bologna nel marzo del 1977 o agli indiani metropolitani [38], ma non mancavano componimenti su Francesco Cossiga, allora ministro dell’interno [39], sulla morte (scritti dagli e dalle adolescenti di una scuola media) e al contrario sui colori che testimoniano la vita, come la poesia di Nadia, una bambina di 9 anni che viveva in una borgata romana [40]. Testimoniano una significativa crescita dell’interesse per la poesia nel movimento, proprio nella «tristissima» primavera del 1977. Uno strumento, quello dello scrivere in versi, che per quei giovani diventava «modo di liberarsi e ricrearsi», «per creare, per immaginare», di «scoprire un linguaggio nuovo, un nuovo modo di comunicare con sé stessi e con gli altri» da contrapporre agli spesso freddi e incomprensibili articoli di fondo o volantini o documenti politici [41]. Diverse furono le lettere attraverso le quali chi scriveva manifestava i propri stati d’animo, maggiormente quelli di disagio, di sofferenza, legati non solo al declino e al riflusso dei movimenti, o agli episodi di violenza e alle morti di quei mesi, ma anche frutto di una condizione esistenziale, magari legata a uno stato di malattia. Analizzando questa tipologia di lettere è veramente molto difficile trovare una separazione netta fra il «personale» e il «politico». Come ad esempio nella lettera di «David (Dino)», che, prendendo spunto da un paginone dedicato all’assassinio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, polemizzava con l’autore perché in un’errata corrige aveva precisato che l’età di uno dei due ragazzi aveva la prima volta che aveva fatto l’amore era «ovviamente» 16 anni e non 26, come era stato precedentemente scritto:


«Che significa “ovviamente”, significa riproporre comportamenti di vita tipicamente borghesi, che non sei uomo fino a quando non hai «scopato», e che per far questo ti puoi ben rivolgere alle mestieranti? E che se non lo fai ti sorgono un sacco di complessi che cerchi di rimuovere quando stai tra compagni e quando (fino adesso ci sono riuscito una volta sola) ne discuti con loro; ma che ti si ripresentano ogni volta che esci dal nostro ambiente, ma se anche tra noi sono riproposti, penso davvero che sono ritardato. Vorrei dire infine altre due cose: fin da quando avevo 16 anni, avevo messo in discussione di mio ruolo di maschio in famiglia (sorvegliava mia sorella più piccola, non aiutarla nei lavori di casa perché da donna), dico questo perché non sono omosessuale e perché questo è avvenuto tre anni prima che prendersi coscienza politica e cominciassi la militanza nei gruppi. Secondo, rivolto alle compagne femministe, sarebbe più utile che la loro giusta aggressività sia meno rivolta ai compagni che sono a loro più stretto contatto, e che sono coloro che la maggior parte delle volte hanno messo in discussione il proprio ruolo e sono-siamo i più repressi» [42].


Conclusioni

Da questa breve disamina possiamo ricavarne che al declinare degli anni settanta del secolo scorso, attraverso la rubrica delle lettere, il quotidiano «Lotta Continua» svolse molteplici funzioni:

· costituì una tribuna «virtuale» nella quale continuare e/o stimolare il dibattito politico oltre le sedi «fisiche» del movimento, in assenza di esse o malgrado esse;

· fu una «lavagna» sulla quale ognuno aveva la possibilità di scrivere quello che pensava e (elemento di novità) provava;

· rappresentò uno strumento di denuncia e di controinformazione attraverso testimonianze dirette e di prima mano;

· creò un luogo di sensibilizzazione e di riflessione su tematiche che fino ad allora erano state taciute e/o trascurate dal giornale e soprattutto dal movimento;

· aprì un canale di comunicazione non solo politico, sociale, personale, financo «famigliare» e sentimentale;

· fu, infine, la cartina di tornasole di come un pezzo importante di una generazione, che sebbene in forma spesso irrazionale e disperata, generosamente si era messa in gioco alla ricerca di un futuro per sé stessa e per gli altri.

In tutti questi casi, è predominante, nello scrivere, un approccio che non si limita a comunicare dei giudizi, delle idee, delle testimonianze o delle proposte politiche, ma intreccia queste attività con la trasmissione dei propri sentimenti, stati d’animo, della propria condizione esistenziale, quasi sempre messa in relazione con gli altri (I compagni e le compagne, gli amici, la famiglia, i colleghi di lavoro, i compagni di scuola, i commilitoni, ecc.), non a caso – e spesso – con registri narrativi simili a quello poetico.


Note [1] Cfr., AA. VV., Care compagne, cari compagni, Edizioni Cooperativa giornalisti Lotta continua, Roma, 1978, pp. 56-57. [2] Ivi, p. 56. [3] Ivi, p. 57. [4] Cfr. G. De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano, 2009, p. 125. [5] Cfr. Atti del convegno regionale del 12 marzo '78 sul quotidiano Lc, in «Lotta Continua, Bollettino di Torino e Piemonte», ciclostilato inedito, aprile 1978, p. 2. [6] Cfr. G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit. p. 128. [7] Cfr. Si è aperto il seminario sul giornale, in «Lotta continua», 16-17/01/1977. [8] Cfr. Nessuna voglia di morire, ivi, 09/03/1977. [9] Cfr. AA. VV. Care compagne, cari compagni, Edizioni Cooperativa Giornalisti Lotta Continua, Roma, 1978, p. 5. [10] Cfr. Alla metà di marzo il nuovo Lotta Continua quotidiano, in «Lotta Continua», 27-28/02/1977 [11] Cfr. Lettere, ivi, 12 marzo 1977, p. 5. [12] Cfr. Ho voglia di capire la fase che attraversiamo, ho voglia di continuare ad essere donna, e Per un dibattito su come incidere, oltre che esprimerci, ivi. [13] Cfr. Fucile ad altezza di donna, e il Pci toglie il microfono, ivi. [14] Cfr. Giorgiana non era lì per caso, in AA. VV. Care compagne, cari compagni, cit., p. 85. [15] Cfr. Un tappeto di fiori e Ci tolgono la gioia, ci tolgono la vita, ivi, pp. 85-87. [16] Cfr. Oltre la logica del bisogno, ivi, pp. 87-88. [17] Cfr. Mi sentivo fuori posto, ivi, p. 88. [18] Cfr. Né zittire, né essere zittiti, ivi, pp. 121-122. [19] Cfr. Che valore ha la vita umana?, ivi, p. 230. [20] Cfr. Non mi tirerò più indietro, ivi, pp. 243-245. [21] Cfr. Veniamo da molto lontano, in «Lotta continua», 02 dicembre 1977, p. 5. [22] Cfr. Un pugno allo stomaco, ivi, 25 novembre 1977, p. 5. [23] Cfr. Quella intervista si doveva fare, ivi. [24] Cfr. Esiste un modo comunista di voler bene?, in AA. VV. Care compagne, cari compagni, cit., pp. 204-205. [25] Cfr. Vogliono rinchiuderci, in «Lotta Continua», 02 aprile 1978, p. 5. [26] Cfr. Purtroppo una scelta individuale, in AA. VV. Care compagne, cari compagni, cit., pp. 306-307. [27] Cfr. Dal pullman, Testimoni a Roma e “Ospiti” di una famiglia a Roma, ivi, pp. 18-20. [28] Cfr. A Bologna non abbiamo fatto i «bravi ragazzi», ivi, pp. 241-242. [29] Cfr. La voglia di essere felici, ivi, pp. 242-243. [30] Cfr. Per la morte di un compagno, ivi, pp. 148-149. [31] Cfr.: A proposito di un suicidio, ivi, pp. 183-184; Una persona scomoda, ivi, pp. 176-177; Forse questa lettera non serve a niente, ivi, pp. 192-193. [32] Cfr. Siamo anche tenerezza, ivi, pp. 317-318. [33] Cfr. Omosessualità e rivoluzione, ivi, p. 210. [34] Cfr. Sulla vivisezione, ivi, pp. 328-330. [35] Cfr. Un’esperienza tra gli handicappati, in «Lotta continua», 18 marzo 1978, p. 11. [36] Cfr. Paura del cielo, in «Lotta continua», 17 marzo 1978, p. 8. [37] Cfr.: Francesco non ci credo, in AA. VV. Care compagne, cari compagni, cit., p. 46; La tua morte sarà tempesta, ivi, p. 62; Giorgiana, ivi, p. 96; Per Francesco Lorusso, ivi, p. 103. [38] Cfr. Chopin sulle barricate, ivi, p. 157; Per un indiano metropolitano, ivi, p. 234. [39] Cfr.: Lettera al macellaio, ivi, p. 107; Il buon Cossiga, ivi, p. 129. [40] Cfr.: Contro la morte, ivi, pp. 139-141; I colori, ivi, p. 349. [41] Cfr. Poesie, tante poesie, ivi, pp. 131-132. [42] Cfr. Ovviamente…?, in «Lotta continua», 01 aprile 1978, p. 11.


Immagine da: Vivere insieme! (il libro delle comuni), Arcana, Roma 1974