Too Big to Fail

Appunti su intersezionalità e post-intersezionalità



Incisione rupestre della Valcamonica


In una nota a piè di pagina di Fighting Words: Black Women and the Search for Justice, Patricia Hill Collins (1998, p.264, n.16) riconosce che delle «teorie proto-intersezionali» erano state introdotte da scienziate sociali nere già prima della diffusione del termine negli anni Ottanta. Collins fa specifico riferimento ai lavori di Joyce Ladner (1971) e La Francis Rodgers-Rose (1980) che chiedevano una decolonizzazione delle assunzioni metodologiche bianche e mettevano in luce l’importanza dell’utilizzo di un’analisi politico-economica nelle descrizioni del genere e della sessualità nera. Tuttavia, Collins sostiene che fu il focus su genere e razza degli anni Sessanta e Settanta che generò queste ricerche, non accorgendosi dei riferimenti che i testi di Ladner e di Rodgers-Rose facevano al lavoro e ai metodi di W.E.B. DuBois e di altre figure della sociologia nera (di cui gran parte erano studenti e studentesse di DuBois) che provarono a dar vita ai «Black labor studies» (Wilson, 2006).

Nonostante autori come Ladner, Rodgers-Rose e King abbiano insistito sul fatto che le disuguaglianze di genere siano dinamiche, gli attuali teorici dell’intersezionalità considerano le asimmetrie sociali tra uomini neri e donne nere come fissate ontologicamente nel privilegio dell’uomo nero, tralasciando i molteplici casi in cui è sociologicamente dimostrato un vantaggio economico, politico ed educativo delle donne nere rispetto alla controparte maschile. L’attuale teoria intersezionale, piuttosto che porsi come analisi dell’articolazione empirica delle disparità tra popolazioni oppresse attraverso lo studio di varie matrici di oppressione e svantaggio, assegna uno svantaggio ontologico all’esistenza della donna nera nonostante decenni di evidenza mostrino come gli uomini neri soffrano di un più severo svantaggio economico-sistemico dovuto alla disoccupazione e all’incarcerazione (Stewart & Scott, 1978; Mincy, 2006; Alexander, 2010), e non condividano nessuna delle nozioni culturali di mascolinità e patriarcato delle loro controparti maschili bianche (Staples, 1978; Blee, 1995; Hunter & Davis, 1992, 1994). Nonostante una crescente evidenza mostri come le donne nere abbiano storicamente avuto un vantaggio rispetto agli uomini neri in termini di istruzione (McDaniel et al., 2011) e mobilità sociale (Kaba, 2005, 2008, 2011), gli uomini neri sono considerati come beneficiari del privilegio maschile. L’intersezionalità, dunque, è diventata non solo un apparato teorico che rappresenta «la donna nera», ma anche un dispositivo che postula un suo svantaggio a priori rispetto a qualsiasi altro soggetto razzializzato. Invece di essere un sistema di analisi attraverso cui comparare soggetti con un differente posizionamento in termini di razza, classe e genere, l’intersezionalità rimane votata all’uso predeterminato di un’oppressione categoriale che è assoluta: nera e donna.

Sirma Blige in un articolo del 2013, Intersectionality Undone: Saving Intersectionality from Feminist Intersectionality Studies, sostiene che un’analisi «centrata sul soggetto» non può che indebolire il potere esplicativo del metodo intersezionale.


«Inquadrando la vita sociale non come collettiva ma come l’interazione di singoli individui imprenditori sociali, il neoliberalismo nega le precondizioni da cui derivano le disuguaglianze strutturali; di conseguenza, si congratula con se stesso per aver smantellato le politiche e screditato i movimenti che si occupano di strutture di ingiustizia. Pertanto, le ipotesi neoliberali creano le condizioni per diluire, disciplinare e disarticolare le concezioni fondanti dell’intersezionalità – come lente analitica e strumento politico per promuovere un’agenda radicale per la giustizia sociale» (p. 407).


Il lavoro di Blige riconosce la distanza dell’attuale nozione di intersezionalità rispetto alle sue teorizzazioni originarie. Al pari della svolta post-strutturalista che la precede, l’analisi intersezionale centrata sul soggetto ignora la materialità effettiva per ontologizzare uno svantaggio storico a dispetto di qualsiasi fatto contrario e rende l’indagine empirica irrilevante per la definitiva e predeterminata conclusione dell’analisi. Questa fissazione della conoscenza e della conclusione è d’altronde presa come una verità assoluta, e incentiva le comunità accademiche a guardare gli individui che rivendicano un’identità intersezionale come esperti, non per la conoscenza dei fatti sociali che circondano la loro esistenza, ma a causa della loro stessa fisicità. «L’intersezionalità, originariamente orientata a una politica radicale di giustizia sociale e a produrre sapere trasformativo e contro-egemonico, è stata mercificata e colonizzata dai regimi neoliberali. Un’intersezionalità depoliticizzata è particolarmente utile a un neoliberalismo che ridefinisce tutti i valori come valori di mercato: le politiche radicali basate sull’identità sono spesso trasformate in strumenti di una diversità aziendalizzata, sfruttati dai gruppi dominanti per ottenere vari obiettivi ideologici e istituzionali» (p. 407-408). Sotto il regime neoliberale dell’accademia e della reificazione ideologica che si accompagna alla disciplinarizzazione, l’intersezionalità è diventata rappresentativa piuttosto che analitica. Rappresenta uno specifico corpo, piuttosto che la relazione che i corpi razzializzati hanno con i vari sistemi di società storicamente stratificate.

È ampiamente riconosciuto che l’intersezionalità è stata introdotta da Kimberle Crenshaw (1989) nel saggio Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Anti-Discrimination Doctrine, Feminist Theory, and Anti-Racist Politics. Crenshaw, che si occupa in particolare dell’esperienza di discriminazione vissuta dalle donne nere, sostiene che: «Le donne nere alle volte fanno esperienza di discriminazione in modalità simili alle esperienze delle donne bianche; alle volte condividono esperienze molto simili a quelle degli uomini neri. Tuttavia spesso fanno esperienza di una doppia-discriminazione, l’effetto combinato di pratiche che discriminano sulla base della razza e sulla base del sesso. E alle volte, fanno esperienza di discriminazione come donne nere, non una somma delle discriminazioni di sesso e razza, ma in quanto donne nere» (1989, p.149). Nel comprendere l’oppressione come particolare o attiva solo per gli individui scelti come soggetto implicito dall’intersezionalità, uno dei problemi è che così ci si concentra su delle categorie demografiche (razza e genere) senza nessuna attenzione ai più ampi processi che operano per definire l’articolazione specifica di razza e genere in un dato contesto/società. Per esempio, diciamo che siamo interessati a studiare la donna nera, ma di quale donna nera stiamo parlando? Dell’ampia classe di donne nere mobili socialmente, altamente istruite, che studi empirici come quello di Penner e Saperstein Engendering Racial Perceptions (2013) sostengono siano diventate note come «la donna istruita», o stiamo parlando delle donne nere, impoverite e socialmente marginalizzate? L’intersezionalità, o piuttosto quell’idea di intersezionalità che suggerisce che le donne nere, e solo le donne nere hanno un rapporto causale unico con l’oppressione, riposa su un disvelamento di una conoscenza rivelatrice offerta al mondo dall’oracolo donna nera, e non su ricerche che possono essere socialmente messe alla prova e dibattute. L’intersezionalità dichiara a priori che sono solo le donne nere che hanno questa relazione speciale e che possono verificare o rivelare queste realtà. In termini più pratici, l’intersezionalità come strumento politico sostiene che nonostante le realtà empiriche e le diverse asimmetrie della vita sociale in cui le donne nere possono e hanno alcuni vantaggi sugli uomini neri, questi vantaggi materiali-demografici sono irrilevanti quando si considera l’«oppressione speciale», vissuta dalle donne nere. Siccome non possiamo verificare la verità di queste rivendicazioni, siamo legati da una moralità disciplinare a credere, e non mettere in dubbio, la relazione causale che solo le donne nere hanno con il mondo.

Questo paradigma insiste sul fatto che la politica dell’identità, il parlare di «questa» oppressione, è sinonimo della verifica di detta oppressione, e inoltre che «questa» oppressione è di maggior gravità e severità perché è specifica per la donna nera, e quindi supera le oppressioni empiriche e materiali osservate. In breve, per così dire, l’intersezionalità aumenta il carico; sottintendendo che a causa di «questa» massima oppressione «intersezionale» di cui solo le donne nere fanno esperienza, tutti gli altri corpi di razza/classe/genere hanno in definitiva un vantaggio o un privilegio rispetto a loro. Questo era precisamente il pericolo che Peter Kwan (1997) sottolineava in Jeffrey Dahmer and the Cosynthesis of Categories:


« [...] gli studiosi che hanno scritto di intersezionalità hanno risposto alla marginalizzazione creando nuove categorie marginali che, per la loro stessa natura, incoraggiano a loro volta l’idea di un’egemonia categoriale… soffermandosi, per esempio, sulla particolarità dell’esperienza delle donne nere, l’intersezionalità rischia di spingere ai margini questioni di classe, religione e disabilità, così come questioni di orientamento sessuale. Quindi, senza una teoria più attenta a come «fattorizzare» tali questioni, come prevedeva Crenshaw, l’intersezionalità rischia di perpetuare gli stessi pericoli da cui ha messo in guardia riguardo al dominio maschile nei discorsi razziali, e la supremazia bianca nei discorsi femministi» (1276).


L’intersezionalità rimane ampiamente indifferente alle critiche sull’applicabilità e la solidità metodologica. A differenza di altre teorie che rispondono con una difesa della posizione originale, Crenshaw non ha mai risposto ai teorici della multidimensionalità o della cosintesi (post-intersezionalità). Disinteressati a diversificare i loro soggetti di interesse primario (donne nere), i teorici dell’intersezionalità hanno elaborato riflessioni apologetiche rivendicando come l’intersezione di razza, genere, e classe fosse la massima oppressione, e come tale il soggetto per eccellenza in ogni diagnosi di oppressione. Gli intersezionalisti, concentrandosi materialmente su un soggetto, sono stati capaci di suggerire che le esperienze di altri gruppi potevano essere studiati come analoghi, più privilegiati, di quelle della donna nera e rendendo la loro indagine la massima causa morale/politica, hanno semplicemente assimilato metodi e critiche di altri ricercatori come fossero propri. Poiché l’intersezionalità non fu mai elaborata come una teoria completa dalla sua teorica originale, non vi era alcun metodo articolato per applicarla ad altri corpi al di là di quello della donna nera. Pertanto, perorare lo studio della «donna nera», mettere la sua esperienza al centro di ogni conversazione su razza o genere è diventata una valorizzata dichiarazione ideologica in cui il semplice pronunciare le parole razza, classe, e genere indica il progressismo e la correttezza di chi parla. L’intersezionalità è diventata una posizione in sé politicamente corretta e ogni critica viene respinta come immorale. Ciò ha permesso ai suoi teorici di cooptare i lavori di altri studiosi sotto la loro agenda. Athena Mutua lo riconosce in Multidimensionality is to Masculinities what Intersectionality is to Feminism dicendo che «attraverso una moltitudine di studiosi che spiegano, interpretano e usano l’intersezionalità, la teoria è stata ampliata, trasformando in sue mere estensioni e elaborazioni molte delle critiche a una teoria che Crenshaw stessa inizialmente considerava transitoria» (2013, p.355).

La metodologia non è stata la sola preoccupazione dei teorici postintersezionalisti, a essere problematizzata è stata anche la descrizione dell’uomo nero come soggetto privilegiato. Approfondendo le sue critiche all’intersezionalità, Mutua insiste sul fatto che le intuizioni di Darren Hutchinson (2001) in Identity Crisis: Intersectionality, Multidimensionality, and the Development of an Adequate Theory of Subordination non sono state pienamente apprezzate. Hutchinson (2001, p.312) ha sostenuto che «la multidimensionalità complica le stesse nozioni di privilegio e subordinazione» in gran parte ritenute classiche dall’intersezionalità. Ha affermato che l’identità dell’uomo nero è molto più complessa e sfumata di come ce la presenta l’intersezionalità, data la storia di omicidi, violenza sessuale, e incarcerazione specificamente legata alla mascolinità nera». Concentrandosi sull’intersezione tra categorie di «privilegio» e di «subordinazione», Hutchinson ha mostrato «gli stereotipi eterosessuali che danno forma al “razzismo sessualizzato” sofferto da tutte le persone di colore. Il linciaggio, per esempio, è stato frequentemente “giustificato” attraverso una retorica razzista, sessualizzata, che costruiva gli uomini neri come minacce eterosessuali per le donne bianche. Pertanto, lo status di eterosessuale, solitamente considerata una categoria privilegiata, è servito come fonte di subordinazione razziale. Questa storia complica l’apparente stabilità delle categorie di privilegio e di subordinazione; i significati di tali categorie identitarie sono, invece, contestuali e mutevoli» (p. 312). Il lavoro di Hutchinson è stato significativo ma ignorato proprio perché la sua analisi storica delle categorie assegnate alla sessualità dell’uomo nero rifiutava la nozione di privilegio di genere che era un fondamento dell’intersezionalità. Come scrive lui stesso: «L’intersezionalità [...] tipicamente considera le donne di colore subordinate rispetto agli uomini di colore e alle donne bianche. L’inclusione delle gerarchie della sessualità in un’analisi multidimensionale destabilizza questo framework» (ibid.). Per molti intersezionalisti gli uomini neri sono strutturalmente avvantaggiati dal loro genere, ma svantaggiati a causa della loro razza. In seguito al lavoro di Hutchinson di oltre un decennio fa, Mutua sostiene che l’asserzione categorica di un vantaggio dell’uomo nero sulla donna nera resa necessaria dal sistema di Crenshaw è anti-empirica e inaccurata quando messa alla prova dello studio empirico.


«Quando l’intersezionalità è stata applicata agli uomini neri, è stata inizialmente interpretata per suggerire che «gli uomini neri erano privilegiati dal genere e subordinati dalla razza»; sarebbe a dire, gli uomini neri sedevano all’intersezione del sistema subordinato e oppressivo della razza (nero) e del sistema privilegiato del genere (uomini). Intuitivamente questa nozione sembrava corretta. Sembrava inoltre sostenere la pratica sociale e accademica dominante di esaminare le condizioni di oppressione vissute dagli uomini neri da una prospettiva razziale. Tuttavia, l’interpretazione degli uomini neri come privilegiati dal genere e oppressi dalla razza è apparsa scorretta nelle nostre osservazioni sul racial profiling… mentre questa interpretazione dell’intersezionalità sembrava cogliere qualcosa dei differenziali tra donne e uomini nella comunità nera, così come, ad esempio, nei differenziali salariali, non coglieva il trattamento più duro a cui gli uomini neri sembravano doversi confrontare, non solo nel contesto dell’anonimo spazio pubblico che spesso caratterizzava il racial profiling, ma anche nei più alti tassi di iper-incarcerazione, morte per omicidio e per certe patologie, tassi di suicidio, e una più alta disoccupazione se comparata con le donne nere.» (2013, p.344-345).


Anche in questo caso abbiamo il problema della verifica e della razionalizzazione del vantaggio dell’uomo nero in opposizione allo svantaggio a priori della donna nera. L’intersezionalità e la critica multidimensionale/post-intersezionale delle sue posizioni sono radicate nell’accuratezza di questo riduzionismo categorico di tutta la realtà sociale alla relazione causale di oppressione che si afferma abbia origine solo nel soggetto donna nera.

Nonostante la proliferazione, negli anni Ottanta e Novanta, delle categorie di genere, razza e classe pretendesse di essere rappresentata attraverso il discorso intersezionale, la posizione sociale, economica e politica dei neri è cambiata poco a causa delle sempre presenti condizioni di razzismo. Sebbene sia impossibile negare un’elevazione economica di un piccolo segmento di neri nei ranghi della classe media a partire dalla nascita dell’intersezionalità, la rivelazione della costruzione sociale/contingente di razza e genere ha fatto molto poco per affrontare la posizione codificata della Blackness all’interno dell’economia politica dell’Impero americano. Una tale realtà dimostra, contrariamente agli impulsi iniziali dei teorici dell’intersezionalità, che nonostante la moltiplicazione delle categorie per descrivere un soggetto reale, o una popolazione, queste entità rimangono empiricamente immuni alla complessità del linguaggio utilizzato nel descriverle e continuano a subire gli effetti primari della loro condizione sociale. Infine, l’intersezionalità richiede una fisiognomica kantiana per spiegare la storia, gli obiettivi, e il carattere dei soggetti posti in opposizione alla donna nera. Questa logica, che si concentra esclusivamente sul corpo del soggetto «osservato» è radicata nella sovra-rappresentazione del corpo nell’immaginario Occidentale. Il corpo Nero (maschio) è sovradeterminato dalla storia in modo tale che i problemi sociologici e contingenti della sua vita sociale diventano problemi metafisici e quindi ontologici dell’esistenza dell’uomo nero. Come ha spiegato Oyeronke Oyewumi (1997) nel suo testo spartiacque The Invention of Woman, «il determinismo biologico della gran parte del pensiero Occidentale deriva dall’applicazione di spiegazioni biologiche per rendere conto delle gerarchie sociali. Questo ha a sua volta portato alla costruzione del mondo sociale con dei mattoni biologici. Pertanto il sociale e il biologico sono strettamente intrecciati. Questa visione del mondo si manifesta nei discorsi maschili dominanti, discorsi in cui le differenze biologiche femminili sono usate per spiegare gli svantaggi sociopolitici femminili» (p.35). Poiché il corpo è visto attraverso la sua «differenza sessuale» e questa differenza è predeterminata per indicare la posizione sociale, la biologia sessuale del soggetto è sempre presente; «la concezione della biologia come se fosse ovunque rende possibile un suo utilizzo in ogni ambito, sia nel caso sia direttamente implicata sia che non lo sia» (ibid.). Questa concettualizzazione biocentrica del genere fondata sull’uomo Occidentale è immune alla frammentazione della sua sostanza prodotta dalla razza o dalla classe. L’intersezionalità riproduce il determinismo Occidentale dei corpi «alterizzati». Sceglie semplicemente di specificare che all’interno della categoria della Blackness, tutti gli uomini neri, come le loro controparti bianche, sono predestinati a essere avvantaggiati a causa del loro sesso biologico (maschio) rispetto alle donne nere. L’intuitività della conclusione, la sua riproduzione dell’opposizione ontologica tra uomo e donna trovata solo in Occidente, suggerisce che le basi analitiche di questo metodo richiedono una maggiore attenzione.

Questo testo è un estratto da: Studies Under Intersectional Axioms, in ed. Michael Tillotson, Emerging Voices of Africana: Disciplinary Resonances, Third World-Red Sea Press, Forthcoming.

Traduzione di Andrea Caroselli.

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