Sul modo di produzione eterosessuale

Intervista a Federico Zappino


Corrado Costa, Come!... e come ci fa piacere!, da La sadisfazione letteraria, 1976


In questa intervista a cura di Lorenzo Petrachi, realizzata tra settembre 2019 e febbraio 2020, Federico Zappino prende in considerazione alcune delle critiche mosse a Comunismo queer e al discorso sul modo di produzione eterosessuale.


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Lorenzo Petrachi: Vorrei partire dalla tesi portante del tuo libro Comunismo queer. Note per una sovversione dell’eterosessualità (2019). Influenzato dall’approccio lesbico-materialista alle categorie di sesso di Monique Wittig, dalla teoria della performatività del genere di Judith Butler e dalle idee rivoluzionarie di Mario Mieli, nella tua opera coniughi le prospettive lesbo-femministe, materialiste, queer e marxiste al fine di gettare le basi per una teoria del «modo di produzione eterosessuale». Lungi dal poterla ridurre al solo orientamento o alla sola pratica sessuale, l’eterosessualità costituisce per te la razionalità che anima la trasformazione dei corpi sessuati nei due generi binari e complementari e che, di conseguenza, anima la produzione dei soggetti e delle relazioni sociali. Questo modo di produzione non è improntato all’uguaglianza, bensì alla gerarchia che informa la relazione uomo/donna: questa gerarchia sortisce i suoi effetti non solo sullo specifico rapporto di genere, ma sui più vasti rapporti sociali. Da ciò, nella tua analisi, dipenderebbe l’indistinguibilità tra il modo di produzione eterosessuale, la violenza e la disuguaglianza di genere, e la più ampia e articolata disuguaglianza sociale. «Il modo di produzione eterosessuale del genere e del rapporto sociale tra i generi», scrivi a più riprese, «è ciò che al capitalismo offre le necessarie risorse culturali e materiali per affermarsi e riprodursi» [1]. Ciò comporta una rielaborazione considerevole, e originale, della stessa nozione marxiana di «modo di produzione», la quale mi sembra possa acquisire senso solo a partire da un ripensamento – oggi più che mai urgente – dell’articolazione fra politiche queer e anticapitalismo. In secondo luogo, comporta il riconoscimento del fatto che il modo di produzione eterosessuale precede storicamente e logicamente il modo di produzione capitalistico: in quanto modo di produzione dei generi, infatti, l’eterosessualità costituisce «il modo di produzione delle risorse simboliche, materiali, soggettive e relazionali da cui il capitalismo necessariamente attinge per dispiegare il proprio dominio e per realizzare la società diseguale che è sotto gli occhi di tutti» [2].


Federico Zappino: La mia idea è che se un senso può avere una politica queer oggi, nel contesto delle necessarie lotte anticapitalistiche, questa deve farsi fautrice del ribaltamento della concezione dominante del rapporto tra il modo di produzione capitalistico e la questione della produzione del soggetto e della relazione sociale, che è notoriamente dirimente per le lotte di genere e sessuali. Non ci si può limitare ad auspicare che le minoranze abbraccino un anticapitalismo che resta piuttosto strafottente nei riguardi della loro oppressione, salvo poi deplorarle nei troppi casi in cui non lo fanno, liquidando le loro lotte come «liberali» o «borghesi». Con questo non intendo dire che le lotte condotte dalle minoranze di genere e sessuali, molto spesso, non siano nient’altro che questo: al contrario, insistere sulla questione del modo di produzione eterosessuale ha per me una precisa funzione non solo per la teoria politica marxista e per i movimenti anticapitalisti, ma anche, o soprattutto, per i movimenti che lottano per una qualche idea di trasformazione delle relazioni di genere e sessuali. Dalla mia prospettiva, infatti, anche loro rischiano di preservare la posizione strutturale del modo di produzione eterosessuale: se i movimenti anticapitalisti lo fanno auspicando un superamento del capitalismo improntato a una concezione delle classi e del rapporto tra struttura e sovrastruttura che declassa a questioni «sovrastrutturali» le gerarchie e le disuguaglianze ingenerate dal modo di produzione eterosessuale (intese come contrapposte in senso deteriore a quelle «strutturali»), i movimenti per la trasformazione delle relazioni di genere e sessuali lo fanno invece improntando la propria lotta a una razionalità più o meno esplicitamente liberale, al suo lessico politico e al suo corredo di correttivi formali – uguaglianza formale, leggi antidiscriminatorie, riconoscimento – contribuendo più o meno inconsapevolmente a occultare la matrice dell’oppressione di genere e sessuale – letteralmente il modo di produzione eterosessuale. Di questo secondo aspetto è senza dubbio corresponsabile la razionalità neoliberista, che si è affermata proprio squalificando come «ideologie», in senso peggiorativo, le teorie radicali gay, lesbiche e femministe, e facendo interamente coincidere la pensabilità delle questioni di genere e sessuali solo nei termini della rivendicazione di diritti civili e politici all’interno di una società che deve però restare imperniata sul modo di produzione eterosessuale, anziché in quelli della trasformazione delle relazioni intersoggettive e dei rapporti di produzione.


Detto questo, il mio intento non è solo di contribuire a una maggiore e più precisa interconnessione tra la lotta anticapitalista e quella per la trasformazione delle relazioni di genere e sessuali, ma di inquadrare entrambe queste lotte, dal punto di vista teorico, in una prospettiva materialista che assuma la posizione strutturale del modo di produzione eterosessuale: se il modo di produzione eterosessuale è ciò che offre al capitalismo le risorse umane e simboliche per affermarsi storicamente e continuare a riprodursi, allora la sua sovversione costituisce uno dei requisiti per la sovversione del modo di produzione capitalistico stesso. E se insisto su questo punto non è per sperare di vincere una disputa con i marxisti, né per una smania fine a se stessa di stabilire una gerarchia tra ciò che viene prima e ciò che viene dopo: lo faccio per ricordare nel modo più sincero che il capitalismo non costituisce l’inizio e la fine di ogni oppressione o diseguaglianza, e che il suo ipotetico superamento, pertanto, non le eliminerebbe automaticamente tutte. Quelle che Marx, eloquentemente, definiva «asincronie del capitalismo» resterebbero perfettamente in piedi. Pertanto, nel considerare il modo di produzione eterosessuale come logicamente e storicamente anteriore a quello capitalistico intendo dire che il primo sarebbe tranquillamente destinato a sopravvivere al secondo, nel caso in cui il superamento del capitalismo non fosse preceduto da una sovversione del modo di produzione eterosessuale, col bel risultato di trovarci in una società forse non più permeata da processi di soggettivazione e da rapporti sociali e di produzione capitalistici, ma perfettamente sorretta da processi di soggettivazione e da rapporti sociali e di produzione eterosessuali: l’assegnazione del genere, il binarismo di genere e sessuale, le disuguaglianze e le violenze di genere e sessuali, le forme di sfruttamento e di esclusione sociale che si dipanano lungo il genere e la sessualità, che non vengono nemmeno percepite come tali, la partizione tra lavoro «produttivo» e lavoro «riproduttivo» o la persistenza di differenziali di potere che strutturano le possibilità (o le impossibilità) di relazione dei corpi tra loro – ebbene, tutto ciò non necessita affatto del capitalismo per continuare a restare tale e quale. Su questo, resta a mio avviso bruciante e attuale il monito di Monique Wittig: «Se una qualche trasformazione di ordine economico ha avuto luogo (la fine della proprietà privata, la costituzione dello stato socialista), ma non è stata accompagnata da alcuna rivoluzione sociale, è perché le persone sono rimaste tali e quali» [3]. E il fatto che la trasformazione dei due distinti modi di produzione non possa avvenire seguendo le stesse modalità o sulla base di medesime temporalità, non esclude in ogni caso che se vogliamo lottare efficacemente contro il capitalismo – da cui dipende l’oppressione, la diseguaglianza e la violenza attualmente esperita dal maggior numero di persone al mondo – dobbiamo farci carico delle singole modalità che lo sfruttamento o l’esclusione assumono, perché ciascuna di quelle modalità riferisce di una specifica matrice di oppressione che concorre nella definizione di ciò che, in termini generici, definiamo poi «sfruttamento», «esclusione» e, innanzitutto, «capitalismo».

Come minoranze di genere e sessuali dovremmo far diventare senso comune tra le file dell’anticapitalismo che il modo di produzione eterosessuale del soggetto e della relazione sociale è la condizione di possibilità del capitalismo. Dovremmo dire che gli uomini e le donne, le loro attitudini, le loro propensioni, le loro inclinazioni, sono il frutto del modo di produzione eterosessuale, e che questo modo di produzione è interamente sociale: noi stessi/e, che siamo il suo prodotto, siamo anche obbligati/e a riprodurre eterosessualità se vogliamo ambire a una qualche forma di intelligibilità e riconoscibilità. Ed essere intelligibili e riconoscibili è il prerequisito per poter prendere parte al rapporto sociale capitalistico, cioè per essere messi a valore e al lavoro da parte del capitale, in modalità tuttavia differenti proprio a seconda della differente posizione di genere che, in quanto prodotti «eterosessualizzati», occupiamo nell’ordine sociale. Non possiamo prescindere da questo per la comprensione del capitalismo, anche nelle sue forme più aggiornate, che apparentemente sembrano remare contro questa acquisizione.


Da ciò discende che, come minoranze di genere e sessuali, dovremmo favorire le condizioni perché possano emergere figure politiche in grado di tradurre tali acquisizioni in una visione politica trasformatrice, anziché accontentarci sempre del fatto che il buon maschio, bianco ed eterosessuale di turno – da Corbyn a Sanders – includa nel suo discorso e nel suo programma qualcosa di queer. Ribaltiamo l’ordine del discorso. Non dobbiamo dimostrare a nessuno il nostro anticapitalismo: la queerness non è una questione di gusti ma è una questione politica, è una visione del mondo, è un modo di stare al mondo, ed è già anticapitalista, in quanto la disuguaglianza e la violenza che subiamo non la ascriviamo genericamente alla persistenza di vaghi pregiudizi, stereotipi o fobie, bensì a uno specifico modo di produzione del soggetto e della relazione. Se non ci adoperiamo per far diventare questo discorso senso comune, lo facciamo solo a nostro rischio e pericolo: la maggior parte delle persone queer continuerà infatti a sentirsi enormemente attratta dal capitalismo, scambiando per «libertà» o per «emancipazione» i profitti che esso fa sulla loro stessa oppressione. Tutto ciò consegna il movimento alla frammentazione, minando i presupposti per una lotta comune. Ma produce anche l’idea sbagliata secondo cui «non abbiamo bisogno di rovesciare il capitalismo», come sostiene Nancy Fraser, per porre comunque rimedio ai problemi che gravano su di noi, in quanto minoranze di genere e sessuali [4]. Il punto è che se noi pensiamo che tali problemi si esauriscano interamente in questioni morali, di «mancato riconoscimento», manchiamo completamente di cogliere quanto modo di produzione eterosessuale confluisce nel modo di produzione capitalistico, limitandoci a concepire la nostra lotta come connessa a una trasformazione delle relazioni di riconoscimento, anziché delle relazioni di produzione, sfruttamento, segregazione occupazionale, distribuzione e redistribuzione.


L. P.: Scrivi: «Non dobbiamo demandare al proletariato che vincerà la lotta di classe la successiva abolizione del modo di produzione eterosessuale. Noi dobbiamo piuttosto fare in modo che la nostra vittoria, in quanto proletariato, promani essa stessa dalla sovversione dell’eterosessualità» [5]. L’idea dell’eterosessualità come modo di produzione, in sostanza, conduce a ripensare direttamente il rapporto tra lotta di classe e lotte di genere e sessuali. Lungi dal vederla come una questione «sovrastrutturale», tu collochi infatti il modo di produzione eterosessuale proprio nella «struttura» marxianamente intesa.


F. Z.: Dovrebbe indurci a sospettare il fatto che quando si parla di oppressione e di violenza di genere e sessuale non si pensa mai all’oppressione e alla violenza economica, ma le si tratta come due cose distinte: si pensa all’insulto, alla minaccia, alla discriminazione, all’abiezione, alla violenza fisica e sessuale – che certo non può essere intesa come scissa dalla dimensione materiale. Si pensa a problemi di «mancato riconoscimento», per usare la definizione di Fraser. Ma come mai non si pensa alla disoccupazione, alla povertà, allo sfruttamento, alla segregazione occupazionale, alla difficoltà di accedere a beni e servizi? Com’è accaduto che l’oppressione di genere e sessuale abbia finito per coincidere nell’immaginario con il «meramente culturale»? Se concordiamo attorno al fatto che il modo di produzione capitalistico deriva le proprie risorse umane, simboliche e relazionali dal modo di produzione eterosessuale, dovremmo anche concordare che è a partire dalle singole, specifiche, condizioni di vulnerabilità e oppressione che il capitalismo deriva e modella le diverse forme di sfruttamento o di esclusione. Sono estremamente convinto di questo.

Come si può negare, d’altronde, che forme di specifica segregazione occupazionale continuino a strutturare il mercato del lavoro remunerato e non? Ci sembra un caso che tutte le sex worker sui viali delle città siano donne, cis o trans, o comunque soggetti femminilizzati? Ci sembra un caso che la stragrande maggioranza dei lavori domestici, assistenziali e di cura sia svolto dalle donne, spesso povere o migranti? Ci sembra un caso che troppe persone trans vivono al di fuori dei circuiti dell’economia formale, spesso al limite dell’indigenza, o che la stragrande maggioranza dei commessi nelle catene dell’abbigliamento a costo medio-basso, in regime di sfruttamento intensivo, siano gay (e che il loro numero non eguagli affatto quello dei gay medici, giudici, docenti universitari, rettori, dirigenti ecc.)? Se non colleghiamo queste posizioni sociali al modo di produzione eterosessuale e alle sue gerarchie, sì, ci sembra sicuramente un caso, e ci viene facile concludere che il problema è il capitalismo genericamente inteso, come se questo «producesse» ogni forma di oppressione che il suo superamento eliminerebbe automaticamente nel loro insieme. Ma saremmo fuori strada anche se pensassimo che tutti questi fenomeni dipendano esclusivamente dalla persistenza di pregiudizi culturali e stereotipi, anziché dal perfetto funzionamento del modo di produzione eterosessuale.


L. P.: È di certo una novità, per la teoria queer, il ricorso al «modo di produzione». Cosa ti ha affascinato di questo concetto che, tra tutti quelli dello strumentario marxiano, è il meno usato?


F. Z.: Per Marx la storia è una storia di lotta di classe, come sappiamo, ma è anche una storia di modi di produzione, al punto che i tanti cambi di paradigma, nella storia della lotta di classe, si hanno sempre quando cambia proprio il modo di produzione. Credo che Marx debba questo concetto alla sua formazione eminentemente filosofica, più che a quella strettamente economica, e in effetti è un concetto filosoficamente molto interessante. Quando Marx parla di «modo di produzione« pensa al criterio che presiede all’insieme delle relazioni sociali produttive e all’organizzazione dei mezzi di produzione – «produzione» che, per Marx, coincide con la trasformazione della materia in un bene, e che consta di un processo circolare che può sia, semplicemente, riprodurre se stesso, sia tendere alla formazione di plusvalore. Il modo di produzione è dunque il «criterio» interamente sociale – che Marx intende come contrapposto all’«essenza» – per mezzo del quale la materia viene trasformata in un bene, acquisendo valore. Se c’è un modo a informare questa produzione, in altre parole, ciò significa che in questo processo di trasformazione della materia è indiscutibilmente all’opera un determinato criterio che promana dal modo in cui sono organizzate le relazioni sociali, ed è volto a riprodurle. Chiaramente, Marx non contemplava i corpi tra le materie suscettibili di trasformazione in beni, o non in questi termini. Ma come accade che i corpi, nella loro indiscutibile materialità, diventano significanti culturali? È qui che, per me, entra in gioco l’eterosessualità.

La mia tesi, infatti, è che l’eterosessualità costituisca un modo di produzione esattamente come lo intendeva Marx, ma con la differenza che non riguarda merci o servizi, ma persone e rapporti sociali. La materia che subisce un processo di trasformazione e di valorizzazione non è che la nostra materia corporea: ciò avviene dal momento in cui nasciamo, e in realtà da prima che nasciamo, dato che il modo di produzione eterosessuale non viene deciso di volta in volta, a ogni nuova nascita, ma esattamente come quello capitalistico è già lì prima che ogni nuovo corpo faccia il proprio arrivo nel mondo. L’eterosessualità è il modo, o la razionalità, che presiede alla trasformazione dei corpi in generi (in uno dei due, o uomo o donna) e alla produzione della materia che siamo, in un bene. Ed esattamente come la produzione in Marx, anche la produzione eterosessuale opera per me su due fronti: da un lato, serve in modo indipendente a riprodurre se stessa, e dunque a conservare l’ordine dei generi; dall’altro, è funzionale alla creazione del plusvalore. L’altra mia tesi è che sia insita in questo modo di produzione la produzione della diseguaglianza sociale. La produzione degli uomini e delle donne in quanto tali si dà infatti in modi che sono indistinguibili dalla diseguaglianza e dalla gerarchia. Il prodotto dell’eterosessualità, in altre parole, è una relazione sociale obbligatoria e gerarchica. Ciò accade semplicemente perché il modo di produzione eterosessuale, per poter operare e riprodursi, si fonda sulla trasfigurazione di differenze anatomiche ben determinate in principi di classificazione e gerarchizzazione sociale.


L. P.: Fra i critici della razionalità neoliberista c’è però chi sostiene, come Christian Laval e Pierre Dardot, che ci troviamo davanti a «un’unificazione senza precedenti delle forme plurali della soggettività» nella forma dell’impresa, un’omogeneizzazione del soggetto che lo rende un «burattino instabile» alle prese con la strumentalizzazione di ogni elemento simbolico della vita sociale da parte della logica economica capitalista [6]. In altre parole, per Dardot e Laval ci sarebbe un modo di produzione del soggetto privilegiato rispetto a cui gli altri non sono che funzionali o, peggio ancora, residuali. Al contrario, la tua tesi mette in discussione la prospettiva della semplice funzionalità dell’eterosessualità alla fabbrica del soggetto neoliberale o addirittura della sua residualità. Due chiavi di lettura, queste ultime, che mi sembrano non poco pericolose. Come possiamo pensare dunque la pluralità – non certo infinita, ma difficilmente riducibile alla produzione dell’«uomo impresa» – di ciò che produce il soggetto?


F. Z.: Se pensatori come Dardot e Laval possono sostenere l’esclusività del modo di produzione capitalista e neoliberista del soggetto e poi, però, parlare di «uomo impresa» senza avvedersi della contraddizione in atto, significa che relegano al rango di inezia il fatto che «l’uomo» sia già stato prodotto (ammesso che considerino «l’uomo» un prodotto, e non un’«essenza»…), pronto per diventare un’impresa. Ma per una politica queer anticapitalista ciò non può essere secondario: al contrario, la questione è tutta qui. E si badi bene, non ne faccio una questione di linguaggio. D’altronde, c’è un numero discreto di studi femministi contemporanei che illustrano bene come l’«uomo impresa» non sia esattamente intercambiabile con la «donna impresa»: l’interiorizzazione di una razionalità di mercato, di investimento sulle proprie risorse umane e di calcolo costi-benefici continua infatti a darsi per finalità diverse, proprio a seconda del genere.

Benché sia stato presentato come un film che descrive le realtà più dure della precarietà dei magazzinieri e dei fattorini del comparto della logistica, il film di Ken Loach, Sorry, we missed you (2019) consente di cogliere bene, ancorché indirettamente, come anche nel pieno della precarizzazione neoliberista la situazione in cui versa la «donna impresa» non sia interamente analoga a quella dell’«uomo impresa». Nonostante l’accento venga posto esplicitamente sulla condizione lavorativa ed esistenziale del protagonista maschile, come testimoniato fin dal titolo, e nonostante il film si concluda con un ringraziamento «a tutti quei trasportatori che hanno fornito informazioni sul loro lavoro, ma non hanno voluto che i loro nomi comparissero», il film di Loach consente di cogliere come anche il capitalismo contemporaneo preservi la segregazione occupazionale di genere (la moglie del protagonista svolge precariamente lavori di badantato) e il lavoro riproduttivo femminile all’interno della famiglia eterosessuale (è chiaramente sulla moglie che grava interamente l’onere delle attività domestiche). Insistere su questo non significa attardarsi in sterili disquisizioni a proposito di quali forme di precarietà o di sfruttamento siano peggiori, se quelle del marito o quelle della moglie: non ho bisogno di relativizzare il fatto che dal capitalismo dipendano la diseguaglianza e la violenza esperita dal maggior numero di persone al mondo per mettere in luce un evidente modo di produzione eterosessuale che, tuttavia, passa per presupposto normale e naturale del modo di produzione capitalistico negli anni Venti del Duemila, al punto da non essere nemmeno esplicitato in un film di denuncia sociale dello sfruttamento e della disperazione della condizione umana contemporanea. Insistere sul modo di produzione eterosessuale significa insistere sul fatto che le risorse umane che si «è», e su cui si può «investire», cambiano a seconda che si sia uomini o donne, o che si sia considerati tali, oppure no, dal mercato del lavoro remunerato e non. Invariabilmente, le risorse umane vengono preventivamente disposte, significate e organizzate dal modo di produzione eterosessuale, e coglierlo può fare una grossa differenza nel modo in cui lottiamo contro il capitalismo.


L.P.: Qualcuno potrebbe obiettare che fai confusione, che il modo eterosessuale presiede semmai alla riproduzione, e non alla produzione, e che è necessario rimanere fedeli alla lezione marxista e individuare la contraddizione fondamentale... Questa tendenza riduzionista domina buona parte del dibattito contemporaneo e non è estranea all’emersione dei sovranismi che, tanto a destra quanto a sinistra, pretendono di opporsi agli effetti disgreganti del mercato prendendo le mosse da politiche nazionaliste e identitarie, facendosi fautori di securitarismi, di provvedimenti omolesbotransfobici e anti-immigrazione. Questi discorsi finiscono inevitabilmente col coordinarsi senza difficoltà in un «nuovo neoliberismo ibrido», stando a Dardot e Laval, che riafferma la sovranità commerciale e monetaria promuovendo nondimeno forme tutto sommato invariate di razionalità di impresa, stringendo così una morsa autoritaria tutt'altro che esogena rispetto a questo tipo di razionalità. Come rispondi?


F. Z.: Non mi sorprende che il mio discorso incontri delle critiche, direi trasversali. Spero che questa possa essere una buona occasione per prenderne in considerazione alcune. Ciò che mi sembra importante, in primo luogo, è aver chiaro che rifiutarsi di pensare l’eterosessualità come un modo di produzione della soggettività e della relazione, relegandola all’ambito della mera riproduzione, significa dare per buono che l’esistenza di uomini e donne intelligibili come tali non è il prodotto di una razionalità specifica, ma un fatto ontologico, o naturale. Così facendo, rendiamo però naturali, e dunque non sovvertibili, anche le diseguaglianze, le violenze e le forme di sfruttamento connesse proprio al modo di produzione eterosessuale.

A questo mi sembra poi importante aggiungere che l’obiettivo di una teoria del modo di produzione eterosessuale non si esaurisce nella dimostrazione del fatto che i generi sono «prodotti sociali», anziché «fatti naturali»: una simile teoria non aggiungerebbe infatti nulla all’idea già consolidata per cui i generi sarebbero costrutti sociali, e «prodotto» finirebbe per essere semplicemente un sinonimo di «costrutto». L’obiettivo di una teoria del modo di produzione eterosessuale, al contrario, mira a suggerire che alla produzione è sotteso un «modo», una «razionalità», e che se non si comprende questo aspetto ci viene poi difficile comprendere la relazione che esiste tra le differenze di genere, solitamente intese come positive, e le diseguaglianze di genere, intese invece come negative. La mia idea è che se non cogliamo questa relazione ci condanniamo alla lotta fallimentare contro le diseguaglianze, lasciando intatto l’apparato di produzione delle differenze. Quest’ultimo, a mio avviso, va invece smantellato. D’altronde, che una produzione di per sé avvenga è un fatto che non esaurisce la più ampia questione a proposito del come quella produzione avviene e a quale fine. Una teoria del modo di produzione eterosessuale vuole invece misurarsi all’altezza di tale questione. Da moltissimo tempo i settori più radicali dei movimenti femministi, gay, lesbici e trans auspicano l’abolizione del genere inteso come costruzione sociale, ma senza che ciò abbia mai condotto agli esiti sperati, altrimenti non staremmo qui a discutere di cose come la violenza, lo sfruttamento e la diseguaglianza di genere e sessuale. Spostare l’attenzione sul modo di produzione eterosessuale, e insistere sulla necessità della sua sovversione, potrebbe condurci a connettere l’abolizione del genere alle relazioni e alle pratiche sociali entro le quali i generi acquisiscono intelligibilità rafforzando, consciamente o inconsciamente, il loro modo di produzione. Il genere, d’altronde, non esiste di per sé, in un vacuum, ma sempre «strutturalmente». Dunque, che senso ha limitarci ad auspicare l’abolizione di generi eterosessualmente prodotti se non aggrediamo innanzitutto la complessa struttura culturale, politica ed economica che li produce? È a partire da questa domanda che possiamo rendere più intelligente ed efficace la nostra critica, la nostra lotta e le nostre pratiche: sforzandoci, cioè, di sperimentare prassi istituenti che si oppongano alla razionalità eterosessuale sottesa alla produzione del genere e che smantellino i suoi apparati produttivi, le pratiche sociali entro le quali i generi acquisiscono intelligibilità rafforzando incessantemente, in modi tanto deliberati quanto inconsapevoli, il loro modo di produzione.

Questo mi conduce a rispondere anche ad altre critiche, di cui sono ben cosciente. Una teoria del modo di produzione eterosessuale non intende né ignorare, né svalutare, che la vita della femminilità e della maschilità possa anche non essere circoscritta dall’eterosessualità – come peraltro già dimostrano le forme di soggettivazione e di relazione di noi minoranze e, in maniera fondamentale, delle minoranze trans. Ciò che intendo dire, semmai, è che la «risignificazione» di generi già prodotti non costituisce di per sé una garanzia di sovversione del modo di produzione eterosessuale, dal momento che la possibilità di risignificazione è comunque demandata a un momento successivo alla produzione stessa. Ciò significa che è demandata al caso, ai contesti, alla fortuna e alle capacità, o possibilità, tutte rigorosamente individuali. Ma il punto è che una teoria e una politica trasformativa non possono dipendere dalla fortuna di casi particolari, né tantomeno dall’esaltazione dell’individualismo: sono i casi meno fortunati, nettamente superiori, a imporci di pensare, politicamente, più in grande.

Infine, è possibile che la sovversione del modo di produzione eterosessuale costituisca uno scorcio utopico nel bel mezzo di questo strano materialismo… Tuttavia, temo che non ci aiuti granché a testare modalità di sovversione del modo di produzione eterosessuale del genere l’ampio e importante dibattito materialista relativo alla riproduzione, così com’è impostato: secondo molte pensatrici marxiste una promessa trasformativa potrebbe derivare dalla rivalutazione della riproduzione e delle attività di cura che, da sempre, verserebbero in una condizione di subordinazione rispetto alla produzione. Eppure, mi chiedo, se non sovverte innanzitutto la produzione eterosessuale della partizione tra riproduzione e produzione, dalla quale deriva parte non piccola della produzione dei generi, questo dibattito non rischia proprio di occultare il modo di produzione eterosessuale di chi è deputato all’una o all’altra attività, oltre che, ancora prima, di ciò che conta come «riproduzione» e di ciò che conta invece come «produzione»? Se un lavoro di cura può essere venduto e acquistato, nelle molte forme in cui ciò può darsi, come può continuare a essere inteso come riproduttivo, anziché anch’esso produttivo? Dalla definizione di questo lavoro come «riproduttivo» si leva un fantasma, ed è proprio quello di un modo di produzione eterosessuale del genere mai revocato in dubbio, nemmeno nelle correnti marxiste del femminismo. D’altronde, grossa parte del dibattito relativo alla riproduzione spesso manca di segnalare la diseguaglianza che, tutt’oggi, struttura i contesti di coabitazione eterosessuale proprio in relazione al lavoro domestico. E questo non lo dico io, ma una teorica femminista materialista come Christine Delphy, la quale aveva già ampliato la nozione marxiana di «modo di produzione», individuando nel «modo di produzione domestico», o «patriarcale», qualcosa di non riducibile a quello capitalistico, né qualcosa di relegabile alle società tradizionali, superato con la piena affermazione della società moderna e contemporanea [7]. L’analisi del modo di produzione capitalistico condotta da Marx, secondo Delphy, non sarebbe tanto indifferente nei riguardi della riproduzione, come spesso si dice, quanto piuttosto nei riguardi della divisione sessuale. Per Marx, in altre parole, non costituisce alcun problema il fatto che le posizioni lavorative e sociali (remunerate e non) non vengano occupate indifferentemente da uomini o da donne. Così facendo, Marx dà per scontata la divisione sessuale, contribuendo a naturalizzarla e a riprodurla in termini eterosessuali. Ciò era comprensibile alla metà dell’Ottocento, chiaramente, ma non può continuare a esserlo oggi, in nessuna delle sue forme. E non possiamo nemmeno limitarci a fare lo stesso discorso di Marx, ma risignificandolo positivamente. Ecco perché, in Comunismo queer, tengo a sottolineare che le forme che lo sfruttamento assume sono in larga parte dipendenti dal modo di produzione eterosessuale e che, pertanto, la sovversione di questo modo di produzione sia necessaria alla sovversione del capitalismo in un «modo» che non ne preservi, naturalizzandole, le disuguaglianze strutturali. Di tale modo di produzione eterosessuale fa senza dubbio parte il modo di produzione domestico, o patriarcale, ma al contempo lo eccede: questa è proprio una delle ragioni per cui la sovversione del modo di produzione eterosessuale necessita di un’alleanza tra le minoranze di genere e sessuali e la classe delle donne. Questa, per come la intendo, è politica queer.


L. P.: Questo pensiero dei modi, per così dire, questa riconfigurazione degli assi di lotta, delle matrici di oppressione e del luogo della soggettività mi sembra operare ciò che Foucault chiama «l’invenzione di ciò contro cui possiamo e vogliamo sollevarci e di ciò in cui possiamo trasformarlo» [8]. Ciò che colpisce immediatamente della tesi di Comunismo queer consiste nella cogenza con cui porta a riorganizzare la percezione e focalizzare qualcosa che prima si intuiva confusamente perché nascosto dall’ovvietà di cui si ammantano, spesso, le pratiche minoritarie. Ed è proprio questa più rigorosa consapevolezza della distribuzione delle forze in campo che fa sì che un discorso del genere manifesti una peculiare inadeguatezza a risolversi in adesioni puramente formali, tanto generiche quanto ineffettuali. È un pensiero che o si traduce in lotte specifiche contro matrici determinate di volta in volta, o non si traduce affatto.


Note

[1] F. Zappino, Comunismo queer. Note per una sovversione dell’eterosessualità, Meltemi, Milano 2019, p. 176.

[2] Ivi, p. 50.

[3] M. Wittig, Non si nasce donna (1981), ora in Ead., Il pensiero eterosessuale (1992), a cura di F. Zappino, ombre corte, Verona 2019.

[4] N. Fraser, Eterosessismo, mancato riconoscimento e capitalismo, in Ead., Fortune del femminismo. Dal capitalismo regolato dallo stato alla crisi neoliberista, trad. it. di A. Curcio, ombre corte, Verona 2015, p. 215.

[5] F. Zappino, Comunismo queer, cit., p. 50.

[6] P. Dardot - C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, tr. it. di R. Antoniucci e M. Lapenna, DeriveApprodi, Roma 2013.

[7] C. Delphy, Per una teoria generale dello sfruttamento (2015), a cura di D. Ardilli, ombre corte, Verona 2020.

[8] Intervista con Farès Sassine, Entretien inédit avec Michel Foucault (manoscritto).