Spunti contro la società pacificata
- Veronica Marchio
- 15 ore fa
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Intervista a Enrico Gargiulo a partire dai decreti sicurezza

Un piano su cui il governo Meloni ha certamente cercato di intervenire è quello della sicurezza. A partire proprio dai decreti adottati in questi anni, Veronica Marchio intervista Enrico Gargiulo sulle continuità e le discontinuità che la destra ha impresso su questo terreno, sulla centralità della prevenzione e sulle trasformazioni in atto nel rapporto tra ordine pubblico, controllo sociale e dissenso.
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Veronica Marchio: Il dibattito sui decreti sicurezza oscilla sempre tra due letture: da un lato l’idea di una svolta autoritaria, dall’altro quella di una continuità con politiche già avviate. Secondo te, questo decreto introduce elementi davvero nuovi oppure approfondisce tendenze già esistenti? E, più in generale, che cosa sta succedendo oggi in Italia sul piano della sicurezza?
Enrico Gargiulo: Di base, vedo più continuità che novità: è una vicenda lunga e articolata, al cui interno si incrociano varie storie. Quella della sicurezza urbana, per esempio, che è ormai trentennale. In Italia, inizia alla metà degli anni ’90 su impulso del centro-sinistra di livello locale – il programma «Città sicure», realizzato dalla Regione Emilia-Romagna con il coinvolgimento dell’università di Bologna, ne è la manifestazione più evidente –, pur trovando sponde a livello centrale. Qualche mese fa, Livio Pepino ha richiamato un articolo di Luciano Violante, Apologia dell'ordine pubblico, pubblicato su Micromega nel 1995. A dispetto del titolo, il testo, scritto dall’allora vicepresidente della camera dei deputati durante un governo di centro-destra, non parla di gestione delle manifestazioni politiche o sportive ma si concentra piuttosto sulla mafia e sulla microcriminalità, introducendo la distinzione – che verrà ripresa ossessivamente negli anni –– tra sicurezza percepita e reale e sottolineando l’importanza della percezione, che rimarrebbe tale anche quando si allontana dalla realtà.
In Italia, inoltre, la vicenda della sicurezza si incrocia con un’altra storia: quella della decretazione d’urgenza. La scelta di governare questioni securitarie attraverso decreti ha una ventina d’anni circa, se non sbaglio. Nuovamente, vede protagonista il centro-sinistra: credo che il primo decreto emanato «in nome della sicurezza» risalga ad Amato, ministro dell’interno nel 2007. La norma, poi non convertita in legge, riguardava le conseguenze dell’allargamento a est dell’Unione Europea e, in particolare, la libertà di movimento e soggiorno dei «nuovi» cittadini europei provenienti dalla Romania e dalla Bulgaria, percepiti in quanto tali come «minacce».
Se estendiamo ancora di più lo sguardo, in realtà, riusciamo a tracciare una linea di continuità tra la decretazione d’urgenza odierna e le misure preventive della seconda metà dell’Ottocento, che interessavano l’Italia unita o, addirittura, alcuni stati preunitari. È evidente, infatti, la netta continuità nelle categorie e nelle logiche, che però, volta a volta, si adattano al contesto. Man mano che lo Stato è diventato formalmente più democratico e poi costituzionale, certe cose hanno iniziato a esser fatte in maniera più indiretta. Gli strumenti legislativi in senso stretto, in particolare, si sono rivelati meno efficaci di altri dispositivi normativi. Oggi, come in passato, si fa ampio ricorso a misure amministrative – ordinanze e circolari, ad esempio – oppure ai decreti, che di fatto scavalcano i processi decisionali legislativi in senso stretto e i dibattiti parlamentari che li caratterizzano.
Novità? Sì, ce ne sono. Una riguarda la linea generale dell’inasprimento delle sanzioni, su cui ci soffermeremo dopo. Ora mi interessa sottolinearne un’altra: la crescente centralità della proprietà privata. La difesa dei beni privati, cioè, diventa l’elemento qualificante: negli ultimi anni, l’attenzione si è spostata dal pubblico al privato, dalla sicurezza sociale alla sicurezza civile e, più in generale, dalla protezione dei beni pubblici a quella dei beni privati. Molte delle iniziative normative a cui assistiamo oggi hanno in realtà l’obiettivo di proteggere negozi e luoghi di commercio; ossia, spazi economicamente rilevanti. Anche le stazioni, ormai, sono diventate centri commerciali: quindi sì, alla base delle misure securitarie c’è una questione più politica e di ordine pubblico in senso stretto – evitare che i treni vengano bloccati – ma ce n’è anche una più economica – far sì che non venga compromesso lo shopping.
Piantedosi su questo è stato molto chiaro: in una circolare sugli sgomberi del 2018, emanata quando era capo di gabinetto di Salvini, ha scritto esplicitamente che la proprietà è il bene sommo da tutelare, potendo cedere solo di fronte alla presenza di persone vulnerabili. Ha usato dunque un registro paternalistico e semi-umanitario affiancandolo però a quello fondato sulla centralità della proprietà privata.
Ѕe seguiamo a ritroso questo filo «privatistico», peraltro, torniamo proprio a Violante, il quale, non a caso, è finito a fare il dirigente del gruppo Multiversity, il discutibile – e per certi versi inquietante – polo delle università telematiche. L’ex magistrato ha difeso la sua scelta e il suo ruolo sostenendo che gli atenei «online» garantiscono un futuro educativo ai giovani che vivono in aree isolate, spesso del Sud. Insomma, un membro del fu Partito Comunista Italiano, che ha accompagnato la sua vecchia formazione politica lungo tutta la transizione verso il centro-sinistra, difende oggi, apertamente, un interesse privato. Tuttavia, anziché riconoscere esplicitamente di essere diventato liberista, afferma che la sua azione protegge un interesse pubblico: il diritto allo studio dei giovani provenienti da aree disagiate dell’Italia, i quali, seguendo i corsi e sostenendo gli esami a distanza, avrebbero l’opportunità di studiare senza doversi trasferire in città come Bologna, dove il costo della vita è alto. In pratica, invece di intervenire su elementi strutturali come la carenza di infrastrutture, l’insufficienza dei redditi e i prezzi elevati degli affitti, propone l’università telematica come alternativa. Per chi proviene davvero da zone disagiate, e in particolare dal Sud, le parole di Violante suonano a metà tra l’insulto e la presa in giro.
VM: Restando su questo punto: tu dicevi che la questione della sicurezza è trasversale alla destra e alla sinistra, quindi l’attuale attenzione delle destre non rappresenta di per sé una novità. Tuttavia, emerge un forte uso della prevenzione, intesa come capacità di intervenire prima che qualcosa accada, che mantiene anche una dimensione fortemente simbolica e una chiara funzione politica. Da dove viene questa impostazione? In una prospettiva storica, come si può spiegare il diritto preventivo e quali sono le continuità, nella tradizione, di queste tecniche preventive che spesso agiscono al di fuori degli strumenti normativi?
EG: Se guardiamo all’asse destra-sinistra, troviamo diverse declinazioni dello stesso approccio securitario. I partiti dell’area liberale e conservatrice, storicamente, sono securitari in forme più esplicite, mentre quelli di stampo socialista o addirittura comunista in modo meno dichiarato. Come già anticipato, la sinistra – che, quantomeno nella sua versione istituzionale, ha perso da molti anni qualunque vocazione antisistemica per avvicinarsi progressivamente alla destra e alle sue ricette – è stata pioniera sul tema della sicurezza: emblematico, al riguardo, è il discorso alla base del progetto «città sicure», che vede gli spazi urbani come luoghi in cui gli ultimi sarebbero tutelati da minacce non economiche.
Quello del campo «progressista», più in dettaglio, è un atteggiamento rivelatore, che fa ricorso alla retorica secondo cui «non si stanno proteggendo i ricchi ma i poveri, quelli che non hanno nulla e che sono minacciati dalla criminalità». Il punto non è tanto capire se affermazioni del genere sono vere o meno sul piano fenomenico — possono anche esserlo, nel senso che, in alcuni contesti, persone povere e marginalizzate sono in effetti vittime di molestie, furti e soprusi di vario tipo — ma comprendere perché sono diventate parte di una sorta di identità politica.
Porsi questa domanda ci porta molto indietro nel tempo, alle origini dell’idea di sicurezza e, nello specifico, della sua dimensione preventiva. Lo Stato moderno, infatti, nasce nel quadro di un sistema capitalistico in formazione: accompagna dunque processi di accumulazione fortemente asimmetrici e contribuisce a plasmare una società basata su nuove gerarchie e stratificazioni. Il suo potere si declina anche nel compito di gestire e amministrare categorie di persone considerate intrinsecamente pericolose, come ci raccontano molto bene diversi libri: in particolare, The Fabrication of Social Order: A Critical Theory of Police Power di Mark Neocleous, Naissance de la police moderne. Pouvoir, normes, société di Paolo Napoli o Royal Police Ordinances in Early Modern Sweden di Toomas Kotkas.
Questi lavori mostrano come il concetto di polizia non si limiti storicamente a denotare l’istituzione chiamata ad arrestare i criminali ma, piuttosto, rimandi a un vasto insieme di funzioni orientate all’amministrazione complessiva della società. Lo Stato, insomma, si è formato organizzandosi attorno alla necessità di «tenere tutto a posto»; ad esempio, governando le persone mobili, le quali, agli occhi delle istituzioni statali, apparivano come intrinsecamente sospette, pericolose e fastidiose. Gestirle in maniera preventiva, in sostanza, significava impedirne il movimento prima ancora che potesse tradursi in qualcosa di concretamente rilevante.
La prevenzione, dunque, è una logica «ontologica»: se lo stato nasce attorno alla necessità di far sì che i processi economici vadano in una certa direzione, favorendo cioè percorsi di accumulazione asimmetrici nel quadro di un ordine sociale decisamente non egualitario, certi comportamenti e certe sfere d’azione sono oggetto di regolazione a prescindere dal fatto che abbiano una rilevanza penale. Siamo perciò all’interno di una storia di lungo periodo, che passa attraverso l’amministrativizzazione di molti fenomeni e, di conseguenza, include pienamente il controllo tramite misure amministrative.
VM: Dicevi che le tecniche preventive sono ontologiche nello Stato liberale. Queste tecniche ricorrono nel tempo, così come si ridefiniscono continuamente i target. Rimane però un target politico-sociale che è difficilmente classificabile a priori, perché riflette i mutamenti sociali: una forza sociale mobile che, proprio per questo, sembra essere il terreno privilegiato di un potere che deve gestire l’imprevedibile.
Da questo punto di vista, questo decreto — pur non rappresentando una rottura sul piano ideologico-politico — sembra approfondire tendenze già presenti, e non in modo marginale. Penso, ad esempio, alla parte sul fermo di prevenzione e al rafforzamento della dimensione discrezionale e preventiva. Come leggi questo passaggio?
EG: Qui entriamo nel terreno delle novità più evidenti. Come già anticipato, in una traiettoria di lungo periodo la continuità risiede nella logica generale mentre la rottura emerge dagli strumenti impiegati, che dipendono dal contesto legislativo e politico. In ambienti liberali si fa ricorso a misure più «fini» e indirette, mentre in contesti più illiberali si lascia spazio ad azioni più esplicite.
Ma a cambiare sono anche le categorie oggetto di attenzione. La classe operaia, per esempio: se tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento era il grande nemico delle forze di polizia, in seguito, una volta «addomesticata» attraverso la sindacalizzazione, il welfare e l’estensione di un sistema di consumi, è diventata quasi un alleato. Nell’Italia di oggi, nessuno teme più una manifestazione della CGIL (fatta eccezione, in alcuni casi, per la FIOM); semmai, a far paura sono i sindacati di base o contesti sindacali specifici, come il porto di Genova.
Un soggetto che era il nemico assoluto dello Stato e delle forze di polizia diventa quindi, in una certa misura, se non complice senza dubbio affidabile. Nel frattempo, fanno il loro ingresso sulla scena nuovi soggetti, ai cui repertori di azione le istituzioni statali cercano di adattarsi, a volte con difficoltà perché sono imprevedibili. Pensiamo ai movimenti per la giustizia climatica, e in particolare a Extinction Rebellion: composti spesso da persone senza esperienze di conflitto precedenti, che non si richiamano a tradizioni di lotta consolidate, agiscono in modo spiazzante. Azioni come il lancio di vernice, i blocchi stradali o forme di sit-in colpiscono in modo inaspettato e suscitano allarme, pur essendo molto meno «violente» di altre pratiche, tanto da innescare, paradossalmente, reazioni sempre più restrittive. Gli ultimi decreti, del resto, lo dimostrano in maniera plastica.
VM: C’è una sorta di retrocessione della soglia del «punibile»: dal No Tav si arriva ai movimenti ambientalisti di resistenza passiva. Però questa retrocessione sembra spingersi sempre più indietro. Ti volevo chiedere, quindi, anche della centralità del comportamento giovanile all’interno del decreto.
EG: Diverse categorie «giovanili» sono considerate riottose e violente in quanto tali: dai cosiddetti «maranza», oggetto di attenzione specifica nell’ultimo decreto sicurezza, a coloro che protestano per il clima o contro il genocidio a Gaza, a prescindere dal contenuto «violento» delle loro azioni. È evidente quindi un’attenzione generale alla dimensione giovanile, che si declina con modalità diversificate e a geometria variabile: i soggetti destinatari di misure restrittive, a volte, possono essere quelli che impiegano pratiche meno incisive sul piano fisico, evitando cioè di fare ricorso all’uso della forza.
È un aspetto strategico perché, se guardiamo alle iniziative adottate per prevenire e reprimere determinate istanze e chi le porta avanti, possiamo comprendere qual è la paura principale dello Stato: il consenso ottenibile da quelle soggettività che portano avanti rivendicazioni percepite come giuste dal resto della popolazione e mettono in luce questioni centrali, svelando interessi di fatto non tutelati dalle istituzioni pubbliche.
Azioni incisive sul piano giuridico e «muscolare» mascherano cioè la paura di ammettere che non si sta facendo nulla per affrontare le questioni strutturali più urgenti: ossia, che gli interventi securitari danno una parvenza di ordine senza toccare minimamente la radice dei problemi. Lo Stato dovrebbe preoccuparsi del clima, non di chi manifesta contro il cambiamento climatico e contro le (non)politiche che (non)lo affrontano. Spesso, peraltro, senza fare nulla di particolarmente grave in termini di danneggiamenti di cose o di generico «turbamento» dell’ordine pubblico.
Qui tocchiamo un nodo centrale. Il fermo preventivo ci dice qualcosa di molto importante: l’obiettivo di fondo è evitare a monte le manifestazioni. Il che porta alla luce un’altra paura. Se facciamo un po’ di «psicoanalisi istituzionale» e guardiamo all’inconscio dello stato nel lungo periodo, riusciamo a intravedere il timore profondo della folla in sé. Un tratto strutturale delle istituzioni pubbliche, raccontato molto bene da Dan Hancox in Moltitudini ed evidente nei manuali di polizia, anche italiani.
In uno scenario del genere, la novità di breve periodo è che si sta facendo di tutto per evitare che una protesta abbia luogo mettendo in campo misure molto pragmatiche: impedire materialmente, con qualunque pretesto, che le persone arrivino sul posto. Allo stesso tempo, si depenalizzano alcuni comportamenti rendendoli però sempre più costosi sul piano economico. L’idea alla base della depenalizzazione è grosso modo la seguente: dato che, in concreto, poche persone finiscono davvero in galera per effetto delle denunce e dei fermi – anche a causa di una magistratura percepita come ostile e, non a caso, sotto attacco – si opta per uno slittamento strategico dalla reclusione a sanzioni economiche.
Le cifre fissate per le singole infrazioni sono molto alte, inquietanti a guardarle una per una. Rappresentano una novità interessante: se a lungo si è parlato del passaggio dal piano amministrativo a quello penale, ora, almeno per una parte delle fattispecie, si va verso una depenalizzazione accompagnata però da sanzioni economiche molto elevate. Nella stessa direzione, del resto, andava anche l’idea, lanciata da Salvini ma poi non entrata nel decreto, di far pagare in anticipo – prima cioè di ogni manifestazione o evento – una sorta di cauzione per gli eventuali danni provocati.
VM: Una depenalizzazione punitiva potremmo dire, perché finisce per chiudere anche uno spazio che è, in realtà, materiale, più che incidere sulla repressione del reato in quanto tale. C’è quindi una sorta di inversione: non tanto una svolta preventiva in senso classico — su cui peraltro c’è un ampio dibattito — quanto piuttosto l’adozione di tecniche che, nel contesto attuale, producono un effetto deterrente sempre più ampio, come dicevi tu prima.
EG: Sì, credo che, in media, moltissime persone abbiano più paura di dover sborsare cifre elevate che di finire in carcere. Il decreto gioca proprio su questo: è dunque una misura classista, perché colpisce chi non può permetterselo o teme di non poterselo permettere. Parliamo di tante persone: spesso giovani, non solo di estrazione proletaria o sottoproletaria ma, anche, di quella classe media ormai impoverita. Soggetti quindi che, di fronte al rischio di dover pagare 5-10.000 euro, magari ci pensano due volte prima di agire in un certo modo. L’intenzione del governo in carica, mi sembra, è gestire la situazione in modo pragmatico: non ti faccio proprio arrivare sul luogo della protesta o, in alternativa, rendo le tue scelte pesanti economicamente. Il tutto in uno scenario in cui le tecnologie di sorveglianza stanno diventando sempre più efficaci, anche in una direzione «anticipatoria». Non è il mio campo ma quello di Giulia Fabini, che ha appena pubblicato un libro molto bello sulla dimensione predittiva del controllo di polizia.
Ѕiamo perciò di fronte a un’altra novità: la depenalizzazione è accompagnata non soltanto da un’accentuazione della dimensione economica ma anche dall’estremizzazione del fermo preventivo. In sostanza, l’idea è quella di rendere l’atto di manifestare di fatto impossibile: ossia, di costruire una società pacificata, in cui il conflitto sparisce dalle piazze perché diventa insostenibile.
E qui compare in modo prepotente una distinzione per me decisiva – che mi ossessiona da anni e su cui ho lavorato da angolazioni differenti: dal controllo delle proteste alla regolazione della popolazione locale, passando per le politiche di integrazione delle persone immigrate – quella tra ordine pubblico materiale e ordine pubblico ideale. Sulla carta, il primo, tipico degli Stati democratici, coincide con la garanzia del semplice e ordinato svolgimento della vita quotidiana, mentre il secondo, proprio degli Stati etici, si traduce nell’assenza di conflitto tra principi e valori differenti. In concreto, mantenere l’ordine significherebbe nel primo caso reprimere atti che mettono a rischio la sicurezza delle persone, e in particolare la proprietà privata e la libertà di circolazione, mentre nel secondo caso punire forme espressive incompatibili con le idee dominanti in una data collettività.
In un paese formalmente democratico come l’Italia, a essere oggetto di tutela è in teoria un ordine materiale, non ideale. Eppure, al di là delle retoriche e delle dichiarazioni di principio, non mi pare che siamo mai realmente usciti da una visione etica della vita sociale. Del mancato passaggio abbiamo diverse tracce: dagli slittamenti semantici che troviamo di continuo nei manuali di polizia fino alle pratiche poliziesche che osserviamo nelle piazze (e negli stadi).
Più in generale, se guardiamo alle misure repressive e preventive introdotte negli anni e alle categorie sociali a cui si rivolgono, è evidente che, dalla prospettiva delle istituzioni, determinate cose non possono essere dette ma al massimo pensate. A dispetto degli strali lanciati contro una fantomatica cancel culture, veicolati spesso da slogan come «non si può più dire nulla», diversi attori politici, paladini a parole della libertà di espressione, nei fatti stanno lavorando per restringere la sfera del dicibile. In questa direzione vanno il DDL antisemitismo e una serie di altre iniziative, comprese alcune azioni disciplinari nella scuola e nell’università che puniscono chi critica le istituzioni, anche attraverso lo strumento della sospensione, come il caso di Christian Raimo, che si è espresso contro il ministro dell’istruzione (e del «merito») Giuseppe Valditara, mostra in modo chiaro.
Sono tutti indizi, neanche troppo indiretti, del fatto che a essere sotto attacco sono principi e valori, non fatti concreti che «turberebbero l’ordinato svolgimento della vita quotidiana». Pensiamo, ad esempio, alla questione palestinese: si può arrivare a essere accusati di terrorismo per il fatto di sostenere – magari solo a parole, con qualche slogan in piazza o post sui social – un popolo oppresso, colonizzato e oggetto di genocidio.
Siamo di fronte, quindi, a un ordine sempre più ideale e sempre meno materiale. Non saprei francamente quali altre parole trovare per descrivere ciò che sta accadendo. Impedire alle persone di manifestare è una scelta incompatibile con un’idea di ordine pubblico laica e non etica.
Per sintetizzare questa fase di trasformazione, mi sembra che il punto centrale sia la saturazione degli spazi e un’invadenza crescente delle istituzioni, che finiscono per comprimere, o addirittura schiacciare, libertà fondamentali — in questo caso, quella di manifestare – rimuovendo anche la sottile patina di illusione circa la natura «materiale» dell’ordine difeso dalle forze di polizia.
Quanto sta accadendo, inoltre, segnala una sorta di ritorno al significato primo-moderno della parola «polizia», che torna cioè a essere intesa come una funzione di gestione complessiva della società più che come un’istituzione volta a prevenire e reprimere il crimine.
VM: Tornando al decreto: che significato ha la «misura» e il fare di polizia?
EG: Nei suoi lavori, Paolo Napoli mostra come il concetto chiave per comprendere il complesso e ambiguo rapporto che la polizia intrattiene con la legge nel compimento della sua missione costitutiva – realizzare una forma di «chirurgia sociale» molto flessibile e adattabile – sia misura. In molti campi dell’attività poliziesca, in effetti, leggi o norme regolamentari che prescrivano in modo specifico cosa fare e, soprattutto, cosa non fare sono del tutto assenti. Neppure le circolari del Ministero dell’interno in cui si parla dell’uso dei manganelli e dei lacrimogeni – citate anche, poco tempo fa, in un bell’articolo di Alice Facchini su Internazionale – sono chiare. Non indicano cioè, con precisione, come immobilizzare una persona o utilizzare correttamente gli strumenti di «coazione fisica».
Emblematica, al riguardo, è una circolare del 6 febbraio del 2001, firmata dall’allora capo della polizia Gianni De Gennaro. Scritta a ridosso dei fatti di Napoli e pochi mesi prima di quelli di Genova, si limita ad affermare che lo sfollagente «dovrà essere sempre correttamente impugnato» ma non dice esplicitamente che non può essere afferrato al contrario né che è vietato colpire il viso o altre parti sensibili del corpo. In sostanza, non chiarisce quale sia un uso improprio o, al contrario, improprio degli «strumenti di lavoro».
L’uso della forza, al massimo, è descritto e per certi versi «normato» nei manuali per la formazione del personale – che in alcuni casi invitano a non manganellare la testa o altri punti vitali e a non sparare lacrimogeni ad altezza uomo –, nei codici deontologici o nelle raccomandazioni operative, come quelle per la contenzione dei pazienti psichiatrici – che stabiliscono come bloccare una persona e renderla inoffensiva.
Strumenti del genere, che possiamo far rientrare nella categoria più ampia dei protocolli, sono tuttavia ambigui. Pur essendo dotati di uno statuto giuridico incerto, che li riconduce in alcuni casi alla soft-law e in altri all’infra-diritto, agiscono di fatto come se fossero norme giuridiche vincolanti, deresponsabilizzando gli attori politici – nel momento in cui spostano l’attenzione sugli esperti che li hanno disegnati e sui loro saperi – e finendo per spoliticizzare le questioni che sono chiamati a “regolare”. Rivestono, inoltre, una funzione regolativa e allo stesso tempo disciplinante: con toni paternalistici e rassicuranti, incarnano una normatività che è educativa prima ancora che giuridica, fornendo indicazioni operative che assumono al contempo i toni dell’istruzione didascalica e della prescrizione.
Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni, giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo, che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e illecito, appropriato e inappropriato.
La circolare del 2001 appena richiamata è emblematica: si ferma un attimo prima di dire «questo non si fa», lasciando aperta l’interpretazione e rendendo evidente il tentativo costante di evitare la scrittura di regole precise. Nell’assenza di regolazione, infatti, si apre uno spazio di discrezionalità che si preferisce mantenere senza però tematizzarlo in modo esplicito. Una discrezionalità, nello specifico, che spesso non è contra legem, dato che una legge che regoli un dato ambito semplicemente non esiste, e che, piuttosto, si configura come intra legem, laddove invece una qualche norma è presente ma è molto generica, oppure extra legem, quando invece manca del tutto qualsiasi riferimento normativo.
Al riguardo, i primi risultati di alcune ricerche tra loro collegate sull’accountability delle forze dell’ordine italiane e sul ruolo della formazione nel cambiamento interno alla polizia, realizzate attraverso il ricorso a materiali documentali inediti e a strategie di indagine di solito poco praticabili in Italia – le interviste al personale –, sembrano andare in questa direzione, confermando quanto già emerso da analisi precedenti, condotte su manuali, circolari e protocolli operativi, e arricchendo al contempo il quadro empirico e analitico con nuovi elementi e dettagli. In particolare, in un Report intitolato Controllare la forza di polizia?, i tre autori, Giuseppe Campesi, Carlo Caprioglio e Valerio Pascali, usano l’espressione scetticismo regolativo per indicare quanto, stando alle parole delle e degli intervistati, «l’idea stessa di poter predeterminare in modo dettagliato le modalità del ricorso alla forza [venga] apertamente ridimensionata, poiché ritenuta incompatibile con la variabilità, la rapidità e l’imprevedibilità delle situazioni operative», e, inoltre, per evidenziare una cultura professionale che enfatizza la natura imprevedibile dell’azione di polizia dando forma a una postura dotata di una propria razionalità strategica: «regole troppo dettagliate sono percepite come potenzialmente rischiose, perché trasformano ogni scostamento operativo in una possibile fonte di responsabilità; un quadro più flessibile, benché più incerto, viene invece vissuto come maggiormente compatibile con la natura situazionale e contingente dell’uso della forza».
La scarsa chiarezza delle regole operative, tuttavia, ha un lato A ma anche un lato B. Un manuale di polizia del 2000, scritto dal prefetto Aldo Gianni prima dei fatti di Genova, si rivolge agli operatori in modo paternalistico, facendo presente che, non esistendo regole giuridiche precise nel campo dell’ordine pubblico, è bene seguire alla lettera le istruzioni fornite. Implicitamente, chiarisce che l’indeterminatezza delle prescrizioni legali, se da un lato tutela gli operatori, dall’altro li mette a rischio. In sostanza, dice qualcosa del genere: quando agite, sappiate che, in assenza di una regolamentazione giuridica esplicita, dovete fare riferimento a ciò che è indicato qui.
Si tratta di un dato interessante, in quanto i manuali e i protocolli operativi – un «infra-diritto» di bassissimo livello nella gerarchia delle fonti del diritto, come abbiamo visto – possono essere richiamati e impiegati in modo ambivalente in occasione di una controversia giudiziaria. Laddove l’azione è conforme alle indicazioni operative, il manuale o la raccomandazione diventano prove da portare in giudizio. Se invece è difforme, lo stesso documento perde la sua forza regolativa: un colpo di manganello alla testa può comunque essere ritenuto giustificabile dicendo che in quel momento non c’erano alternative. In altre parole, siccome non esiste una regola realmente vincolante che dica esplicitamente «non si colpisce alla testa» – magari con una clausola tipo «salvo necessità» – è sempre possibile sostenere che farlo era l’unica opzione disponibile.
Nel complesso, la polizia sembra voler operare dentro un quadro incerto – l’incertezza normativa rende le sue azioni difficilmente sanzionabili sul piano giurisdizionale – ma, allo stesso tempo, suggerisce al personale di autotutelarsi agendo in conformità a quanto scritto nelle disposizioni protocollari. Il che, peraltro, non mi pare accada con frequenza: nei fatti, le indicazioni operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera e propria capace di vietarlo non esiste.
Strumenti come i numeri identificativi o le bodycam sono un aspetto della questione – un argine possibile alla discrezionalità che sfocia in arbitrio – ma di certo non l’elemento centrale. Il punto più rilevante, infatti, è che il comportamento delle forze dell’ordine non è mai stato realmente regolato, lasciando così ampi margini di azione e valorizzando l’adattabilità alle situazioni, la flessibilità e la capacità di intercettare le necessità operative (e politiche) del momento.
Il che, però, comporta rischi molto concreti. L’assenza di regole precise, che apre la strada a una valutazione caso per caso, finisce paradossalmente per mettere a rischio chi opera sul campo, lasciandol* nell’incertezza e nella confusione per via dell’assenza di punti di riferimento chiari. Il report già citato in precedenza, al riguardo, mette in luce come le lacune nella regolazione vengano vissute come un limite, al punto che «la formalizzazione regolativa [è] percepita dagli operatori non soltanto come strumento di orientamento dell’azione, ma anche come forma di protezione professionale». Tanto che alcune delle persone intervistate sembrano auspicare l’introduzione, in particolare nei servizi di ordine pubblico, di «linee rosse» o «zone cuscinetto» la cui violazione legittimi, di per sé, un intervento repressivo: in questo modo, «il significato delle regole di condotta e dei protocolli operativi viene ribaltato: essi non operano più come strumenti di contenimento dell’azione coercitiva, ma si trasformano in dispositivi normativi che autorizzano l’anticipazione della risposta coercitiva, comprimendo, se non annullando, la necessità di una valutazione in concreto alla luce dei parametri di stretta necessità e proporzionalità».
Per riallacciare un po’ le fila, quindi, l’idea di misura, che si declina nel ricorso a strumenti regolativi blandi e ambivalenti, mostra come il lavoro della polizia si traduca nel tentativo, sempre precario, di formalizzare l’informalità: ossia, di gestire una «formalità informalmente incorporata» attraverso regolazioni flessibili e protocollari che proteggono senza costringere e disciplinano senza obbligare, lasciando spazio alle valutazioni caso per caso. Evidenzia anche una storia di continui adattamenti e innovazioni nei target polizieschi: cambiano i soggetti, entrano in scena nuovi attori. La logistica, ad esempio, ha ispirato forme di protesta come i blocchi stradali che, non a caso, sono state colpite in modo specifico dalle misure adottate nel primo decreto Piantedosi e, in parte, anticipate dal decreto Salvini.
Più in generale, a emergere con chiarezza è che le tecniche repressive si adattano al contesto, reagendo alle pratiche messe in atto da specifici attori. Un esempio meno recente ma comunque efficace lo troviamo in un manuale di polizia del 2001, scritto in previsione del G8 da Valerio Donnini, funzionario della Direzione centrale affari generali del dipartimento di pubblica sicurezza e chiamato a coordinare la celere durante il vertice genovese. Il testo, che circola in rete da anni in quanto è stato acquisito agli atti in uno dei vari processi per i fatti di Genova, contiene immagini tratte dagli scontri avvenuti a Napoli nel marzo del 2001, pochi mesi prima del G8, durante le contestazioni contro il Global forum. In quell’occasione, i manifestanti, in piazza Plebiscito, avevano messo in crisi le forze dell’ordine impiegando alcuni gommoni come scudi per proteggersi dalle percosse. Si trattava di una tecnica molto precisa: usare le protezioni di gomma in modo da far sì che il manganello rimbalzasse indietro, magari colpendo sul volto gli stessi operatori della celere. Una strategia del genere ha immediatamente prodotto una reazione che è stata a sua volta riportata a livello manualistico, aggiornando un testo di poco precedente: il manuale, già citato, scritto dal prefetto Aldo Gianni e pubblicato nel 2000.
Le tecniche della polizia, dunque, possono essere flessibili e adattive, a volte addirittura estemporanee. Al pari delle strategie più ampie di gestione del conflitto sociale. La depenalizzazione, al riguardo, è un ottimo esempio. Un’idea che, per certi versi, sembra uscita dalla testa e dalla penna di uno degli sceneggiatori di Boris: qualcuno, nelle stanze del ministero, deve aver pensato «tanto questi non li spaventiamo con la galera, quindi colpiamoli sul piano economico».
VM: Prima di arrivare alla conclusione, mi hai fatto pensare alla questione della mancata regolamentazione della discrezionalità, soprattutto a livello dei manuali, cioè dei livelli più bassi delle regole di polizia. C’è, secondo te, un collegamento tra questo aspetto e lo scudo penale, cioè la rivendicazione di protezione in un contesto in cui, di fatto, non è nemmeno chiarito come si debba agire?
EG: Sì, sicuramente. La questione dello scudo penale rappresenta una tutela in più per soggetti che sanno di agire dentro un quadro poco chiaro. Al pari dell’aumento delle risorse per la tutela legale – vale a dire, l’estensione degli strumenti di difesa processuale per le forze di polizia, le forze armate e il Corpo nazionale dei vigili del fuoco.
Un approccio del genere, parte della mentalità «piantedosiana» alla base degli ultimi decreti sicurezza, è espresso in forma cristallina in un libro scritto a quattro mani da Piantedosi e dalla giornalista Annalisa Chirico, intitolato Dalla parte delle divise. L’eloquenza del titolo anticipa quella del testo, che contiene numerosi passaggi significativi. Commentando un episodio avvenuto a Pisa nel 2024 – quando le forze dell’ordine hanno bloccato l’accesso a Piazza dei Cavalieri, dove si trova la Scuola Normale, e hanno colpito studenti che manifestavano in modo del tutto pacifico contro il genocidio in corso a Gaza – l’attuale ministro dell’interno richiama una serie di articoli di giornale che criticano in modo molto duro le forze dell’ordine, chiedendosi poi, in modo polemico, «quale dovrebbe essere la risposta dello Stato a manifestazioni e cortei non autorizzati o che, quando autorizzati, deviano dai percorsi concordati con inevitabili conseguenze per l’ordine pubblico o per l’incolumità degli stessi manifestanti abusivi». Piantedosi continua poi sottolineando come, «anche in questo caso», sarebbe partito «il circo mediatico contro gli agenti e il governo che, in un periodo di gravi tensioni legate all’acuirsi della crisi di Gaza, deve fronteggiare un numero crescente di proteste organizzate, spesso prive delle necessarie autorizzazioni». A questo punto, passa ai numeri, sciorinando dati sugli agenti feriti nel corso dei cortei:
nel 2024 si sono svolte 12.000 manifestazioni di rilievo nel nostro paese, mille al mese, con un incremento del 12 per cento rispetto all’anno precedente. Inoltre, durante questi eventi, si contano 260 agenti feriti, ossia un aumento del 195,5 per cento rispetto all’analogo periodo del 2023. Una tale proporzione, a fronte di pochissimi feriti tra i manifestanti, testimonia la straordinaria professionalità e l’equilibrio che contraddistinguono le forze di polizia nella gestione degli eventi di piazza. Da una parte, gli agenti in divisa esposti alla facile criminalizzazione anche per la minima sbavatura; dall’altra parte, la folla di esagitati teppisti che non intendono manifestare un pensiero, ma attuare forme di violenza contro le forze dell’ordine e contro le proprietà dei cittadini perbene.
I numeri forniti, pur essendo presentati come solidi e certi, andrebbero vagliati e verificati con cura. La plausibilità statistica, tuttavia, non è una preoccupazione primaria di chi li presenta. La loro funzione, infatti, non è descrittiva ma persuasiva: serve cioè a dimostrare la tesi secondo cui le forze dell’ordine agirebbero in modo sempre corretto.
Nulla di nuovo: nel 2015, mi sono imbattuto in un libro intitolato Dieci anni di ordine pubblico, scritto da due appartenenti alla Polizia di Stato – Armando Forgione e Roberto Massucci, all’epoca, rispettivamente, Direttore dell’Ufficio Ordine Pubblico e Direttore del Centro Nazionale di Informazione sulle Manifestazioni Sportive – e da un collega sociologo, Nicola Ferrigni, professore associato alla Link Campus (la cui casa editrice ha pubblicato il volume) e ora in servizio all’Università della Tuscia.
Il testo, che ha l’ambizione di mettere a disposizione del lettore «elementi oggettivi di conoscenza» attraverso un’analisi socio-statistica basata sui dati quantitativi prodotti principalmente dall’Ufficio Ordine Pubblico e dal Centro Nazionale di Informazione sulle Manifestazioni Sportive (CNIMS), avanza una tesi di fondo: la crescente professionalizzazione della polizia e il senso della misura di cui i suoi membri sono dotati avrebbero consentito di gestire in maniera adeguata, e mediante un uso legittimo della forza, eventi e situazioni di non facile governo. A provarla sarebbero appunto i dati, presentati con grande generosità in tutto il libro. La differenza tra il comportamento delle forze dell’ordine e quello dei manifestanti sarebbe testimoniata dal fatto che «il numero dei feriti tra le Forze di Polizia dal 2005 al 2014 appare di gran lunga superiore al numero dei feriti registrato tra i civili».
Peccato, però, che a mancare del tutto sia qualsiasi informazione su come il numero di feriti è stato effettivamente rilevato. Eppure, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le questioni metodologiche – è bene ricordare che uno degli autori è professore associato di Sociologia generale e insegna Metodologia della ricerca sociale – impara subito una cosa fondamentale: il dato non è mai «dato» ma è sempre costruito. Di conseguenza, quando viene presentato nell’esposizione dei risultati di una ricerca deve essere accompagnato da informazioni sul percorso che ha portato alla sua costruzione: quali sono le fonti da cui sono state ricavate le informazioni da cui ha origine e soprattutto quali logiche sono state impiegate per dargli forma?
Nel testo, invece, ci sono tabelle sui feriti in cui ci si limita a richiamare la fonte di provenienza – l’Osservatorio sulle manifestazioni sportive del Ministero dell’interno – senza fornire ulteriori indicazioni. Data la delicatezza del tema, tuttavia, sarebbe stato opportuno ripercorrere innanzitutto la logica alla base della definizione operativa di «ferito». Che cosa si intende infatti con questa parola? È ferito un poliziotto che è stato colpito sul casco? O che ha preso una storta correndo? O, ancora, che risulta intossicato dal gas lanciato dai suoi colleghi? Quanto invece ai manifestanti feriti, come è stato contato il loro numero? A parte quelli fermati sul posto con segni evidenti di traumi e quelli rincorsi e braccati nei pronto soccorso, quanti altri entrano nelle statistiche ufficiali? Ovviamente la domanda è retorica: sappiamo benissimo che persone intossicate dal gas, che si sono procurate contusioni correndo durante una carica o che hanno subito colpi tendono, di base, a non recarsi al pronto soccorso o, quando proprio lo fanno, a evitare, nel presentarsi all’accettazione, di pronunciare frasi del tipo «mi potrebbe ricucire per cortesia perché una manganellata mi ha aperto la testa» oppure «cosa posso prendere per lenire la tosse provocata dai lacrimogeni»? Un numero piuttosto elevato di coloro che hanno subito traumi in occasione di eventi di protesta, insomma, con tutta evidenza non rientra in alcuna registrazione statistica.
Che i dati siano un elemento strategico nel mondo in cui viviamo è superfluo ricordarlo. Altrettanto inutile è ribadire che non sono mai neutrali. Basti pensare, al riguardo, a quelli relativi ai femminicidi. Proprio per questa ragione l’uso che la polizia ne fa – lontano da qualsiasi cautela metodologica e privo di informazioni sulla loro provenienza – ha un’evidente funzione strumentale: legittimare l’azione repressiva anche quando si fonda su un grado di violenza evidente e arbitrario.
L’aspetto più interessante e allo stesso tempo inquietante della questione, peraltro, è che in uno scenario in cui i dati sono sempre più centrali e, almeno in teoria, accessibili, diffonderne di poco credibili, chiaramente strumentali e sprovvisti della pur minima giustificazione metodologica – quando non evidentemente discutibili o falsi – è molto facile ed efficace. Del resto, quando i rapporti di forza sono asimmetrici, produrre evidenze contrarie serve a ben poco.
Il passaggio del libro di Piantedosi e Chirico, dunque, rientra in uno schema argomentativo del genere. Richiama inoltre un altro nodo politico, che emerge in un punto del testo dove si dà prova, in modo cristallino, dello scivolamento da una visione materiale a una ideale dell’ordine pubblico; o, meglio ancora, dell’inesistenza di un confine netto tra le due:
Il diritto di manifestare è tutelato dalla Costituzione ed è sacrosanto in ogni democrazia liberale, ma quando al termine di una cosiddetta «manifestazione» ti ritrovi con decine di agenti feriti, con auto distrutte, con pali dell’illuminazione pubblica divelti, con muri imbrattati e cassonetti rovesciati, non puoi parlare di manifestazione e diritti costituzionali. Lì non ci sono legittimi protestanti, ma delinquenti che approfittano dell’occasione ghiotta per infilarsi in cortei, magari pacifici, avvelenando il clima con un solo obiettivo: colpire l’agente. Coperti in volto e armati di bastoni, costoro cercano lo scontro con l’agente che, per loro, rappresenta il nemico da abbattere, vale a dire lo Stato. La legge. Con loro non può esserci nessuna tolleranza, neanche con gli studenti che sfoggiano i cartelli «Pro Pal», pieni di slogan antisemiti come gli ignobili insulti contro la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, come l’arcinoto: «From the river to the sea», «Dal fiume al mare», un modo elegante per dire che Israele va cancellato dalla mappa geografica. Una società che usa un assurdo giustificazionismo con i delinquenti e criminalizza invece gli agenti è destinata a soccombere».
VM: Il quadro che emerge è piuttosto intricato, non lineare. Per concludere, ti chiederei della portata reale di queste trasformazioni e dei loro limiti: fino a che punto possono essere effettivamente applicate? Perché, mettendo insieme quello che abbiamo detto, sembra che queste tecniche — anche quando si collocano ai margini o al di fuori del diritto, che però finisce per adattarsi a esse — si sedimentino nel tempo. Più si accumulano, più aggirano i limiti, e progressivamente questi limiti tendono a scomparire, a meno che non intervengano forme di conflitto o di resistenza. Da questo punto di vista, sembra quasi un processo senza fine: un riadattamento continuo, che rende poco significativa anche l’idea di «svolta», perché non c’è mai una vera rottura, ma un progressivo spostamento. Tra un rafforzamento della protezione istituzionale da un lato e una rimozione degli ostacoli dall’altro, quali limiti vedi a questo progetto?
EG: Su un piano concreto non posso che essere pessimista. Mi rifiuto però di esserlo su altri piani, in particolare su quello politico. Anche perché, in un mondo in fiamme, in senso climatico e non solo, non possiamo proprio permettercelo. Avverto quindi la necessità di pensare a nuove pratiche, a nuove forme di protesta, perché gli spazi per quelle tradizionali si stanno chiudendo, e anche rapidamente. Alcune modalità non funzionano più, hanno costi diventati insostenibili, sia umani sia economici. Il che non vuol dire rinunciare a impiegarle; piuttosto, significa portare fantasia e creatività in una lotta che dovrà per forza innovarsi.
E su questo piano si aprono scenari interessanti. Alle azioni dello Stato, infatti, si contrappone un limite di realizzabilità tecnica, evidente sebbene destinato a essere superato a mano a mano che le tecnologie di tracciamento e intercettazione dei movimenti diventano più sofisticate. Qualunque ragionamento strategico sul che fare, di conseguenza, andrà portato avanti in un quadro analitico complessivo, che parta dalla visione dell’ordine espressa dal governo di turno per arrivare poi alle concrete pratiche di polizia. Se guardiamo alla storia della decretazione d’urgenza e dell’idea di sicurezza come strumento di governo, in effetti, troviamo spesso, come visto fin qui, un’idea ben definita di società che porta a un certo modo di agire.
Piantedosi, da questo punto di vista, è una figura interessante, al pari di Minniti e molto più di Salvini. Se i primi due esprimono un’idea di Stato esplicita e coerente, il terzo manifesta una condotta più opportunista e meno ideologica, agendo per mera convenienza politica, tanto da riuscire ad affermare una cosa oggi e il suo contrario domani. Personaggi come Piantedosi e Minniti, di conseguenza, vanno presi ancora più sul serio perché, lungi dal comportarsi in modo puramente tattico, sono portatori di una visione politica precisa, che cercano di realizzare con i mezzi che volta a volta hanno a disposizione o di cui provano a dotarsi.
Anche Violante, ben prima di loro, appartiene a questa categoria. La sua scelta di mettersi alla guida delle università telematiche può essere letta come parte di un progetto più ampio di governo della società, il cui obiettivo è ridimensionare il pubblico presentando il privato come soluzione ai problemi sociali più urgenti. Peraltro, in un momento in cui il sapere universitario è oggetto di attacchi diversificati ma convergenti verso un obiettivo comune: depotenziare l’accademia pubblica e piegarla a interessi privati, oppure riconvertirla a interessi pubblici – di tipo commerciale, industriale e, soprattutto, militare – ma differenti da quelli che dovrebbero ispirarne la missione ufficiale.
L’università, più in generale, è percepita come un fastidio se non addirittura una minaccia. È immaginata cioè come un ambiente che osa resistere ai tentativi di militarizzazione e continua a essere, sebbene a tratti e con grande fatica, uno spazio critico che, come tale, è disturbante. Anche, in alcuni casi, dalla prospettiva di chi lavora o ha lavorato al suo interno: a seguito della manifestazione che ha avuto luogo a Torino il 31 gennaio scorso contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, divers* professor*, attualmente in servizio nell’ateneo torinese o che lo sono stat* in passato, hanno alluso in modo più o meno esplicito e diretto alle presunte responsabilità dell’università, arrivando anche a chiamare in causa alcun* loro collegh*, riprendendo in particolare, sui social o in articoli di giornale, le parole pronunciate nello stesso giorno del corteo dalla procuratrice generale del capoluogo piemontese Lucia Musti:
le condotte di turbamento dell’Ordine pubblico e di disordini di piazza, portano a parlare anche della benevola tolleranza, della lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti appartenenti, questa volta sì alla upper class, i quali con il loro scrivere, il loro condurre a normalizzazione, il loro agire in appoggio, vanno a popolare quella che voglio sintetizzare come «area grigia», di matrice colta e borghese, che dovrebbe per contro svolgere un illuminata [nda: apostrofo assente nel testo originale] azione di deterrenza, di educazione al vivere sociale e di rispetto delle regole democratiche, riempire i vuoti, le periferie dell’anima.
Per comprendere a fondo la portata complessiva di quanto sta accadendo, andando oltre il tema della sicurezza in senso stretto, bisogna dunque analizzare in modo coordinato figure diverse — Violante e Minniti, prima; Piantedosi e Valditara, oggi – cercando di individuare in modo chiaro le visioni generali al di là delle azioni specifiche.
Credo perciò, per concludere, che sia importante rileggere le politiche di sicurezza non come misure in sé ma quali espressioni di visioni generali capaci di veicolare un’idea strutturata e strutturante dell’ordine sociale.
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Enrico Gargiulo, sociologo, lavora nel Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, dove insegna Sociologia e Politiche di integrazione e cittadinanza locale e fa ricerca su temi legali alla cittadinanza, alle politiche sociali, all’integrazione delle persone immigrate, alla gestione della popolazione e alla polizia. Ha scritto diversi libri, tra cui, di recente, Contro l’integrazione. Ripensare la mobilità (Meltemi, 2024) e Protocollo: uno strumento di potere (elèuthera, 2026).
Veronica Marchio è contrattista di ricerca presso l’Università Ca' Foscari Venezia, dove collabora an progetto denominato P-AGE, Social Defence. Uncovering the Transnational Epistemology of the punitive age. È membro della redazione della rivista «Studi sulla questione criminale». Il suo ultimo libro è «La prevenzione coercitiva. Securitarismo e limitazione delle libertà in Italia» (Meltemi, 2025).





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