La costruzione dal basso del meticciato
- Luigi Guelpa
- 10 ore fa
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Perché il calcio anticipa sempre la sociologia

L'11 giugno prende il via il Mondiale organizzato da Stati Uniti, Canada e Messico. Luigi Guelpa ripercorre quasi trent'anni di trasformazioni del calcio globale, mostrando come una previsione che nel 1998 poteva apparire provocatoria — che il futuro appartenesse alle nazionali multirazziali — sia diventata oggi una realtà sotto gli occhi di tutti.
Se la Francia del 1998 sembrava allora un'eccezione, oggi quasi tutte le principali nazionali del pianeta sono il prodotto di migrazioni, diaspore e intrecci postcoloniali. Il calcio, sostiene Guelpa, ha spesso anticipato la sociologia.
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Quando nel 1998, alla vigilia della Coppa del Mondo in Francia, si scriveva che il futuro del calcio apparteneva alle squadre multirazziali, qualcuno poté credere che si trattasse di una provocazione, di una delle tante esagerazioni che il calcio autorizza, come autorizza le lacrime degli adulti davanti a undici uomini in pantaloncini o l'illusione che una vittoria ai rigori possa correggere il PIL di una nazione.
Oggi, alla vigilia del Mondiale organizzato dagli Stati Uniti, dal Canada e dal Messico, bisogna riconoscere che la provocazione è diventata un luogo comune. Non perché il mondo sia diventato migliore. Il mondo raramente migliora. Cambia semplicemente forma. E il calcio, che è il più affidabile laboratorio sociologico dell'età contemporanea, se n'è accorto prima delle università, dei governi e spesso perfino dei cittadini.
Nel 1998 la Francia sembrava un'eccezione. Era la Francia di Zidane, Thuram, Desailly, Djorkaeff, una squadra che appariva costruita da un funzionario illuminato del Ministero dell'Integrazione più che da un commissario tecnico. La Francia Black-Blanc-Beur fu interpretata come un manifesto politico accidentalmente travestito da nazionale di calcio. Ad essere più precisi, prima del 1998 la Francia sembrava già un'eccezione statistica nel grande atlante calcistico europeo, ma in edizione limitata: una mosca bianca, o forse sarebbe più esatto dire nera. Sul finire degli Anni Settanta la sua garde noire presidiava le frontiere dell'area di rigore con l'autorità di una vecchia legione coloniale. Al centro della fortezza stavano Marius Tresor e Jean Pierre Adams, due corpi estranei soltanto per chi continuava a confondere la nazione con il colore della pelle, poi si unì a loro il folletto Jean Tigana a battezzare le terre di mezzo.
Oggi quella Francia non rappresenta più il futuro. Rappresenta il passato. Perché il futuro è arrivato e si è diffuso come la Coca-Cola, McDonald's, Netflix e tutte le altre religioni ecumeniche dell'epoca globale. Quasi tutte le nazionali importanti del pianeta sono diventate laboratori di meticciato. Non soltanto quelle dei paesi tradizionalmente costruiti dalle migrazioni. Anche quelle che fino a pochi decenni fa si immaginavano come fortezze etniche, come musei viventi dell'identità nazionale.
La Germania che allora sembrava composta da undici guardie forestali prussiane, geneticamente selezionate per vincere colpi di testa, oggi sarebbe incomprensibile senza i figli e i nipoti delle migrazioni turche, balcaniche, africane e mediorientali. L'Inghilterra è diventata un piccolo Commonwealth in pantaloncini. Il Belgio gioca come una nota a piè di pagina della storia coloniale europea. La Svizzera assomiglia sempre più a una conferenza delle Nazioni Unite. La Svezia sembra avere trasformato il proprio spogliatoio in un censimento delle guerre e delle migrazioni degli ultimi trent'anni.
Il calcio ha anticipato la sociologia perché il pallone arriva sempre prima dei professori. Prima arrivano i bambini che giocano nei cortili delle periferie, poi arrivano gli osservatori, poi arrivano i club, poi arrivano le nazionali e soltanto dopo arrivano i sociologi a spiegare quello che è successo. Quest'anno il Mondiale si disputa in tre paesi che sono essi stessi monumenti alle migrazioni. Stati Uniti, Canada e Messico formano una specie di triangolo geopolitico dentro il quale milioni di persone hanno attraversato frontiere, cercato lavoro, cambiato lingua, cambiato religione o semplicemente tentato di sopravvivere. Ventotto anni fa si scriveva che il calcio sarebbe penetrato negli Stati Uniti come un dio trasportato sulle spalle dei immigrati che attraversavano il Rio Grande. Sembrava una metafora. Era una cronaca anticipata.
Il calcio è entrato davvero negli Stati Uniti seguendo le rotte dell'immigrazione latinoamericana, africana, asiatica ed europea. Non ha conquistato l'America attraverso Harvard o Wall Street, ma attraverso i quartieri popolari, le scuole pubbliche, i parcheggi trasformati in campi improvvisati e le famiglie che continuavano a tifare le nazionali lasciate dall'altra parte della frontiera.
Ma il caso più affascinante di questo Mondiale non è forse quello degli Stati Uniti. È quello di Curaçao. Una piccola isola caraibica che sembra uscita da un romanzo postcoloniale e che presenta una nazionale composta quasi interamente da giocatori nati nei Paesi Bassi. Qui il meticciato supera perfino la questione razziale. Diventa una questione geografica.
Che cos'è Curaçao? Una nazionale caraibica? Una propaggine calcistica di Amsterdam Un'eredità dell'impero coloniale? Una filiale tropicale dell'Eredivisie Probabilmente è tutte queste cose in contemporanea. Ed è proprio questa simultaneità a rendere il fenomeno interessante. Perché il calcio contemporaneo ha smesso di rappresentare popoli stabili e delimitati. Rappresenta flussi. Rappresenta migrazioni. Rappresenta memorie familiari. Rappresenta reti diasporiche. Rappresenta figli che giocano per la terra dei nonni e non per quella della nascita.
Per un secolo ci siamo raccontati la favola secondo cui ogni nazionale fosse la manifestazione sportiva di un'identità nazionale compatta. La realtà era più complicata già allora. Oggi è diventata apertamente impossibile. Un giocatore nasce a Rotterdam, cresce ad Amsterdam, viene allenato da un tecnico belga, ha una nonna di Curaçao e decide di giocare per la nazionale caraibica. Un altro nasce a Parigi e sceglie il Marocco. Un altro nasce a Londra e sceglie il Ghana. Un altro ancora nasce a Bruxelles e gioca per il Congo. Le identità contemporanee assomigliano sempre meno alle bandiere e sempre più agli aeroporti.
La Francia del 1998 aveva mostrato la strada. Il Marocco semifinalista nel 2022 l'ha trasformata in metodo. L'Algeria pesca nei sobborghi francesi. Il Senegal utilizza la diaspora. La Costa d'Avorio sfrutta le connessioni postcoloniali. Il Ghana recluta nelle accademie europee. Curaçao, l'abbiamo detto, guarda ai Paesi Bassi come a una riserva genealogica e calcistica. Le vecchie rotte coloniali sono diventate autostrade del talento.
Naturalmente sarebbe ingenuo confondere il meticciato calcistico con la soluzione dei conflitti sociali. Le società che producono queste nazionali continuano a conoscere razzismo, discriminazioni, tensioni identitarie e paure collettive. Il gol non risolve la storia. Al massimo la racconta.
La Francia che celebrò Zidane non smise per questo di interrogarsi sulla propria identità. L'Europa che applaude i campioni di origine africana continua a discutere sull'immigrazione. Il calcio non elimina le contraddizioni. Le rende visibili. Per questo il Mondiale che sta per iniziare possiede un significato che supera il gioco. Con quarantotto nazionali e più di mille giocatori, il torneo assomiglia a una gigantesca esposizione universale delle migrazioni umane.
Non vedremo soltanto squadre. Vedremo genealogie, ex colonie che dialogano con ex metropoli, periferie che producono il talento consumato nei centri. Vedremo il passaporto negoziare continuamente con la memoria. Se nel 1998 la Francia sembrava un'eccezione storica, nel 2026 appare come il prototipo di un fenomeno ormai generalizzato.
La profezia si è realizzata in misura persino maggiore di quanto fosse immaginabile. Non esiste più una sola nazionale multirazziale capace di indicare il futuro. Il futuro è diventato l'intero Mondiale. E forse il vero vincitore di questa Coppa del Mondo non sarà una squadra. Sarà il meticciato stesso, quel grande processo storico che gli ideologi tentano periodicamente di arrestare e che invece continua ad avanzare con l'ostinazione di un centravanti lanciato a rete. Perché il calcio, come il capitalismo, come Internet e come le migrazioni, non riconosce le frontiere se non per il piacere di attraversarle.
Poi c'è un'altra forma di meticciato, quella amministrativa, prodotta negli uffici climatizzati più che nelle strade. Il Qatar, piccolo e ricchissimo, ma povero di tradizione calcistica e di serbatoi demografici, ha cercato altrove ciò che non trovava in casa. Ha guardato verso Paesi più fragili, ha offerto opportunità, passaporti, appartenenze accelerate. Non è la storia lenta delle mescolanze che riempiono le grandi nazionali europee; è una scorciatoia progettata a tavolino, dove l'identità diventa una voce di bilancio e la cittadinanza assomiglia a un investimento.
Nel calcio globale tutto ha un prezzo, persino il concetto di patria. E così, per i qatarioti, la nazionale non è più soltanto il riflesso di una società, ma il risultato di una politica di reclutamento. Non il meticciato nato dalla storia, bensì quello organizzato dal mercato. Sarà pure efficiente, ma ha il sapore artificiale delle serre: produce frutti impeccabili, eppure privi dell'odore della terra.
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Luigi Guelpa, nato nel 1971, è giornalista professionista e scrittore. Collabora con diverse testate nazionali occupandosi di politica estera. Nel 2010 ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport con il libro Il tackle nel deserto. Per DeriveApprodi ha pubblicato La lunga marcia della tartaruga. Una partita contro il destino (2026).





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