Scontro tra le civiltà o dentro la civiltà?
- Gigi Roggero
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![Belkis Ayón, Resurrección [Resurrection], 1988](https://static.wixstatic.com/media/0e99dc_1840bf37b33d462aa1a399f37e570058~mv2.jpg/v1/fill/w_980,h_982,al_c,q_85,usm_0.66_1.00_0.01,enc_avif,quality_auto/0e99dc_1840bf37b33d462aa1a399f37e570058~mv2.jpg)
La caccia al nero a Taranto, l’auto lanciata contro i passanti a Modena, gli spari nel centro islamico a San Diego. Soprattutto, tutto ciò che c’è stato prima e, purtroppo, che ci sarà dopo. Se ci limitiamo a una foto dell’esistente sembra avverarsi la profezia di Huntington: lo scontro di civiltà. Tuttavia, c’è un non detto alla base di tale profezia, che pone in discussione non solo l’ordine del discorso dominante, ma anche le categorie politiche di chi vi si oppone. Su questo riflette Gigi Roggero.
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Se pensi che questo universo sia brutto, dovresti vedere gli altri.
Philip K. Dick
La caccia al nero a Taranto, l’auto lanciata contro i passanti a Modena, gli spari nel centro islamico a San Diego. Soprattutto, tutto ciò che c’è stato prima e, purtroppo, che ci sarà dopo. Sulla genealogia razzista del presente rimandiamo all’articolo di Anna Curcio: senza questa bussola rischiamo di smarrirci nelle tremende ambiguità di quello che accade intorno a noi.
L’inquietante tema che qui vogliamo approfondire è che lo scontro delle civiltà profetizzato da Samuel Huntington negli anni Novanta non è più una minaccia: è diventato cronaca quotidiana. All’indomani della sbornia prodotta dal crollo del Muro di Berlino, infatti, il politologo americano, già teorico di riferimento della Trilateral, avvisa i suoi: è inutile pavoneggiarsi nelle celebrazioni della «fine della storia», perché quello che aspetta il capitalismo trionfante è un mondo non più governabile dagli Stati Uniti e dall’Occidente in generale. La vittoria nella guerra fredda, sostiene il lungimirante conservatore, rischia di tramutarsi in una vittoria di Pirro, perché l’esplosione del mondo socialista libera «identità culturali» antagoniste al modello occidentale e che porteranno al clash delle civiltà, in particolare con l’Islam e la Cina, mentre a livello locale prevarranno guerre tribali e conflitti tra musulmani e non musulmani. A questo bisogna prepararsi, conclude Huntington.
Lunedì scorso sul «Foglio», a proposito dell’attentatore di Modena, Giulio Meotti ha scritto di un processo di «decivilizzazione», ben rappresentato da «profili ibridi di giovani sradicati, segnati da fallimenti personali e mentali», che si nutrono «di un immaginario diffuso, di un senso di alienazione e di una percezione di contrapposizione tra “noi” e un occidente percepito come ostile (“vivo in un paese di razzisti” ha detto Salim El Koudri agli inquirenti)». Un immaginario che trova nell’auto e nel coltello le armi facilmente riproducibili per combattere lo scontro di civiltà nelle nostre metropoli. La questione non è dunque se esista un’esplicita appartenenza a un’organizzazione terroristica, perché è la stessa forma di vita di queste figure a essere inconciliabile con la civiltà occidentale.
Se ci limitiamo alla fotografia dell’esistente, potremmo dire che Meotti ha ragione dal suo punto di vista. Il problema però, per usare Brecht, è proprio il suo punto di vista. Esiste infatti un non detto nella profezia di Huntington e di tutti coloro che a essa si richiamano, una vera e propria mistificazione, ossia un occultamento degli interessi di parte che sottendono la fotografia dell’esistente: il punto è che cosa si intenda per civiltà. Naturalizzando la civiltà capitalistica, tanto da non doverla nemmeno più nominare come quadro complessivo delle nostre vite, non restano che le civiltà parziali, «identità culturali» in conflitto tra di loro. Fateci esprimere con un linguaggio novecentesco, perché da lì dobbiamo ripartire: il non detto è che lo scontro di civiltà emerge dalla sconfitta della lotta di classe. Ovvero, la sconfitta dello scontro all’interno delle civiltà: la lotta di classe nel West, la prospettiva anticoloniale nel Rest. A scanso di fastidiosi equivoci: non intendiamo la classe come i marxisti, sempre più noiosi e macchiettistici, cioè prodotto oggettivo della struttura economica; la classe è una mutevole composizione di differenze, tra cui razza e genere giocano oggi un ruolo centrale, è un processo contraddittorio che emerge a partire dalla lotta. Oggi classe non c’è perché non c’è lotta di classe, ma solo conflitti di identità parziali che mirano ad affermarsi in quanto tali.
Queste riflessioni pongono dei problemi anche alla nostra parte, di chi critica la civiltà capitalistica. Ne accenniamo stenograficamente tre. Innanzitutto, si è dato per scontato che il capitalismo non solo fosse occidentale, ma che non potesse che essere così. Si è perciò confuso un dato storico con un elemento necessario, arrivando così alla conclusione che la crisi dell’Occidente sarebbe stata anche la crisi del capitalismo. È falso. La storia del capitalismo nasce in Occidente, non c’è dubbio, e lo fa attraverso un processo di accumulazione originaria fondato in buona misura sulla schiavitù e sul colonialismo. Oggi però lo scenario è mutato. E gli ultimi decenni ci hanno mostrato come nel Rest non ci siano alternative alla civiltà capitalistica, ma alternative di civiltà parziali nel permanere della civiltà complessiva. Civiltà parziali come identità in senso forte, in grado di produrre soggettività e struttura antropologica, ma all’oggi in un’unica direzione di sistema. Resta quindi un unico sistema e differenti civiltà al suo interno: è questa la chiave fondamentale per capire il caos geopolitico odierno. In secondo luogo, è stato errato rappresentare la globalizzazione come un processo a senso unico di americanizzazione e occidentalizzazione. Già Huntington lo aveva capito in contrapposizione a Fukuyama, prefigurando come nel farsi uno del mondo sotto il segno del capitale la storia avrebbe assunto i tratti dello scontro brutale tra macroforme di vita collettive. Infine, ci sembra che questo scenario rappresenti la crisi radicale delle variegate ipotesi legate alla identity politics, che sempre più corrono il rischio di diventare identità di differenze chiuse in competizione e conflitto con altre differenze, riproducendo l’individualismo imperante nella forma dell’identitarismo di gruppo.
Arrivati a questo punto, se qualcuno si aspetta rassicurazioni o ricette per il che fare, ha sbagliato articolo, e forse ha anche sbagliato il tempo in cui vivere. Facciamo nostro l’ammonimento nietzscheano: se vuoi la pace dell’anima e la felicità, credi, se vuoi essere un seguace della verità, cerca. Se volete cercare, intanto un buon consiglio di lettura è lo straordinario romanzo di Paolo Bertetto La depressione della razza bianca: di questo parla, e quando lo avrete terminato sarete produttivamente inquietati. Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è allora un inquieto spazio di riflessione che si liberi dalle zavorre ideologiche e sia pronto ad avventurarsi nel mare in burrasca. Uno spazio, soprattutto, in grado di divincolarsi dalla tenaglia dello scontro di civiltà, ossia dalla scelta tra i due modi di vivere raffigurati da Meotti, i «civilizzati» e i «decivilizzati». Da un lato c’è il trumpismo, scontro di civiltà che ha per protagonista una razza bianca depressa che non vuole accettare la sconfitta. Dall’altro, diffidiamo profondamente da chi si schiera con i «decivilizzati», incatenando le stesse figure razzializzate a un mitologico destino identitario. Lo scontro di civiltà, sia esso rappresentato da Netanyahu e da Trump o dall’Isis e dagli ayatollah, è infatti il prodotto di un doppio fallimento: quello del colonialismo e quello dell’anticolonialismo. Da qui dobbiamo passare, con questo doppio fallimento dobbiamo tutti fare i conti. Perché la posta in palio di questo scontro non è la costruzione di un mondo liberato dagli orrori di quella attuale, ma la scelta dell’orrore a cui consegnare il nostro presente.
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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti.





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