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Il collasso delle illusioni

Tra scontro di civiltà e autoassoluzione progressista

 

Immagine a cura di Angelica Ferrara
Immagine a cura di Angelica Ferrara

Dopo i testi di Anna Curcio e di Gigi Roggero, continuiamo il dibattito a partire dai fatti di Taranto e di Modena e sullo «scontro di civiltà». Luigi Guelpa ci offre delle importanti chiavi di riflessione: in un’Europa che oscilla pericolosamente tra il panico identitario e la paralisi morale, spiega perché Taranto e Modena sono immagini speculari dello stesso fallimento, prodotto dall’irrigidirsi di identità prefabbricate che producono appartenenza fanatica e trasformano la paura in ordine narrativo. Lo scontro di civiltà piace perché semplifica: il trumpismo, l’islamismo radicale, il suprematismo bianco, i nazionalismi religiosi, gli identitarismi digitali, sembrano nemici assoluti ma condividono la stessa grammatica. Oggi – conclude Guelpa – il vero conflitto non è tra Islam e Occidente. È tra chi assume il meticciato della modernità e chi cerca disperatamente di impedirlo, tra chi vuole perseguire l’illusione della purezza e chi accetta che nessuno uscirà identico da questo secolo.


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Certe città europee hanno imparato a sanguinare in silenzio. Parigi lava il sangue con gli idranti all’alba, Bruxelles abbassa le serrande dei bistrot, Nizza continua a vendere gelati sul lungomare come se nulla fosse accaduto, Barcellona rimette in ordine le Ramblas con la rapidità malinconica dei camerieri esperti. L’Europa possiede un talento antico: trasformare la tragedia in protocollo amministrativo. Una corona di fiori, tre giorni di lutto, un hashtag istituzionale, il presidente che parla di valori democratici mentre dietro di lui lampeggiano le sirene blu.

Poi tutto ricomincia.

Le borse tornano a oscillare, i turisti riprendono a fotografare le cattedrali, gli editorialisti si dividono tra gli specialisti della sicurezza e i sacerdoti della rimozione morale. Intanto i morti scompaiono nella contabilità dell’abitudine.

Charlie Hebdo. Il Bataclan. Nizza. Bruxelles. Berlino. Londra. Barcellona. E oggi Modena, Taranto, le periferie dove il rancore cresce come muffa nei muri umidi delle case popolari. Da anni l’Europa vive dentro una guerra che continua a rifiutarsi di nominare. Non perché manchino le parole, ma perché le parole esatte costringerebbero tutti a guardarsi allo specchio. La destra chiama tutto questo invasione. La sinistra lo chiama disagio. Entrambe, spesso, mentono.

Perché il problema non è soltanto il terrorismo islamista, e non è neppure soltanto il razzismo europeo. Il problema è più profondo, più sporco, più difficile da raccontare nei trenta secondi di un talk show. È il collasso simultaneo di due illusioni: l’illusione occidentale della superiorità eterna e l’illusione che l’umiliazione storica dei popoli colonizzati producesse automaticamente emancipazione.

Samuel Huntington lo aveva capito prima di molti altri. E forse proprio per questo è stato letto male. Dopo la caduta del Muro di Berlino, mentre mezzo pianeta brindava alla «fine della storia», il professore americano avvertiva che il futuro non sarebbe stato pacificato dalla globalizzazione liberale. Al contrario: il mondo unificato dal mercato avrebbe prodotto identità sempre più aggressive. Religione, cultura, appartenenza, civiltà. Il capitalismo globale non avrebbe cancellato le differenze: le avrebbe trasformate in trincee.

Da allora, gran parte del dibattito occidentale si è ridotto a una caricatura. Da una parte i sacerdoti dello scontro di civiltà, convinti che esista un’Europa pura da difendere contro un Islam barbarico e irriformabile. Dall’altra gli specialisti dell’autoassoluzione progressista, incapaci di pronunciare parole come jihadismo, integralismo, antisemitismo islamista, misoginia religiosa, senza sentirsi immediatamente complici del colonialismo. Così il continente oscilla tra il panico identitario e la paralisi morale.

Eppure basta attraversare una banlieue francese, un quartiere periferico di Bruxelles o una stazione italiana alle undici di sera per capire che il problema non è teorico. È materiale. Odora di kebab freddo, hashish, deodorante economico, umiliazione sociale e cellulari di ultima generazione. È una generazione cresciuta dentro il capitalismo occidentale senza sentirsi occidentale; nutrita dalle sue merci ma esclusa dal suo riconoscimento simbolico.

I cosiddetti «lupi solitari» non nascono nel deserto. Nascono nelle metropoli. Sono prodotti urbani figli del nostro tempo. Hanno conosciuto il razzismo e TikTok, la disoccupazione e Netflix, la pornografia e la religione spettacolarizzata. Alcuni passano dal piccolo crimine alla radicalizzazione con la stessa velocità con cui altri passano dalla cocaina al trading online. Non sono residui medievali precipitati accidentalmente nella modernità: sono figli deformi della modernità stessa. L’Europa continua a raccontarsi la favola dell’attentatore folle perché il folle consola. Il fanatico, invece, obbliga a interrogarsi sul vuoto: politico, spirituale e sociale.

Ma sarebbe altrettanto stupido ridurre tutto all’Islam. Il razzismo europeo cresce specularmente, come un riflesso malato nello specchio. Taranto, gli spari contro i centri islamici, le aggressioni contro i migranti, le ossessioni etniche della nuova destra continentale: tutto questo non è una reazione accidentale. È l’altra faccia dello stesso fallimento. Lo scontro di civiltà piace perché semplifica. Offre identità prefabbricate. Produce appartenenza. Trasforma la paura in ordine narrativo.

Il trumpismo, l’islamismo radicale, il suprematismo bianco, i nazionalismi religiosi, gli identitarismi digitali, sembrano nemici assoluti ma condividono la stessa grammatica. Tutti promettono protezione attraverso la purezza. Tutti hanno bisogno di un nemico antropologico. Tutti immaginano il mondo come una frontiera assediata.

E qui l’Europa rivela la propria tragedia storica. Perché il continente che ha inventato il cosmopolitismo è anche quello che ha inventato il colonialismo scientifico, le gerarchie razziali, i campi, le deportazioni industriali. Le città europee sono già meticce da secoli, ma continuano a sognarsi bianche. È questa schizofrenia il vero cuore della crisi.

Marsiglia, Napoli, Palermo, Barcellona, Istanbul, Salonicco: il Mediterraneo ha sempre funzionato come una gigantesca centrifuga umana. Mercanti, schiavi, pirati, ebrei, arabi, greci, italiani, africani, levantini. La purezza è un’invenzione recente, prodotta dagli Stati nazionali e dalle loro mitologie scolastiche.

Il meticciato, invece, è la normalità della storia. Lo aveva capito Pasolini quando osservava le periferie romane trasformarsi sotto la pressione del consumo. Lo aveva capito Vázquez Montalbán descrivendo una Barcellona dove gli odori delle cucine immigrate raccontavano più verità dei discorsi parlamentari. Lo aveva capito perfino il vecchio Mediterraneo dei porti: ogni identità troppo rigida finisce sempre per puzzare di caserma.

Oggi il vero conflitto non è tra Islam e Occidente. È tra chi accetta il meticciato della modernità e chi cerca disperatamente di impedirlo. Ma attenzione: il meticciato non è lo slogan pubblicitario delle multinazionali progressiste. Non è la pubblicità di una banca con bambini di tutti i colori che sorridono davanti a un tablet. Il meticciato reale è conflitto, contaminazione, perdita reciproca, trasformazione dolorosa. Significa rinunciare all’illusione della purezza. Accettare che nessuno uscirà identico da questo secolo.

La grande paura europea nasce qui. Perché l’Europa invecchia, perde centralità economica, smarrisce il monopolio culturale che aveva esercitato per due secoli sul pianeta. E una civiltà impaurita tende sempre a radicalizzarsi. La «razza bianca depressa», come qualcuno l’ha definita, reagisce alla propria decadenza storica costruendo muri mentali prima ancora che fisici. Dall’altra parte, molte comunità immigrate reagiscono all’umiliazione rifugiandosi in identità religiose o culturali sempre più dure. Quando il futuro scompare, la tribù diventa una droga.

Ed eccoci qui: europei terrorizzati dall’Islam e giovani musulmani terrorizzati dall’Occidente, mentre il capitalismo globale continua tranquillamente a vendere scarpe, algoritmi, armi e intrattenimento a entrambi. Questo è il dettaglio che quasi tutti fingono di non vedere. Le civiltà combattono tra loro dentro un unico supermercato planetario. La stessa rabbia che arma il jihadista alimenta il suprematista bianco. Lo stesso senso di umiliazione attraversa le periferie arabe e le province deindustrializzate americane. Cambiano i simboli, cambiano le bandiere, ma il carburante emotivo è identico: paura della sostituzione, nostalgia di un ordine perduto, bisogno di appartenenza assoluta. Per questo il vero pericolo non è soltanto la violenza. È l’immaginazione binaria. L’idea che il mondo debba ridursi a un «noi» contro «loro». Perché quando una società accetta questa logica, la guerra civile culturale è già cominciata, anche se i ristoranti sono ancora pieni e le televisioni continuano a trasmettere talent show.

Le città europee assomigliano sempre più a uomini eleganti col fegato distrutto: bevono lentamente, sorridono, fanno finta di stare bene, ma dentro qualcosa si sta decomponendo. E tuttavia, proprio nel cuore di questa decomposizione, esiste ancora una possibilità. Sta nelle scuole miste delle periferie, nei matrimoni impuri, nelle lingue contaminate, nei mercati dove si mischiano bestemmie napoletane e arabo marocchino.

Ma anche nelle cucine, nella musica, nelle amicizie casuali, nei figli che non assomigliano più alle fotografie etniche dei nonni. Il futuro, probabilmente, parlerà con un accento sporco. Ed è una fortuna. Perché tutte le civiltà che hanno creduto di salvarsi attraverso la purezza sono finite trasformandosi in necropoli morali. Le civiltà vive, invece, sono sempre bastarde, roba da provocare, per fortuna, una cirrosi epatica a novelli Hitler. Il problema dell’Europa non è avere troppi stranieri. È avere troppo paura di diventare qualcosa di nuovo. Eppure non esiste altra via d’uscita. O il meticciato democratico, sociale e culturale riuscirà a costruire una convivenza conflittuale ma umana, oppure vinceranno le tribù. Quelle occidentali e quelle islamiste. Quelle bianche e quelle nere. Quelle religiose e quelle nazionaliste. E allora lo scontro di civiltà smetterà definitivamente di essere una teoria. Diventerà soltanto il nostro modo quotidiano di respirare.


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Luigi Guelpa, nato nel 1971, è giornalista professionista e scrittore. Collabora con diverse testate nazionali occupandosi di politica estera. Nel 2010 ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport con il libro Il tackle nel deserto.

Per DeriveApprodi è in uscita La lunga marcia della tartaruga.

6 commenti


ThomasSanderson
2 giorni fa

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ThomasSanderson
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daniel.reedk
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