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Spazi vitali di sangue

Jonathan Littel: la Shoah fra storia e letteratura



Un saggio di Ruggero D'Alessandro che interroga la produzione letteraria di Jonathan Littell.


***


Lo scrittore franco-statunitense Jonathan Littell rileva che nel volume del fascista belga Degrelle [1] sulla sua partecipazione alla Campagna di Russia l’Ebreo è come non esistesse, assenza anziché presenza. Difficile pensarlo visto che nella lista di «giudei» elaborata dal Servizio di Sicurezza delle SS (Sicherheitsdienst) ne vengono contabilizzati cinque milioni in Unione Sovietica [2]. Il memoriale di Degrelle per Littell è definibile con il termine usato nei rapporti SS inviati a Berlino: judenrein (libero da giudei).

Scrive il romanziere statunitense:


nel 1945 il genocidio è di fatto compiuto, all’Est non ci sono praticamente più ebrei; la Judenfrage, la «questione ebraica», è chiusa (…) Per Degrelle, quando scrive, la soluzione finale è sempre già conclusa. Perciò è naturale che anche il suo libro sia judenrein [3].

Quando Littell scrive queste righe sono passati appena due anni dall’uscita del suo romanzo: è un’opus per lunghezza, elaborazione, numero di personaggi avvicinabile ad alcuni dei più complessi romanzi del Novecento. In quasi mille pagine è anzitutto il tema a fare unicità o anche scandalo. Ne è protagonista un Obersturmbannführer (tenente colonnello) del citato Servizio di Sicurezza.

Perché si può, si deve, parlare di unicità di questo testo apparso nel 2006? È la prima volta che nella storia letteraria, a cinquant’anni dalla conclusione del secondo conflitto mondiale e della distruzione degli Ebrei d’Europa (per citare il titolo del capolavoro dello storico Raul Hilberg [4]) viene scritto e pubblicato un racconto/testimonianza di un protagonista della Shoah; quindi, non dal lato delle vittime ma dei boia.

Si tratta, della prima fase dello sterminio: gli storici francesi parlano di Shoah par balles (sradicamento degli Ebrei con pallottole), realizzata attraverso fucilazioni di massa nel 1939/42. Sono i primi tre anni di guerra, con la fulminea vittoria delle forze armate tedesche che invadono una ventina di nazioni europee.

Il periodo raggiunge l’acme con l'«Operazione Barbarossa», l’invasione del continente sovietico. Il 22 giugno 1942 una forza d’urto di 3.500.000 di soldati (fra tedeschi – circa l’85% – italiani, rumeni, ungheresi, slovacchi) dotati di 3.300 carri armati e 2.770 aerei dilaga con la velocità ed efficienza che la Blitzkrieg (guerra lampo) dimostra dal ’39. Le armate fasciste macinano 30-40 chilometri al giorno lungo le sterminate pianure russe.

Ecco riassunta da Littell l’ideologia alla base della nuova forma di guerra – biologica, razziale, politica:  


Cominciava a circolare un nuovo ordine del giorno di von Reichenau, un testo crudo e duro […]. I dubbi dei soldati erano definiti vaghe idee sul sistema bolscevico. Il soldato nei territori orientali è non soltanto un combattente secondo le regole dell’arte della guerra, scriveva, ma anche il portatore di un’ideologia nazionale implacabile e il vendicatore delle brutalità inflitte alla Nazione tedesca e a quelle che le sono apparentate per razza. Così, il soldato deve comprendere pienamente la necessità di una vendetta severa ma giusta contro il Giudaismo subumano. L’umana pietà doveva essere bandita: offrire cibo a uno Slavo di passaggio (…) era pura sconsideratezza, un malinteso atto umanitario [5].


Come viatico alla lettura de Les bienveillantes segnalo il numero speciale della rivista francese di storia contemporanea Le Débat, in cui due storici intervistano il romanziere; nonché, uno dei testi chiave della recente storiografia sulla Shoah uscito nel 2010 in Francia, opera di Christian Ingrao. Ne accenno fra poco.

Lo scandalo primario è lo sforzo immane compiuto da Littell in anni di ricerche storiografiche per rappresentare la psicologia di uno degli intellettuali SS impegnati nella prima fase di sterminio ebraico. Pagine si susseguono a pagine in cui nessun particolare balistico, anatomo-patologico, ematologico, traumatologico viene risparmiato al lettore; la colonna sonora è costituita dall’intreccio di voci e chiacchiere, informazioni e pettegolezzi, disquisizioni ideologiche e intemerate che escono dalle bocche ciniche, sferzanti, amorali di decine di protagonisti della citata Shoah par balles.  

Il lavoro letterario viene preso in considerazione in tutta serietà dalla comunità degli storici contemporaneisti. La citata rivista Débat dedica la parte centrale di un numero semi monografico: lo storico Pierre Nora (recentemente scomparso) s’interroga assieme a Littel su alcuni temi cari alla storiografia di quegli anni.

Lo storico osserva la capacità di approfondimento degna di uno studioso professionista nelle pagine de Les Bienveillantes; accanto alla penetrazione psicologica nella mentalità contorta del protagonista. Si vedano le pagine dedicate alla strage del vallone di Babij Jar (Kyiv, Ucraina, settembre 1941), con 33.700 assassinati in appena due giorni [6]. 

Il romanziere studia la polemica che si sviluppa a metà anni ’90 riguardo al titolo di storia contemporanea che fa più rumore in quel decennio (accanto a Francis Fukuyama di La fine della storia). Nel 1996, infatti, esce il primo studio di un giovane storico, Daniel Jonah Goldhagen [7]. Il giovane storico di Harvard situa l’antisemitismo quale motore centrale dell’intera macchina Shoah; per Littell si tratta di una semplificazione, mentre nel suo romanzo s’impegna a raccontare una realtà storica più sfaccettata.

Le prime pagine mettono subito al centro l’ambigua figura di un intellettuale meno che trentenne, addottorato in storia, improvvisamente ricattato da ufficiali SS del primo nucleo del citato Sicherheitsdienst. Se intraprenderà una carriera nel SD non sarà perseguito legalmente nè perseguitato politicamente come adescatore di ragazzi. I poliziotti nazisti, infatti, lo pescano in atti di libidine con un giovane del sottobosco gay di una città tedesca a metà anni Trenta.

Figura contraddittoria, intellettuale prestato (forzatamente) al raggruppamento spionistico e militare assieme a un centinaio di coetanei, accademici in scienze umane, economia, legge, scienze politiche, statistica.

Littell intreccia con acuta passione la trama del fluviale romanzo alle polemiche che animano, fra fine ‘900 e inizi 2000, la storiografia sulla distruzione degli Ebrei d’Europa.

Chiarisce infatti che:


Dans l’historiographie du nazisme, aujourd’hui, les problèmes clés sont deux points: le processus décisionnel de l’extermination et les motivations des acteurs, des bourreaux. (…) Hilberg lui-même a dit très clairement qu’il ne pensait pas qu’on allait trouver un document qui changerait tout (…) les parts d’ombre resteront donc massives. Or la Shoah est une historiographie où les parts d’ombre sont les plus noires et les plus terribles de toutes  [8].

Il risultato più intenso dei lunghi anni di studio, riflessione, scrittura del romanzo mi sembra la fusione della storia con la Storia: la vicenda di Maximilian Aue è quella di un herr doktor (in quanto akademiker, titolare di titolo universitario tedesco) e ufficiale superiore SS/SD. Il citato servizio è impiegato in URSS (Russia e alcuni territori conquistati e assorbiti da Stalin a fine anni Trenta) fra il ’41 e il ‘43. Sul fronte orientale non combatte i Russi o i banditen (i partigiani): il compito cui assolve ogni Einsatzgruppe è la caccia all’Ebreo. L’obiettivo è rendere ogni regione sovietica juden rein.

Dunque, la storia del romanzo è inscindibile dalla Storia. Ci vuol poco perché il dr. Aue si trovi a suo agio in quell’ambiente sotto la direzione di Heinrich Himmler (SS) e la responsabilità diretta di Reynhard Heydrich (SD), che del primo è il braccio destro.

L’altro testo da integrare è la thèse de doctorat del citato Ingrao, tradotta per Einaudi nel ‘12 (Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS); appena due anni dopo la versione originale francese apparsa per Fayard (Croire et détruire. Les intellectuels dans la machine de guerre SS).

Con un incipit romanzesco la Premessa rende inequivocabile la tematica:


Erano belli, brillanti, intelligenti e colti. Sono responsabili della morte di parecchie centinaia di migliaia di persone. Questo libro racconta la loro storia. È nato da una tesi di dottorato redatta tra il 1997 e il 2001, Gli intellettuali del servizio di informazione delle SS, 1900-1945. Si trattava di studiare un gruppo di ottanta laureati, economisti, giuristi, linguisti, filosofi, storici, geografi, alcuni dei quali avevano svolto una carriera universitaria in parallelo a un’attività di costruzione dogmatica, di sorveglianza politica e di intelligence interna ed estera in seno agli organi di repressione del Terzo Reich, in particolare il Servizio di sicurezza (SD) delle SS; personaggi in larga parte implicati, dal giugno 1941, nel tentativo nazista di liquidare gli ebrei dell’Europa orientale, nel quadro dei commando mobili di sterminio detti Einsatzgruppen [9].

Uno dei temi che il romanzo rende al meglio è l’insieme di vari fattori, fra geografia, ideologia, pratica genocidiaria, ubriacatura nazista, missione di igiene razziale. Questa mistura ispira la spiegazione degli storici «funzionalisti» sul giro di vite che il nazismo imprime al corso della Shoah con «Barbarossa».

Un aspetto ineludibile del discorso storiografico, così connesso a Le benevole, è il dibattito negli anni Ottanta/Novanta fra le due scuole di pensiero sullo sterminio. Da un lato troviamo gli storici cosiddetti «intenzionalisti» per i quali sin dal Mein Kampf (1923-24) si evidenzia l’antisemitismo ossessivo, biologico, eliminazionista che ispirerà il futuro Terzo Reich. Si procede con ritocchi e aggiustamenti fino al 1945: ma la base ideologica del progetto Endlösung der Jude Frage (soluzione finale della questione ebraica) è già tracciata nel mediocre testo hitleriano.  

Dall’altro lato, gli storici contemporaneisti di orientamento «funzionalista» così argomentano: il profondo antisemitismo impregna le colonne ideologiche del nazionalsocialismo; ma al contempo, per il passaggio all’atto (come dicono i psicologi), ci vogliono una serie di condizioni che la dirigenza del Terzo Reich, fino al 1940, non sa se si presenteranno[10]. Dunque, il progetto genocida opera e si sviluppa in funzione degli avvenimenti bellici, politici, economici di quegli anni.

Dalle 3 antimeridiane del 22 giugno 1941 i più alti dignitari attorno ad Adolf Hitler, lui per primo, si rendono conto di una serie di elementi:

  • le truppe della Wehrmacht, con gli alleati di Italia, Ungheria, Romania, Slovacchia sono seguite dai quattro citati Einsatzgruppen (A B C D, con circa tremila uomini fra SS-SD, Kripo, Orpo, Gestapo[11]) che hanno l’incarico di eliminare Ebrei, commissari politici del PCUS nell’Armata Rossa, dirigenti locali;

  • si realizza in tal modo la fusione, già teorizzata dal Servizio di sicurezza, fra ebrei slavi e comunisti sovietici; si va così costruendo la figura del «Bolscevismo giudaico», nemico numero uno del mondo ariano e nazionalsocialista;

  • è dunque una forma radicale e inedita di scontro biologico, ben prima che militare, quella che si svolge a Est;

  • le distanze infinite, le zone desertiche o poco popolate favoriscono, con l’assenza di testimoni, il senso d’impunità di cui godono le centinaia di migliaia di assassini e complici;

  • con la campagna di Russia cade definitivamente l’idea di forze armate tedesche composte da onesti guerrieri che nulla hanno a che fare con gli stermini;

  • a differenza della campagna di Polonia del settembre-ottobre ‘39, Heydrich nell’inverno del ’41 riesce a strappare un preciso accordo operativo alla OKW (Oberkommando Wehrmacht), cuore decisionale delle forze armate di Berlino; la Wehrmacht fornirà appoggio logistico ampio e sistematico ai quattro Einsatzgruppen - in modo che possano attendere al loro compito genocida anti ebraico e anti bolscevico con meno problemi possibili (contrattacchi dell’Armata Rossa, iniziative dei partigiani).


È questo il teatro in cui si svolge la missione di Maximilian Aue.

Lo scandalo è multiplo: piovono sullo scrittore critiche di compiacimento nelle descrizioni, scarso rispetto della prospettiva storica, scrittura torrenziale, distacco dalla materia.

Al contempo, nella sola Francia, nel 2006/07 il libro vende oltre 700 mila copie. La critica letteraria è ammirata, spesso entusiasta; in tanti rilevano coraggio e originalità nella scelta del racconto narrato da un boia della Shoah.

La comunità degli storici contemporaneisti, dal canto suo, plaude al rigore di Littell nei riferimenti dettagliati e nell’acribia di descrizioni e analisi. In effetti, non si tira indietro davanti a nulla sul piano letterario:

il mio sguardo incrociò quello di una bella ragazza, quasi nuda ma molto elegante, calma, con gli occhi pieni di un’immensa tristezza. Mi allontanai. Quando tornai indietro era ancora viva, girata a metà sulla schiena, un proiettile le era uscito sotto il seno e lei ansimava, impietrita, le sue belle labbra tremavano e sembrava che volessero formare una parola, mi fissava con i suoi grandi occhi sorpresi, increduli, occhi da uccello ferito, e quello sguardo mi si conficcò dentro, mi aprì il ventre e ne fece uscire un fiotto di segatura, ero un volgare pupazzo e non provavo niente, e al tempo stesso volevo con tutto il cuore chinarmi e ripulirle la fronte dalla terra e dal sudore, accarezzarle la guancia e dirle che andava tutto bene, che tutto sarebbe andato per il meglio, invece le sparai convulsamente un colpo in testa, il che dopotutto era lo stesso, per lei in ogni caso se non per me, perché io al pensiero di quell’insensato scempio umano ero invaso da una rabbia immensa, smisurata, continuavo a spararle e la sua testa si era spaccata come un frutto [12].

 

 

 

Note

[1] Si tratta di Leon Degrelle (1906-94), capo del Partito Rexista che già negli anni Trenta nel Belgio vallone (di lingua francese) sostiene Mussolini e Hitler, Franco e gli altri dittatori fascisti europei. Si arruola nel ’41 nella Wehrmacht da soldato semplice partecipando con crescente entusiasmo all’Operazione Barbarossa nel corpo delle Waffen SS (le SS inviate sui vari fronti nel 1939-45). Nel ’42 riesce a far approvare dai vertici delle SS la formazione di un corpo di spedizione di volontari valloni, diventando poi il comandante. In soli tre anni passa dal grado di Untersturmführer (sottotenente) a Standartenführer (colonnello di 2. classe). Nel dopoguerra si rifugia a Madrid protetto dal regime franchista e dall’Internazionale nera.

[2] La tabella di tutti gli Ebrei d’Europa viene letta dall’Obersturmbannführer (tenente colonnello) SS/SD Adolf Eichmann in occasione della riunione detta «del Wannsee» il mattino del 20 gennaio 1942. L’incontro si tiene nella villa sequestrata a una famiglia ebrea nell’elegante sobborgo berlinese di Wannsee. Serve a Reynhard Heydrich, fondatore e direttore del SD, per comunicare a una quindicina di dirigenti statali e del partito, delle autorità di occupazione all’Est e del Ministero per i suddetti territori il varo della Soluzione finale della questione ebraica; con tanto di cifre, cartine geografiche e, per l’appunto, sintetiche note statistiche. Erroneamente è spesso definita la riunione di avvio della Shoah – in realtà decisa fra settembre e ottobre del 1941.

Si veda il volume: Kurt Pätzold e Erika Schwarz, Ordine del giorno: sterminio degli Ebrei. La conferenza del Wannsee del 20 gennaio 1942, Bollati Boringhieri, Torino, 2000, p. 105

[3] Jonathan Littell, Il secco e l’umido. Una breve incursione in territorio fascista, Einaudi, Torino, 2009, p. 69.

[4] Raul Hilberg, La Distruzione degli Ebrei dell’Europa, 3 volumi, Einaudi, Torino, 2017

[5] Jonathan Littell, Le benevole, Einaudi, Torino, 2007, p. 141.

Il feldmaresciallo Walter von Reichenau comanda la 6. Armata, inserita nel Gruppo d’armate Sud agli ordini del feldmaresciallo Gerd von Rundstedt.

[6] Su quella strage, fra le più sanguinose dell’intera Shoah, il testo essenziale è un romanzo reportage (1970) di Anatolij Kuznecov, uno dei grandi e meno conosciuti scrittori russi del Novecento. In un passaggio a metà testo descrive, meglio di una monografia storica, il rapporto fra le due fasi dello sterminio: «in realtà, dal punto di vista territoriale, il burrone e il lager erano tutt’uno, e fra il popolo questo complesso ebbe sempre e soltanto un nome: Babij Jar. Il fatto è che i Tedeschi non arrivarono subito al loro sistema dei vari Buchenwald, Auschwitz e Dachau, prima fecero esperimenti; e in territorio sovietico all’inizio massacrarono semplicemente con le mitragliatrici, e solo in seguito, da gente oculata e pedante quali erano, organizzarono anche a Babij Jar una «fabbrica della morte», dove prima di uccidere le persone ne traevano ancora qualche utile». Anatolij Kuznecov, Babij Jar. Romanzo-documento, Adelphi, Milano, 2019, p. 288

[7] Daniel Jonah Goldhagen, Hitler’s Willing Executioners: Ordinary Germans and the Holocaust, Alfred Knopf, New York, 1996; edizione italiana I volenterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l’Olocausto, Mondadori, Milano, 1996

[8] «Nella storiografia del nazismo, oggi, i problemi chiave riguardano due punti: il processo decisionale di sterminio e le motivazioni dei protagonisti, dei boia […] Lo stesso Hilberg ha detto con chiarezza che non riteneva che si sarebbe trovato un documento che cambiasse tutto (…) le zone d’ombra, dunque, resteranno massicce. Ora, la Shoah è una storiografia in cui le zone d’ombra sono le più nere e terribili fra tutte». (traduzione mia).

Jonathan Littell, Pierre Nora, Conversation sur l’histoire et le roman, Le débat. Histoire, politique, société, Gallimard, Paris, mars-avril 2007, numéro 144, p. 33

[9] Christian Ingrao, Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS, Einaudi, Torino, 2012, p. IX

[10] Sul confronto fra i due orientamenti mi permetto di rinviare a: Ruggero D’Alessandro, Sull’orlo dell’abisso. Le origini della Shoah nel dibattito fra storici «intenzionalisti» e «funzionalisti», Mimesis, Milano, 2020.

È uscita anche la traduzione inglese: On the Edge of the Abyss. The Origins of the Shoah in the Debate between Intentionalist and Functionalist Historians, Mimesis International/Oxbow Books, Milano (IT) e Oxford (UK), 2022

[11] Si tratta, rispettivamente, di: Sicherheitsdienst, Servizio di sicurezza del corpo delle SS;  Kriminalpolizei, Polizia criminale per la repressione interna; Ordnungspolizei, l’insieme dei corpi di pubblica sicurezza, polizia statale e comunale, vigili del fuoco che nella Repubblica di Weimar (1919-1932) si trovavano unificati; Geheime Staatspolizei, polizia segreta del Terzo Reich.

[12] Littell, Le benevole, cit., p. 127


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Ruggero D'Alessandro si occupa di sociologia e storia della cultura, politologia e storia contemporanea. Tiene lezioni in università di diversi paesi europei, tra cui l'Italia. Per DeriveApprodi ha pubblicato: Gioventù ribelle a Londra (2016), Gioventù ribelle a San Francisco (2018), L'Utopia possibile (2019). Il suo ultimo volume pubblicato è I sonnambuli e i ribelli (Meltemi, 2025).


4 commenti


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