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Oltre lo stallo dell'apocalittismo

Recensione a Medusa di Agostino Petrillo (MachinaLibro, 2025)


Sibylle Bergemann al Mauerpark di Berlino, 1996
Sibylle Bergemann al Mauerpark di Berlino, 1996

Vando Borghi si confronta con le tesi sviluppate in Medusa di Agostino Petrillo (MachinaLibro, 2025), interrogandosi sulle implicazioni dell’apparente incapacità delle scienze sociali di pensare un futuro non già interamente inscritto nel presente e nelle forme di dominio che lo strutturano. Più in generale, la riflessione si estende al rapporto che le nostre società intrattengono con il futuro.


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Il libro di Agostino Petrillo (Medusa. Figure dell’apocalittismo contemporaneo, MachinaLibro/DeriveApprodi, Bologna, pp. 173, 15 euro) si colloca nell’oscuro e ambiguo territorio in cui avanziamo a tentoni, muovendoci con incertezza nella «dialettica tra presenza ossessiva dello sfondo apocalittico e mancanza di un’azione all’altezza della questione». Le cose crollano, proprio come nel fondamentale romanzo che il candidato al premio Nobel Chinua Achebe pubblicò nel 1958. Ma a fare esperienza del frantumarsi del proprio orizzonte di esperienza materiale e immateriale e dell’eclisse del proprio mondo non è più il lottatore Okonkwo, abitante di un villaggio sulle sponde del Niger dal quale assiste all’imporsi di un mondo altro, quello dei missionari e degli emissari del governo britannico. Ora, nei panni di Okonkwo ci troviamo noi, eredi del mondo che quei portatori della civiltà occidentale hanno imposto su scala globale. E le cose crollano ad una velocità cui è difficile anche far fronte nella riflessione, se, comprensibilmente spiazzato dalla rapidità delle trasformazioni, Petrillo ha ancora modo di ironizzare (giustamente) sui politici che ipocritamente «fanno a gara per brandire il vessillo dell’ecologia», auspicando una sostenibilità di sola facciata, una foglia di fico abbandonata repentinamente. Ma il ragionamento proposto nel testo coglie pienamente il nodo decisivo, vale a dire la questione del rapporto con il futuro e la necessità di elaborare un pensiero politico – ma non solo: giustamente Petrillo sottolinea che l’inadeguatezza segna anche la condizione delle scienze sociali e umane – che lo sottragga da interpretazioni solo apparentemente contrapposte, che sembrano rassegnarsi a (quando non addirittura celebrare) un futuro oramai totalmente inscritto nel presente e nelle forme del dominio che lo caratterizzano.


Il saggio di Petrillo si snoda affrontando da diverse angolazioni un tema di fondo, che consiste nella relazione che le nostre società intrattengono con il futuro. Un futuro appunto definito attraverso molteplici linguaggi, forme di comunicazione, tonalità emotive, che tuttavia l’autore si sforza di far uscire da un pacificato recinto di autosussistenza, interrogandone il senso politico e quindi trasversale alle specifiche sfere culturali, dal cinema alla letteratura fantascientifica, alle scienze sociali o umane. Il primo tema su cui il libro si concentra è quello dei disastri. A partire da Fukushima, l’autore ripercorre sinteticamente il vocabolario e la strumentazione con cui le scienze sociali hanno affrontato il disastro, attraverso le sociologie del rischio in particolare (Beck, Luhmann, ad esempio). Si impone qui la necessità di fare i conti con i limiti dimostrati da un sapere sostanzialmente predittivo-descrittivo e l’urgenza di dare corpo a una sfera pubblica (dunque, critica) della scienza e della tecnologia. Il punto non è solo la debole capacità dello Stato di affrontare il disastro. Il rischio da affrontare infatti si configura già molto a monte del fallimento sistemico, laddove «si permette che si formino grandi concentrazioni di energia, potere economico e potere politico». Successivamente, la discussione di Petrillo si rivolge alla relazione con la dimensione territoriale di eventi disastrosi, a partire dal modo in cui il Covid ha profondamente messo alla prova le città. All’analisi scritta a ridosso della fase pandemica, segue un post scriptum particolarmente efficace sull’«Apocalisse della pianificazione e mobilitazione totale della preparedness». I dispositivi (infrastrutturali, organizzativi, sociali) con cui prepararsi ai disastri, infatti, risultano caratterizzati dall’ambivalente compresenza di un potenziale di attivazione diffusa dei territori e delle loro specificità, da un lato; e l’eredità (tecnologicamente aggiornata) delle origini militar-aziendali di quegli stessi dispositivi, dall’altro. Un’eredità che appare decisamente dominante nel modo in cui si è andata riconfigurando l’organizzazione sociale post-pandemica. Nel terzo capitolo Petrillo ingaggia un corpo a corpo con la teoria degli «iperoggetti» di Timothy Morton. Si tratta di oggetti (il riscaldamento globale, ma anche l’inconscio; il Capitale ma anche il petrolio e così via) che inglobano l’uomo in una «ontologia complessa dove a contare come oggetti sono anche le relazioni tra gli oggetti e all’interno degli oggetti stessi». Per quanto utile a fornire elementi teorici per minare l’antropocentrismo, quella teoria conduce alla fine ad una paralisi dell’azione (politica) e alla mera contemplazione delle rovine, assecondando – per quanto da un’angolazione critica – la politica culturale del capitalismo sempre più centrata sui dividendi (economici, politici) della gestione della paura. In effetti, «il caos non è più l’arma dei ribelli ma il sigillo dei potenti» (Giuliano da Empoli, L’ora dei predatori, Einaudi 2025). Due excursus completano poi il percorso di Petrillo, il primo dedicato a «fuoco e vulcani nel cinema di Werner Herzog» e il secondo alle «utopie e distopie urbane nella science fiction degli anni sessanta e settanta».


Come sintetizza con chiarezza nelle Conclusioni del volume, la questione che si pone, complessa e irta di contraddizioni, consiste nell’evitare di farsi paralizzare guardando la Medusa dell’apocalissi che sembra circondarci da ogni dove. Nell’apocalittismo prevale tutta l’ambiguità di una «soggettività malata, una sorta di versione aggiornata del tipo blasé di cui parlava Georg Simmel, segnata da una vera e propria "malattia dell’anima contemporanea", i cui sintomi sono un senso di affaticamento derivante da un bombardamento di stimoli negativi, la sensazione di essere sopraffatti da eventi che ci trascendono». D’altra parte, ha ragione Morton quando ironizza sull’«estetica da Hobbit» che prospetta una «idilliaca quanto impossibile riconciliazione uomo-natura». Il punto d’approdo della riflessione è dunque un punto di partenza per l’elaborazione collettiva di una lettura non apocalittica, appunto, né autoconsolatoria delle rovine in cui viviamo. A questo dovrebbe dedicarsi una progettualità politica: politica delle rovine da cui emanciparsi e politica della cura, per dare corpo a modi di abitare il mondo meno distruttivi. Nella ricognizione di Petrillo emergono diversi fili con cui occorre tessere la trama di una tale elaborazione. In primo luogo si tratta di problematizzare la relazione con il futuro. Come è stato ben chiarito da Haud Guéguen e Laurent Jeanpierre (La perspective du possible, La Découverte, 2022), il futuro è divenuto oggetto di una domesticazione dell’incertezza, parte integrante di una «messa in ordine realista della realtà» nella quale anche il possibile viene catturato e celebrato nella forma dell’infinita malleabilità (purchè funzionale all’ordine dominante) dei soggetti e del mondo stesso. L’apocalittismo discusso e criticato da Petrillo tende a rendere opaca questa dinamica e sottrae alla vista le sue fondamenta molto concrete: la proliferazione di relazioni fondate sullo scambio tra autorità e fedeltà, che va trasformando le istituzioni in un mero involucro degli interessi privati, la crescente simbiosi di denaro e potere e un’iconoclasta disintermediazione volta ad abbattere ogni barriera alla presa dei potenti sugli individui, da trasformare appunto in fedeli. Sono le fondamenta di un paradossale processo di Rifeudalizzazione (Massimo De Carolis, Feltrinelli 2025) che opera attraverso l’estensione di una sostanziale indifferenza al mondo reale (l’ambiente, le relazioni, i corpi), resa possibile da dispositivi di astrazione (la finanziarizzazione, accelerata e capillarizzata; il reticolato digitalizzato attraverso cui avviene la cattura dell’attenzione e quindi dell’esperienza) sempre più efficienti grazie alle tecnologie digitali. Se tiriamo questi fili, diviene effettivamente possibile scorgere quanto efficacemente mette a fuoco Carlo Galli (Tecnica, Il Mulino, 2025), vale a dire che nella tecnica e attraverso la tecnica ciò che si esercita è il potere. Nel «futurismo visionario» dei potenti oligarchi delle piattaforme si coglie, scrive Galli «l’evidenza e l’emergenza dell’ideologia della plasticità infinita del reale, della spoliticizzazione della società, della naturalizzazione della tecnica». Tagliare la testa della Medusa, allora, significa contrapporre una politica che a queste concezioni (l’indifferenza al mondo dei gatekeepers delle piattaforme, l’ideologia di una tecnologia frictionless e onnipotente) contrappone il riconoscimento della realtà come una alterità che ci resiste, rispetto alla quale occorre riscoprire il significato del limite.


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Vando Borghi è nato a Modena (dove vive tuttora) nel 1965. È professore ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro e membro del Collegio di Dottorato in Sociologia e ricerca sociale. È autore di numerose pubblicazioni. L'ultimo libro pubblicato è The Ruins of Capitalism and Possibilism: Beyond Homo Faber (Routledge, 2025).

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