«Se ci fermiamo noi si sporca il mondo»
- Paola Imperatore
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Recensione di Rendere pulito il mondo. Capitalismo razziale e lotta decoloniale di Françoise Vergès

In Rendere pulito il mondo. Capitalismo razziale e lotta decoloniale (ombre corte, 2026), Françoise Vergès ribalta la prospettiva sul concetto di igiene e cura, ponendo una domanda scomoda: chi riempie di rifiuti il pianeta e chi è condannato a fare pulizia? L’autrice svela così i meccanismi del capitalismo razziale, al cui interno i costi ambientali e umani vengono sistematicamente scaricati sui corpi delle donne, dei migranti e delle popolazioni razzializzate.
Pubblichiamo oggi una recensione del libro, scritta da Paola Imperatore.
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Con Rendere pulito il mondo. Capitalismo razziale e lotta decoloniale (ombre corte – collana Ecologiche, 2026), Françoise Vergès – studiosa decoloniale e attivista femminista - si rimette sulle tracce delle sue precedenti opere - Un femminismo decoloniale (2020) e Una teoria femminista della violenza (2021) - per proseguire la riflessione intorno ai processi di razzializzazione.
Con questa nuova pubblicazione, l’autrice intreccia la teoria marxista della riproduzione sociale, il capitalismo razziale e le riflessioni ecologiste a partire dal concetto di pulizia, con l’obiettivo duplice di mostrare la costruzione razzista della pulizia e di proporre una politica decoloniale della pulizia.
La pulizia – come Vergès ci indica sin dalle prime pagine – è ciò che divide il mondo e lo riorganizza lungo l’asse dicotomico pulito/sporco: da un lato, gli esseri-umani, dall’altro gli animali-umani. E, come insegnano le riflessioni femministe, le cosmologie indigene, le analisi decoloniali, ogni dicotomia è anche una gerarchia che si presenta come naturale.
Mentre ci conduce nella sua riflessione che ha come approdo la proposta politica di una pulizia decoloniale, Vergès mette a nudo la scomodità nel parlare di pulizia. Un concetto che non è neutrale, e che è stato nei secoli declinato in modo razziale. Pulire, sterilizzare, purezza, sono tutti termini che appartengono ad «una concezione coloniale dell’igiene» e utilizzati nel corso della storia per giustificare genocidi, pulizie etniche ed espulsioni di massa delle popolazioni indigene dalle loro terre.
Di contro, lo sporco è stato associato ai corpi razzializzati, ai modi di vivere delle comunità indigene, a tutti coloro che con la loro esistenza contaminano il candore della bianchezza.
Per questo, l’autrice intraprende un’analisi critica della pulizia – intesa sia come lavoro sia come obiettivo rispetto alla produzione dei rifiuti – per evidenziare i paradossi e svelarne la funzione di disciplinamento che vi si cela dietro, per poi aprire alla riflessione intorno ad altre pulizie possibili.
La pulizia mira a organizzare lo spazio, rendendo le città e la «natura» pulite e ordinate a beneficio di una ristretta parte della popolazione che potrà consumare questo spazio. Oggi, mentre l’eccesso di merci e flussi informativi sembra saturare non solo il nostro spazio fisico ma anche quello mentale, occupando il nostro tempo e sommergendo ininterrottamente la nostra mente di impulsi, l’idea capitalista di pulire e ripulire si fa ulteriore spazio. Dietro questo «capitalismo del benessere», programmi di digiuno, attività di meditazione, proposte di viaggi nella natura incontaminata, hanno aperto in Occidente nuovi spazi di accumulazione e espropriazione di pratiche e territori, occupando uno spazio sempre più ampio nell’immaginario bianco.
Eppure, dietro alla pulizia che sembra denotare cura e attenzione allo spazio, si celano rigide gerarchie patriarcali e razziali. Come evidenzia Vergès, il lavoro di pulizia si fonda su due paradossi. Il primo, è che questo lavoro deve essere visibile nel risultato ma invisibile nel suo processo: le stazioni, i bagni, le camere di albergo, le strade devono vedersi pulite, ma non bisogna vedere coloro che svolgono questo lavoro scientificamente invisibilizzato. Il secondo paradosso è dato dal fatto che sono proprio quelli considerati sporchi dallo sguardo bianco e coloniale a tenere l’Occidente pulito, nella misura in cui le donne razzializzate costituiscono gran parte della manodopera impiegata nei lavori di pulizie. Sull’invisibilità del lavoro di cura e pulizia delle donne, in particolare quelle razzializzate, Vergès ritorna parlando della performance The Clean-up Woman dell’artista afro-olandese Patricia Kaersenhout, che smaschera in modo evocativo l’invisibilizzazione di tali corpi dallo sguardo coloniale. Infatti, in quella occasione l’artista sceglie come azione performativa di pulire il museo e, come previsto, nessuno nel pubblico si accorge della sua presenza, restando in attesa dell’arrivo dell’artista.
Al contempo, Vergès riflette anche sullo sporco. Da un lato, ripercorrendo la storia l’autrice evidenzia come la definizione di sporco si fondi su un giudizio occidentale del tutto arbitrario che ha avuto e ha la presunzione di dividere tra buono/cattivo, gradevole/sgradevole, profumato/puzzolente, pulito/sporco. Vergès evidenzia questa dimensione quando parla - riprendendo lo storico Andrew Kettler - di razzismo olfattivo e del modo in cui «il naso europeo» diventa l’arbitro che impone la propria percezione di fetido/puzzolente non solo alle persone non bianche, ma «anche alla frutta, alle spezie o ai modi di cucinare non europei».
Dall’altro, il libro mette in mostra come la sporcizia sia il risultato di una specifica politica dell’abbandono che non è casuale negligenza ma obiettivo desiderato.
Nei campi profughi, negli alloggi temporanei, nei rifugi per donne, negli ostelli per migranti, nelle carceri, nei centri di educazione giovanile e negli ospedali psichiatrici la vita è sempre descritta in un quadro di abbandono organizzato: bagni sporchi, una doccia ogni dieci persone, acqua fredda, lenzuola sporche, niente sapone, shampoo scadente se c’è, scarafaggi, vernice scrostata, cattivi odori, cibo di scarsa qualità.
Le testimonianze che ci arrivano quotidianamente dai CPR, dalle carceri, dalle tendopoli improvvisate di lavoratori migranti, non fanno che confermare l’esistenza di una sporcizia organizzata intenta ad umiliare e disumanizzare gli «animali-umani».
Il capitalismo razziale non produce solo scarti materiali, ma anche relazioni di scarto, come suggerisce in modo evocativo Marco Armiero quando parla di Wastocene, ovvero «era dello scarto». Gli animali-umani sono il rifiuto prodotto da questo sistema, e la negazione dei bisogni più basilari come l’igiene compone parte essenziale della strategia di disumanizzazione. Proprio in riferimento a questo e in contrasto all’abbandono organizzato, Vèrges parla dell’elementale come ciò che è vitale e consente la riproduzione della vita, e del bisogno di una politica dell’elementale capace di mettere al centro i bisogni più «triviali». Una politica dell’elementale che secondo l’autrice è intrinsecamente rivoluzionaria poiché impone una trasformazione radicale dei rapporti sociali e intimi.
Se, per analizzare la politica coloniale della pulizia, Vergès recupera l’eredità di pensatrici marxiste e femministe - da Silvia Federici a Françoise d'Eaubonne passando per Maria Mies, Carolyn Merchant, Ariel Salleh e molte altre, d’altro lato l’autrice mette queste correnti di pensiero in dialogo con l’ecologia politica. Infatti, Vergès – e qui viene a mio avviso la parte più innovativa della sua riflessione – mette al lavoro il concetto di pulizia nell’ambiente razzializzato, ovvero «nel campo di strutturazione delle relazioni sociali che non può essere pensato separatamente dall’ambiente non razzializzato dell’ambientalismo bianco».
Il capitalismo razziale è per sua natura un sistema antiecologico in cui la produzione di rifiuti e di relazioni di scarto non è solo una conseguenza indesiderata ma una condizione stessa del suo successo: il capitalismo dipende dalla produzione di merci destinate a diventare rifiuti che sono il «segno del (suo) successo» come affermano gli scrittori marxisti Fred Magdoff e Christ Williams ripresi da Vergès.
Per questo l’autrice afferma che la pulizia è incompatibile con il capitalismo che concepisce la Terra come una discarica. Eppure, la crescita di una coscienza ecologista in tutto il mondo ha costretto il capitale ad ingegnarsi nella ricerca di politiche per ripulirsi e ripresentarsi sotto una veste nuova, quella del capitalismo verde. Con strane equazioni matematiche e teoremi si è cercato di convincere l’opinione pubblica del fatto che il mercato avrebbe assicurato una crescita pulita rendendo compatibili gli obiettivi economici con quelli ecologici. L’industria pubblicitaria si è prodigata inventando etichette e prefissi che avrebbero dovuto calmare le acque e rasserenare i cittadini trasformati in consumatori. «Bio», «eco», «Km0» e altri termini hanno iniziato a diffondersi nelle catene dei supermercati, nei progetti energetici (biometano, bioraffineria, ecc.) cercando di nascondere la sporcizia organizzata del capitalismo.
Da un lato, intorno alla politica dei rifiuti si è innescato un mercato redditizio incentrato sull’idea di trasformare lo scarto in merce, ovvero di re-immettere il rifiuto nel circuito economico per produrre nuovo profitto. Vèrges cita lo studio di McKinsey & Company – una delle più prestigiose società di consulenza manageriale – per evidenziare come questa «corsa contro i rifiuti» sia considerata «motivo di ottimismo» dal momento in cui «sono pochi i settori in cui il successo imprenditoriale porta maggiori benefici economici».
Dall’altro lato, poiché le tonnellate di merci quotidianamente prodotte sono troppe persino per essere gestite attraverso gli strumenti di mercato, il loro «destino» è quello di essere buttate via. Ma Vergès ci invita a riflettere: dove si trova questo «via»? Intorno a questa domanda emerge con forza la natura coloniale del capitalismo che ha bisogno di quella dicotomia precedentemente accennata per gestire le sue contraddizioni. Qui, l’Occidente, è il posto da tenere pulito, altrove deve invece contenere lo sporco che l’Occidente «butta via». L’imperialismo ecologico – per dirla con Kohei Saito – è quella forma di relazione che consente all’Occidente di avere uno stile di vita più ecologico e «pulito» traslando le sue contraddizioni ambientali altrove (l’autore parla a tal proposito di traslazione spaziale come una delle strategie del capitalismo verde).
Se è vero che siamo abituati alle immagini che con angolazioni diverse ci mostrano enormi discariche nel deserto e tonnellate di vestiti sulle coste africane, è altresì vero – come afferma Vergès – che non riusciamo a vedere la relazione coloniale dietro quelle immagini, convincendoci che il problema, seppur di enormi dimensioni, è altrove, è di altri.
A questa sporcizia sistematicamente prodotta dal capitalismo fa da contraltare la retorica della natura incontaminata e selvaggia. Il mito della natura selvaggia ha origini lontane. Già nel tardo Ottocento negli Stati Uniti e in Europa nascevano organizzazioni per la conservazione della natura, come il Sierra Club o la Royal Society for the Protection of Birds, che avrebbero continuato a diffondersi per tutto il Novecento. La pandemia, disvelando l’insostenibilità delle grandi metropoli, ha dato un forte slancio nell’immaginario di massa rispetto al mito della natura incontaminata in cui poter staccare dai ritmi insostenibili della città e ricaricare le energie lontano da tutto e tutti. Eppure, quello della natura incontaminata non è che un mito creato dell'ambientalismo bianco, che non contrasta le cause sistemiche della contaminazione, ma si fonda sulla politica dei parchi per proteggere e conservare ecosistemi ritenuti selvaggi e incontaminati. Come evidenzia Razmig Keucheyan nel libro La natura è un campo di battaglia (Ombre Corte, 2019), il mito della wilderness (selvaggio) si è storicamente intrecciato con la politica della whiteness (bianchezza), mostrando la natura coloniale delle politiche di conservazione che hanno tracciato perimetri e definito regole di accesso alle aree naturali espellendo le comunità autoctone che vi vivevano e che avevano saputo stabilire per secoli forme di convivenza sinergica con la natura.
L’ambientalismo bianco in sostanza trattava come rifiuti le comunità indigene, ripulendo – attraverso la costituzione di enclave verdi – quella natura contaminata dai corpi razzializzati, così da offrire al turista occidentale un’esperienza «autentica» nella natura selvaggia.
Questa rappresentazione - come ha sottolineato l’antropologo Andrea Staid nel suo libro Essere natura (Utet, 2022) - rimuove il fatto che l’80% della biodiversità si trova in territori abitati da comunità indigene, quelle che storicamente hanno contribuito meno alla produzione di rifiuti e sporco del mondo.
«Indovina: qual è l’animale più sporco al mondo?» recitava una piccola installazione in legno all’ingresso di un parco naturale visitato qualche anno fa. Una volta aperta la finestrella, appariva uno specchio: era la persona riflessa, l’umano, l’animale più sporco al mondo. Eppure, in un mondo dove c’è chi si muove con l’elicottero privato e chi non ha un tetto sulla testa, dove ci sono famiglie con un SUV a persona e altre senza accesso all’acqua, dove ci sono influencer che comprano e buttano «via» capi di abbigliamento a ritmo sempre più serrato e donne addette alle pulizie che lavorano 12 ore al giorno per far brillare uffici, ristoranti, palestre, saune, come si può pensare che lo sporco sia ugualmente prodotto?
In un mondo dove le discariche di rifiuti pericolosi sono collocate vicino ai quartieri neri, seppelliti e bruciati nelle mille periferie del mondo - da qui il concetto di razzismo ambientale - come si può pensare che lo sporco sia ugualmente distribuito?
L’ambientalismo bianco ha contribuito alla costruzione di un «noi» e di un concetto di «natura» che rimuove volutamente le differenze di classe, razza e genere al punto - per dirla con le parole di Dario Paccino nel suo Imbroglio ecologico. L'ideologia della natura (ombre corte, 2021) – di interessarsi più «agli stambecchi del Parco Nazionale del Gran Paradiso» che «agli operai delle fabbriche e dei cantieri».
Contrariamente all’ambientalismo bianco, l’ambiente razzializzato su cui Vergès ci propone di riflettere è un ambiente incarnato nella vita quotidiana, che determina materialmente la nostra possibilità di vivere e che è intriso di relazioni di potere che hanno prodotto la dicotomia tra essere-umani e umani-animali.
Vergès però non si limita a constatare tutto ciò con una lente critica. Alla pulizia coloniale e alla sporcizia organizzata, l’autrice oppone una speranza radicale, non per salvare questo mondo, ma per «ricucire, improvvisare, mettere insieme», per trovare «risorse inaspettate nel fango, da utilizzare in modi nuovi», partendo da una pulizia decoloniale.
La pulizia decoloniale di Vergès pone, in sintesi, tre punti chiave alla riflessione teorica e alla pratica militante.
Il primo riguarda il fatto di rendere la pulizia un tema politico disvelandone la natura patriarcale e razziale. Se la pulizia coloniale si è tradotta in dispositivo di governo dei corpi e della natura, a noi la sfida di riappropriarci in senso decoloniale della pulizia partendo dalla domanda che Vergès riprende dal Manifesto for Maintenance Art dell’artista femminista Mierle Laderman Ukeles (1969): «dopo la rivoluzione, chi raccoglierà la spazzatura il lunedì mattina?».
Rispetto a questa domanda che il femminismo ci pone costantemente per ricordarci l’asimmetrica distribuzione del lavoro di pulizia lungo l’asse del genere e della razza, Vergès ci invita a fare un passo avanti, chiedendoci di riflettere anche su quali possano essere delle forme decoloniali di pulizia. Con questo obiettivo, ci invita a guardare al modo in cui «le popolazioni indigene, nere, africane e asiatiche, e i collettivi e le comunità già costruiscono forme di vita che hanno voltato le spalle alla logica del capitalismo dei rifiuti» e a come «abbiano immaginato la pulizia del pianeta» intesa come cura della terra, degli esseri umani, delle piante, degli animali e dei fiumi. Il che significa guardare a visioni e cosmologie capaci di pensarsi parte della natura, e non entità separate e ordinate in senso gerarchico.
In questo senso è interessante notare, come osserva l’ambientalista e scrittrice Julia Butterfly, che nel vocabolario delle comunità indigene non esistono termini per dire «riciclaggio», «riutilizzabile», «smaltimento dei rifiuti» o «buttare via», proprio perché vi è una visione circolare e non duale dell’interazione tra umanità e natura.
Il secondo punto è legato alla centralità della politica dell’elementale, che nega i bisogni vitali delle persone, specialmente quelle marginalizzate, e – come sottolinea Vergès – banalizza i bisogni fondamentali delle donne «di colore» (termine e virgolette usate dall’autrice). In questo senso l’autrice afferma che «una politica viva è una politica dell’elementale, perché comprendere che non ci sono assorbenti igienici mentre in realtà dovrebbero esserci è una politica della cura e della pulizia quotidiana». Se quindi l’abbandono organizzato nega tutto ciò che è necessario per una vita degna e comunitaria, la «politica dell’elementale» pone l’accesso ad acqua potabile e pulita, all’aria pulita, a un tetto sopra la testa, all’istruzione e alla salute al centro della lotta.
Il terzo ha a che vedere con l’abolizione dell’industria razziale delle pulizie che passa per la sindacalizzazione, organizzazione e visibilizzazione delle lavoratrici e lavoratori del settore. La proposta di Vergès di una pulizia decoloniale non si basa su immaginari utopistici o astrazioni teoriche ma, al contrario, sulle lotte delle donne razzializzate che, fuori da ogni ritratto vittimizzante che guarda a quei corpi come fossero senza voce, hanno reso visibile l’industria «invisibile» delle pulizie. Organizzandosi attraverso il sindacato e usando lo sciopero, le donne addette alle pulizie sono riuscite a rendere evidente a consumatori upper-class perlopiù bianchi l’enorme lavoro di cura e pulizia che è meticolosamente organizzato per essere invisibile, ma che diventa immediatamente visibile se interrotto. Lo slogan del movimento transfemminista ritorna in mente: «se ci fermiamo noi si sporca il mondo».
Rendere pulito il mondo parla di questo e di molto altro, perché sono davvero numerosi i fili che Vergès riesce a intrecciare e le autrici e autori che coinvolge lungo il suo sentiero di riflessione.
Nella prefazione all’edizione italiana, l’autrice parte dalla Palestina, dove la distinzione tra esseri-umani e umani-animali si è avvertita con tutta la violenza possibile. Al popolo palestinese è stata inflitta una negazione sistematica dell’elementale, proprio in virtù del loro essere considerati umani-animali: non abbastanza umani per essere tratti da tali, ma sufficientemente da poter soffrire per l’umiliazione e le condizione connesse a tale negazione. Per questo, asserisce Vergès, una politica dell’elementale non può che essere una politica per l’abolizione del regime globale di apartheid e per una ridefinizione del concetto di umanità che ne sfidi la natura razzista, quella stessa definizione che ha reso possibile un genocidio con il sostengo di tutto il mondo considerato «pulito».
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Paola Imperatore svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. I suoi interessi di ricerca includono la giustizia ambientale, l’ecologia politica, la crisi climatiche e la transizione ecologica, osservate in particolare dalla prospettiva bottom-up dei movimenti sociali, delle comunità e dei lavoratori. Recentemente ha pubblicato Territori in lotta. Capitalismo globale e giustizia ambientale nell’era della crisi climatica (Meltemi, 2023) e, insieme a Emanuele Leonardi, L’era della giustizia climatica. Prospettive Politiche per una transizione ecologica dal basso (Orthotes Editrice, 2023), oltre ad aver pubblicato le proprie ricerche in riviste scientifiche e divulgative.





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