L’automazione come richiesta, non come destino
- Helen Hester e Will Stronge
- 30 apr
- Tempo di lettura: 7 min

Il I maggio in tutte le librerie per DeriveApprodi La società del post-lavoro. Ridurre, redistribuire e valorizzare di Helen Hester e Will Stronge, nella collana «Infedeli» diretta da Francesca Coin.
Un libro che parte da una domanda semplice ma radicale: cosa non funziona nel lavoro oggi? Da qui prende forma la prospettiva post-work, che non si limita a criticare l’esistente ma a proporre una nuova modalità di immaginarlo.
Oggi pubblichiamo un estratto dal capitolo sulla politica post-work con e oltre le tecnologie, in cui si sviluppa un ragionamento di metodo sull’automazione.
La questione, ci dicono gli autori, non è «più o meno tecnologia», ma quale tecnologia, controllata da chi e per quali fini. L’innovazione, infatti, non è neutra perché già plasmata dalle condizioni economiche e sociali in cui nasce. Nel capitalismo lo sviluppo tecnologico è stato guidato dall’obiettivo di aumentare produttività e profitto, rendendo più efficienti i processi di produzione. Il risultato è un’espansione enorme delle capacità produttive, ma profondamente ambivalente: se da un lato si apre la possibilità di un lavoro più ricco per tutti, dall’altro, per molti, il lavoro si fa sempre più povero e alienante.
Per questo, sostengono gli autori, non basta aspettare che l’automazione ci liberi. La vera sfida è politica: ripensare e riorganizzare le tecnologie esistenti per ridurre il lavoro necessario e orientarle verso obiettivi che vadano oltre le logiche del profitto.
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Noi non la pensiamo così. Consideriamo un momento il dibattito sull’automazione, così come è attualmente inquadrato: è importante riconoscere qui lo slittamento, comune alle critiche fatte ai «teorici dell’automazione» post-work, tra due posizioni abbastanza diverse. Critici come Benanav e, in misura minore, Smith, prendono entrambi di mira quella che potremmo definire «la tesi dell’inevitabilità», in cui l’automazione è posizionata come destino nel futuro prossimo, medio o lungo. Come abbiamo visto, alcune delle premesse di Bastani in Fully Automated Luxury Communism rientrano facilmente in questa categoria, e anche alcuni testi di Gorz tradiscono questa tendenza [1]. Allo stesso modo, Srnicek e Williams potrebbero essere visti flirtare con la tesi dell’inevitabilità in Inventare il futuro, soprattutto nelle loro affermazioni secondo cui «l’ondata emergente di automazione cambierà drasticamente la composizione del mercato del lavoro, e potenzialmente porterà a una significativa riduzione della domanda di lavoratori» [2]. Una cosa, tuttavia, è suggerire che le macchine e gli algoritmi stiano arrivando per sostituire il nostro lavoro; un’altra è sostenere che dovrebbero farlo. In altre parole, la tesi dell’inevitabilità dovrebbe essere contrapposta alla richiesta di piena automazione nella letteratura post-work. Lo slittamento tra inevitabilità e richiesta si può trovare tra le righe dell’argomentazione di Benanav, ad esempio. Il suo Automazione presenta un’argomentazione che smorza le aspettative sulla capacità del capitalismo di realizzare un’utopia automatizzata e riconosce che sono necessarie nuove visioni utopiche per resistere alle forze stagnanti e maligne del capitalismo. Benanav, tuttavia, si sofferma meno sulle richieste post-work (utopiche) per l’uso dell’automazione stessa, concludendo invece il suo testo con una serie di proposte sulla proprietà e la demercificazione. È comunque importante ricordare che, accanto all’idea di un’automazione inevitabile, gli autori del post-work sottolineano anche la necessità di una lotta politica. Bastani, ad esempio, si chiede:
Come si può superare la distanza tra il futuro che pensavamo fosse in offerta e la delusione rispetto al presente [3]? Riconoscendo l’incapacità del capitalismo di offrire una vera abbondanza, scrive che in assenza di una politica appropriata [le nuove tecnologie] porteranno solo a nuove forme di profitto.
Allo stesso modo, l’intero intento del libro di Srnicek e Williams è quello di inventare il futuro piuttosto che limitarsi ad aspettarlo. Sono chiari sul fatto che, lasciato a se stesso, lo status quo neoliberale farà sì che «la miseria rimanga più probabile del lusso». Ciò evidenzia una tensione, sia nei discorsi sul post-work sia in quelli dei suoi critici, tra le valutazioni della capacità tecnologica e la necessità di un soggetto agenziale collettivo che possa mobilitare e dirigere questa capacità verso fini emancipatori. Dal nostro punto di vista, ha poco senso caratterizzare il postwork come una modalità di pensiero e di azione che fluttua con il magro progresso tecnologico che l’attuale forma di capitalismo consente. Le nostre aspirazioni a un mondo con meno lavoro non dovrebbero quindi basarsi su ipotesi di crescita e sviluppo esponenziali, come invece avveniva per economisti come John Maynard Keynes. Come è noto, Keynes utilizzò i tassi di crescita storici delle nazioni capitalistiche avanzate per prevedere che entro il 2030 gli sviluppi tecnologici avrebbero portato a una settimana lavorativa di quindici ore e all’abolizione della scarsità. L’omissione più evidente nell’ottimismo di Keynes, come abbiamo osservato nel capitolo 1, è che il raggiungimento di una riduzione dell’orario di lavoro nei decenni precedenti alla sua previsione fu il risultato di una lotta politica, iniziata nei luoghi di lavoro. Nel periodo tra le due guerre e nel dopoguerra, i sindacati nel Regno Unito, in Australia, negli Stati Uniti e altrove si sono basati su un movimento pluridecennale per la riduzione dell’orario di lavoro, iniziato nel XIX secolo. La lezione per noi oggi è che senza una significativa pressione politica, le tecnologie del posto di lavoro non realizzeranno mai alcuna promessa, anche se embrionale, del post-work. Le tecnologie che riducono il lavoro – dalla ruota alla stampa, dalla pillola anticoncezionale al microchip – hanno sempre promesso una vita libera dalla monotonia e dal dolore; la questione è come realizzare questo potenziale. Tuttavia, il fatto che il progresso sia tutt’altro che inevitabile non significa che dovremmo abbandonare la questione della tecnologia all’interno dei nostri progetti politici. Al contrario, riteniamo che sia cruciale mantenere la questione delle tecnologie in grado di ridurre il lavoro in primo piano nei dibattiti sul futuro del lavoro. Questo non per feticizzare l’«innovazione» guidata dalle imprese che vediamo intorno a noi, ma piuttosto per mantenere vivo il potenziale di vere alternative di risparmio del lavoro nei nostri immaginari politici ed economici. Solo mantenendo un interesse sfumato per le capacità della tecnologia di promuovere fini emancipatori possiamo orientarci tra una rozza posizione anti-tecnologica (che rischia di invocare un romantico desiderio di un impossibile ritorno a un passato precapitalistico) e un determinismo tecnologico privo di un progetto politico agenziale. Per tornare a Hägglund:
La tecnologia non deve essere vista come qualcosa che ci allontana da una forma naturale di lavoro o da un comunismo primitivo […] Non c’è mai stata una forma naturale o di lavoro per gli esseri spirituali e un comunismo primitivo non è né possibile né desiderabile. Il lavoro degli esseri spirituali è fin dall’inizio una questione di tecnologia (qualche forma di strumento), e il superamento del capitalismo richiede l’ulteriore sviluppo della tecnologia piuttosto che il suo rifiuto [4].
In questo caso, la prospettiva post-work si sposa con le filosofie della mente contemporanee di stampo materialista. In questo campo di ricerca, gli esseri umani e i loro mondi cognitivi non sono isole soggettive tra – e separate da – un mondo oggettivo che percepiscono intorno a loro. Piuttosto, il mondo che sfioriamo e in particolare gli strumenti che utilizziamo sono parte integrante dei nostri processi cognitivi. Per diversi filosofi come Andy Clark e Donna Haraway, la questione della tecnologia non è estranea alle preoccupazioni sulla vita umana stessa. Siamo, secondo le parole di Clark, «nati cyborg» – alla ricerca di sempre nuovi modi di accoppiarci con il nostro mondo per scopi particolari [5]. Questo nesso tecnologia-uomo si accorda anche con l’approccio dismodernista alla soggettività di Lennard Davis, discusso nel capitolo precedente, secondo il quale i nostri diversi gradi di abilità costituiscono una condizione universale che può essere aumentata e modificata da una serie di aggiornamenti tecnologici esterni [6]. In questo senso, essere «abile» è anche una questione tecnologica (socialmente determinata) in senso lato:
Come persona che vive con tetraplegia è incompleta senza la sedia a rotelle motorizzata e i comandi manipolati dalla bocca o dalla lingua, così il cittadino è incompleto senza la tecnologia dell’informazione, la legislazione protettiva e le forme globalizzate per garantire l’ordine e la pace [7].
La questione della tecnologia, quindi, non è quella di «impegnarsi » (o meno) con la tecnologia in quanto tale, ma piuttosto il punto è «quali tecnologie? Controllate da chi e a quali fini?». Ci siamo già espansi tecnologicamente e questo insieme di uomo e macchina è determinato da ampie condizioni socio-economiche. In sintesi, il capitalismo, in quanto sistema di relazioni sociali orientato alla produzione di quantità sempre maggiori di valore sotto forma di profitto, ha facilitato la creazione e l’innovazione di tutta una serie di strumenti progettati per accelerare e rifinire in modo efficiente i meccanismi di produzione di beni e servizi. Questa rapida espansione del potenziale produttivo è stata naturalmente uno sviluppo ambiguo. Come nota Moishe Postone, con il capitalismo, «sebbene emerga la possibilità storica che il modo del lavoro sociale possa essere arricchente per tutti, il lavoro sociale è in realtà diventato impoverente per molti». Il fatto che il capitalismo non sia in grado di offrire da solo un futuro di emancipazione sociale tecnologicamente migliorato non dovrebbe quindi smorzare le nostre ambizioni di realizzarlo attraverso progetti politici e modi di produzione diversi. La sfida post-work per i lettori contemporanei non consiste nell’aspettare che l’ondata di robot arrivi a liberarci, ma piuttosto nel chiedere la riorganizzazione delle tecnologie produttive per ridurre il nostro lavoro necessario.
Note
[1] A. Gorz, Paths to Paradise: on the Liberation from Work, Pluto Press, Londra 1985.
[2] Srnicek – Williams, Inventare il futuro, cit., p. 111.
[3] Bastani, Fully Automated Luxury Communism, cit., p. 185.
[4] Hägglund, Questa vita, p. 399.
[5] A. Clark, Natural-Born Cyborg: Minds, Technologies and the Future of Human Intelligence,
Oxford University Press, Oxford 2003; A. Clark, Supersizing the Mind, Oxford
University Press 2011; D. Haraway, Manifesto Cyborg, trad. it. L. Borghi, Feltrinelli,
Milano 2018.
[6] Questo si collega bene anche al concetto di «libertà sintetica» in Nick Srnicek e Alex Williams (2016), a cui facciamo riferimento più avanti nella nostra discussione.
[7] L. Davis, Bending Over Backwards: Disability, Dismodernism and Other Difficult Positions, NYU Press, New York 2002, p. 30.
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Helen Hester è docente di Gender, Technology and Cultural Politics alla University of West London. È autrice di saggi di grande successo, sono stati tradotti in italiano Xenofemminismo (2018) e Dopo il lavoro (2024).
Will Stronge è co-direttore dell’Autonomy Institute, un’organizzazione di ricerca indipendente incentrata sul futuro del lavoro, del welfare e del clima. È co-autore di Overtime: Why We Need a Shorter Working Week (2021) e co-curatore di Georges Bataille and Contemporary Thought (2017).





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