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Società primitiva, società per la guerra

Intervista a Silvano Cacciari su finanziarizzazione e crisi della sovranità


Bill Traylor, Man with Yoke, 1939-42, part.
Bill Traylor, Man with Yoke, 1939-42, part.

Il tramonto della sovranità moderna apre il ritorno di una «società per la guerra», in cui il conflitto attraversa mercati, algoritmi, infrastrutture tecnologiche e reti globali, dissolvendo i confini dello Stato novecentesco. È questa una delle tesi di Silvano Cacciari, intervistato da Vincenzo Di Mino. Da Hobbes a Clastres, da Marx a Latour e Stiegler, passando per Virilio, l'intervista ricostruisce le coordinate teoriche di una trasformazione in cui la finanziarizzazione diventa una forma di organizzazione sociale e la tecnica il nuovo terreno della decisione politica.


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Vincenzo di Mino: Le attuali contingenze belliche ci restituiscono una transizione da una configurazione statalista hobbesiana a un contesto di violenza mimetica e molecolare che lei definisce «neotribale»: può approfondire questo passaggio?


Silvano Cacciari: La destituzione del Leviathan di Thomas Hobbes non è un fulmine a ciel sereno. Fin dal XVIII secolo, la nascita dello Stato moderno è contrassegnata dalla concorrenza tra due modelli: lo Stato sovrano e lo Stato-hedge fund. Se le istituzioni internazionali del XX secolo hanno tentato di superare questa faglia, il presente certifica il loro fallimento ma sancisce anche il crollo definitivo del modello hobbesiano.

Il modello della sovranità centralizzata si fondava sul monopolio della violenza cinetica e sulla neutralizzazione dei conflitti interni. Questa architettura oggi crolla. La guerra evade definitivamente dai confini di Westfalia e si trasforma in una produzione continua di violenza cinetica, mimetica, molecolare e diffusa, distesa su molteplici piani di realtà sottratti al controllo sovrano.

Per decodificare questo passaggio occorre congedare Hobbes e arruolare Pierre Clastres. La società «primitiva» è una società per la guerra: una struttura che si mantiene sovrana precisamente perché, attraverso una conflittualità permanente, rifiuta l'unificazione statale.

La finanza contemporanea e i conflitti ibridi sono una traduzione tecnologica di questa matrice antropologica. Le bande dei broker e i fondi di investimento agiscono come aggregati neotribali apolidi. Non si riproducono nella pacificazione dello Stato; vivono della violenza mimetica e rituale del mercato digitale. Operano oltre le geografie istituzionali, predando le risorse delle nazioni secondo la logica delle bande di caccia arcaiche. Alla stabilità statale si sostituisce l'equilibrio instabile tra fazioni in guerra permanente e senza limiti all'interno dei circuiti tecnologici della finanza globale.



VDM: In questo contesto neotribale, la macchina sociale si integra con i dispositivi tecnici. Tra umani, ibridi e attanti si fa largo l'Actor-Network Theory (ANT) come discorso teorico con cui leggere queste mutazioni: può approfondire?


SC: La macchina sociale non è mai stata una questione di semplice contratto tra umani. È sempre stata un assemblaggio di componenti sociali, tecnologiche e ibride. La netta separazione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana è solo un mero escamotage letterario di scarsa qualità, viste le origini e il funzionamento profondo della macchina sociale. Oggi se ne percepisce più nitidamente il tessuto artificiale, anomico, innervato da dispositivi tecnici. Per decifrare la borsa e la guerra cibernetica occorre applicare l'Actor-Network Theory (ANT) di Bruno Latour.

La sua flat ontology stabilisce che l'azione non è una prerogativa dell'umano: è distribuita tra tutti i nodi della rete, dalle relazioni sociali alle strutture di comunicazione. Gli algoritmi dell'High-Frequency Trading di nuova generazione o i bot predittivi della finanza decentralizzata non sono strumenti passivi. Sono actants: attanti non umani dotati di agenzia autonoma. Attanti umani e non umani sono nodi biologici e tecnici della rete che compone quel fenomeno complesso che chiamiamo azione e che può essere comunicativa, cinetica, finanziaria etc.

I dispositivi AI modificano radicalmente la rete in cui operano. Nei mercati sono gli agenti che producono gli effetti più reali, innescando contagi mimetici — come i flash crashes o le recenti anomalie algoritmiche nate dal coordinamento spontaneo di sistemi multi-agente — a una velocità che preclude qualsiasi possibilità di supervisione biologica dell'uomo. L'esplosione dell'AI agentica è la conferma più clamorosa dell'ANT come strumento realistico di lettura della conformazione sociale, capace di decodificare fenomeni che vanno ben oltre la sfera finanziaria.

Il trader in giacca e cravatta, o il CEO che indossa una semplice t-shirt nera, non decide: si ibrida con la macchina. Si sottomette alla sintassi del silicio, la quale, a sua volta, esiste solo se integrata con la componente umana del network. Sorge così la configurazione sociale definitiva dei mercati: l'hybrid pack, il branco ibrido. Comportamenti di borsa e algoritmi si fondono in una chimera predatrice, programmata per l'accelerazione entropica del capitale.



VDM: Lei ha messo in stretto rapporto finanziarizzazione e neotribale: perché il «pensiero selvaggio» va alla guerra finanziaria? Qual è la dialettica tra finanza e tecnica che viene riprodotta dalla macchina sociale?


SC: La borsa è una foresta digitale dove il pensiero selvaggio di Claude Lévi-Strauss opera alla massima potenza. I simboli universali dei movimenti azionari — il Toro e l'Orso — non sono grafici neutrali, ma veri e propri totem che codificano affiliazioni, tabù e spiriti collettivi.

La dialettica tra finanza e tecnologia produce il ritorno sistemico della società di caccia e raccolta. Il capitalismo finanziario — come aveva ben capito Marx — non possiede alcun legame di lealtà con l'economia reale; cerca costantemente soluzioni tecnologiche, dal telegrafo all'AI, per rimanere nomade, spregiudicato e feralizzato. Si sposta rapidamente tra i mercati per estrarre rendita dal valore immediato generato dalla volatilità. La rivoluzione delle reti ANT si intreccia qui con la costante presenza di comportamenti neotribali nella vita quotidiana di borsa, dimostrando che il capitale finanziario non ha legami di lealtà né con l’economia produttiva, né con le strutture sociali della modernità.

La ricerca della rendita si traduce nella costruzione di cattedrali tecnologiche e giuridiche: qui un asset come l'ascesa degli ETF meriterebbe una vertiginosa archeologia del sapere della rendita. Invece, nei processi di predazione contemporanei, il Savage Money (il denaro selvaggio inteso come puro potere di coercizione) individua la preda vulnerabile — una valuta sovrana, un'azienda in crisi, il debito di un intero continente —, la circonda attraverso attacchi speculativi e ne prosciuga la liquidità in millisecondi. Consumato il bottino, la tribù algoritmica che lo ha evocato toglie le tende, lasciando dietro di sé deserto sociale, disoccupazione e tagli al welfare.



VDM: Può chiarire la natura specifica del «potere deflattivo», come esso si adatta ai flussi finanziari e alle dinamiche sociali fino ad ora illustrate?


SC: Il potere deflattivo non è un semplice indice macroeconomico, né va confuso con l'ordoliberismo, che ne rappresenta soltanto una specifica tecnologia di governo. Esso si configura come un campo indipendente e verticale di forze biopolitiche, un'infrastruttura sistemica che ordina microfisicamente la società anche al di là della sovranità formale dello Stato. Come dimostra Kevin Freeman in Game Plan, all'interno della guerra finanziaria globale la deflazione costituisce una scelta strategica consapevole e di lungo periodo: essa rappresenta lo scenario ottimale per i grandi cartelli d'investimento perché valorizza il capitale detenuto, laddove un'esplosione iperinflattiva planetaria determinerebbe la distruzione della finanza globale.

Questa dinamica svela la sua natura più spietata proprio quando l'inflazione si infiamma sul terreno reale, spinta dagli shock geopolitici e dalle guerre sul campo come il conflitto russo-ucraino o la guerra contro l’Iran. Si tratta di un'illusione ottica: l'inflazione bellica è un fenomeno di guerra finanziaria contingente, una frizione determinata dall'interruzione delle catene logistiche e dal rincaro delle materie prime. Il potere deflattivo, al contrario, è strutturale e permanente.

I due processi operano simultaneamente come i due poli opposti di una batteria. Anche sotto il fuoco dell'inflazione nominale, i dispositivi tecnici della governamentalità fiscale, algoritmica e amministrativa non smettono di esercitare la propria pressione controsociale. Al contrario, la fiammata inflazionistica e il debito che ne consegue vengono utilizzati dal potere politico-amministrativo come uno stato di eccezione permanente per legittimare restrizioni normative, tagli lineari, piani di austerità e, alla fine, deflazione.

È la traiettoria che Karl Marx aveva intuito nel Frammento sulle macchine, descrivendo l'emergere della scienza organizzata come una forza produttiva ad alta complessità tecnologica che si trasferisce alla fabbrica, alle scienze dell’amministrazione e all'intero corpo sociale, trasformandosi in un dispositivo diffuso di produttività, controllo e disciplina. Il potere deflattivo nasce da quella dimensione intuita dal Frammento.



VDM: Le macchine tecniche designano un vero e proprio «spazio non naturale», o per dirla con Stiegler una nuova organologia sociale immediatamente costituente: che impatto ha questo spazio nel rapporto tra sociale, tecnica, economia e guerra?


SC: L'impatto è radicale ed elimina ogni possibilità di ritirata. La diffusione della fenomenotecnica è tale che l’intelligenza artificiale si configura come un processo irreversibile: esisterà con noi finché esisteremo, proprio come l’elettricità. Seguendo l'organologia sociale di Bernard Stiegler, l'oggetto tecnico non è una semplice protesi esterna all'uomo, ma un elemento immediatamente costituente della matrice antropologica e sociale. Lo spazio non naturale di La finanza è guerra è la manifestazione geografico-tecnologica di questa mutazione.

La scommessa del Großraum — ossia un grande spazio geopolitico orientato da un'idea politica concreta e protetto dall'ingerenza di potenze esterne da un impero egemone, capace di riorganizzare il diritto internazionale oltre il modello dei vecchi Stati nazionali — si dissolve nello spazio non naturale. Nel momento in cui la decisione si automatizza e si dematerializza, l'impero egemone e l'idea politica vengono interamente sussunti dagli algoritmi predittivi. L'antica dialettica schmittiana tra Terra e Mare cessa di fare da scudo giuridico o spaziale: il pianeta sintetizzato tecnologicamente si trasforma in un unico campo di battaglia onnipresente e privo di centro, dove nessuna sovranità può più tracciare linee di esclusione o di protezione.

Al suo interno, la distinzione tra finanza e guerra si azzera. Le geografie fisiche, i confini doganali e le giurisdizioni statali vengono neutralizzati. Il campo di battaglia diventa onnipresente e acentrico. Il dominio si esercita a distanza, attraverso flussi immateriali di dati e capitali che impongono la propria sintassi bellica alla produzione reale e alle istituzioni politiche, rendendo impossibile qualsiasi ricomposizione politica dei territori e facendo impazzire ogni tentativo di giuridificazione.

Nato come concetto di teoria militare in Guerra senza limiti di Liang e Xiangsui, lo spazio non naturale è una categoria essenziale sia per dialogare con il lessico stiegleriano, sia per capire la nuova ontologia dello spazio politico. Lontano dall'astrazione eterea del cloud, esso esibisce inoltre una dura e spietata materialità: dorsali oceaniche in fibra ottica, latenze quantistiche misurate in microsecondi, stanze server posizionate a millimetri dai nodi delle borse centrali, enormi ed energivori data center, piattaforme AI, sistemi di comunicazione mediali e social, energia. È il pianeta sintetizzato tecnologicamente: un'altissima concentrazione di comunicazione, tecnologia, valore e potere, definita dall'immediata capacità di interconnessione tra queste dimensioni. È il nuovo spazio di dominio sul politico che si è formato in modo non ancora razionalizzato dalla politica; uno spazio che possiede una materialità così estesa da resistere non solo ai tentativi di giuridificazione, ma anche a quelli di spartizione in sfere di influenza sovrana, frammentate tra blocchi tecnologici contrapposti.



VDM: Nel rapporto tra guerra e tecnica, la violenza mimetica tende a farsi spettacolo da intrattenimento: da Clastres a Virilio, la guerra innerva i flussi comunicativi producendo una «logistica della percezione»: può approfondire questo passaggio?


SC: Ci muoviamo sul terreno prefigurato dall'immaginazione cyberpunk di William Gibson. La finanza innervata dall'AI materializza il racconto gibsoniano del cyberspazio come estensione geografica dei dati e collasso definitivo delle sovranità statali a favore di cartelli monopolistici apolidi. Su questo terreno la guerra finanziaria permanente opera l'anestetizzazione della violenza cinetica. Paul Virilio ne ha svelato la logistica della percezione: la guerra contemporanea non cerca solo la distruzione fisica, ma la sottomissione dell'immaginario collettivo attraverso lo spettacolo mediatico e la saturazione dei flussi informativi.

I ticker delle borse, le snapshots delle transazioni e le fluttuazioni degli indici sono la visualizzazione spettacolarizzata di una guerra invisibile a occhio nudo. I segni alfanumerici operano come munizioni balistiche reali, distruggendo biografie umane e asset industriali senza produrre immediatamente sangue o macerie visibili sul pavimento delle borse.

Frammentando la percezione pubblica attraverso guerriglie di marketing, fake news e retoriche dell'esuberanza irrazionale, il potere finanziario occulta la propria carica predatrice. La società viene confinata all'interno di una caverna platonica, in cui l'opinione pubblica osserva ombre confuse senza mai cogliere il disegno strategico complessivo della predazione in corso a partire dallo spazio non naturale.



VDM: Mettendo a tema il concetto di «guerra ibrida», lei evidenzia come essa porti l'ANT in guerra: in che modo la guerra si fa ibrida? Qual è l'impatto dell'automazione sulle operazioni belliche?


SC: Al di là delle codificazioni della teoria militare, la guerra si fa ibrida quando la barriera che separava il conflitto cinetico sul terreno (il cannone) dalle manovre finanziarie (la moneta) e cibernetiche (il software) crolla definitivamente. Portare l'Actor-Network Theory (ANT) in guerra significa riconoscere che la distruzione della ricchezza di una nazione non avviene lungo una gerarchia verticale di comandi statali, ma all'interno di una rete orizzontale e asimmetrica di attori umani e non umani innervata nelle decisioni politiche, nella logistica, nell’uso della forza, nei comportamenti sociali e nei circuiti finanziari.

Qui l’impatto dell'automazione e della robotica cancella la lentezza della deliberazione umana. Le kill-chains militari automatizzate cooperano sullo stesso piano e con la stessa velocità dei sistemi di robotrading finanziario. Un attacco hacker, un'epidemia biologica o le sanzioni finanziarie asimmetriche che escludono una superpotenza dai circuiti di pagamento globali si integrano istantaneamente con i movimenti di truppe sul terreno. L'automazione esternalizza l'aspetto emotivo del conflitto, garantendo una fredda oggettività nell'esecuzione della predazione ed eliminando ogni residua barriera etica.

In questo scenario, occorre superare la concezione riduttiva delle dottrine militari occidentali che confinano la guerra ibrida a una dimensione puramente sotto-soglia rispetto all'uso della forza cinetica. La reale concezione strategica dell'ibrido risiede nella capacità di sincronizzare il conflitto sul campo, nelle borse, nella comunicazione e nelle filiere produttive per annichilire l'avversario. Questa seconda configurazione subordina direttamente la sfera della politica, perché estende e colonizza i piani di realtà sui quali si combatte prima e meglio del politico.



VDM: La politica, in questo quadro, smette di essere principio di mediazione: può illustrare come la guerra ibrida ribalti compiutamente l'assunto clausewitziano?


SC: Anche la mediazione in politica è sempre stata una componente della lotta permanente per il potere. Carl von Clausewitz ha fondato la modernità politica stabilendo che la guerra fosse la continuazione della politica con altri mezzi. Oggi la guerra ibrida e l'automazione algoritmica operano il rovesciamento totale di questo principio: la politica è diventata la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, precisamente perché questo genere di conflitto è composto da una molteplicità di piani asimmetrici che sfuggono strutturalmente al controllo del politico.

La sfera politica ha perso il potere della decisione e della mediazione dei conflitti. Le istituzioni statali e la governance multilivello non sono i sovrani dello stato di eccezione; si riducono a meri strumenti di adeguamento della società ai rapporti di forza esistenti, piegandosi ai verdetti emessi all'interno dello spazio non naturale dal cosiddetto «giudizio dei mercati».

Quando una banca centrale viene militarizzata all'interno di un conflitto valutario, o quando le filiere logistiche globali vengono interrotte attraverso dinamiche aggressive di weaponizing compliance, la decisione politica è già stata pre-programmata dagli algoritmi predittivi dei grandi cartelli d'investimento. Il politico non media più nulla, privato di quel potere: esegue protocolli di sopravvivenza istituzionale in un contesto di emergenza permanente, riducendosi a vassallo fittizio di un sovrano acentrico e invisibile.

La stabilità temporanea si profila solo quando i mercati finanziari si orientano verso le geometrie della ricostruzione; fino a quel momento, l'orizzonte rimane quello di una guerra permanente. Essa si manifesta sia a bassa intensità, come nell'attuale scenario geopolitico iraniano, sia ad alta intensità, come nel conflitto russo-ucraino, dove le cataste di morti sul campo vengono professionalmente omesse dagli schermi televisivi per decreto della logistica della percezione algoritmica.



VDM: Se il potere decisionale sta altrove, quali sono i punti in cui è possibile produce rotture e percorsi di controsoggettivazione antagonista?


SC: La rivoluzione della AI è radicalmente più potente delle precedenti rivoluzioni industriali perché tocca il nucleo profondo dell'antropologia umana: il linguaggio, le forme simboliche e il giudizio. Se la prima rivoluzione industriale si è scontrata con i muscoli, e solo successivamente con il tessuto cognitivo, la rivoluzione algoritmica ha un impatto immediato sulle macchine, sui corpi e sull'intelletto collettivo. Essa governa l'alta complessità dei sistemi sociali, produce valore, ma genera costantemente resistenze, anomalie incontrollabili, deviazioni.

I punti di rottura e i percorsi di controsoggettivazione antagonista nascono precisamente qui: dall'impossessarsi, da parte dei movimenti grassroots, di queste resistenze e deviazioni sistemiche. Prima ancora di pianificare o finanziare infrastrutture server proprietarie, l'antagonismo politico deve occupare e abitare queste faglie di instabilità. Appropriarsi delle anomalie della IA agentica ha lo stesso senso della lotta operaia contro il dominio della maschinerie capitalistica in Marx: un nuovo tipo di pratica politica a cui devono seguire passaggi costituenti.

Questa non è una fuga virtuale nel cyberspazio. Al contrario, vista la radicale materialità della nuova rivoluzione industriale e la sua capacità di saldare immediatamente le relazioni tecnologiche a quelle sociali, l'appropriazione delle anomalie dell'AI costituisce l'unica reale precondizione politica per tornare a parlare concretamente alle persone sul territorio, riattivando i corpi e la prossimità fisica. Significa vanificare sul nascere il rischio di cattura bio-tecnologica delle nostre facoltà linguistiche e relazionali.

Senza questo passaggio preventivo di riappropriazione, la proliferazione delle architetture agentiche condanna i movimenti grassroots a una totale dipendenza dai servizi commerciali controllati dalle grandi aziende tecnologiche. Va contrastata radicalmente la saturazione dello spazio pubblico operata da sciami di agenti artificiali derivati dal marketing, dai flussi mediali e dalle esigenze di presenza politica istituzionale. Questa vertigine epistemica spinge continuamente gli aggregati sociali ad abbandonare la politica dal basso per rifugiarsi in canali privati isolati, privi di coordinamento reale, perpetuando una condizione di impotenza strutturale. Inoltre, c’è l’altro gravissimo problema: la AI così configurata accelera le diseguaglianze sociali. Rimanere ad una dimensione di critica culturale rispetto alla AI, significa partecipare all’accelerazione di questo genere di diseguaglianza. Bisogna quindi impossessarsi delle sue anomalie prima possibile, questo è sicuro.



VDM: I regimi di segni degli algoritmi e dei codici eccedono il semplice spazio del virtuale per farsi invece parte delle macchine di governance del mondo, producendo dunque effetti reali. In che rapporto stanno questi dispositivi con concept di dépense, nel senso conferitogli da Bataille? Può esistere un legame tra questa forma di consumo improduttivo e il concetto di «distruzione creatrice» di schumpeteriana memoria?


SC: Il legame tra la dépense di Georges Bataille e la distruzione creatrice schumpeteriana è un'illusione ottica dell'ideologia borghese. La distruzione creatrice di Joseph Schumpeter è provvidenziale, finalistica, consolatoria: rade al suolo il vecchio per edificare il nuovo, presupponendo sempre la risurrezione dell'homo oeconomicus e la ripartenza del ciclo di accumulazione. È un'economia da esercito della salvezza mascherata da annuncio della catastrofe.

I regimi di segni degli algoritmi e lo spazio non naturale finiscono per servire una logica radicalmente opposta: quella della dépense pura, del consumo improduttivo e della perdita incondizionata — si pensi ai miliardi di valore polverizzati in frazioni di secondo nei flash crash, all'immensa dissipazione energetica dei data center sacrificata sull'altare della latenza quantistica e al prosciugamento istantaneo delle riserve valutarie statali operato da sciami algoritmici speculativi. Le macchine di governance del mondo non ottimizzano i mercati; li fanno funzionare in nome dell'eccesso sacrificale.

La guerra algoritmica e la finanza iper-veloce non sono cantieri di ammodernamento capitalistico, ma altari di una dissipazione assoluta. I capitali bruciati in microsecondi nelle dark pools o la sovranità statale polverizzata dai vettori cibernetici non lasciano dietro di se alcuna promessa di rigenerazione. Quando i movimenti grassroots sono ridotti alla sfera del silenzio, quando la politica è incapace di governare questa dissipazione, la guerra sottomette la diplomazia e diventa la condizione ontologica della tecnica. Se Bataille va a Wall Street, l'orizzonte non è la rinascita del mercato, ma la sovranità violenta, pulsionale e acentrica del fuoco algoritmico.


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Vincenzo Di Mino (1987), laureato in Scienze della Politica, è ricercatore indipendente in teoria politica e sociale. Collabora con Machina e altre riviste online.


Silvano Cacciari (CirLab PIN, Polo Universitario di Prato; NAF, Università di Firenze) concentra da anni il suo lavoro di ricerca sull'incrocio tra antropologia dei conflitti e mutazioni tecnologiche. A partire dal testo, con Ubaldo Fadini, Virilio, l'accelerazione della conoscenza (2013) ha sviluppato una antropologia delle tematiche del cambiamento sociale nella quale emerge l'importanza di velocità, di tecnologia e delle nuove modalità di costruzione del legame sociale. In Finanza e guerra (2023) questo terreno di analisi evolve nella scoperta del tribalismo finanziario, analizzato con le lenti di Pierre Clastres, come elemento di instabilità e di guerra permanente all'interno del mondo delle borse. Recentemente ha pubblicato Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw Hill, 2025).


 

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