Lettera a una professoressa
- Gigi Roggero
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La scuola volge al termine, ma i bilanci sembrano riguardare solo gli studenti, tra ansia della media matematica e perdita di senso di ciò che studiano. A non essere quasi mai toccata da bilanci è la scuola in quanto tale, il suo funzionamento, i suoi obiettivi: non vengono messi in discussione coloro che delle sorti della scuola decidono, i dirigenti scolastici che la vogliono gestire managerialmente, e neppure gli insegnanti, che sfogano spesso le loro frustrazioni verso gli studenti, appunto. Continuando il dibattito già avviato su Machina, Gigi Roggero squarcia il velo dell’ipocrisia e parte proprio da qui, da professori e professoresse.
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Gentile professoressa,
l’anno scolastico volge al termine e con esso le fatiche, è dunque tempo di bilanci. Da ex insegnante so che le fatiche non sono tanto legate all’orario lavorativo, di cui pure i docenti tendono spesso a lamentarsi: 18 ore settimanali a scuola, anche aggiungendoci i corollari burocratici, la preparazione delle lezioni, i compiti da correggere, non sono propriamente paragonabili alle imprese di Stachanov nelle miniere di carbone. E poi, oltre ai natali, alle pasque e alle feste patronali, quei tre mesi abbondanti estivi per riaversi da un simile stress costituiscono discrete sacche di recupero. Le fatiche sono piuttosto determinate dall’accumulo di frustrazioni che questo lavoro in Italia porta con sé, talvolta incautamente barattate proprio con un orario anti-stachanovista: bassi salari, mancato riconoscimento del proprio ruolo, incerti confini tra formazione, cura e parcheggio dei ragazzi, di frequente il ritrovarsi a scuola perché non si è riusciti a fare carriera altrove, in particolare nell’università. Di queste frustrazioni, purtroppo, gli insegnanti sono non solo vittime ma spesso complici: innanzitutto sfogandole verso il basso, cioè verso gli studenti, godendo così di una sorta di salario psicologico che compensa la pochezza di quello reale. Di rado tali frustrazioni diventano rivendicazioni da esercitare verso l’alto, a partire da quello che vi ostinate erroneamente a chiamare preside e non dirigente scolastico. Non è solo una questione nominalistica: da oltre un quarto di secolo questa figura è, formalmente e sostanzialmente, il manager di un’impresa, che ragiona secondo i criteri aziendali e di mercato, non certo del primus inter pares in un’istituzione formativa.
Quando, alcuni anni fa, l’attuale ministro «dell’istruzione e del merito» (!) elogiò il valore educativo dell’umiliazione, ci fu una giusta ondata di indignazione, ahinoi solo a livello di opinione. Lui sognava probabilmente le bacchettate sulle dita e l’inginocchiarsi sui ceci, un’utopia reazionaria che fortunatamente resterà tale. Il problema, però, è che nelle scuole, anche tra i docenti indignati con il ministro, l’umiliazione non ha mai smesso di avere cittadinanza. Certo, non è più corporale: è fatta di sottili stilettate allo spirito e non di eclatanti vergate sulle nocche. È quel genere di umiliazione descritta dalla lettera a cui il tredicenne di Trescore Balneario ha affidato la spiegazione del suo terribile gesto. Si materializza in commenti, battute e abusi di potere, come se esistesse già a quell’età un destino a cui gli insegnanti ti dicono che non puoi sfuggire, a cui addirittura ti incatenano. «Non posso più vivere una vita così», passo finale della tragica lettera, penso sia una frase che appartiene alle sensazioni di tanti giovani.
Quello di alcune professoresse, specificamente, è l’umiliazione inflitta da chi stringe studenti e studentesse in un abbraccio materno che si rivela estremamente pericoloso: diventano presto «i miei ragazzi», in quanto tali io ripongo fiducia in loro e se vanno male non mi limito a un brutto voto, dico loro che «mi hanno delusa». Si instaura dunque, in modo perlopiù inconsapevole, una perversa relazione di cura, intrisa di senso di colpa e di dipendenza, che mistifica i rapporti di potere e confonde i ruoli tra docente e discente.
Si può poi discutere, anzi bisogna farlo, del divenire moda della fragilità emotiva e dell’industria della psiche che attorno a essa cresce. Qui voglio però insistere su quello che fate voi: ogni insufficienza, ogni bocciatura, ogni studente in ansia per un’interrogazione o terrorizzato da un insegnante, ogni ragazzo che perde la passione per una materia o non è invogliato a conquistarla, è un fallimento per professoresse e professori. Quando lavoravo a scuola non ho mai compreso la perfida soddisfazione di colleghe e colleghi per le stragi di voti bassi, come se ogni 4 fosse una tacca sulla cintura di cui menare vanto. In fondo un docente è come un allenatore: se la squadra non va bene, la responsabilità è innanzitutto sua. Perché ha il compito non di punire i giocatori, ma di tirare fuori da ognuno di loro il meglio, e magari di più. Portarli cioè a esplorare una potenza ignota a ognuno di loro, vale a dire la capacità di trasformarsi. Nessuno sa cosa può un corpo, ci avvertiva Spinoza. O se vogliamo giocare con Socrate: so di non sapere, però anche non so di sapere.
A questo punto, gentile professoressa, mi chiederà perché la lettera è indirizzata a lei, per quanto vengano toccati aspetti che hanno a che fare con il lavoro dell’insegnamento nel suo complesso. Non intendo cavarmela facendo simbolicamente il verso a Don Milani. Il punto è che storicamente la professoressa, in un paese dalla mobilità sociale bloccata e dalle radicate discriminazioni di genere come l’Italia, costituisce un importante canale di ascesa e affermazione per le donne. Oggi, in un contesto segnato dalla ridefinizione dei rapporti di potere tra i generi, sempre più le professoresse plasmano quantitativamente e qualitativamente l’industria scolastica. Lo fanno con caratteristiche specifiche, in cui non di rado ci sono aspetti di rivalsa o che potremmo addirittura definire «maternalisti»: non l’uso del bastone patriarcale, ma l’abbraccio soffocante di cui parlavo sopra. E spesso, da quello che vedo, a essere soffocate sono soprattutto le studentesse, in un conflitto non esplicitato in cui genere e generazione si intrecciano.
Ecco, questo e non le pagelle è il bilancio che vorrei che lei facesse, che facessimo insieme. Perché il numerino che ha il potere di mettere nella casella della sua materia contiene le nozioni infilate nelle teste dei ragazzi, le crocette esatte sui quiz, la disciplina del non sapere quello che si sta facendo ma nel dimostrare di saperlo fare meglio degli altri. La chiamano la società della performance, non è altro che la società della solitudine, della depressione e degli psicofarmaci. Metterla a critica è la sfida per ritrovare un senso sempre più smarrito nel lavoro dell’insegnante, nella vita degli studenti, nell’istituzione formativa. Se lei si adegua a questa società, invece, quel numerino con cui pensa di poter sublimare la sua frustrazione, non fa che giudicare il suo stesso operato.
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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti.





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