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Niente di nuovo sul fronte orientale

Tra Russia e Ucraina, l'impotenza dell'Europa


Karel Teige, Untitled, fotomontaggio, 1947
Karel Teige, Untitled, fotomontaggio, 1947

A oltre quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, Luigi Guelpa torna a interrogare il conflitto al di là delle narrazioni dominanti. Forte della sua lunga esperienza come inviato e corrispondente internazionale, l’autore mostra come in Europa, nelle redazioni come nei salotti televisivi, si sia spesso preferito il conforto della tifoseria all’inquietudine dell’analisi. Mentre gli Stati Uniti perseguono i propri interessi strategici ed economici e la Cina consolida la propria posizione nelle filiere della globalizzazione, il Vecchio Continente continua a oscillare tra dichiarazioni di principio e difficoltà nel tradurle in autonomia politica. In ogni guerra, ricorda Guelpa, la propaganda coinvolge tutti i contendenti; il problema nasce quando le interpretazioni finiscono per sostituire i fatti. Resta allora una domanda che l’Europa continua a rinviare: quale ruolo intende svolgere nel mondo che sta emergendo, se rinuncia a costruire una propria iniziativa politica e diplomatica e finisce per subordinare le proprie scelte alle logiche del riarmo e agli interessi dell’industria bellica?


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Dopo oltre quattro anni di guerra, il conflitto ucraino sembra aver prodotto soprattutto una vittima collaterale: la narrazione lineare. La storia, del resto, non ama gli slogan. Eppure l’Occidente continua a raccontarsela attraverso formule rassicuranti: la Russia sull’orlo del collasso, l’Ucraina avviata verso la piena integrazione europea, la superiorità morale trasformata automaticamente in superiorità strategica. Ma la geopolitica è una disciplina crudele: non premia le intenzioni, registra i rapporti di forza.

Nelle redazioni europee, come nei salotti televisivi, si è spesso preferito il conforto della tifoseria all’inquietudine dell’analisi. Si è parlato di punti di svolta imminenti, di offensive decisive, di crolli annunciati. La guerra, invece, ha continuato a seguire la propria logica: lenta, sporca, resistente alle semplificazioni.


Sul terreno, al netto delle oscillazioni del fronte e delle inevitabili difficoltà di un conflitto d’attrito, Mosca appare in una posizione più favorevole rispetto alle aspettative occidentali maturate tra il 2022 e il 2026. La Russia ha dimostrato una capacità di assorbire sanzioni, riorganizzare la propria economia di guerra e mantenere un livello di mobilitazione industriale che molti osservatori europei avevano sottovalutato. Dire che la Russia stia vincendo significa adottare una definizione precisa del termine: non quella della conquista totale dell’Ucraina, ma quella del progressivo consolidamento dei propri obiettivi territoriali minimi e della capacità di imporre il fattore tempo agli avversari.

Il tempo, infatti, è diventato il principale alleato del Cremlino e il peggior nemico dell’Europa. I cosiddetti «volenterosi», Macron, Merz e Starmer, insieme ai vertici dell’Unione Europea, hanno moltiplicato summit, dichiarazioni e pacchetti di sostegno senza però riuscire a definire una strategia comune credibile per la guerra e il dopoguerra. L’Europa continua a parlare il linguaggio dei valori mentre è costretta a muoversi nel terreno degli interessi. E su quel terreno appare esitante, divisa, spesso reattiva anziché propositiva.

L’Unione Europea sembra il cliente abituale di un ristorante costoso: ordina sempre gli stessi piatti, lamenta il conto, promette di cambiare locale e alla fine torna al tavolo successivo. Il problema non è l’assenza di principi, ma la difficoltà nel trasformarli in potenza politica. L’Europa è un gigante normativo che fatica a diventare un attore strategico autonomo.


Anche la prospettiva dell’adesione ucraina all’Unione Europea, pur restando formalmente aperta, sembra destinata a tempi lunghi. Le trasformazioni richieste a Kiev sul piano istituzionale, economico e normativo, unite alle resistenze interne di diversi Stati membri, rendono difficile immaginare un ingresso nel breve periodo. Chi presenta l’adesione come imminente alimenta aspettative che rischiano di scontrarsi con la realtà dei trattati, dei veti incrociati e delle convenienze nazionali. Se il processo dovesse procedere, è plausibile che richieda molti anni ancora, forse oltre il prossimo decennio.

Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano a interpretare il conflitto attraverso una logica che mescola leadership strategica e convenienza economica. Washington sostiene l’Ucraina, rafforza la Nato e consolida il proprio ruolo di garante della sicurezza europea. Ma la guerra ha anche incrementato la domanda di armamenti e tecnologie militari statunitensi da parte degli alleati europei. L’Europa acquista sistemi d’arma americani e una parte significativa di queste risorse finisce nel sostegno a Kiev. La dipendenza strategica del Vecchio Continente dagli Stati Uniti non si è ridotta: si è approfondita. Gli americani forniscono protezione, ma la protezione ha sempre avuto un prezzo, e raramente viene pagato in contanti simbolici.

E poi c’è la Cina. Mentre l’Occidente ragiona in termini di schieramenti ideologici, Pechino continua a ragionare in termini di filiere produttive, terre rare, componentistica elettronica e quote di mercato. La globalizzazione non è scomparsa: ha cambiato linguaggio. In una quantità impressionante di prodotti ad alta tecnologia, inclusi quelli a uso duale, l’industria cinese occupa posizioni difficilmente sostituibili nel breve periodo. La Cina commercia con interlocutori diversi, protegge la propria crescita e osserva il conflitto con il distacco apparente di chi sa che ogni logoramento altrui può trasformarsi in opportunità.


Le grandi potenze raramente si interrogano su chi abbia ragione. Si chiedono piuttosto quanto costi avere torto. In questa prospettiva, la conclusione della guerra potrebbe dipendere meno dai proclami pubblici e più dalla convergenza degli interessi di Washington e Pechino. Quando le due maggiori potenze economiche del pianeta riterranno che il conflitto abbia prodotto tutto ciò che poteva produrre in termini di vantaggi strategici, industriali o diplomatici, la pressione per una soluzione negoziata potrebbe diventare irresistibile.

Questo non significa che Kiev o Mosca siano semplici comparse. Significa però riconoscere che il sistema internazionale resta profondamente gerarchico. Le guerre periferiche, per quanto tragiche, finiscono spesso quando i grandi decisori stabiliscono che il conto è diventato troppo elevato o che il profitto marginale si è esaurito.


Naturalmente, il futuro politico dell’Ucraina resta uno degli elementi più imprevedibili. Ogni previsione sull’eventuale sostituzione della leadership attuale appartiene oggi al terreno delle ipotesi. Tuttavia, la storia mostra che nei conflitti prolungati il rapporto tra autorità civile e vertici militari può diventare una questione decisiva. Figure dotate di prestigio nelle forze armate, come l’ex comandante in capo Valerij Zaluzhny, oggi ambasciatore ucraino nel Regno Unito, potrebbero acquisire un peso crescente negli equilibri politici futuri, soprattutto se emergesse la convinzione che una nuova fase richieda interlocutori differenti. Ma il passaggio da questa possibilità teorica all’idea di una deposizione forzata di Zelensky resta, allo stato attuale, una speculazione che non trova conferme fattuali.

Sul piano territoriale, Crimea e Donbass rappresentano il nodo più difficile da sciogliere. Le posizioni ufficiali delle parti restano inconciliabili. Eppure le guerre raramente si concludono con il pieno ripristino delle condizioni precedenti al conflitto. Esiste una scuola di pensiero secondo cui qualsiasi accordo realistico finirà per prendere atto, in forme da definire, dei rapporti di forza consolidatisi sul terreno. Se così fosse, la questione non sarebbe stabilire chi abbia ottenuto giustizia, ma chi abbia imposto la propria versione del possibile. La pace, del resto, non è quasi mai il trionfo del diritto. Più spesso è l’amministrazione della stanchezza.


Quanto alle intenzioni strategiche del Cremlino nei confronti dell’Europa, il dibattito resta aperto. Esiste chi ritiene che la Russia non abbia né le capacità né l’interesse a spingersi oltre l’Ucraina e chi, al contrario, vede nel revisionismo russo una minaccia strutturale per l’ordine europeo. Parallelamente, il riarmo accelerato di Paesi come la Polonia segnala come molti governi dell’Europa orientale si stiano preparando a uno scenario di lunga instabilità, indipendentemente dalle rassicurazioni provenienti da Mosca.

Rimane infine il rapporto tra informazione e realtà. In ogni guerra esiste una dimensione propagandistica che coinvolge tutti i contendenti. I media occidentali, come quelli russi, hanno spesso privilegiato narrazioni funzionali alle rispettive esigenze politiche. Il problema non è che esistano interpretazioni differenti dei fatti; il problema nasce quando le interpretazioni sostituiscono i fatti. E allora il cittadino comune, bombardato da certezze assolute, finisce per sviluppare una diffidenza generalizzata verso chiunque pretenda di possedere la verità.

Forse la lezione più amara di questi anni è proprio questa: le guerre moderne non si combattono soltanto con i carri armati e i droni. Si combattono anche attraverso le aspettative, le percezioni e le illusioni collettive. E quando il conflitto finirà, qualunque sia il confine che emergerà dalle trattative, l’Europa dovrà fare i conti con una domanda che ha cercato troppo a lungo di rinviare: quale ruolo intende davvero svolgere nel mondo che sta nascendo?

Perché il rischio più grande, per il Vecchio Continente, non è soltanto perdere influenza. È continuare a raccontarsi favole consolatorie mentre altri scrivono il finale della storia.


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Luigi Guelpa, nato nel 1971, è giornalista professionista e scrittore. Collabora con diverse testate nazionali occupandosi di politica estera. Nel 2010 ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport con il libro Il tackle nel deserto. Per DeriveApprodi ha pubblicato La lunga marcia della tartaruga. Una partita contro il destino (2026).

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