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Il dolore come contenuto del capitalismo digitale

Miriam Cahn, b.t. 10.05.2012, 2012
Miriam Cahn, b.t. 10.05.2012, 2012

 

Da Ceriale al Venezuela, passando per qualsiasi periferia del pianeta dove la disgrazia irrompe senza bussare, il copione sembra sempre uguale: dietro una catastrofe, qualcuno che filma e commenta. Le società contemporanee non stanno producendo necessariamente individui più cattivi. Stanno producendo individui che hanno imparato a rapportarsi al mondo attraverso un dispositivo. Luigi Guelpa ci conduce a riflettere sulla progressiva anestesia emotiva prodotta dall’accumulo incessante di immagini.

 

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Da Ceriale al Venezuela, passando per qualsiasi periferia del pianeta dove la disgrazia irrompe senza bussare, il copione sembra sempre uguale. Una macchina ribaltata. Un’alluvione. Una casa che crolla. Una persona che piange. E accanto, quasi inevitabilmente, qualcuno che sorride, filma, commenta, trasmette in diretta. Qualcuno che non sembra partecipare al dolore ma registrarlo. Come se la realtà non fosse più un’esperienza da vivere, bensì un materiale da pubblicare.

La reazione immediata è l’indignazione morale. Si parla di cinismo, di egoismo, di generazioni senza valori. Si evocano l’educazione perduta, la famiglia assente, la scuola incapace di formare coscienze. È una spiegazione rassicurante perché semplice. Troppo semplice.

Le società contemporanee non stanno producendo necessariamente individui più cattivi. Stanno producendo individui che hanno imparato a rapportarsi al mondo attraverso un dispositivo. È una differenza enorme. Per secoli gli esseri umani hanno costruito il proprio rapporto con il reale attraverso la presenza fisica. Si vedeva un incendio e si correva verso l’acqua. Si assisteva a una tragedia e il corpo reagiva prima ancora della mente. Lo sguardo era parte dell’evento. Oggi, invece, tra il fatto e la coscienza si interpone uno schermo. Lo smartphone non è soltanto uno strumento. È diventato una protesi percettiva. Una lente attraverso la quale la realtà acquisisce significato. Molti non si chiedono più che cosa stia accadendo. Si chiedono inconsciamente come apparirà ciò che sta accadendo una volta pubblicato. È una mutazione culturale profonda.

Nel Novecento, il filosofo francese Guy Debord descriveva la «società dello spettacolo» come un sistema nel quale la rappresentazione sostituisce progressivamente l’esperienza. Oggi quella diagnosi appare quasi ingenua. Lo spettacolo non è più prodotto da grandi apparati mediatici. Lo spettacolo siamo noi. Ognuno porta in tasca una regia, una redazione e un canale di distribuzione globale. La tragedia, in questo contesto, possiede un valore particolare. Attira attenzione. Produce traffico. Genera commenti. Alimenta algoritmi. Non importa che il soggetto sia una guerra, un terremoto o un incidente stradale. L’importante è che susciti reazioni.

L’economia digitale ha scoperto ciò che i vecchi direttori di giornale conoscevano già: il dolore vende. Con una differenza decisiva. Una volta il dolore era mediato da professionisti dell’informazione. Oggi è gestito da milioni di produttori improvvisati di contenuti. Non esiste più la distanza tra testimone e spettatore. Le due figure coincidono. Così assistiamo a scene che sembrano uscite da una satira crudele. Persone che si fotografano davanti alle macerie. Ragazzi che ridono durante una diretta mentre alle loro spalle si consuma un dramma. Influencer che commentano una catastrofe con lo stesso tono utilizzato per recensire un ristorante.

La questione, però, non è il cattivo gusto. Il cattivo gusto è sempre esistito. La vera novità è la progressiva anestesia emotiva prodotta dall’accumulo incessante di immagini. Ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi guerre, naufragi, bombardamenti, omicidi, carestie, terremoti. Una quantità di sofferenza che nessun essere umano, in qualsiasi altra epoca storica, avrebbe potuto osservare nell’arco di un’intera vita. Il cervello umano non è progettato per sostenere un tale bombardamento. Per difendersi sviluppa una forma di adattamento. Le tragedie diventano sfondo. Il dolore si trasforma in rumore. L’eccezionale diventa ordinario. Non è la fine dell’empatia. È forse qualcosa di più subdolo. È la sua diluizione. Si prova compassione per qualche secondo. Si scrive un commento indignato. Si condivide una storia. Poi si passa al video successivo, alla ricetta, al gatto che balla, alla polemica sportiva. Tutto occupa lo stesso spazio mentale. Tutto viene consumato alla stessa velocità. Un funerale e una pubblicità di scarpe convivono nello stesso flusso. Un bambino sotto le bombe e un tutorial di trucco vengono separati da pochi centimetri di scorrimento del pollice.

L’esempio più banale, e forse proprio per questo il più rivelatore, arriva da YouTube. Cerchi la registrazione di un terremoto, il frammento di realtà che documenta la paura, il caos, la fragilità improvvisa delle cose. Ma prima di concederti l’accesso al disastro, la piattaforma pretende il suo tributo: trenta secondi dedicati all’ultimo gelato diventato virale, alla crema «rivoluzionaria» dell’estate, all’ennesima promessa di felicità confezionata dal marketing. È una liturgia perfetta del nostro tempo. Il mercato non interrompe il dolore: lo precede. Si insinua come un cerimoniere che ricorda agli spettatori che ogni emozione, persino lo sgomento, deve attraversare il casello della pubblicità.

Non è soltanto una questione economica. È un fatto culturale. L’algoritmo non distingue tra tragedia e intrattenimento, perché entrambe sono ridotte alla stessa unità di misura: il tempo di permanenza sullo schermo. La sofferenza diventa una categoria di contenuto, esattamente come una ricetta o un tutorial per assemblare una libreria. Il terremoto e il gelato convivono nello stesso flusso continuo, separati appena da uno spot, come se la distanza morale tra i due fosse stata abolita dalla logica della piattaforma.

In questo cortocircuito si coglie uno dei tratti più significativi della società contemporanea. Il capitalismo digitale non si limita a vendere prodotti: colonizza il ritmo stesso dell’attenzione. Ogni pausa è un’opportunità commerciale, ogni curiosità un’occasione di profilazione, ogni tragedia una finestra pubblicitaria. Non censura la realtà, la monetizza. E così il cittadino, convinto di informarsi, scopre di essere innanzitutto un consumatore che deve essere accompagnato, con garbo e precisione statistica, dall’orrore al desiderio d’acquisto.

Forse il paradosso più inquietante è proprio questo: non ci scandalizza più l’accostamento. Abbiamo imparato ad accettare come naturale che il crollo di una casa possa essere introdotto dall’esaltazione di un cono al pistacchio. La pubblicità non interrompe più la realtà; ne è diventata la punteggiatura. E quando una civiltà smette di percepire l’assurdità di questa sintassi, significa che il mercato ha conquistato qualcosa di più prezioso dei portafogli: l’immaginario.

La struttura tecnologica cancella le gerarchie morali. Non esistono più eventi che obbligano a fermarsi davvero. L’algoritmo non contempla il raccoglimento. Contempla l’attenzione. E l’attenzione, nel capitalismo digitale, è una merce. Per questo motivo il problema non riguarda soltanto i giovani che ridono davanti a una tragedia. Essi rappresentano semplicemente la manifestazione più visibile di una trasformazione che coinvolge tutti. Anche gli adulti che si scandalizzano partecipano allo stesso meccanismo. Anche loro fotografano, condividono, commentano. Anche loro consumano il dolore altrui come esperienza mediatica.

La differenza è spesso quantitativa, non qualitativa. La società delle reti ha costruito un paradosso straordinario. Non siamo mai stati così informati sulle sofferenze del mondo e, contemporaneamente, così incapaci di elaborarle. Vediamo tutto. Sentiamo sempre meno. La conoscenza cresce mentre la comprensione arretra. Si moltiplicano le immagini e diminuisce il silenzio necessario per attribuire loro un significato. Il rischio non è che l’umanità diventi improvvisamente spietata. Le persone continuano ad amare, ad aiutare, a commuoversi. Continuano a mobilitarsi davanti alle grandi emergenze.

Il rischio è più sottile. È l’abitudine. L’abitudine a osservare senza partecipare. L’abitudine a registrare prima di comprendere. L’abitudine a trasformare ogni esperienza in contenuto. Quando questa abitudine si consolida, il dolore non scandalizza più. Diventa un elemento ordinario del paesaggio informativo. Come il traffico, il meteo o l’andamento della borsa. Ed è in quel momento che la società corre il pericolo più serio. Non quando smette di vedere il male. Ma quando continua a vederlo ovunque senza riuscire più a sentirne il peso. Perché una civiltà non muore quando perde la capacità di guardare. Comincia a decadere quando perde la capacità di fermarsi.

Una società che monetizza ogni secondo induce gli individui a confondere il consumo con la partecipazione e l’esposizione con la conoscenza. Sottrarsi, anche solo per qualche ora, a questa grammatica dell’iper connessione significa riaffermare che non tutto deve essere misurato in clic, visualizzazioni o permanenza sullo schermo. La disintossicazione, in fondo, è un gesto politico prima ancora che personale. Non cambia il mercato, ma cambia il rapporto che abbiamo con esso. E ogni volta che riusciamo a preservare uno spazio di attenzione non colonizzato dalla pubblicità o dagli algoritmi, recuperiamo una piccola porzione della nostra libertà.

E forse basterebbe una disintossicazione meno eroica di quanto immaginiamo. Non una fuga sulle montagne, né il rifiuto ascetico della tecnologia, ma la semplice decisione di sottrarre qualche ora, qualche gesto, qualche pensiero alla tirannia dell’algoritmo. Perché l’umanità non scompare all’improvviso: si consuma per abrasione, un’interruzione pubblicitaria dopo l’altra, una notifica dopo l’altra, fino a dimenticare che esiste un tempo che non deve essere monetizzato. Eppure il recupero della misura umana non appartiene al regno delle utopie. Dipende dalla nostra ostinazione a restare uomini e donne prima che consumatori, cittadini prima che utenti.


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Luigi Guelpa, nato nel 1971, è giornalista professionista e scrittore. Collabora con diverse testate nazionali occupandosi di politica estera. Nel 2010 ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport con il libro Il tackle nel deserto. Per DeriveApprodi ha pubblicato La lunga marcia della tartaruga. Una partita contro il destino (2026).

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