Alessandra Cassinelli


Roberta Salardi, nata a Savona, vive a Milano. Ha collaborato con riviste e blog di letteratura e attualità, tra cui Il primo amore, Costruzioni psicoanalitiche, Nazione Indiana. Ha pubblicato romanzi e racconti: Arance in insalata (Effedue, Piacenza 2003), Regressioni (Effigie, Milano 2010), Mannequins (Zona, Arezzo 2013), Ventriloquio della crisi (Effigie, 2017), Trilogia della scomparsa (Effigie, 2020). Il suo punto di osservazione in rete è Lettere a nessuno (al femminile): www.voltandopagine.blogspot.it .


* * *


Mia madre mi ha chiamato Marzia. Mia nonna fin da subito trovò che suonasse più familiare Marta: Marzia le sembrava decisamente troppo duro, con quella zeta nel mezzo, per una donna. Marta invece, figura del Vangelo, andava benissimo (santa protettrice delle casalinghe: aiuto!).

Non so se mia madre fosse del tutto consapevole della connotazione guerresca del mio nome. Potrebbe essere che, come mio padre, il quale abbreviava Marzy, pensasse unicamente alla primavera. In effetti sono nata nel mese di marzo. E a confortare quest’ipotesi c’è il nome di mia sorella, Cloe, anch’esso primaverile, nonché legato a qualche profumeria o catena di supermercati aperti di recente (ma questo mi pare sia arrivato dopo).

Se il nome è anche un destino, mio fratello Paolo aveva inscritta nella sua storia fin dalla nascita una rotondità e una compiutezza, con quelle vocali e consonanti morbide, che a me non erano destinate. Il mio nome è più accidentato, con l’impennata della erre e della zeta al centro, come scalare una vetta fonica di suoni duri e aguzzi, e una discesa al fondo, planando su due miti vocali: una pianura. Per la presenza del mare (Mar) si può immaginare una piana dorata vicina alla riva: una marina… Marina, il mio nome preferito: quel nome calmo, sereno, Marina, veniva spezzato da quella zeta disturbante. Probabilmente i miei avevano dedicato maggior tempo e ragionamenti al nome di mia sorella, considerando ed escludendo i vari esponenti della numerosa famiglia dei nomi floreali, pronunciando e soppesando chissà quante volte Flora, Gigliola, Gemma, Rosa, Margherita; e scegliendo Cloe forse perché meno comune.

Una mia amica dei vent’anni prese a chiamarmi per un certo periodo Smarty: le era venuta l’associazione con la macchinina Smart che a quell’epoca piaceva a tutt’e due. Lei finì per comprarsela. Strano che a nessuno fosse venuta invece l’associazione con le caramelle Smarties, che erano buonissime e che si compravano in famiglia in un certo periodo. Ma il mio nome non è fatto evidentemente per sciogliersi in bocca come una caramella quanto piuttosto per essere mangiucchiato come un torsolo di mela o sgranocchiato come frutta secca.

Mio fratello da piccolo per dispetto, storpiando lievemente il modo in cui mi chiamava mio padre, ridacchiava a volte «Matty… Matty... ». Il suo nome, Paolo, pronunciato da tutti così com’è, senza abbreviazioni né variazioni, forse l’avrebbe cambiato volentieri con uno più virile e altisonante tipo Edoardo, Federico, Alessandro… un nome di qualche condottiero.

Ma l’influsso di Marte era capitato in sorte a me, oltre che l’associazione col pianeta dei marziani…


Grazie a una raccomandazione di mio padre avevo ottenuto un posto come segretaria di una dirigente d’azienda. Avevo fallito nel periodo di prova perché non ero riuscita a recuperarle una boccetta contenente lenti a contatto blu, che si era persa in un armadio d’ufficio pieno di oggetti personali gettati alla rinfusa. Avrei dovuto trovarlo e correre a raggiungerla a un briefing dall’altra parte della città. Un ex collega che incontrai casualmente in seguito tenne a dirmi che Emma era una donna distratta, le lenti blu non gliele rivide addosso, probabilmente le aveva smarrite in qualche borsa nel frattempo regalata a qualcuna delle sue colf, che cambiava in continuazione ma verso le quali pare fosse molto generosa. L’ex collega, verso cui avevo fatto qualche pensierino ma che si dichiarava gay benché non ne avesse l’aspetto, volle confidarmi, in uno slancio di simpatia nei miei confronti e di antipatia nei confronti della sua responsabile, che il problema non era la mia inadeguatezza bensì la costante insoddisfazione di Emma, cui non piaceva mai nessuno e nessuna. Segretari e segretarie si erano succeduti ed erano caduti come birilli, dimodoché toccava agli altri impiegati farsi carico anche delle mansioni della sua segretaria personale. Adesso indossava lenti verde smeraldo, concluse l’informatissimo Mario.

Quando ripensavo nervosamente all’occasione sfuggita, affioravano alla mia memoria di ex studentessa quelle prove insuperabili date da una dea, in genere Afrodite gelosa, alle sue rivali umane destinate alla sconfitta, tipo separare in breve tempo una grande quantità di semi minuscoli mischiati fra loro.

La malignità che io sia un po’ picchiatella circola in alcuni posti dove occasionalmente ho lavorato. Può darsi ci sia del vero dal momento che ho la tendenza a sbagliare persino nelle cose più semplici, tipo custodire in modo vigile una cassa o abbinare nella maniera più appropriata capi d’abbigliamento. Come commessa in un negozio di accessori alla moda non ero piaciuta perché, nonostante fossi molto giovane e abbastanza graziosa, non facevo figura, secondo loro. Ero troppo modesta, qualcuno aveva voluto sussurrare ai miei, come a suggerire: «Compratele abiti più costosi, firmati, in modo che sia tenuta in maggior considerazione». A una controproducente rigidità caratteriale (“poco flessibile e poco adattabile”) si aggiungeva una qualche debolezza fisica, per cui, quando mi toccò la sostituzione di una segretaria in ferie ad agosto per un’agenzia interinale, mi ammalai subito per il getto diretto del condizionatore… E una imbarazzante ingenuità o stupidità, per cui una volta, lasciata incustodita per qualche minuto la cassa di un supermercato con la convinzione che non sostassero clienti in quel momento, questa era stata parzialmente svuotata del contenuto da qualcuno datosi alla fuga.

Io stessa non so darmi una risposta esauriente circa la differenza tra me e i miei fratelli. Paolo ha trovato lavoro nel mare magnum dell’elettronica dopo essersi diplomato perito e aver continuato ad aggiornarsi in un settore che non ha mai smesso di affascinarlo. Paolo, sebbene da bambini litigassimo spesso e ci facessimo i dispetti, è il fratello che sento più simile a me. Grassottello e non tanto alto, ai tempi della scuola non faceva colpo sulle ragazze, ma si è sposato con la sua prima fidanzata non appena lei trovò lavoro in una pasticceria. Marinella è una brava cuoca e credo lo vizi come le donne di una volta. È anche la parente con cui vado più d’accordo. Da quando lei e Paolo hanno adottato due cagnolini, è diventata animalista sfegatata e si è specializzata in pasticceria vegana. A volte c’incontriamo per scambiare ricette o preparare qualche dolce insieme per i pranzi di famiglia. In un momento di difficoltà, quando Paolo fu licenziato da una ditta in fase di ristrutturazione, lui e Marinella si misero in proprio in una loro pasticceria-gelateria. Trovate infine altre soluzioni lavorative nel riassemblamento e riciclo di computer, lui segue ancora la parte contabile dell’attività.


Cloe, la maggiore, laureata in scienze bancarie, ha rinunciato a ruoli più ambiziosi per fare semplicemente la sportellista in una banca. Entrata anch’essa grazie a una raccomandazione, non ha mai mostrato interesse per la carriera; ha invece conosciuto in ufficio il suo futuro marito, un consulente, e si è messa a fare bambini con lui che non aveva ancora trent’anni. Per ora sono arrivati a tre ma potrebbero andare avanti. Col terzo figlio Cloe è passata al part-time, sentendosi molto assorbita dal fare la mamma, occupazione a tempo pienissimo che anche a me pare assai impegnativa. Ne so qualcosa perché, in attesa di trovare altro, ho fatto da baby sitter per qualche anno ai suoi primi due, in particolare all’iperattivo Fabio, da cui non potevo staccare gli occhi di dosso un momento. Con lui forse è servito a qualcosa il mio interesse spiccato per la psicologia, coltivato con letture personali. Ecco il motivo per cui il nipotino pronunciava il mio nome Ma-zia (accentato così: Mà Zia), saltando la erre perché troppo difficile e inventando un nome che fondeva insieme mamma e zia: perché così mi considerava, un po’ mamma e un po’ zia. L’invenzione linguistica serviva sempre comunque a tener viva l’attenzione di entrambe, sia mia sia della madre. La femminuccia, Lisa, semplificava i nomi come gli altri bambini e, quando udiva annunciare la mia presenza («Ecco Marzia, sta arrivando zia Marzia…»), trovava al pari del fratello una soluzione brillante salutandomi festosa: «Zia Mà, zia Mà…».

Una volta che però i nipoti un po’ più grandicelli mi acclamarono in coro «Zia Mar-Zia Mar-Zia Mar!» perché volevano che restassi a cena da loro, quel canto mi suonò «zia Amar», zia amara, zia infelice, che mi riportava alla Marta del Vangelo evocata da mia nonna, la Marta che piangeva per Lazzaro e chiedeva un miracolo.

Per quello che avrebbe dovuto essere il naturale sbocco dei miei studi, l’insegnamento, non avevo vinto il concorso. Sperai per un certo periodo in qualcosa di simile, tipo un posto da bibliotecaria o da maestra d’asilo, ma non venni a sapere nulla.

L’incontro col lavoro vero, sempre ottenuto tramite conoscenze e sempre in un settore estraneo ai miei studi, addetta alle vendite in un grande centro tutto dedicato all’arredamento, mi aveva fatto l’effetto di qualcosa di assurdo e terribile, con orari che si prolungavano oltremisura, cancellazione di qualsiasi festività, week-end che lasciavano la sensazione che un camion ti fosse passato sopra, con conseguenti malinconie e ansie da reclusione… sensazioni simili a quelle che devono provare gli animali in gabbia. Mentre la vita è fuori, la vita è fuori, continuavo a ripetermi. Quello da cui mi trovavo circondata dodici ore al giorno non era un brutto ambiente e inizialmente dava l’illusione di trovarsi in un posto carino per un lavoro non troppo noioso, offrendo la possibilità di parlare coi clienti di argomenti gradevoli come l’accostamento migliore fra divani e lampade e tappeti e quadri, insomma niente male; senza considerare che il grande argomento di fondo a cui attingere e da cui trarre energie positive, avendone l’occasione, era nientepocodimeno che il matrimonio, la felicità coniugale e familiare. Ma i ritmi di lavoro erano pesanti e intensificati nei giorni di punta così iniziarono i conflitti, sommesse proteste, alcune prese di posizione e il rapido licenziamento, che comunque sarebbe sopravvenuto in ogni caso poiché non assumevano a tempo indeterminato.

Perché ero così poco smarty, perché non correvo zigzagando nel traffico come le altre macchinine?

«Perché non ti trovi un ragazzo normale e non ti sposi?» domandavano ex compagne di scuola da tempo sposate con figli.

Giusto, perché non mi sposavo? Proprio nel grande centro per l’arredo avevo incontrato un ragazzo già assunto da diversi anni, tra i fortunati indeterminati, che continuai a frequentare anche dopo il mio licenziamento. In quello stabilimento non c’era nulla da fare per restare ma mi indirizzò alla sede di un sindacato. Dovevo tirar fuori tutte le mie erre e le mie zeta, doveva venir fuori la mia natura combattiva, accidenti, se volevo combinare qualcosa. Mi orientai ai centri per l’impiego, che avevano preso a funzionare meglio. C’era la possibilità di frequentare alcuni corsi di aggiornamento e specializzazione dopodiché cominciare con le supplenze.


Dopo la laurea in lettere per lungo tempo non mi era capitata l’occasione d’insegnare. Fin da bambina mi piaceva leggere, poi mi era piaciuto studiare. Nutrivo interessi per tante materie e attività ma non vinsi nessun concorso, non ottenni nessuna cattedra. Continuai le mie letture sempre chiusa in me stessa.

Fu proprio in occasione di una supplenza un po' più lunga del previsto, prolungatasi per alcuni mesi e da considerare finalmente come una vittoria, che ebbi l’ennesima delusione e decisi ancora una volta di cambiare. I ragazzi della scuola media in cui capitai non mi presero a benvolere e mi trattarono con indifferenza, talvolta persino con ostilità. Mi accorgevo che le mie parole li annoiavano, la materia non li interessava per niente; la grammatica addirittura pareva inflitta come una punizione.

Secondo il nuovo costume dei ragazzi, soprattutto quelli di terza media trascorrevano molto tempo sui telefonini, a setacciare la posta e i vari social alla ricerca dei messaggi più recenti di tutti i loro amici reali e virtuali, anche durante la lezione. Non mi sentivo di contrastarli perché comprendevo che per loro la lingua era quella che usavano negli sms e che dal loro punto di vista sarebbe stato assurdo scrivere “che” con ch anziché con k, perché k è più veloce e noi viviamo nell’epoca della velocità. La letteratura e ogni studio o riflessione appartengono invece alla lentezza. La storia e la geografia li tediavano. La letteratura era lettera morta, cosa marziana (solo io e pochi altri riuscivamo a vivere su Marte), come incappare casualmente in una lingua scomparsa di cui non si possedessero i codici interpretativi, le chiavi per decrittare l’alfabeto. Questo sentimento generale era contraddetto solamente da una o due persone in più classi.

Di fronte a una vera e propria svolta culturale non trovavo la volontà né la forza di contrastare quel linguaggio semplificato ma evidentemente funzionale, vitale, che apparteneva così fortemente ai discorsi, alle abitudini della nuova gioventù.


Ero la terza figlia, probabilmente inaspettata, non troppo desiderata, nata appena un anno dopo mio fratello. Mi avevano dato il nome del mese in cui ero venuta al mondo, senza pensarci troppo; anche se quel nome si era rivelato pieno di significati, perché aveva il mare dentro e la primavera e il dio della guerra e una donna che chiede una resurrezione. È un nome ricco, il mio. La erre suona come ricchezza, la zeta forse come il ronzio di qualche insetto molesto… E torniamo alla primavera… Una Maria con la zeta e una Grazia un po’ mascolina.

Il terzo figlio nelle fiabe è quello un po’ particolare: può essere il preferito, il più piccolo, destinato a restare sempre un po’ bambino, coccolato più a lungo dai genitori; oppure quello sacrificato, quello mandato altrove per non tornare che magari invece sorprenderà tutti vincendo difficili prove… Nella realtà può essere quello che per cui ci sono meno risorse e tempo da dedicare quindi faccia un po’ quello che vuole, si arrangi... Dovevo arrangiarmi dunque, fare tesoro del poco che la società metteva a disposizione. Mi organizzai per passare alla scuola elementare, dove i bambini erano ancora simili alla bambina che ero stata e dove avevo l’impressione che qualche breve poesia, qualche fiaba, qualche racconto avesse ancora un fascino che si potesse trasmettere.


Adesso che aspetto una figlia, ho in mente vari nomi: forse Iride, ma anche Iside… E perché non Fulvia, nome che fa pensare a una volpe, a un animale selvatico e astuto?

In un sogno recente camminavo in una città invisibile che però aveva le sue mura, le sue vie strette in salita, che percorrevo di notte alla luce dei lampioni… Forse ero io invisibile Ero convinta di trovarmi in una delle città immaginarie di Calvino e che la città avesse nome Despina o Delfina o Destina. L’ambientazione era ispirata alle carceri di Piranesi: salivo scale ripide fra muri alti e labirintici, che talvolta sboccavano in locali luminosi e tecnologici come quelli di un’astronave. Mi affacciavo a un oblò, ma vedevo il buio. Allora ritornavo a farmi avvolgere dalle strade che non finivano.


* Per l’immagine di accompagno al testo l’editore resta a disposizione per gli eventuali aventi diritti.