Simone de Beauvoir


Sergio Bianchi, Un giorno, collage, 2020


Le deuxième sexe di Simone de Beauvoir uscì in Francia nel 1949 per le edizioni Gallimard e ancora oggi molti lo considerano l’inizio del femminismo contemporaneo.

In realtà, in un’intervista pubblicata su «Society» nel 1976, de Beauvoir disse di non riconoscersi in questa affermazione perché, secondo lei, il movimento che si era sviluppato pochi anni prima ‒ all’inizio degli anni Settanta ‒ non conosceva il suo libro, le donne che lo animavano erano troppo giovani nel 1949. Certamente esse lo avevano scoperto in seguito e vi avevano ritrovato alcune delle loro teorie basilari ma, secondo lei, erano diventate femministe per ragioni che avevano scoperto nella propria esperienza, non nel suo libro [1].

Per lei, invece, quel libro rappresentò l’inizio di un nuovo percorso politico e esistenziale e, in più occasioni, riconobbe quanto la sua coscienza femminista fosse cresciuta man mano che lo scriveva:


«Scrivendo il Secondo sesso capii, per la prima volta, che io stessa vivevo una vita falsa, o meglio, che senza nemmeno rendermene conto, approfittavo di una società costruita per gli uomini. Era accaduto che, molto presto nella mia vita, avevo accettato tutti i valori maschili e mi ci conformavo. È vero che riuscivo bene, e questo rafforzava la mia convinzione che la donna poteva essere pari all’uomo se voleva tale uguaglianza» [2].


Simone de Beauvoir ha scritto moltissimo, ed è stata capace di raccontarsi con grande profondità. Ha pubblicato quattro autobiografie che raccontano varie fasi della sua vita, e in tutte non si è limitata a narrare eventi e persone che l’hanno accompagnata ma ha delineato un itinerario esistenziale che l’ha formata in quanto donna e in quanto intellettuale[3].

Proprio così, infatti, si è sempre definita: un’intellettuale, una persona abituata a riflettere, a comprendere, a criticare. Abitudini che, secondo lei, l’avevano resa una giovane «inadatta alle conversazioni mondane»:


«Non avevo idee sovversive ‒ scrisse circa la sua adolescenza nella sua prima autobiografia, Memorie di una ragazza per bene, edita da Gallimard nel 1958 ‒ anzi, non avevo affatto idee, su nulla; ma per tutto il giorno mi allenavo a riflettere, a comprendere, a criticare, e mi ponevo domande; cercavo con precisione la verità: questo scrupolo mi rendeva inadatta alle conversazioni mondane» [4].


Simone de Beauvoir crebbe in un ambiente sociale che le divenne presto estraneo e ostile visto che l’intera sua educazione l’aveva convinta «dell’inferiorità intellettuale del mio sesso, inferiorità che molte delle mie consorelle ammettevano» [5].

Quando nacque a Parigi nel 1908, il movimento delle donne in Francia ‒ come in gran parte d’Europa ‒ era limitato a piccoli gruppi di donne borghesi e colte che chiedevano il diritto di voto. Si parlava di diritti, di uguali opportunità ma nessuna teorica o attivista metteva in discussione l’insieme delle convinzioni tradizionali, dei pregiudizi e degli stereotipi che segnava la rigida divisione dei ruoli di genere nella società e condannava le donne all’oppressione.

Negli anni Venti, quando divenne adolescente, la voce delle suffragette si era fatta più massiccia ma la gran parte delle donne, soprattutto delle classi popolari, non sembrava sentirla granché e continuava ad accettare passivamente la condizione di subalternità in cui viveva.

Anche per le donne di famiglia agiata ‒ come la stessa de Beauvoir ‒, essere donna significava sostanzialmente imparare presto le regole di una rigida etichetta sociale (che concedeva e vietava alle donne certe cose piuttosto che altre) e ambire ad un buon matrimonio. Certo, alcune di loro poterono studiare (per lo più in scuole femminili gestite da religiose) ma il matrimonio rimaneva per tutte l’orizzonte privilegiato. Fin da bambine, alle donne veniva normalmente insegnato il valore della devozione, del dono di sé e della rassegnazione: «Tutta l’educazione della donna – scrisse Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso ‒ congiura per sbarrarle la strada della ribellione e dell’avventura; tutta la società – a cominciare dai rispettivi genitori ‒ la inganna esaltando l’alto valore dell’amore, della devozione del dono di sé» [6].


Era dunque una società che perpetuava quello che lei definiva «il peggior delitto» verso le donne a cui, fin dall’infanzia e per tutta la loro vita, veniva indicata come propria vocazione la rinuncia di sé, la rinuncia ad assumere su se stesse la propria esistenza. È così – disse più volte ‒ che «le donne si insediano nella mediocrità» [7].

Simone de Beauvoir venne educata più o meno allo stesso modo ma, a differenza di molte, il fatto di essere nata in una famiglia alto borghese le diede la possibilità di studiare. Certo studiò in un collegio cattolico dalla disciplina molto rigida ma, attraverso il sapere e l’esercizio del pensiero, fin da ragazzina si accorse di non aver fede in Dio e cominciò a sentirsi inadeguata, sia nei confronti del suo ambiente sociale che verso ciò che esso imponeva alle donne come lei. «Se almeno avessi salvato le apparenze! ‒ scrisse nelle sue Memorie ‒ Mio padre avrebbe potuto rassegnarsi ad avere una figlia eccezionale purché ella evitasse con cura di essere insolita; ma io non vi riuscivo […]. Le mie amiche recitavano con disinvoltura il loro ruolo mondano; partecipavano ai “pomeriggi” delle loro madri, servivano il tè, sorridevano, dicevano amabilmente dei nonnulla; io non sapevo sorridere, non sapevo essere graziosa, non sapevo fare dello spirito e nemmeno delle concessioni» [8].

Per diversi anni, più o meno fino agli anni dell’università, soffrì di questa sua incapacità di essere una «donna» come le altre, si rendeva conto di deludere le aspettative del padre, non si sentiva riconosciuta dal suo ambiente e, pian piano, maturò in lei un senso di tradimento verso la sua collocazione sociale e verso il ruolo che l’essere donna le imponeva.

Alla Sorbona tutto cominciò a cambiare: cominciò a riconoscere i vantaggi della sua condizione privilegiata e, soprattutto, del fatto di aver potuto studiare: «è per questo che giunsi ad integrarmi nel mondo maschile senza troppa difficoltà», confessò a John Gerassi nel 1976. Con i compagni di corso come Sartre o Paul Nizan, Herboud ‒ tutti poi diventati protagonisti della scena intellettuale francese ‒ parlava di filosofia, di arte, letteratura allo stesso loro livello; terminati gli studi iniziò ad insegnare e poté guadagnarsi da vivere come qualsiasi altro intellettuale maschio, iniziò a viaggiare da sola. «Ogni tappa rafforzava il mio senso d’indipendenza e d’uguaglianza» [9].


Le fu insomma molto facile dimenticare che una segretaria, una contadina, un’operaia o gran parte delle altre donne non potevano affatto godere dei suoi privilegi. E così, cominciò anche a disprezzare le donne che si sentivano incapaci di essere indipendenti, finanziariamente e mentalmente, dagli uomini: «Se posso farlo io ‒ pensava ‒ possono farlo anche loro» [10].

Fu nel corso delle ricerche e degli studi per Il secondo sesso che si rese conto che i suoi privilegi derivavano dal fatto che – disse lei stessa ‒ su alcuni punti aveva abdicato alla sua femminilità, che fino a quel momento aveva vissuto come una sorta di collaborazionista della cultura patriarcale e che la maggior parte delle donne non aveva la possibilità di scelta che aveva avuto lei [11].

Alla Sorbona iniziò anche il suo rapporto con Sartre che, senza matrimonio né convivenza, durò per tutta la loro vita, parallelamente a relazioni che entrambi ebbero con altre persone, sia etero che omosessuali. Aspetto, questo, che dice tanto del livello di liberazione raggiunto dalla giovane de Beauvoir: la società in cui crebbe e visse gran parte della sua vita, infatti, generalmente non concedeva tali libertà alle donne. In Francia ‒ come in Italia ‒ fino alla fine degli anni Sessanta non solo l’adulterio femminile era penalizzato ma i rapporti sessuali fuori dal matrimonio erano considerati un peccato (ovviamente solo per le donne), la verginità era un dogma e il piacere sessuale femminile non rientrava nell’orizzonte di pensiero né delle donne né degli uomini.

Dopo la fine della guerra, fu con Sartre che iniziò a parlare del progetto di un nuovo libro in cui avrebbe voluto spiegare se stessa:


«Un giorno mi è venuta voglia di dare una spiegazione su me stessa. Ho cominciato a riflettere e mi sono accorta con una specie di sorpresa che la prima cosa che avrei dovuto dire era: sono una donna. L’intera mia formazione affettiva, intellettuale, è stata differente da quella di un uomo. Ho riflettuto e mi sono detta: bisognerebbe vedere sul piano generale. […] Avevo cominciato a riflettere su me stessa e mi ero accorta che esisteva una “condizione femminile”» [12].


Riconoscendo l’esistenza di una condizione femminile, Simone de Beauvoir si pose in un atteggiamento critico verso il primo movimento femminista, quello dei primi decenni del secolo, il cui obiettivo principale era stato il suffragio, il diritto di voto, all’epoca considerato il passo decisivo per la liberazione della donna e per la conquista di tutti gli altri diritti civili, politici, sociali. Anche perché, in Francia le donne avevano ottenuto tale diritto nel 1944 e, secondo lei, nonostante ciò la loro condizione all’interno della società non era di fatto migliorata. Le divenne dunque palese che l’uguaglianza giuridica non sarebbe bastata a garantire rapporti paritari tra uomini e donne, poiché le discriminazioni verso queste ultime erano profondamente radicate nel contesto culturale e sociale.

Si accorse quindi presto che, al di là della sua singola condizione di privilegio, le donne erano definite e trattate come il «Secondo sesso» da una società prettamente dei maschi e per i maschi, che le donne erano l’Altro rispetto al Soggetto che era l’uomo. E ribellarsi a questa condizione non era per nulla facile.

Una volta compreso tutto ciò, cercò di descrivere il modo in cui «la società fabbrica le sue donne» e si mise ad analizzare le dinamiche per cui la donna aveva assunto, nella storia, le caratteristiche dell’Altro rispetto al Soggetto [13].

Da questi anni di studio e letture molto intensi nacque appunto Il Secondo sesso la cui tesi principale è sintetizzata da una frase divenuta molto celebre: «Donna non si nasce, lo si diventa». La cosiddetta «femminilità», cioè, secondo Simone de Beauvoir non è un destino biologico o fisiologico, quanto piuttosto una costruzione culturale e sociale. Le donne non sono sottomesse per natura ma la loro subordinazione è il risultato di una serie di condizionamenti dati dal contesto storico e culturale, nonché dalla loro abitudine ad adeguarvisi. L’essere donna non è un’identità fissa e immutabile, quanto una soggettività a tutto tondo, capace anche di modificare la propria «natura» attraverso la presa di coscienza di sé. Spesso ‒ scrisse de Beauvoir – si parla del «carattere» della donna, di caratteristiche che sarebbero prettamente femminili e «c’è della verità in queste affermazioni» ma si dimentica che:


«l’insieme del «carattere» della donna, le sue convinzioni, i suoi valori, la sua saggezza, la sua morale, i suoi gusti, la sua condotta non sono suggeriti alla donna dai suoi ormoni, né predisposti negli scompartimenti del suo cervello: essi sono profondamente determinati dalla sua condizione» [14].


L’«eterno femminino» della psicanalisi freudiana, cioè, secondo lei non esiste e andrebbe invece colto nell’insieme delle condizioni economiche, sociali e storiche in cui le donne sono vissute. E, anche quando si oppone l’universo maschile a quello femminile, non ci si dovrebbe dimenticare che le donne non hanno mai costituito una società autonoma e chiusa ma sono state integrate alla collettività governata dai maschi e vi hanno sempre occupato un posto subordinato. Simone de Beauvoir scrisse queste cose nel 1949 ed era senz’altro la prima volta che una tesi così forte compariva sulla scena del pensiero europeo ad opera di una filosofa: alcuni critici hanno addirittura detto che Il secondo sesso ha scardinato la struttura stessa del pensiero filosofico occidentale e il suo preteso universalismo che identificava l’uomo come il soggetto neutro e universale. Contro tutto ciò, de Beauvoir non solo affermava l’esistenza di un Soggetto femminile ma fu anche la prima ad analizzare in modo sistematico le ragioni e gli strumenti della costruzione dell’inferiorità femminile nella società, prendendo in considerazione, fin dalla infanzia, il modo in cui vanno creandosi le differenze tra uomo e donna:


«Ho intrapreso a raccontare sistematicamente, dall’infanzia alla vecchiaia, in che modo queste diversità vanno man mano creandosi; ho esaminato le possibilità che la società offre alle donne, quelle che invece rifiuta loro, i limiti che esse hanno, i vantaggi, gli svantaggi, le evasioni, le realizzazioni» [15].


Alcuni capitoli de Il secondo sesso fecero molto scalpore; entrambi i tomi di cui l’opera è composta vendettero fin da subito migliaia di copie ma suscitarono un certo scandalo anche tra intellettuali di sinistra come Camus, che scagliò i due volumi attraverso la stanza gridando: «Signora, lei mette in ridicolo l’uomo francese!».

Furono alcuni capitoli in particolare a sollevare indignazione nella Francia di quel tempo, come quello sull’iniziazione sessuale ‒ in cui de Beauvoir spiegava in che modo l’atto sessuale rendeva la donna schiava del maschio e della specie ‒ o quello sulla maternità in cui affermava molto esplicitamente che non esiste un istinto materno, che l’atteggiamento della madre è definito dal modo con cui essa accetta la sua maternità e che tutto questo è estremamente variabile.


Altro tema che fece molto scalpore quando il libro uscì è il suo perorare la causa della libertà d’aborto e del controllo delle nascite, con cui capovolse il significato millenario della maternità: non più un destino, ma una scelta libera e consapevole.

Da queste riflessioni Simone de Beauvoir giunse ad individuare un paradosso che lei definiva addirittura «criminale» della società del suo tempo, che negava alla donna ogni attività pubblica, che le precludeva le carriere maschili, che proclamava la sua incapacità e inferiorità in tutti i campi e poi le affidava l’impresa più delicata e grave: la formazione di un essere umano. Nel 1956, un editto vaticano mise il libro all’indice e Simone de Beauvoir fu via via accusata di essere una donna insoddisfatta, un repressa, una donna inacidita e piena di complessi di inferiorità nei confronti degli uomini e delle altre donne, rosa da risentimento, una lesbica, una frigida, una ninfomane. Il segno che, nella società di quel tempo, generalmente sessofobica, non erano ben viste le donne che osavano affrontare ceti argomenti tabu come la sessualità femminile o l’amore omosessuale.

Nell’ultima parte del libro, Simone de Beauvoir non poté fare a meno di chiedersi come mai le donne per millenni avessero accettato questa condizione di subalternità e mise a critica il sostegno che le donne stesse, avendo introiettato quegli stereotipi e quei ruoli, fornivano al patriarcato. Mise a critica ma cercò anche di coglierne una spiegazione filosofica che aveva radici – ancora una volta – nella condizione in cui la società costringeva le donne a vivere, in ciò che veniva loro insegnato, in ciò che era loro proibito.

La società che de Beauvoir prefigurava come ideale era naturalmente quella in cui uomini e donne fossero uguali: per lei una società che non opprime le donne è una società in cui le donne sono formate ed educate esattamente come gli uomini, in cui esse lavorano nelle loro stesse condizioni e con i loro stessi salari; in cui la libertà erotica è ammessa dal costume per tutti e tutte, in cui il matrimonio è fondato su un libero impegno che gli sposi possono sciogliere quando vogliono, in cui la maternità è una libera scelta e aborto e controllo delle nascite sono consentiti; in cui la licenza di gravidanza è pagata dalla collettività che si assume anche una parte dell’educazione dei figli [16].

Ma per realizzare tutto questo – si chiedeva de Beauvoir ‒ è sufficiente cambiare le leggi, le istituzioni, i costumi? No, e non è neanche sufficiente modificare le condizioni economiche delle donne, bisogna che le donne si facciano una nuova pelle e questo non può avvenire che grazie a un’evoluzione collettiva.

L’unica possibilità, «l’unica strada aperta a coloro che non hanno la possibilità di costruire niente» è la ribellione: «è necessario che le donne rifiutino i limiti della loro situazione e cerchino di aprirsi le strade dell’avvenire; la rassegnazione non è che rinuncia e fuga; per la donna non c’è altro mezzo che lavorare sulla propria liberazione» [17].

E, secondo de Beauvoir, questa liberazione non può che essere collettiva:


«Come spetta ai poveri strappare il potere ai ricchi, così spetta alle donne strappare il potere agli uomini. Questo non vuol dire che le donne debbano a loro volta dominare gli uomini. Vuol dire che bisogna istituire l'uguaglianza [...] è in seno al mondo dato che spetta all’uomo far trionfare il regno della libertà; per raggiungere questa suprema vittoria è tra l’altro necessario che uomini e donne, al di là delle loro differenziazioni naturali, affermino, senza possibilità di equivoco, la loro fraternità» [18].


Note [1] L’intervista ‒ Il secondo sesso venticinque anni dopo ‒ curata da John Gerassi è ora pubblicata in S. de Beauvoir, Quando tutte le donne del mondo, Einaudi, Torino 1982, pp. 148-165. [2] Ivi, p. 149. [3] I quattro volumi della sua autobiografia furono tutti editi da Gallimard: Mémoires d’une jeune fille rangée (1958), La force de l’âge (1960), La force des choses (1963) e Tout compte fait (1970). [4] S. de Beauvoir, Memorie di una ragazza per bene, Einaudi, Torino 1994, p. 185. [5] Ivi, p. 303. [6] S. de Beauvoir, Il secondo sesso, il Saggiatore, Milano 2016, p. 691. [7] Oggi Julien Sorel sarebbe una donna, intervista di Maria Craipeau,«France-Observateur», marzo 1960, ora pubblicata in S. de Beauvoir, Quando tutte le donne del mondo, cit., pp. 24-27. [8] Memorie di una ragazza per bene, cit, p. 184. [9] Il Secondo sesso venticinque anni dopo, intervista di John Gerassi, cit., p. 149. [10] Ibidem. [11] Ivi, p. 150. [12] Intervista di Madeleine Chapsal a Simone de Beauvoir, in Les écrivains en personne, Julliard, Paris 1960, ora in S. de Beauvoir, Quando tutte le donne del mondo, cit., pp. 28-45, p. 33. [13] Ibidem. [14] S. de Beauvoir, Il Secondo sesso, cit., pp. 581 e 602. [15] S. de Beauvoir, La forza delle cose, Einaudi, Torino 1966, p. 183. [16] S. de Beauvoir, Il Secondo sesso, cit., p. 694. [17] Ivi, p .605. [18] Ivi, p. 699.

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