«Siano preferiti i settentrionali»

Migrazioni interne e razzismo nel secondo dopoguerra a Torino



Mettendo a tema la «questione della razza» nello specifico contesto italiano, Enrica Capussotti guarda alle tensioni che insorgono nella Torino degli anni Cinquanta con l’arrivo in massa di lavoratrici e lavoratori dal Sud Italia[1]. Considera i processi di marginalizzazione, stigmatizzazione e inclusione differenziale - in una sola parola di razzializzazione - che insistono sulla materialità dei processi di governo della mobilità del lavoro, e passano attraverso il sentire dei torinesi delle cui rappresentazioni sono pieni i quotidiani e finanche gli atti della autorità locali. Concludendo, non dimentica di richiamare che fu proprio contro tali processi di razzializzazione che si scagliarono le lotte operai dei decenni successivi.


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Nei due decenni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale più di 2 milioni di persone (il 6.8% della popolazione) lasciò il Sud d’Italia. Tra il 1958 e il 1963 quasi 1 milione di uomini e donne si spostarono verso il Nord del paese e il numero aumentò a 1.637.512 alla fine degli anni Sessanta. Tra il 1955 e il 1970, 25 milioni di individui cambiarono la loro municipalità di residenza, 10 milioni dei quali con movimenti extra-regionali. La Basilicata, in proporzione al numero totale di abitanti, fu la regione che ne perse il maggior numero (-12.8%), seguita dalla Calabria (-10.6%), dalla Puglia (-7.4%), dagli Abruzzi e Molise (-7%), dalla Sardegna (-7%), dalla Sicilia (-6.1%) e dalla Campania (- 4.5%). Il Piemonte fu la meta principale (incrementò la propria popolazione del +11%), seguito dalla Liguria (+8%) e dalla Lombardia (+7.7%)[2].

Questi migranti furono tra gli attori principali delle rapide e radicali trasformazioni che traghettarono l’Italia verso un assetto industriale e neocapitalista. Contadini provenienti da tutte le regioni italiane divennero gli operai dequalificati delle catene di montaggio di piccole e grandi fabbriche, mentre molti tra i contadini del Sud iniziarono a lavorare le terre lasciate libere dai settentrionali emigrati in città. I salari, benché tra i più bassi tra i paesi capitalistici, subirono degli incrementi (+1.2% nel 1961, +5.3% nel 1962, +14.5% nel 1963) così come i consumi (+8.3% nel 1963)[3]. Le utilitarie e l’arredamento per la casa divennero i simboli della partecipazione delle famiglie italiane alle gioie del consumo di massa[4].

[…] [Il presente testo analizza] le modalità attraverso cui i lavoratori meridionali, nelle città del Nord, erano definiti, stigmatizzati ed esclusi da alcuni diritti di cittadinanza, oppure soggetti a meccanismi di «inclusione differenziale». Mi soffermerò sulle rappresentazioni che emergono dalle lettere ai quotidiani torinesi, che ci invitano a riflettere sulla popolarità e sul ruolo dell’identificazione con la città e la regione in un periodo in cui i grandi partiti di massa optavano per accenti e solidarietà nazionali. Cercherò inoltre di ricostruire le connessioni tra gli stereotipi che popolavano l’immaginario del periodo e la materialità dei processi che regolavano l’accesso ai diritti e i loro confini.


Gli anni Cinquanta e Sessanta

L’accoglienza degli immigrati dal Sud nelle città del Nord, e a Torino in particolare, non fu certamente calorosa. Con «meridionali» l’opinione pubblica intendeva tutti gli uomini nati a Sud di Roma, isole incluse. D’altronde il meridione era un luogo lontano e diverso per i cittadini di quel settentrione a sua volta indifferenziato agli occhi dei meridionali; le «due Italie», insomma, erano ancora ben presenti nei processi materiali e immateriali che caratterizzavano l’esperienza nazionale.

Circoscrivere l’analisi al contesto torinese non limita la rilevanza delle ipotesi interpretative presentate in questo studio. Innanzitutto i processi avevano una forte componente locale che, per essere compresa, deve essere appunto studiata nello specifico. In contrasto con la realtà attuale, le sfere pubbliche e politiche tentavano di contenere le forze centripete espresse dai cittadini settentrionali a livello locale. In secondo luogo Torino fu la principale città d’accoglienza; tra il 1955 e il 1970 ricevette 641.800 persone (secondo i dati ufficiali), incrementando la sua popolazione del 21% (nello stesso periodo la popolazione di Milano aumentò del 16.1% e di Genova del 7.8%). La decisione della Fiat di concentrare i propri stabilimenti nella capitale piemontese (solo nel 1966 una nuova fabbrica aprì nel comune limitrofo di Rivalta) fu all’origine della più veloce crescita di popolazione a cui la città avesse mai assistito dalla sua fondazione. Questo fenomeno determinò numerose tensioni tra vecchi e nuovi abitanti, rese più gravi dall’insufficiente investimento sui servizi (dalle case popolari alle scuole, dagli ospedali alle infrastrutture) di cui la politica e le forze economiche furono responsabili[5].

Nell’ottobre del 1956 la «Gazzetta del Popolo» (quotidiano a diffusione prevalentemente regionale, vicino al PLI e, nella seconda metà del decennio Cinquanta, acquistato da un senatore DC) pubblica, nelle pagine di cronaca cittadina, una delle prime inchieste sull’immigrazione a Torino. Mentre il titolo indica genericamente I torinesi e gli altri, nel volgersi di poche colonne di giornale gli «altri» diventano i meridionali. Un passaggio significativo dell’articolo afferma:


scorriamo le pagine degli annunci economici pubblicati dai nostri giornali […] [e troviamo] dalla «trentenne» che sposerebbe «settentrionale», al proprietario che affitterebbe «camera e cucina» in corso Novara a «piemontesi»; dai «coniugi piemontesi» che cercano lavoro alla «affettuosa» che sposerebbe «settentrionale distinto»; dal «negoziante di articoli vari» che cerca «giovane garzone torinese» […] si arriva ad un eccesso di campanilismo nel caso del «privato» che affitterebbe «esclusivamente a torinesi»[6].


Queste poche righe condensano la realtà di un atteggiamento ostile che coinvolge sia la sfera affettiva che quella socio-economica (il mercato della casa e quello del lavoro). Sorge inevitabile la domanda su come fosse possibile pubblicare annunci così sfacciatamente discriminatori - non si affitta ai meridionali, si cercano lavoratori esclusivamente piemontesi - senza incorrere nell’accusa di pregiudizio, o comunque senza essere sottoposti a quei «filtri» messi in atto dalle testate giornalistiche, che selezionavano l’accesso alla parola pubblica indicando ciò che era ammissibile e ciò che non lo era. Una risposta la fornisce l’articolo stesso quando legge attraverso la lente del campanilismo gli annunci economici che stabilivano una chiara gerarchia di preferenza e di privilegio tra i torinesi/piemontesi e gli altri in campo lavorativo, sociale e affettivo. Il campanilismo, con le sue radici storiche, le sue articolazioni folkloristiche, rassicurava e mediava aspetti simbolici e materiali, rendeva legittimi sul piano discorsivo atti che avvenivano nella realtà sociale e che partecipavano alla costruzione di un sentimento e un atteggiamento razzisti. È sul finire degli anni Sessanta che la categoria di razzismo entra nel dibattito pubblico per interrogare l’esperienza dei lavoratori del Sud a Torino, ma è mia opinione che fu anche prima, quando erano ancora in vigore le leggi fasciste contro l’urbanizzazione, che diversi livelli, legislativo, economico, scolastico, culturale, cooperarono nella messa in pratica di politiche e atteggiamenti razzisti. Nelle pagine successive cercherò di dimostrare questa mia affermazione.


Lacci e lacciuoli della mobilità

La legge n. 358 del 9 aprile 1931 che disciplina in senso restrittivo le migrazioni interne, quella n. 1092 del 6 luglio 1939 che dispone vincoli contro l’urbanesimo, e ancora, la legge n. 264 del 29 aprile 1949 sui Provvedimenti in materia di avviamento al lavoro e di assistenza dei lavoratori involontariamente disoccupati hanno normato e tentato di limitare, almeno fino ai primi anni Sessanta, la mobilità territoriale e quella del lavoro. Nonostante le promesse e le discussioni in sede di commissioni parlamentari, la revoca delle leggi fasciste contro mobilità e urbanesimo e la modifica dell’articolo 15 della legge n. 264 che assegnava una preferenza, nella graduatoria del collocamento, ai lavoratori residenti nei capoluoghi di provincia con una popolazione superiore ai 25 mila abitanti o nei centri di notevole interesse industriale, ha dovuto attendere il 1961 quando fu approvata la cosiddetta legge Terracini, dal senatore comunista che la promosse in Parlamento.

Le frequenti crisi di governo, con relative interruzioni delle legislature, furono tra le ragioni della lentezza con cui queste leggi vennero abrogate o emendate, ma non furono sicuramente le uniche responsabili della conservazione di norme in contraddizione con il dettato costituzionale che, all’art. 16, proclama la libertà di soggiorno per tutti i cittadini. Il dibattito parlamentare, così come quello pubblico, ci racconta che molte furono le ragioni che determinarono la sopravvivenza di una legislazione in evidente contraddizione con la realtà materiale di tanti italiani. Ad esempio tra le forze e i parlamentari cattolici serpeggiava una profonda ostilità verso l’urbanizzazione, ritenuta responsabile della disgregazione di quei valori cattolici di cui la comunità rurale sarebbe stata portatrice; oppure erano ancora numerosi coloro che preferivano pensare a efficaci politiche rurali in grado di fermare l’esodo di massa dalle campagne; o, ancora, coloro che ritenevano le leggi fasciste anti-costituzionali e quindi già superate dai fatti, atteggiamento sicuramente condiviso dalle migliaia di uomini e donne che emigravano in barba a leggi e leggine[7].

Gli amministratori e i cittadini dei comuni del Nord d’Italia rappresentavano un’altra importante voce contraria alla libera mobilità poiché temevano «un’invasione» (il linguaggio è proprio questo)[8] di lavoratori meridionali. Durante gli anni Cinquanta, in un periodo di intensa migrazione Sud-Nord che i dati ufficiali, non a caso, non furono in grado di registrare, i comuni del Nord potevano utilizzare le summenzionate leggi per tentare di limitare l’arrivo degli immigrati e per chiedere al governo centrale azioni in senso restrittivo. Infatti, in virtù di queste norme, i cittadini immigrati dovevano dimostrare un contratto di lavoro per poter ottenere la residenza, ma per poter accedere al collocamento, e quindi al mercato del lavoro, dovevano essere residenti nel comune, operazione ulteriormente complicata dai privilegi concessi ai residenti dalla legge 264/1949. Misure non particolarmente originali ma utilizzate, ieri come oggi, dai paesi di immigrazione al fine di raggiungere due obiettivi principali: esporre ai ricatti della «clandestinità» i nuovi arrivati e difendere i privilegi decretati dalla cittadinanza[9]. Peculiare nel caso italiano fu la messa all’opera di questi meccanismi di precarizzazione degli immigrati e di difesa dei nativi nel contesto di migrazioni interne di cui erano protagonisti dei connazionali. Il concetto di identificazione e di solidarietà nazionale si dimostra ancora una volta un campo di battaglia soggetto a torsioni e risignificazioni continue.

I lavoratori immigrati erano costretti a trovare soluzioni emergenziali ed extralegali per aggirare gli ostacoli posti sul cammino della residenza e del lavoro. Le interviste sul campo di Goffredo Fofi ai giovani immigrati raccontavano ad esempio la nascita di molte cooperative di lavoro che, per un intero decennio, operarono garantendo ai propri «soci» attestati di lavoro in cambio di bassi salari e di lavoro non tutelato da alcun diritto[10]. Un sistema di sfruttamento del lavoro di cui le autorità competenti e i sindacati erano a conoscenza e che si basava proprio sull’esistenza di immigrati «clandestini» nei comuni del Nord[11] .

Le autorità locali e centrali erano ovviamente a conoscenza dei meccanismi discriminatori a cui i lavoratori meridionali erano assoggettati, come testimonia una comunicazione del 1959 dell’Ufficio regionale del lavoro e della massima occupazione di Torino al prefetto che informa come «[…] da un’indagine effettuata da questo Regionale, risulta che effettivamente determinate aziende fanno discriminazioni tra settentrionali e meridionali in occasione di assunzione di lavoratori»[12]. Proseguendo nella lettura è interessante soffermarci sulle presunte cause di ciò che viene definito «atteggiamento»:


Detto atteggiamento è dovuto innanzi tutto al fatto che tali aziende, hanno avuto occasione di assumere, in passato, elementi meridionali, che non hanno poi dimostrato né attaccamento al lavoro né capacità. – Lo scorretto comportamento di costoro, ha precluso così la possibilità di sistemazione ad altri elementi meridionali di indiscussa capacità e laboriosità. – Altre ragioni di predetto atteggiamento potrebbero, inoltre, ravvisarsi sia nella diversità di temperamento fra settentrionali e meridionali, che nella difficoltà di espressione linguistica che genera sovente reciproche incomprensioni tra i lavoratori. – È da tener presente, infine, che la massa dei lavoratori meridionali è composta in prevalenza di elementi analfabeti o semi analfabeti, buoni prestatori d’opera in edilizia, ma assolutamente inadatti a lavori in stabilimenti industriali[13].


L’ideologica che sostiene la discriminazione e i tentativi di giustificarla emergono evidenti. Sicuramente tra torinesi e piemontesi vi saranno stati elementi scarsamente motivati al lavoro, e gran parte dei lavoratori provenienti dalle campagne del Nord erano a loro volta poco alfabetizzati, ma questi ingredienti non erano sufficienti per edificare un’identità collettiva naturalizzata come nel caso dei meridionali[14]. A sua volta la «differenza di temperamento» è un dato scontato e condiviso che non ha neppure bisogno di essere motivato.

Tornando alla legislazione sulle migrazioni interne e contro l’urbanesimo, ovviamente queste leggi non furono in grado di fermare la mobilità ed è proprio questo il dato significativo. Esse forse sopravvivevano proprio perché erano inefficaci sul piano formale, ma costituivano un ottimo strumento di ricatto. I comportamenti degli amministratori dei comuni del Nord confermano questa ipotesi; essi applicarono le leggi contro l’urbanesimo con una certa elasticità e difformità, il comune di Milano ad esempio richiedendo il contratto d’affitto in cambio della residenza, mentre il comune di Torino sembrerebbe essere stato meno restrittivo grazie all’istituzione della «residenza con clausola»[15]. Le questioni che dovevano affrontare gli amministratori locali emergono con chiarezza quando il Consiglio provinciale di Torino chiede l’abrogazione della legge del 1939 contro l’urbanesimo che «ha trasformato in clandestini tutti gli immigrati, rendendo impossibile ogni controllo…». Ma i politici devono giustificare questa posizione ai loro cittadini-elettori e lo fanno da un lato sottolineando le ricadute negative della legislazione sulle azioni di controllo e regolamentazione delle istituzioni locali, dall’altro schierandosi a favore della «precedenza ai disoccupati locali negli uffici di collocamento»[16].

Gli stessi questori e prefetti, fin dagli anni Cinquanta, furono invitati dal governo centrale a non usare più l’istituto del «rimpatrio» per i lavoratori non in regola, decisione inizialmente contestata dai quotidiani torinesi; ad esempio nel 1956 «La Stampa» invitava le istituzioni di polizia a «rimpatriare» i senza lavoro[17]. Un atteggiamento che il quotidiano della famiglia Agnelli presto abbandonò, enfatizzando piuttosto le posizioni che chiedevano di abolire le leggi contro l’urbanesimo, in questo modo andando sicuramente incontro agli interessi della «proprietà», che abbisognava di operai a basso costo da collocare alle catene di montaggio della Fiat. «La Stampa» non smise però di contribuire al pregiudizio antimeridionale; con gli articoli di cronaca nera e con le lettere dei lettori nella rubrica «Specchio dei tempi» rinforzava la rappresentazione di un’alterità meridionale articolata intorno ai concetti di miseria, arretratezza e violenza[18].

È comunque il linguaggio a essere, ancora una volta, esemplificativo: l’utilizzo del termine «rimpatrio» per indicare uno spostamento tra regioni della stessa nazione conferma ancora una volta che i confini tra Nord e Sud ricevevano significato in un quadro concettuale solitamente utilizzato per definire sentimenti e identificazioni con la nazione. Ampiamente utilizzato per identificare gli immigrati «nazionali» era anche «forestieri», la cui radice latina foris, foras indica espressamente qualcuno «fuori» e «al di fuori» della comunità di riferimento. Questa estraneità è declinata verso il basso, il pauroso, il minaccioso. Gli immigrati erano infatti descritti come «una massa di sottoproletariato»[19], una «oscura truppa di manovali e contadini»[20], un «nero, affamato proletariato»[21]. Le parole ratificano un’estraneità e una separazione che è insieme geografica e sociale: sono forestieri nonostante siano cittadini italiani, sono forestieri perché appartengono culturalmente a un altrove geografico e comportamentale rafforzato dall’identificazione con una massa oscura poiché povera, terrificante poiché «nera». La costruzione discorsiva serve anche a rinsaldare il progetto classista; i meridionali non sono solo lo strumento attraverso cui rinforzare il confine tra la borghesia, il ceto medio e gli altri, ma anche l’estremo margine di quelle stesse classi subalterne che vedevano al proprio interno diverse sfumature di colore e di capacità[22].

Nel quadro ricostruito finora è quindi evidente e significativo il legame tra mobilità e accesso al lavoro. La legislazione ancora in vigore negli anni Cinquanta determinava la frantumazione del lavoro nazionale in una quantità di mercati chiusi che favorivano i residenti delle regioni più ricche. I due principi della legge sul collocamento, cioè la preferenza assegnata ai lavoratori residenti e l’obbligo di iscriversi nelle liste di collocamento del paese di residenza, sfidavano il principio di uguaglianza del cittadini di fronte al diritto al lavoro[23]. Fu la legge Terracini nel 1961 a stabilire che i lavoratori che trasferivano la propria residenza in un altro comune avrebbero conservato l’anzianità d’iscrizione nelle liste di collocamento precedentemente maturata. Ma il dibattito nelle commissioni riunite di Interni e Lavoro conferma che questo esito non era assolutamente scontato, anzi. Ancora nel 1959 il testo in discussione, dell’onorevole Quintieri, ignorava l’abolizione della legge del 1931 contro le migrazioni interne, indicava nell’alloggio il prerequisito principale per accedere alla residenza e prevedeva semplicemente di estendere le preferenze dei lavoratori residenti «a coloro che si trovano nei comuni limitrofi o possono raggiungere tali centri con non più di due ore di viaggio»[24]. Per un certo periodo la proposta Quintieri sembrava essere la favorita grazie alla sua «cautela», nel senso che non esponeva i comuni del Nord (viene fatto l’esempio di Torino) all’invasione di «spostati» e «non qualificati» che, in abitazioni di fortuna, avrebbero gravato sui bilanci dell’assistenza comunale. Una discussione anacronistica, incapace di leggere i movimenti di popolazione già in corso e che testimonia la forza delle posizioni che tentavano di limitare sia la mobilità che l’accesso al lavoro in chiave nazionale.

Le lettere inviate ai quotidiani torinesi nel decennio Cinquanta-Sessanta rilanciano le questioni fin qui descritte. Sono numerosi i «nativi» che invocano le leggi dello Stato per difendere lo spazio e l’identità locale: ad esempio la richiesta, reiterata, della «precedenza [per l’occupazione] dei lavoratori piemontesi in Piemonte»[25], che porta ad affermare:


I sentimenti di italianità impongono ospitalità […] [però] le differenze di mentalità, tradizione e costumi non sono facilmente superabili e un fenomeno immigratorio così imponente determina problemi economici, sociali e assistenziali. [Pertanto] a parità di condizioni, per i posti di lavoro al Nord siano preferiti i settentrionali [e] la residenza sia garantita solo a chi lavora[26].


Oppure l’esplicitazione che «verso il Nord hanno diritto di emigrare solo gli onesti, i laboriosi e i capaci. Forestiero deve diventare sinonimo di persona onesta…»[27]. Un «ingegnere» pone direttamente la questione nei termini dei diritti di cittadinanza la cui misura è locale e non nazionale: «la polemica non è contro i meridionali commercianti, artigiani, professionisti, qualificati […] ad essi riconosciamo pieno diritto di cittadinanza. La polemica è contro l’irrazionale e indiscriminata immigrazione di elementi non qualificati»[28].

Localismo e regionalismo si intrecciano con l’ostilità verso i poveri, cosicché la «miseria» ancora una volta diventa questione materiale e richiamo simbolico fondamentale nella costruzione discorsiva. Per quanto ufficialmente l’insofferenza pregiudiziale verso i meridionali venga rifiutata e attribuita solo a qualche «maniaco», i riferimenti alla condizione materiale consentono di dichiarare, e di giustificare, che «l’avversione è per chi arriva senza mestiere, senza denaro»[29]. Un’argomentazione legittimata dalle tesi di coloro che, per difendere le ragioni dell’emigrazione, non trovano di meglio che dipingere gli emigranti come: «folte schiere di umili lavoratori in tristi, disastrose condizioni economiche, gente a volte viziata dall’ozio forzato e dalla disoccupazione, a volte tarata e indebolita per la miseria di generazioni, per malaria, scarsa alimentazione e altri flagelli […] è umano, è spiegabile che i reietti del Sud […] procurino di trovare pane e lavoro al Nord…»[30].

Se questa è l’immagine prevalente degli immigrati e del Sud in generale, condivisa da oppositori e favorevoli alla mobilità Sud-Nord, è comprensibile la persistenza di stereotipi e pregiudizi che si riagganciano alla drammaticità della situazione economica e sociale per costruire una retorica che, oltre a livellare differenze e peculiarità, sottrae soggettività e storia agli abitanti del Sud e garantisce i rapporti di potere esistenti. Per un verso, quindi, il dato economico è il cardine della difesa regionalistica (sono frequenti le lettere che lamentano l’inefficacia della Cassa per il Mezzogiorno e il dispendio delle tasse «settentrionali» – «se il Piemonte avesse trattenuto le ricchezze che produce sarebbe allo stesso livello della Svizzera» tuona un «lettore»[31]), per l’altro la difesa dei confini si intreccia con la storica avversione e paura dei poveri e della povertà.

È inoltre significativo che per argomentare la propria contrarietà all’immigrazione si faccia riferimento a esperienze extra-nazionali. Un «casalese», dopo aver negato che il disciplinamento dell’immigrazione è contrario all’unità nazionale, richiama l’esempio degli Stati Uniti i quali «dosano con il contagocce l’arrivo dei forestieri»[32]. Il Piemonte quindi come gli Stati Uniti e gli immigrati dal Sud come «forestieri»; nessuno, sulle pagine del quotidiano, ha contestato questa posizione che dimostra la forza di un confine simbolico tra Nord e Sud d’Italia che delinea il concretizzarsi a livello regionalistico (si ricordi il precedente riferimento ai diritti di cittadinanza) delle categorie, dei sentimenti e delle identificazioni che si vorrebbero nazionali[33].

In questo panorama si colloca, nelle elezioni regionali del 1956, il successo del MARP (Movimento per l’autonomia regionale piemontese), che alla sua prima uscita raccoglie il 5.8% dei consensi. Nella sua inchiesta su Torino, Baini accenna ad una «vena razzistica» nel fondo della città che il Marp in parte rappresenterebbe[34]. Egli coglie infatti quelle dimensioni formali e istituzionali che ci spingono a parlare di razzismo piuttosto che di pregiudizio. Per quanto il giornalista non espliciti le connessioni, nei suoi articoli ritroviamo la denuncia delle discriminazioni lavorative di cui sono oggetto gli immigrati, aggravate dalle inique leggi fasciste. Se il piano legislativo determina squilibri e contraddizioni sul piano dei diritti che si innestano sulle origini geografiche, i pregiudizi e le avversioni condizionano la stessa vita quotidiana degli immigrati, dalla ricerca della casa all’accesso a specifici luoghi della città, ad esempio i bar, creando isole «comunitarie» a cui contribuiscono immigrati e vecchi residenti. Se a queste dimensioni aggiungiamo il temporaneo successo di un movimento politico che costruisce la propria identità sulla richiesta si espellere uno specifico gruppo di cittadini - «fuori Napoli da Torino», intendendo con Napoli tutto il Sud – ecco delineati i confini di un atteggiamento razzista che aveva i meridionali come proprio oggetto.

Per concludere, indipendentemente dalla reale applicazione delle leggi contro la mobilità interna e l’inurbamento, i lavoratori migranti dal Sud erano esposti a ricatti e a pressioni che si concretizzavano, ad esempio, nella costrizione a lavorare nelle cooperative, oppure attraverso le discriminazioni nella ricerca della casa e nella quotidianità. I processi messi in atto contro e accanto alle migrazioni interne del passato sono simili a quelli applicati oggi ai danni dei lavoratori non comunitari, condividendo lo scopo di creare un’inclusione differenziata dei soggetti migranti […] Ovviamente non possiamo paragonare i lavoratori del Sud, in ogni caso in possesso della cittadinanza italiana, con i migranti attuali, esclusi e discriminati proprio in base al principio del privilegio nazionale. Questo parallelismo è però significativo perché ci consente di storicizzare lo stesso concetto di appartenenza nazionale e di sottolineare come, anche nel secondo dopoguerra, vi fosse una forte tendenza a identificarsi con lo spazio locale e regionale per costruire confini e gerarchie, ben prima che la Lega Nord ne diventasse la legittima rappresentante. Alla luce del quadro appena descritto è necessario anche rileggere le forme stesse delle mobilitazioni di cui i lavoratori dal Sud furono i protagonisti nel decennio Sessanta[35]. Il sistema di differenze che, razzializzandoli, li poneva ai margini, fu uno dei dispositivi di sfruttamento contro cui le lotte si scagliarono.




Note [1] L’estratto che qui proponiamo è tratto da E. Capussotti, «Per i posti di lavoro al Nord siano preferiti i settentrionali». Migrazioni interne, razzismo e inclusione differenziale nel secondo dopoguerra a Torino, in A. Curcio - M. Mellino (a cura di), La razza al lavoro, Manifestolibri, Roma 2012. [2] G. Galeotti, I movimenti migratori interni in Italia. Analisi statistica e programmi di politica, Cacucci, Bari 1972, p. 68. [3] S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, Venezia 1992, p. 224. [4] G. Crainz, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Donzelli, Roma 2005, pp. 132-42. [5] S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, Venezia 1992; F. Levi, L’immigrazione, vol. 9, in N. Tranfaglia (a cura di), Storia di Torino. Gli anni della Repubblica, Einaudi, Torino 1999. [6] «Gazzetta del popolo», I torinesi e gli altri, 24 Ottobre 1956, p. 4. [7] Echi di queste posizioni si trovano su quotidiani e riviste del periodo e nella stessa discussione parlamentare che ha portato all’abrogazione della legislazione sulle migrazioni interne e contro l’urbanesimo; una buona sintesi è fornita dagli Atti della XXXIII Settimana Sociale dei Cattolici d’Italia, Le migrazioni interne e internazionali nel mondo contemporaneo, Edizioni Settimane Sociali, Roma 1961. [8] E. Capussotti, Nordisti contro sudisti. Internal Migration and Racism in Turin, Europe: 1950s and 1960, «Italian culture», n. 2, settembre 2010. [9] S. Mezzadra, A. Petrillo (a cura di), I confini della globalizzazione, Manifestolibri, Roma 2000. [10] G. Fofi, L’immigrazione meridionale a Torino, Feltrinelli, Milano 1964. [11] Anche clandestini era una definizione utilizzata dai quotidiani del periodo, ad esempio si veda «La Stampa» del 4 ottobre 1957, p. 2 e del 17 dicembre 1957, p. 2. [12] Archivio di Stato di Torino, Gabinetto Prefettura, Secondo versamento, marzo 2003, Ufficio regionale del lavoro e della massima occupazione di Torino, 26 maggio 1959. [13] Ibidem. [14] A proposito della scarsa alfabetizzazione dei migranti meridionali, alcuni studiosi hanno criticato i presupposti ideologici con cui i dati venivano raccolti e letti, e la trasformazione della scuola in uno dei luoghi principali in cui si legittimava l’immagine del meridionale arretrato e incivile. Si veda G. De Michele, Alle porte della civiltà! Southern children in Turin primary schools between the 1950s and the 1970s, PhD, Università di Reading, 2012. [15] Atti della XXXIII Settimana Sociale dei Cattolici d’Italia, Le migrazioni interne e internazionali nel mondo contemporaneo, cit. [16] «La Stampa», 3 febbraio 1958, p. 2. [17] Si può rimpatriare chi non ha lavoro?, «La Stampa», 13 giugno 1956, p. 2. [18] Cfr: G. Fofi, Meridionali e settentrionali attraverso lo «specchio dei tempi», «Nord e Sud», n. 18, giugno 1961; P. Giacone, Soli a Torino. «La Stampa» e «L’Unità» sull’immigrazione meridionale (1960-61), Premio Tesi di Laurea, Centro Stampa Cavallermaggiore, Cavallermaggiore, 1998, E. Capussotti, Nordisti contro sudisti, cit. [19] «Gazzetta del popolo», 17 ottobre 1956, p. 4. [20] A. Baini, In attesa di entrare in fabbrica, la banda del mercante del lavoro, «Gazzetta del Popolo», 11 dicembre 1959, p. 4. [21] G. Rimanelli, Meridionali a Torino, «Nord e Sud», n. 18, 1956. [22] Pur con i dovuti distinguo temporali e contestuali, si vedano gli studi che hanno dimostrato come il colonialismo sia stato un progetto attraverso cui le classi borghesi europee ottocentesche hanno costruito la propria identità di classe e di genere utilizzando una molteplicità di marcatori. Cfr.: A. McClintock, Imperial Leather: Race, Gender and Sexuality in the Colonial Context, Routledge, New York, 1996; F. Cooper e A.L. Stoler, Tensions of Empire: Colonial Cultures in a Bourgeois World, University of California Press, 1997. [23] La contraddizione non sfugge al dibattito durante la «Settimana sociale dei cattolici», vedi Atti della XXXIII Settimana Sociale dei Cattolici d’Italia, Le migrazioni interne e internazionali nel mondo contemporaneo, cit. Per un’approfondita ricostruzione si veda S. Musso, Le regole e l’elusione. Il governo del mercato del lavoro nell’industrializzazione italiana, 1888-2003, Rosenberg e Selliers, Torino, 2004. [24] III legislatura, Commissioni Riunite Interni e Lavoro, seduta dell’11 dicembre 1959. [25] Si tratta dell’opinione di un «avvocato torinese» che esordisce stigmatizzando «l’invadenza dei meridionali» che avrebbe causato un «diffuso sentimento di malcontento e astio». La lettera fu pubblicata sulla «Gazzetta del popolo», 21 ottobre 1956, p. 4. [26] «Gazzetta del popolo», 31 ottobre 1956, p. 4. [27] In questo caso è un «piemontese vecchio stampo» che difende i «tanti meridionali onesti» chiedendo l’allontanamento degli «altrettanto numerosi meri- 168 dionali disonesti»; cfr.: «Gazzetta del Popolo», 31 ottobre 1956, p. 4. [28] «Gazzetta del Popolo», 11 novembre 1956, p. 4. [29] Ibidem. [30] Ibidem. [31] Si veda sulla «Gazzetta del Popolo» in varie date, il 23 novembre 1956, p. 4; 20 ottobre 1956, p. 4; 28 ottobre 1956, p. 4; 13 novembre 1965, p. 4; 18 novembre 1956, p. 4. [32] «Gazzetta del Popolo», 23 novembre 1956, p. 4. [33] In questo articolo in più occasioni sono state citate le tensioni intorno al nodo identità locale-nazionale, tema ampiamente dibattuto dalla storiografia italiana soprattutto dall’unità al fascismo. Si veda, ad esempio, S. Troilo, La patria e la memoria. Tutela e patrimonio culturale nell’Italia unita, Electa, Milano,2005; P. Clemente, Paese/paesi, in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari 1997; I. Porciani, Identità locale-identità nazionale: la costruzione di una doppia appartenenza, in O. Janz et al., (a cura di), Centralismo e federalismo tra Otto e Novecento. Italia e Germania a confronto, Il Mulino, Bologna 1997. [34] A. Baini, Il peso di tenaci avversioni sul terrone venuto in città, «Gazzetta del Popolo», 27 Novembre 1959, p.4. [35] N. Pizzolato, Transnational Radicals: Labour Dissent and Political Activism in Detroit and Turin (1950–1970), «International Review of Social History», n. 1, 2011.


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Enrica Capussotti, storica dell’Italia contemporanea, ha studiato gli anni Cinquanta a Torino. Lavora sulla memoria e le rappresentazioni. Si occupa anche di neofeminismo e ha collaborato con la Società italiana delle storiche. È autrice di svariate pubblicazioni nazionali e internazionali.