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Il debito esce di casa

Corpi, finanza e battaglia per il futuro

 

Zubeida Agha, Untitled, 1946
Zubeida Agha, Untitled, 1946

Eleonora Meo si confronta con le tesi di Rivendicare futuro. Il transfemminismo contro il capitale finanziario di Verónica Gago e Luci Cavallero (ombre corte, 2026), soffermandosi in particolare sul tentativo delle autrici di restituire senso politico e femminista alla battaglia contro l'indebitamento, dispositivo di governo neoliberale che colpisce in modo più feroce soprattutto la vita delle donne e delle persone queer e trans.


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Nominare le oppressioni è stato, da sempre, uno dei principali gesti politici fondativi del femminismo. Un gesto che sottrae al naturale ciò che l’ordine simbolico dominante costruisce attraverso la sua grammatica discorsiva. Nel corso delle diverse ondate del femminismo, nominare quei «problemi senza nome» (Friedan) è servito a riportare nel discorso pubblico ciò che rimaneva esiliato nel privato. Un gesto fondativo anche nel suo senso ontologico, che ha permesso a donne, persone queer e trans di entrare nella sfera della visibilità politica e sociale.

È il linguaggio che trasforma. E lo fa non quando si limita soltanto a nominare, ma quando è espressione diretta delle soggettività oppresse e delle loro lotte, quando permette a un immaginario di una comunità che resiste di incarnarsi in una grammatica.

 

C'è una parola che Verónica Gago e Luci Cavallero rifiutano di lasciare confinata alla sfera del privato: debito.

Il loro nuovo testo Rivendicare futuro. Il transfemminismo contro il capitale finanziario (ombre corte 2026) è il tentativo di restituire un senso politico, femminista, collettivo a una specifica tecnologia di governo neoliberale che sta prendendo sempre più corpo, l’indebitamento, e che colpisce in modo più feroce soprattutto la vita delle donne e delle persone queer e trans.

 

Le autrici, dialogando criticamente con le analisi sul capitalismo finanziario e l’austerità, si collocano – da una prospettiva del Sud globale – nel solco della teoria femminista della riproduzione sociale, rimettendo al centro della lettura femminista contemporanea l’economia dei corpi. Ereditano questa tradizione e portano il debito su un nuovo terreno di intersezione: il corpo indebitato.

Indebitamento è una parola che il discorso dominante ha sequestrato, trasformandola in colpa individuale, in vergogna privata, in destino inevitabile. Rivendicare futuro è il tentativo di sottrarla a quella cattura e rendere visibili i suoi effetti sulle soggettività più esposte alla marginalità e alla povertà. In questa radicale rielaborazione – che tiene insieme classe, genere, razza e finanziarizzazione dell'economia – le autrici mostrano che questo meccanismo di soggettivazione attraverso il debito colpisce le donne – e chi occupa una posizione femminilizzata nel lavoro riproduttivo – in modo strutturalmente asimmetrico: sono loro che portano il peso del lavoro finanziario non pagato, sono loro che gestiscono il debito familiare, sono i loro corpi ad essere governati dal debito in modo più capillare.

Le autrici introducono un elemento centrale: il debito non è solo un meccanismo di estrazione di valore e disciplinamento dei corpi femminilizzati, ma una forma di soggettivazione che chi li abita può rovesciare. Nominarlo e trasformarlo in terreno di una controlettura femminista dell'economia è il gesto politico che può generare empoderamiento e rivendicare futuro.

 

Riprendendo il lavoro di Silvia Federici (2023), Gago e Cavallero elaborano il concetto di «fascistizzazione della riproduzione sociale» con cui descrivono «una dinamica simultanea di impoverimento e sfruttamento della riproduzione della vita quotidiana, che contrasta e sfrutta le forme di autogestione e impone il ricorso ai dispositivi finanziari» (p.63).

Il debito viene usato sempre più per coprire il costo dei bisogni quotidiani a fronte di redditi insufficienti, riduzione strutturale dei servizi pubblici, aumento esponenziale del costo degli affitti, attacchi diretti del governo di Javier Milei alle reti comunitarie di donne e mense popolari. In Argentina le famiglie monomarentali, ovvero nuclei familiari con l’unico genitore donna, sono circa l’80% del totale. È dunque la sfera domestica – composta dall’insieme della rete di relazioni, dallo spazio urbano del quartiere e dalla comunità – il «luogo dove il debito atterra» (p.48), ovvero il luogo dove i debiti vengono prodotti e diventano una presenza costante nelle case.

Le donne e le persone queer e trans, soprattutto dopo la crisi economica legata alla pandemia da Covid-19, sono costrette a ricorrere al credito contraendo debiti attraverso le nuove tecnologie finanziarie (FinTech) per far fronte a bisogni fondamentali come l’alimentazione, la salute, l’educazione e la cura.

 

La gestione quotidiana dei debiti attraverso strumenti digitali, operazioni finanziarie micro-speculative, il tempo e l’energia sottratti alla vita, costringe sempre più al «pluri-impiego» e a forme di lavoro precario per poter gestire il carico che la cura e la gestione dei debiti richiede. Il risultato è una moltiplicazione di lavori non contrattualizzati e sottopagati che aumenta esponenzialmente la giornata lavorativa, con ricadute pesanti anche sulla salute mentale, soprattutto a seguito del logoramento delle reti sociali. La crisi aggiunge quindi al lavoro di riproduzione sociale una doppia dimensione del lavoro finanziario non retribuito: da un lato la gestione quotidiana delle poche entrate e dei debiti attraverso piattaforme digitali, dall'altro lo sfruttamento delle piccole possibilità speculative che quelle stesse piattaforme offrono — trasferire denaro da un portafoglio virtuale all'altro per perdere un po' meno potere d'acquisto. Un lavoro invisibile e non retribuito, che costa tempo e porta a una maggiore solitudine, stati di ansia e depressione.

 

La finanziarizzazione del lavoro riproduttivo fa dunque diventare l’indebitamento una condizione strutturale di sopravvivenza per ampie fasce della popolazione nel Sud globale – ma con dinamiche sempre più riconoscibili anche altrove – sancendo una nuova fase di sfruttamento capitalistico, dove i bisogni essenziali quotidiani diventano terreno diretto di estrazione di valore. È questo meccanismo che il libro vuole rendere visibile e nominare politicamente. Rendere visibili queste nuove forme in cui il capitale, attraverso il debito, produce attivamente le condizioni di gestione finanziaria quotidiana dei corpi femminilizzati, mettendoli a lavoro, diventa allora questione di primaria importanza per poter leggere le sue dinamiche di espropriazione contemporanee. Indebitarsi, ci dicono le autrici, non è più mera conseguenza di una cattiva gestione delle economie domestiche e individuali o lo scotto da pagare per scelte di vita imprudenti, bensì l’effetto strutturale di un processo di valorizzazione capitalistica sui corpi. Attraverso questa lente femminista, l’indebitamento esce così dalla sfera del privato per entrare nella sfera del politico, svelando le sue intrinseche logiche di sussunzione.

 

La proposta politica del libro mette in luce come questo processo di finanziarizzazione della vita non produca solo sfruttamento, ma anche un nuovo tipo di soggetto.

Attingendo alle analisi di Komporozos (2022), le autrici sottolineano come chi interiorizza la logica speculativa nella gestione della propria sopravvivenza diventi homo speculans: un soggetto addestrato alla precarietà, che la finanza trasforma in orizzonte individualistico di emancipazione, anziché in condizione da cui affrancarsi. Alla base di questa logica vi è un’idea di libertà schiacciata solo sull’individuo e sconnessa da un progetto collettivo di liberazione.

Siamo qui di fronte a una svolta ulteriore della razionalità neoliberale. Riprendendo Foucault (2004), le autrici ricordano come la novità radicale del neoliberismo non stia nel richiedere obbedienza attraverso la coercizione ma nel promuovere libertà. Oggi, tuttavia, siamo arrivati al punto estremo di questa logica, dove la stessa esperienza di essere governati finisce per fondersi con quella di esercitare la propria libertà individuale. La dimensione dell’obbedienza si è quindi spostata dall’obbedire a un’autorità esterna all’individuo alla logica auto-imprenditoriale dell’«obbedisco solo a me stesso» (p.56), come forma suprema di interpellazione finanziaria neoliberale. 

In questo senso, la libertà promessa dal debito assume, potremmo dire, una struttura fantasmatica: una cornice inconscia che organizza il desiderio del soggetto indebitato, illudendolo di inseguire autonomia mentre in realtà riproduce le condizioni della propria subordinazione.

 

La soggettivazione speculativa prodotta da questo «neoliberismo dal basso» (p.56) mette in campo anche una nuova forma di mascolinità, incorporado il rischio finanziario all’interno del mandato di genere.

Le autrici osservano come, nel contesto dei programmi di aggiustamento del FMI e delle politiche ultraliberiste del governo Milei, la figura dell'homo speculans si declini prevalentemente al maschile. La speculazione non è solo un sostegno alla precarietà e alla svalutazione dei redditi, ma diventa anche un modo per rifiutare le privazioni del presente ed elaborare l'incertezza e le instabilità identitarie. Ad essere in corso, osservano le autrici, è una vera e propria «restaurazione patriarcale dal basso» che, attraverso ciò che potremmo qui sintetizzare come microfascismo delle passioni, utilizza il risentimento – sociale ed economico – come leva per la sublimazione delle frustrazioni e delle insicurezze.

Le narrative dell’ultradestra globale, strumentalizzando la crisi della mascolinità e dando un orizzonte futuro a un sacrificio fatto nel tempo presente, promuovono una nuova mascolinità finanziarizzata dove acquisto di monete virtuali, speculazioni ad alto rischio e piattaforme finanziarie servono a compensare il declino della figura dell’uomo capofamiglia. Gli strumenti finanziari diventano così il dispositivo centrale di questa forma di autoritarismo: riscrivono la mascolinità all'insegna della libertà finanziaria e delegittimano chi riceve sussidi statali, stigmatizzandolo come «vittima incapace». La libertà finanziaria si carica di una valenza moralizzatrice precisa: essere poveri equivale a incapacità imprenditoriale, essere assistiti dallo Stato equivale a non essere persone libere. Chi riceve sussidi viene costruito discorsivamente come soggetto debole che sfrutta la propria debolezza per ottenere privilegi – l'opposto esatto del soggetto autonomo che il mercato promette di produrre.

Donne e corpi femminilizzati si trovano così esposti a mascolinità sempre più aggressive: soggettivazioni maschili che associano il successo individuale alle gerarchie di genere e si alimentano di un falso ideale di emancipazione dalla precarietà.

I discorsi ufficiali del presidente Milei, rivendicando il potere brutale di «coloro che non hanno potere» (p.71), contribuiscono a reindirizzare il risentimento prodotto dalla crisi verso ciò che le autrici chiamano «un luogo di odio legittimo»: uno spazio in cui l'odio generato dallo sfruttamento economico non risale verso chi lo produce, ma si riversa orizzontalmente sui soggetti più esposti — donne, persone trans, lesbiche, migranti — trasformandosi in aggressività invece che in disobbedienza politica o ricomposizione sociale. La diffusione di femminicidi, lesbicidi, travesticidi e transicidi va letta allora in questa cornice: non come eccesso irrazionale, ma come effetto di un'economia della violenza che il potere istituisce e alimenta. La spettacolarizzazione della violenza usata come fonte di riconoscimento fa così entrare in campo la crudeltà non solo come pedagogia (Segato 2018) ma anche come legame compensatorio per la spoliazione delle politiche neoliberiste.

Il nuovo mandato patriarcale finanziarizzato recita: meglio odiare da individuo libero che essere vittima passiva che riceve i sussidi statali per sopravvivere!

 

Questa «guerra contro i generi» (p.70) costituisce dunque un elemento essenziale per l’attuale formazione politica dell’ultradestra globale, diventando parte integrante del suo progetto politico di restaurazione patriarcale. La libertà finanziaria, ci avvertono le autrici, non opera in isolamento: si organizza in un continuum con la restaurazione conservatrice, producendo un antifemminismo di Stato. Non si tratta di opinioni personali del capo di governo né di semplici guerre culturali: è un attacco sistemico che si integra organicamente con le politiche di aggiustamento strutturale, di cui donne, persone queer e trans diventano i soggetti privilegiati del sacrificio sociale ed economico.

L’antifemminismo di Stato lavora su tre livelli simultanei: lo smantellamento istituzionale dei programmi di contrasto alla violenza di genere e di supporto all'autonomia economica delle vittime; la criminalizzazione personalizzata di giornaliste, artiste e figure politiche del movimento transfemminista; e la diffusione sistematica di discorsi d'odio attraverso la comunicazione presidenziale, che legittima l'agire violento tanto sul piano sociale quanto su quello istituzionale. Donne e corpi femminilizzati vengono, in breve, puniti per aver reso visibile il ruolo centrale della riproduzione sociale nell'economia.

È in questa cornice che l'attacco specifico all'Educazione Sessuale Integrale (ESI) rivela la sua posta in gioco più profonda. L'ESI non è solo un programma scolastico: è un progetto pedagogico trasformativo costruito dal basso da migliaia di insegnanti, uno spazio in cui le soggettività giovanili hanno imparato a nominare le violenze domestiche, le strutture di oppressione e ad alimentare immaginari alternativi. Attaccarla significa non solo ripristinare la famiglia nucleare come unico spazio legittimo di educazione, ma ridurla a «educazione emotiva» e a una descrizione biologicista dei corpi, espungendo le dimensioni relazionali e politiche della sessualità. È stato grazie a questo spazio politico di elaborazione collettiva e di confronto – frutto di anni di lotte femministe in Argentina – che i ruoli di genere, il diritto all’aborto, la denuncia di abusi sessuali e la violenza patriarcale sono entrati anche nello spazio pubblico. Attaccarla significa contendere il futuro: sottrarre alla collettività gli strumenti e gli spazi per elaborare un immaginario, dove tessere trame e rivendicare il tempo per la produzione della vita in comune.

 

Non è difficile, leggendo queste pagine, pensare ai segnali che attraversano anche il dibattito pubblico italiano su genere, educazione e famiglia. Questa traduzione arriva in un momento in cui una teorizzazione sistematica dei corpi indebitati – da una prospettiva femminista e queer – resta ancora frammentata nel dibattito italiano, spesso ridotta a singole battaglie separate invece che letta come sistema di governo. Chi volesse liquidare il confronto invocando la distanza tra i contesti farebbe bene a ricordare che il Sud globale è stato storicamente il laboratorio coloniale in cui le sperimentazioni neoliberali hanno trovato la loro forma più radicale – prima di arrivare altrove.

Il movimento transfemminista argentino di NI UNA MENOS ci sta indicando il debito come asse di una lotta trasversale e internazionalista: non una questione economica tra le altre, ma il terreno su cui classe, genere, razza e finanziarizzazione si incontrano e si possono costruire alleanze.

«L'ultradestra sta combattendo una furiosa battaglia sul futuro» (p.90).

Il futuro non è un orizzonte che si attende: è un campo culturale e politico conteso, che si abita attraverso pratiche collettive, trame territoriali e immaginari costruiti insieme. Mai come in questi tempi bruni abbiamo bisogno di raccogliere quest’eco che viene dall’Argentina e farne strumento di lotta. È necessario iniziare a rivendicare una comunità futura.

Per parafrasare il grido di liberazione di Deleuze e Guattari: un po' di futuro, sennò soffoco.


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Eleonora Meo ha conseguito un Dottorato in Studi Internazionali presso l’Università L’Orientale di Napoli. È ricercatrice indipendente e attivista del movimento transfemminista Non Una di Meno. Vive a Milano e si occupa di studi culturali e postcoloniali, femminismo, razzismo, cittadinanza e cultura visuale. Scrive su riviste indipendenti e ha co-curato il libro Genealogie della modernità. Teoria radicale e critica postcoloniale (Meltemi 2017). È stata co-fondatrice e membro del collettivo di ricerca Deco[K]now – Decolonizing Knowledge.

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