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Se solo avesse saputo / Sé solo avesse saputo

Conversazione con Marzia D’Amico


Mouna Karray, Noir #3, from the series Noir, 2013
Mouna Karray, Noir #3, from the series Noir, 2013

Il dialogo con Marzia D’Amico, autrice di Ragazz* Laser (Zona ed., 2025, premio Elio Pagliarani per la raccolta inedita), si aggiunge e per il momento completa la serie – comprendente anche le conversazioni, già pubblicate, con Lello Voce e con Massimiliano Cappello – in un itinerario tra poesia e filosofia e pratica della militanza dal 2001 fino al presente. (l.m.)


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Lorenzo Mari: Per un’autrice come te, il riferimento politico di Genova 2001 può essere parte della biografia, avvicinandosi, però, anche al crinale con i territori della «post-memoria» (intendendo, con questo termine, quello che Marianne Hirsch ha individuato nelle «generazioni dopo» rispetto alla Shoah). Evitando però le secche di un discorso esclusivamente generazionale, mi sembra di poter vedere un trauma che persiste, in Ragazz* Laser, all’interno di una «memoria decomposta», e quindi disgregata anche su molti altri livelli. Non è un trauma che immobilizza, perché «guardando le foto» – ritornando, dunque, a Genova 2001 attraverso quella che ne è stata la rappresentazione mediatica mainstream – il monito è che «bisogna sapere, bisogna dire, bisogna / agire». Conoscenza, parola e azione che però non passa primariamente dalla poesia, almeno come profezia: «se solo se solo avesse saputo» cosa sarebbe accaduto dopo, si scrive di Carlo Giuliani, non si sarebbe prestato come vittima, un’amara considerazione ex post che però racconta di una certa impotenza, nella prevedibilità della repressione – impotenza che ancora oggi, forse dev’essere affrontata: che ne pensi?

 

Marzia D'Amico: Non so se si possa parlare esattamente di post-memoria nel mio caso perché, seppur molto giovane, ho un ricordo nitido dell’evento: il giorno in cui Giuliani è morto ho scoperto la realtà della brutalità poliziesca e la fiaccola dell’anarchia. Io sono del gennaio ’89 – in qualche modo, un soggetto ancora pre-caduta del Muro e che non ha memoria di Italia 90 – ma il G8 lo ricordo: avevo precisamente dodici anni e mezzo, all’ultimo anno delle medie e al principio di una coscienza politica, pronta a entrare in un liceo romano, il Virgilio, famoso per le sue quotidiane e interminabili riunioni di collettivo sin da tempi immemori. Per il mondo è stato un evento spartiacque, ma lo è stato anche per me a livello personale (e intendo per personale il politico, ovviamente): ha segnato per sempre la persona che sarei e che sono diventata. Avrei scoperto a settembre che uno dei rappresentati di un collettivo liceale gemellato al nostro, reduce di due giorni di torture a Bolzaneto, non avrebbe mai più rimesso piede in una piazza politica per il terrore di esperire ancora una volta il trauma dell’essere preda. Ci volevano decimare e ce l’hanno fatta: quella ferita ha lavorato lenta ma ha macinato, poiché i movimenti si sono assopiti nel tempo e non immediatamente, nel terrore e nella dispersione.

Questo l’ho vissuto ma anche scoperto solo l’anno scolastico successivo, una manciata di mesi dopo, tra esistenza ed effettiva post-memoria, quando sono cominciate le mie letture documentate e consapevoli sul movimento no-global, soprattutto perché nei mesi precedenti l’evento le uniche informazioni erano sull’incontro politico e non descrivevano, a mia memoria, mai, in televisione, l’organizzarsi maturo dei diversi gruppi contrari; e in quel senso il G8 sicuramente è ri-scrittura e post-memoria per me che sono venuta a maturare, politicamente, nei postumi della realtà che ci ha lasciato; ma la specifica morte di Carlo Giuliani è un ricordo vivo. Un ricordo prima uditivo e confuso, e poi di immagine, tra l’altro. Dicevano dalle radio che era morto un compagno anarchico basco – forse «un» black bloc –, una tragedia promessa e mantenuta, una descrizione dolorosissima e a mano a mano più dettagliata che creava una memoria falsa, un’immagine vaga che andava mettendosi a fuoco e poi consacrata dalle foto di Carlo a terra, e da tutte le immagini che per la prima volta testimoniavano in presa semi-diretta gli eventi, seppur prima degli smartphone, con le prime foto e videocamere digitali. Genova per la prima volta mi offriva la terribile occasione di avere accesso a immagini crude e chiare di qualcosa che stava letteralmente avvenendo, sotto gli occhi falsamente intristiti di Berlusconi e Bush in prima pagina, nei blog online che recitavano «DON’T CLEAN UP THIS BLOOD».

Per questo non mi ha paralizzata ma scossa, elettricamente, e mi ha aiutatə a crescere nella lotta, nell’assemblearismo, nella comunità. Ho scontato a ogni protesta le rappresaglie che l’arroganza di quell’assassinio impunito aveva dato alle forze dell’ordine, e che ancora oggi penso si possa ricondurre esattamente ai fatti di Genova e della Diaz. Sarei dovutə entrare in ogni piazza senza aspettative di umanità ma restavo comunque ogni volta sconcertatə: non eravamo persone, e non lo siamo, ma carne viva da annientare. Non a caso la morte di Carlo Giuliani è l’inevitabile soluzione finale scelta dopo un agguato. Per le generazioni successive alla mia, però, purtroppo, mi pare che gli eventi di Genova siano stati in qualche modo cancellati dalla memoria: in questo senso, invito a guardare le foto, a parlare con 3 compagn3 che vi hanno preso parte (ricomporre quella memoria decomposta che citi e che rilancio in poesia), con una generazione di dissident3 che sono stati strangolati (talvolta sul nascere) e che accomuna la mia e la precedente. Ci hanno terrorizzat3, e questo ha portato a molto disimpegno e rassegnazione oltre che alla ulteriore e continua frattura dei movimenti autorganizzati.


Trovo che l’eredità del G8 si raccolga oggi soprattutto nei movimenti intersezionali transfemministi, spesso di matrice anarchica, che hanno spostato il terreno del conflitto dalla sola protesta globale alle pratiche quotidiane di sopravvivenza collettiva. Il mutuo soccorso non è più soltanto solidarietà emergenziale, ma costruzione di infrastrutture autonome di cura, sostegno materiale e riproduzione sociale, fondate sull’orizzontalità e sull’interdipendenza. In questo senso, la radicale empatia diventa una pratica politica: il riconoscimento che vulnerabilità e precarietà non sono esperienze individuali ma condizioni condivise, da cui nasce la possibilità di alleanze non identitarie ma relazionali. Ma, per rendere comprensibile la realtà che attraversiamo oggi è necessario riattivare la memoria storica: nominare Carlo Giuliani, mostrare ciò che accadde, restituire visibilità a quella violenza. Non per un esercizio commemorativo, ma perché chi non ha avuto un’esperienza diretta o prossima di quei giorni possa riconoscere la genealogia politica del presente.. Non potevo esimermi dal farlo perché, nonostante Sontag ci dica che l’esposizione al materiale (in parte) anestetizzi, l’alternativa sono l’oblio e l’astoricità. Carlo è lo spartiacque ma non è che il primo; nella mia storia è il primo come emblema dei molti assassinati dallo Stato (basti pensare ancora oggi al numero di suicidi nelle carceri). Una maniera di rileggere quei miei versi per esempio è, volutamente: «Se solo (sé solo) avesse saputo», forse avrebbe potuto scegliere per sé, se invece avesse saputo che sarebbe giaciuto come tributo forse glielo avremmo chiesto? Perché oggi non ci apparteniamo quasi più se facciamo un’azione pubblica, come partecipare a una manifestazione: dobbiamo essere immacolati, vittime innocenti, precisamente pronti al martirio. Non è giusto. Come non è giusta neanche l’idolatria. Io di Carlo piango la gioventù annientata, ma diviene nel mio tentativo un augurio che Carlo si faccia simbolo e non mito. Invece proprio come la violenza di Stato prevedeva è avvenuto: Genova è diventata Carlo Giuliani (quale terrore di morire) e non la possibilità di una lotta condivisa (l’enormità del vivere e non solo sopravvivere).

Vorrei risimboleggiare Carlo Giuliani, demitizzarne l’esistenza sovraumana e invece risemantizzarne la figura in relazione, critica, a ognuno di noi. Per me Carlo è la prima volta che ho pensato, attivamente, che avrei potuto essere io e allora reclamo per lui il dubbio di volersi fare martire come io non so se vorrei, o avrei voluto a quell’età. Nel passaggio io tento di tornare all’umanità di Carlo, mi auguro davvero non si sia sentito solo, che si sentisse parte di qualcosa di enorme, di un desiderio impellente di cambiamento, di rivoluzione. E non voglio con questo scadere nel lirismo emotivo, la mia è una presa di posizione politica: voglio essere in relazione a ogni compagno, compagna, compagnəin maniera strutturalmente orizzontale e umana (e voglio farlo con la poesia). Voglio smantellare l’idea di eccellenza della vittima, voglio piangere ognuna delle persone sodali che son state rimosse (alcune fisicamente, altre emotivamente) dalla battaglia trasversale. Voglio epicizzare, spero, col mio ‘canto’, Carlo come compagno e non come figura. Questo può fare la poesia, e penso dovrebbe: cantare la solidarietà quanto la frattura, il coraggio quanto la resa. La poesia ha la capacità di offrire grandi motti e ha sempre accompagnato la lotta, ma ha anche la altrettanto grande capacità di instillare il dubbio. Non c’è nulla di assolutistico. Rifiuto la poesia ideologica, rivendico una poesia politica: complicata, talvolta scapestrata, pensata e ragionata per massimizzare la riflessione collettiva; una poesia aperta, e che, in questo caso, ancora sanguina.

 


LM: La tua scrittura poematica prevede due grandi protagonisti, l* «ragazz* Laser» del titolo, e la «Bestia» (azzardo, con formula iper-sintetica: il sistema capitalista contemporaneo, repressivo, anche quando si presenta come «inclusivo», e infinitamente belligerante, dai tratti demoniaci), con funzione rispettivamente eroica e antieroica. Più che epica, mi sembra però che si costruisca lo spazio per una parola parresiastica, «la bocca A P E R T A per provare / a dire (la verità)»: è così? C’è spazio per la parresia in una poesia come la tua che, per estrema semplificazione, definirei «performativa», o come fa Sara Ventroni nella prefazione, una «partitura vocale»?

 

MDA: Ho pensato Ragazz* Laser come una figura che incarna l’incoscienza di chi sa tutto, di chi vede tutto proprio nella cecità (auto-)imposta. Questo la rende in parte unə eroə, ma anche una Cassandra in senso pratico: non predice, non profetizza, ma definisce i termini del reale. In questo senso detiene un grado di conoscenza della «verità». Ma la sua unica verità è che a Ragazz* Laser è stata tolta la parola – è statə privatə della possibilità di parlare, cantare, poetare. La sua voce basterebbe già a restituire i tratti sfaccettati di una realtà presunta oggettiva che, come l’identità, non è mai monolitica ma una composizione a mosaico esperienziale e relazionale. La Bestia, come tu la descrivi, è davvero nelle tue parole la sintesi di ciò che intendevo: un sistema capitalista che si presenta inclusivo ma agisce in senso repressivo, belligerante, divorante. Ha i tratti contraddittori dell’accelerazione e del raffreddamento insieme, divora da dentro e viene da fuori, e spesso si traduce in stati depressivi. Non cercavo tanto la parresia, quanto piuttosto un dire che non si iscrive nell’epica né del passato né del futuro, ma che metta in esame il presente.

Non a caso, dopo diverse fasi di scrittura al passato remoto – un tempo mitico, che tendeva a fissare le vicende in una distanza epica – su consiglio di Renata Morresi ho scelto di sperimentare con la simultaneità del presente in divenire. Si tratta di un presente fluido, attivo ma anche attivante, capace di aprire uno spazio di azione e di relazione. D’altra parte, come ricordava Carla Lonzi: «Non esiste la meta, esiste il presente. Noi siamo il passato oscuro del mondo, noi realizziamo il presente». In un’ottica transfemminista, mi interessa riappropriarmi di questo presente storico fatto di fatti del prima e del dopo, ma vissuto come continuità e sconfinamento. Non un presente che esclude, ma un tempo poroso, che raccoglie le stratificazioni di ciò che è stato e ne fa materiale vivo per ciò che accade ora.

Vero pure, come dice Sara e noti anche tu, si tratta di un poemetto che non vuole essere solo su carta in forma lineare, ma scritto per essere agito: la riproduzione ci porta in un presente che slitta continuamente, e ogni interpretazione diviene singolare e unica dando vita di fatto a una (versione della) poesia a sé stante. La ricostruzione del poemetto è il mosaico delle varie interpretazioni, mie e di terzi, di questo testo quando agito. Io spero che quei maiuscoli urlino nella testa delle persone, se non nelle loro bocche. A questo modo, il presente storico si frammenta e ricompone nelle sue dissonanze, nella sua esistenza ontologicamente varia, fluida, contestuale. Una partitura possibile per l’azione, insomma, che mi auguro sia efficace nella forma come nel contenuto. Una chiamata all’azione.

 

LM: Quando guardo alla scrittura di questa partitura – con il suo frequente uso delle maiuscole, di giochi di parole anche minimi, di una disposizione grafica sempre mobile – mi viene in mente la tua frequentazione della persona e dell’opera di Giulia Niccolai, ma con una rifunzionalizzazione più dichiaratamente «politica» di quell’eredità che è anche inestricabilmente borghese, per altri aspetti. Altri punti di riferimento possono essere trovati nella tua prima monografia critica, Figlie del sé. L’epica rivoluzionaria di Amelia Rosselli e Patrizia Vicinelli (Mimesis, 2023) – ti riconosci in questa eredità? E ti sembra un’eredità ormai assestata nel panorama poetico e critico italiano (qualunque cosa questa espressione voglia dire, oggi) oppure è ancora una visione minoritaria per quelle ragioni culturali e politiche che mantengono in vita, anche nel campo letterario, le dinamiche di un sistema di potere patriarcale?

 

MDA: Di Giulia Niccolai, che ho amato e amo con ogni fibra del mio corpo e del mio spirito, non posseggo la leggerezza. Qualcosa che ha provato a insegnarmi ma che penso che non sia inscritta nel mio DNA: chiariamoci, posso praticarla la leggerezza, ma è un esercizio che non mi appartiene naturalmente e che invidio molto. La leggerezza ha un peso fondamentale nell’esistenza personale e poetica di ognunə di noi. Credo di avere più insite in me la malinconia consapevole di Amelia Rosselli e il disdegno per certe pratiche di omologazione; e così anche una certa rabbia di Patrizia Vicinelli, che è sempre stata in prima linea contro ogni assimilazione al sistema normativo che soffoca ogni soggetto deviante e dissidente. Personalmente, credo che il panorama poetico contemporaneo di scrittura di donne (cis e non, o soggetti trans-enby socializzati come donne per molta della loro vita) abbia molto da tributare a queste magistrae, perché come cerco di argomentare nella mia monografia sono state le prime a mobilitare un io non-(solo)-lirico, un io che raccogliesse e determinasse. Non uno specchio ma un prisma, un io da attraversarsi come un compito sociale.

Esiste poi tutta la questione della presenza umana e performativa che queste due autrici hanno messo in gioco, esistendo marcatamente nello spazio pubblico (e) poetico. Ogni volta che invento un enjambement assurdo, sento Amelia; per ogni maiuscolo che urla, mi risuona in mente Patrizia. Scrivo sapendo a chi devo la mia voglia di scrivere, prima ancora che il mio modo di scrivere. Ma spero anche, ovviamente, di aver trovato una mia espressione originale che manifesti senza segreto questa esperienza metabolizzata. E anche per questo mi dispiace, ad esempio, non essere presente correntemente sul suolo italiano e portare in giro i miei testi negli spazi in cui questa lingua potrebbe risuonare più vicina: come soggetto non binario femminile, voglio reclamare l’esercizio della mia voce. Non per gloria o per farmi portavoce di chissà quali valori ma perché esistere nella dissidenza (dal genere, dalla classe, dall’antipolitica che prevale nei circoli intellettuali odierni, nell’anticritica che si porta avanti negli spazi di discussione e scrittura) è qualcosa che ho il privilegio di poter vivere, e voglio che questo venga visto, vissuto, da chi sta alzandosi in piedi ora per la prima volta. Un’altra poesia è possibile, che sfugga alla canonizzazione ipercerebrale e inagente – l’illirismo civile, la raccolta del pensiero, la messa in azione della parola. Siamo di fatto (ancora) esistenze minoritarie, e così la rappresentazione delle nostre voci viene spesso accolta nel mainstream (e nell’editoria non subculturale e underground) solo quando mansueta e normativizzata. Per me queer non è questione di identità e orientamento sessuale, o almeno non solo: si tratta di politica. Si tratta di scegliere modelli e non miti, di praticare dissidenza e abbracciare la fluidità. Tanto nella vita quanto nella poesia. Destabilizzare l’io, ingolfarlo, gonfiarlo, e poi distruggerlo e riassemblarlo in un noi, possibilmente. Come? Come viene. Proprio nella vita come nella poesia.


 

LM: Verso la fine del libro ci sono alcuni versi piuttosto lapidari sullo stato di salute della cultura e, insieme, della politica: «La cultura si fa tutta di manuali e di / contromanuali ma manca poi / la manualità effettiva dell’impegno». Più sopra, altri versi molto efficaci, almeno nella pratica dell’inside joke con certi circuiti: «Pensò Gramsci Spivak subalternità. / Pensò folklore antropocene displacement emotivo. / Pensò ma come cazzo si dice come cazzo si ferma / che a forza di pensare ci si scorda che bisogna agire». E tuttavia, per la sua ricorrenza, non credo che tu proceda a quella svalutazione della theory in cui si impegna buona parte dell’intellettualità italiana – nel suo essere irrimediabilmente, a tratti irrecuperabilmente, vetero-umanista – quanto alla ricerca, ancora solo fantasmatica ma pulsante, di nessi diversi tra – gramscianamente – teoria e prassi. E che uno di questi nessi abbia a che fare con la cura, da svincolare dalla «cura di sé» e dal «lavoro di cura» per farsi pratica realmente taumaturgica. Che ne pensi?

 

MDA: Penso che ultimamente siamo talmente in allerta di perfezionismo, che abbiamo smesso di agire. E di questo sono colpevole io per priməprobabilmente. Ho investito molto tempo a studiare, talmente tanto che mi sono distrattədalla possibilità di fare cultura: con la scrittura, con il dibattito, con la critica militante, con l’attivismo (politico (e) culturale). Non rimpiango nulla di quanto ho appreso, non potrei mai rinnegare Gramsci!, ma cosa me ne faccio dell’ennesima rilettura se poi non pratico nella quotidianità – e la mia quotidianità è fatta anche di scrittura – quei principi? Un conto è conoscere e altro è assimilare. Non voglio infatti, dici bene, svalutare la theory che per me è stata anche un trampolino di lancio nell’azione, ma non voglio si trasformi in una coperta di Linus o peggio ancora un vessillo. Vedo persone sui social media rinfacciarsi di non aver letto questo o quello, ma chi il tempo di leggere non lo ha?  Non può allora partecipare al dibattito politico e creativo? Stiamo davvero rendendo la teoria della subalternità una pratica di elitismo? Come è possibile?

La soluzione, per me da sempre, è il principio della cura che hai saputo intuire e individuare. Non mi interessa più il potere, mi interessa la potenza. Non mi interessano rapporti verticali, ma obliqui e orizzontali. Mi interessa che la mia scrittura sia pop e non l’ombra di sé stessa, compiaciuta del suo oscurantismo. Questa è la cura che metto nella mia scrittura, e che mi ha insegnato il movimento transfemminista. Il processo transfemminista di cura non si limita a correggere storture sociali, ma apre la possibilità di scardinare dall’interno paradigmi fondati su sfruttamento, invisibilità e individualismo. Inteso come pratica collettiva, relazionale e politica, ridistribuisce le responsabilità, sottraendo la cura al destino di lavoro gratuito imposto a corpi marginalizzati, e la restituisce come gesto comune, condiviso, capace di generare mondi. In questo senso la scrittura creativa può diventare una sua estensione: non più atto solitario e autoreferenziale, ma spazio di relazione che accoglie voci diverse, mette in discussione l’autorità dell’io scrivente e assume la forma di un archivio alternativo. Attraverso l’ibridazione dei generi e l’apertura del linguaggio, la scrittura si fa pratica di ascolto e di mutualità, atto oltre-estetico di cura rivolto a sé stessəe alle comunità, capace di immaginare futuri e funzioni non normative e di rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe silenziato e invisibilizzato.


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Lorenzo Mari vive a Bologna. Ha pubblicato alcuni libri di poesia, tra i quali Querencia (Oèdipus, 2019), Soggetti a cancellazione (Arcipelago Itaca, 2022) e Nulla dies (Benway Series, 2025). Ha tradotto vari autori dallo spagnolo e dall'inglese, come ad esempio César Vallejo, Leónidas Lamborghini, Joshua Clover, David Keenan, Fred Moten e Micheal Palmer.


Marzia D'Amico è poeta-performer, ricercatrice, e traduttrice. Come poeta ha partecipato a festival nazionali e internazionali e pubblicato testi in lingua italiana e inglese su diverse riviste, oltre al «manufatto poetico» Liricologismo (Zacinto Edizioni, 2023). Figlie del sé. L’epica rivoluzionaria di Amelia Rosselli e Patrizia Vicinelli (Mimesis, 2023) è la sua prima monografia accademica. Come traduttrice si è concentrata su genere e sessualità, traducendo in italiano Il racconto dell’elicottero di Isabel Fall (Zona42, 2022) e Bi. Storia, scienza e cultura della bisessualità di Julia Shaw (Oscar Vault Mondadori, 2023). Ha vinto il premio Elio Pagliarani per la raccolta inedita con Ragazz* Laser (Zona ed., 2025).

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