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Ripartirà più tardi, per assumere un volto

Conversazione con Massimiliano Cappello


Ivan Peries, Untitled. Two figures in a landscape, 1961
Ivan Peries, Untitled. Two figures in a landscape, 1961

Facendo seguito al contributo di Lello Voce sull’antologia Solo Limoni, continuiamo questa serie di conversazioni sull’intreccio di poesia e movimenti sociali e politici, a partire dall’esperienza di Genova 2001, avvicinandoci al presente e interpellando Massimiliano Cappello, autore del libro di poesia Parte lesa, pubblicato da Arcipelago Itaca nel 2025. (l.m.)


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LM: Parte lesa è un libro che attraversa ed è attraversato da alcune esperienze di lotta, in buona parte riferibili al biennio 2016-2018 (la Nuit debout e poi i gilets jaunes, in Francia; il NoG20 di Amburgo, nel 2017), insieme alla più lunga esperienza di militanza nel Comitato Abitanti Giambellino-Lorenteggio. A unirle non è soltanto un filo apparentemente autobiografico – comunque sempre dipanato senza ricorrere a marche evidenti di autobiografismo – ma un’analisi forse più generale, che ha a che fare con le trasformazioni degli ultimi anni nell’azione politica. La prima traccia di questo ragionamento più ampio è nelle «Circostanze attenuanti e aggravanti» con cui si apre il libro, dove si legge: «L’enfasi conferita a certe lotte per la casa, per gli spazi, per i territori non significa, ovviamente, disconoscere le altre: non si tratta che di immagini particolari di una vita non imposta». Dall’esperienza dei movimenti – che sembra aver trovato un apice nel cosiddetto «movimento dei movimenti» di Genova 2001 – si è arrivati, già quasi dieci anni fa, a un coacervo, da una parte, di rivendicazioni territoriali, ad esempio nella forma civica (o anche, per alcuni versi, «anti-civica») del comitato, e, dall’altra, di rivolte urbane, o riot. Coacervo nel quale non si può esprimere ragionevolmente una gerarchia di importanza, come forse non si può mettere – a discapito di un marxismo più «ortodosso», per così dire – l’oppressione di classe davanti ad altre (genere, razza, specie, abilismo, etc.). Se non c’è gerarchia, sembra che ci sia almeno un percorso politico e culturale che si può disegnare tra gli antecedenti come Genova 2001, la fase del 2016-2018 circa e il presente – è così?, e qual è (almeno in alcune sue parti)?


MC: Un piccolo disclaimer per incominciare. Ho «attraversato» – come si usa dire – alcune delle esperienze che nomini, ma non quella in qualche modo centrale nel libro. Sono arrivato a Milano a fine 2018, poco prima degli arresti, e di ciò che propriamente è stato il Comitato Abitanti Giambellino-Lorenteggio non ho nemmeno l’immagine balenante, ma solo la mitologia e l’archeologia: da una parte, il ricordo delle letture dei comunicati di Autonomia Diffusa svolte assieme a poche amicizie appassionate dalla periferia dell’impero, dieci anni fa, dall’altra il lungo «dopo» che, almeno fino al 6 dicembre 2024, quando l’accusa di associazione a delinquere è definitivamente caduta, mi ha avvicinato a molte persone vicine e coinvolte – ma pressoché trasfigurandole, facendo di loro in qualche modo dei sopravvissuti, dei revenant.

Detto ciò, qualche banalità di base. Non credo sia un caso che il «movimento dei movimenti» di Genova sia allo stesso tempo una specie di codice sorgente per la grammatica delle lotte contemporanee e, insieme, l’ultimo grande «assalto al cielo» del Novecento. A Genova (come a Seattle due anni prima, come in Chiapas dal 1994, per nominare solo alcune metonimie) si è combattuto seriamente – voglio dire frontalmente ed esplicitamente – l’Internazionale capitalista uscita vittoriosa dalla Guerra Fredda, e i suoi piani per il mondo. Dietro la parola-chiave contro cui quei movimenti si battevano – «globalizzazione» – c’era davvero tutto il nostro presente: la finanziarizzazione e la delocalizzazione della produzione mercantile, lo sfruttamento sempre più esplicito e la sempre più normalizzata precarietà esistenziale, la crisi climatica a venire e l’a suo modo sublime dialettica tra «degrado» e «riqualificazione» (leggi: gentrificazione) urbana, le grandi opere e la crisi abitativa. E poi l’orizzonte di guerra permanente che, adesso, minaccia di assumere una volta di più consistenza convenzionale… oltre alla netta sensazione di essere stati, anche antropologicamente, colonizzati, di essere una specie nuova, prodotta a immagine e somiglianza del capitale.

Un’altra cosa che tendiamo sempre a dimenticare è che la risonanza delle lotte degli anni Zero e Dieci, oltre a quelle che citi – dalla rivolta delle banlieue ai fatti di Oaxaca, dalla resistenza in Rojava all’insurrezione greca, e poi l’Onda, le Primavere Arabe, Occupy Wall Street, la ZAD di Notre-Dame-des-Landes, la lotta NoTAV, l’affaire Tarnac, il 1º maggio 2015; anche qui, ne riporto solo alcune – si è data parallelamente (in certi casi anche intersecandosi) ai conflitti bellici dell’Internazionale capitalista (o imperialistici che dir si voglia). Mi ostino a credere che dieci anni fa, pur nel pieno della guerra del Donbass, non fosse una questione di miopia politica pensare che ci fosse altro da fare che non abbonarsi a «Limes»… Oggi, col senno di poi, sembra quasi che la corretta interpretazione di quegli anni l’avessero invece data gli «ortodossi» di cui parli, snobbando ogni movimento che non guardasse alla totalità e all’obiettività del processo rivoluzionario. È una stampella, quella del marxismo, che bisogna anche sapere quando abbandonare, altrimenti qualcuno prima o poi te la dà in faccia.

A questo punto, però, è lecito chiedersi che cosa importi avere ragione «a patto di essere sempre sconfitti». In questo senso, credo che le due tensioni di cui parli – da una parte il comitato, dall’altra il riot, la metà «battaglia civile» e quella «manif sauvage» del cielo – oggi vadano sempre più insieme, nei movimenti contemporanei più vicini alla materialità; che si prefiggano obiettivi situati e sicuramente non risolutivi, ma che proprio perché non ambiscono alla “vittoria” contribuiscono attivamente a mantenere vive e palpitanti certe possibilità; e che, al loro interno, race-gender-class non siano delle linee di faglia da gerarchizzare ma una sorta di premessa alle pratiche quotidiane.

Ecco, mi sembra che il percorso di cui parli sia proprio questo: il tentativo, evanescente o effimero quanto si vuole, di rendere nuovamente visibile qualcosa come un «partito storico», nel senso che Amadeo Bordiga e Jacques Camatte davano al termine: l’espressione di un’invarianza, di una continuità nella lotta per l’affrancamento della specie che accetta anche di non sapere «come« vorrebbe andassero le cose, quale forma darsi: «ripartirà più tardi, per assumere un volto», dice il poeta. Ecco, forse in questo senso la forma-comitato (di qualsiasi tipo: comitato di lotta, comitato di solidarietà, ecc.) non è né civica né anti-civica, bensì l’espressione – in positivo come in negativo – di questa evanescenza dubbiosa: un’apparizione, una manifestazione. Del resto, che cos’è questo doppio gioco tra legale ed extra-legale, tra il mondo che c’è e quello da fare, se non la prima, brancolante ipotesi di un partito?



LM: Tornando al tuo libro, Parte lesa si sviluppa intorno a un processo specifico (molti testi sono in effetti intitolati «Tribunale di Milano, 9 novembre 2022» oppure «Tribunale di Milano, 11 novembre 2022»), che però rinvia a una concezione di giustizia più ampia, in cui si rinnova il confronto tra díke e nómos. Confronto che ha una dimensione tragica, come ricorda anche Andrea Inglese nella bella postfazione al libro. A questo proposito, c’è un testo che presenta a mio avviso note tragiche particolarmente evidenti nel proporre questa discrasia temporale rispetto alla vita: «Non mi sono mai sentito così vivo. Solo che la vita è adesso». Rispetto all’esperienza di altre lotte (torno ancora a Genova 2001, con la successiva trasfusione da Indymedia a Supporto Legale, per l’esigenza di affrontare la cosiddetta «verità su Genova» anche in ambito giudiziario), è come se si registrasse uno scacco tragico già dato in partenza, incontrovertibile, e per estremo paradosso soltanto questo consentisse poi di ripartire, collettivamente, a prescindere dalla vittoria o sconfitta in tribunale, perché «ovunque brucia è un’occasione per trovarci ancora» (dove ovviamente brucia tanto la città, quanto la pelle di chi, nell’oppressione e nella repressione, cerca di solidarizzare e resistere).


MC: Il testo di cui parli è dedicato a Dori Zanon, uno dei protagonisti della straordinaria «anomalia» feltrina degli anni Novanta e Zero, morto in maniera piuttosto improvvisa, il 20 maggio 2020, per una malattia fulminante unita ai postumi del COVID. C’è stato un momento in cui a Feltre, come diceva Dori, «c’era il mare»: c’era la Cayenna e c’era l’Hangarzone, l’osteria Crash e i destini incrociati di Désir e Magazzini Prensili, c’era il PostaZ… tutto questo in una cittadina di ventimila abitanti. Parliamo di situazioni che, non solo al «movimento» (si parva licet…), hanno dato molto. La valle di Peace in the valley degli Alabama 3 – la band che firma la colonna sonora dei Sopranos – è quella feltrina; Rob Spragg era collegato da remoto per porgere i propri omaggi a Dori, il giorno del suo funerale. Pier Paolo Capovilla era a Feltre, e lo ha omaggiato delle sue letture da Majakovskij. Non mi sembra un caso, tra l’altro che, nelle Città di pianura di Francesco Sossai, il suo personaggio si chiami proprio così…

Un altro grande appuntamento mancato, non solo per me, questa volta nel tempo e non nello spazio. Mi sembrava anche questo un sintomo psico-storico, una sorta di invarianza «nera» con cui fare i conti. Penso che anche questo debba trovare uno spazio di elaborazione, non solo all’interno del libro. Il libro, tuttavia, ha presto cominciato precisarsi come una grande elaborazione dell’assenza, di cosa significhi essere assenti. In ogni caso, non c’era alcun intento diagnostico: non mi interessava in alcun modo aprire una volta di più la ferita più o meno originaria o senza origine che tante esperienze di scrittura in versi considerano fondativa, ma capire se fosse possibile trattarla come catalizzatore, farla risuonare in maniera non quietistico-contemplativa, ma drammatico-attiva. Lutti, torti, carcerazioni: se non si fa i conti con questi lacci, si va avanti solo come zombie.

Nei primi mesi di lockdown, Dori e io ci sentivamo spesso al telefono. Consigliava di prepararci ad anni duri e faticosi, parlava della chiusura definitiva di uno spiraglio e della fine di un’epoca. Ma con le compagne e ai compagni di Feltre abbiamo provato ad affrontare insieme anche questa esperienza del negativo, del male e della morte. Anche a Milano, come sicuramente anche altrove, si era data, pochi anni prima, un’esperienza simile. Nel libro se ne parla perché sono stato travolto in più occasioni da quella intensità riflessa, ma soltanto di lato perché non sta a me raccontarla. «Prima di ricominciare | bisogna avere finito», dice Franco Fortini, e in una certa misura gli credo: ho spesso pensato alle pagine di Parte lesa anche come a un roman la cui Bildung non sta né di fronte né alle spalle, ma solo di fianco, e per un periodo di tempo tutto sommato anche limitato.



LM: Vari testi presentano un’interrogazione, che resta perlopiù irrisolta, sulla presa di parola. Chi può parlare delle lotte, partendo dal principio che «gli assenti, si sa, hanno sempre torto»? Aggiungo che mi pare di intravvedere qualche riferimento ironico, qui e là, al lavoro accademico: si può parlare delle lotte a partire dalle aule universitarie? Se sì, ciò ha valenza più generale di lavoro intellettuale, o quest’ultima espressione è ormai anacronistica?


MC: Nessuno. Chiunque. Chi c’era. Chi se le rivendica. Se chi è assente ha sempre torto, è perché non può (alla lettera) «avere ragione» di ciò che si è dato in certi tempi, luoghi e modi. Non può esaurirne l’esperienza nell’espressione o nell’opinione. Non che i presenti lo possano fare, ma i presenti tendenzialmente lo dovrebbero sapere. Detto ciò, è vero anche che l’assente, il mancato, il rimpianto, sono oggetti tangibili delle nostre esperienze, e dirimente è solo il modo in cui – ancora – ci facciamo i conti. Per questo la frase che citi doveva suonare un po’ come un’asserzione vuota, un po’ come un tentativo di ricomprensione, e un po’ anche come un’esortazione a ridurre quanto più si può la quota di assenza o mancanza che a chiunque tocca subire o attraversare. O l’augurio di riuscirci.

Detto ciò, ogni riga di Parte lesa è stata letta dalle persone prossime e coinvolte nei fatti, e alcune porzioni del testo sono uscite modificate da queste letture. Il libro, poi, è apparso un mese e mezzo dopo l’assoluzione del Comitato, pur essendo circolato tra amiche e amici nel biennio 2022-2024, e vive dunque un’esistenza mercantile programmaticamente postuma, sottratta alle cronache e consegnata alla letteratura, buona o cattiva che sia, o alla storia (minuscola, e dimenticabile, magari). Anche questo mi sembra a suo modo un punto importante della questione: e non solo perché «scrivere è vanità, se non è per l’amico», ma anche perché, nel suo piccolo, Parte lesa è stato pensato come un libro di poesie attorno ad alcune esperienze politiche senza alcuna pretesa militante. Tendo a diffidare di chi tenta di mettere a valore certe cose, ecco tutto.

Lettura e riscrittura collettiva, circolazione ristretta, rifiuto dell’attualità non sono certo invenzioni di questa esperienza o di questo libro. La cosa insolita – non inedita – è forse che questa volta il gruppo che lo ha ricevuto, nutrito e «informato» non appartiene alla cerchia, data da sempre, dei lettori di poesia. In qualche modo, queste persone conferivano così, non solo a Parte lesa – penso ad esempio a Disbrigo degli affari correnti di Niccolò Bosacchi – una forma minima, forse anche ironica, di mandato.

Ecco, per quanto riguarda le ironie accademiche, mi sembra si possa dire questo: l’università oggi è un luogo della negazione di un’esperienza che però resta virtualmente (e a volte, nonostante tutto, anche praticamente) positiva. Voglio dire che, anche nelle più rosee previsioni per il futuro – e mi accorgo che qui e altrove sembra che ne parli come se ci fossimo quasi –, potremo magari considerare desiderabile sbarazzarci, che ne so, di qualche redazione di giornale, dell’istituzione carceraria e appena più in là di quella statuale… ma sono sostanzialmente convinto che, in una forma magari diversa, meno lacerata dai compromessi necessari per continuare a esistere, la «cosa» che l’università comunica sia sostanzialmente reintegrabile in un orizzonte di senso liberato. Non è un caso che tante e tanti che si riconoscono nei riverberi di un mondo diverso oggi svolgano attività accademiche e para-accademiche, vivendo di fatto una specie di doppia vita.

Penso tuttavia che, nell’ambito di questa doppia vita, le lotte come oggetto, come contenuto primo o esplicito, restino sostanzialmente incomunicabili in termini vigenti, se non per quanto concerne le comunicazioni o le decisioni più materiali del rapporto con le classi – discutere, che ne so, le ragioni di uno sciopero laddove si sia presa la decisione di aderirvi. C’è sempre la possibilità che tutto ciò ritorni precettistica, lettera morta, comodo schema, abitudine. L’agitazione non si può insegnare. Si può però trasmettere un’impazienza.

Una via è quella che contempla i conflitti fondamentali del proprio tempo in forma figurata, discute la prassi tramite quella sua forma dimidiata che è l’estetica, media tra l’arte (la scienza) e la vita, e in fondo fa dell’esperienza intellettuale un’esperienza sentimentale. Si può, in altre parole, pensare l’interpretazione non come un’abitudine o un atto meccanico, ma come una scommessa, una forma di adesione a una certa idea di mondo, un luogo della meditazione sulla vita giusta. Un’altra è quella che esibisce i referti, illustra le regole del gioco, espone i meccanismi di funzionamento degli oggetti che considera, per lasciare poi a tutte e a tutti l’occasione di ripercorrere da sé, per le proprie vie, questo tipo di esperienza intellettuale-sentimentale. Questi atteggiamenti – l’uno di tipo sintetico-platonico, l’altro di tipo analitico-aristotelico – mi sembra siano due possibili modi della sopravvivenza di un «lavoro intellettuale». Ma in una sfera che si vorrebbe estranea alla produzione di valore.

D’altro canto, c’è questa tendenza a politicizzare i libri quando non si vuole radicalizzare la realtà… né la si può difendere, un’idea di mondo, laddove il mondo da difendere sia soltanto nelle idee. Ma qui entra in gioco una certa “genericità” che dovrebbe fare di nuovo tutte e tutti simili, e privare chiunque del piedistallo o del microfono, almeno in un primo momento, per scegliere poi di volta in volta e insieme chi, cosa e come.



LM: La scrittura di Parte lesa presenta un alto gradiente di formalizzazione: come nota Inglese, la presenza di una metrica en travesti rimanda all’uso «spettrale» dell’endecasillabo nelle prose di Gabriele Frasca in Lettere a Valentinov (Sossella, 2022). D’altra parte, la tua scrittura è non di rado vicina ad alcune delle posture delle «scritture di ricerca» italiane, imparentate a loro volta alle esperienze francesi di «post-poesia» che si trovano ad esempio nell’opera di Jean-Marie Gleize. C’è forse una vicinanza del tuo libro con la pratica sperimentalista di scrittura come «atto preparatorio», nel senso perseguito da Jean-Marie Gleize in un libro del 2011, ma tradotto in italiano soltanto di recente, come Tarnac. Un atto preparatorio (Tic, 2024)?


MC: Tarnac di Gleize è stato il modello a cui ho guardato per comporre il libro. Tutto ciò forse si vede di più in certi aspetti macrotestuali, nel lavorio attorno al concetto di «acte préparatoire» – tanto nelle sue valenze polisemiche quanto nel suo trattamento all’interno dei testi. Ma posso garantire che il mio debito nei confronti di questo libro e di questo autore è grande. Lo stesso potrei dire di Tomates di Quintane, per ragioni diverse. Esiste una versione di Parte lesa con le didascalie in sovrimpressione, quando ancora credevo fosse o potesse essere un personal essay… poi ho pensato fosse il caso di spingere per l’approfondimento quasi mimetico dell’oscurità referenziale al quale spesso rimandano le vicissitudini di quella «strana categoria» che sono gli agitati. Meno Frasca, almeno non in maniera esplicita, per quanto le sue scritture – anche al di là delle Lettere – siano state comunque significative.

Ha ragione Marco Giovenale quando, in una recente intervista, parla del «vetusto mutismo» della metrica (e della rima), fattosi oramai «di tomba». Credo tuttavia sia rinfrancante e istruttivo farne a propria volta esperienza, se non altro per convenirne a ragion veduta. Voglio dire che c’è stato sicuramente un lavorio di formalizzazione abbastanza corposo, almeno all’inizio, ma che in qualche modo sentivo che non poteva durare per sempre, non poteva diventare maniera o stile. Il testo-sorgente dell’intero libro, Appuntamento in via Conchetta, era stato pensato – non senza una certa vis pariniana – come la prima sezione di un poemetto in endecasillabi sciolti, ma poi gli endecasillabi si sono sciolti (o disciolti) per davvero.

Da una parte, vedevo tutti i limiti di una poesia «vestita da poesia», dall’altra sempre più cominciavano a sembrarmi – è la definizione, inquietante e bellissima, di capitalismo fornita da Henri Lefebvre e Norbert Guteman – dei fantasmi dagli arti d’acciaio. L’endecasillabo come allusione alla lingua organica e come immane accumulo di lavoro morto, come canto e come ricatto, come disposizione virtuale della lingua italiana (c’è un bel saggio di Avalle al riguardo, Preistoria dell’endecasillabo) e come convenzione mortifera, per quanto inattuale. In questo senso, occultarli senza eliminarli voleva dire proporre un discorso solo in apparenza privo di sistemi sovrasegmentali di significato. Ma la gabbia, anche se non la vedi o non la senti, c’è. Vitalità, passione, immediatezza: senza di loro non si fa nulla. Ma se non ne si contempla anche la morte, se non le si guarda anche come beni umiliati e perduti per sempre, come oggetti pietrificati nella forma, non c’è forse alcun modo di esigerle ancora come realtà organica, indicandole come ciò che manca tra le pieghe del presente. Come si esce – o si apre – la gabbia? È una domanda che ci dovremmo fare collettivamente, a libro chiuso.



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Lorenzo Mari vive a Bologna. Ha pubblicato alcuni libri di poesia, tra i quali Querencia (Oèdipus, 2019), Soggetti a cancellazione (Arcipelago Itaca, 2022) e Nulla dies (Benway Series, 2025). Ha tradotto vari autori dallo spagnolo e dall’inglese, come ad esempio César Vallejo, Leónidas Lamborghini, Joshua Clover, David Keenan, Fred Moten e Michael Palmer. 


Massimiliano Cappello è nato a Feltre nel 1991. Fa o ha fatto parte delle redazioni di «Qui e ora», «La Balena Bianca» e «Teatro di Oklahoma». Ha scritto i saggi Lo specchio e la lama. Giorgio Cesarano tra poesia e critica radicale (Quodlibet, in corso di stampa) e Poetiche della ragione critica. Zanzotto Giudici Raboni (Mimesis 2024) e il libro di poesia Parte lesa (Arcipelago Itaca, 2025).

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